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DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XVI.
VOL. XXIV.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCXL1V.
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s, • }
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
F
r ERMO (Firmali). Città con re-
sidenza arcivescovile, capoluogo del-
la delegazione apostolica del suo no-
me nello stato pontificio, già capi-
tale d' uno stato, e della Marca Fer-
mana, della quale premetteremo un
cenno isterico., coli' autorità del eh.
Pietro Castellano, Lo stato pontificio,
pag. 4^8. La Marca Fermana, os-
sia quel tratto di paese che ne co-
stituisce oggi la provincia, viene li-
mitata al nord dal governo Macera-
tese di Montolmo, all'ovest dagli
altri del Sanginnesio e di Sarnano,
al sud dal distretto ascolano di
Montalto, ed all'est dall'Adriatico,
ove mettono foce il Tenna, il Le fa-
vi vo, l'Aso, il Manocchia, ed il Te-
sino. Nella estremità boreale scorre
il torrente Leta- morto, che è un
notevole influente del Chienti. Lun-
go questa spiaggia è la via che man-
tiene la comunicazione col regno
delle due Sicilie, entrando per mez-
zo della delegazione Ascolana negli
Abruzzi. Tra gli sbocchi de'menzio-
nati fiumi graduatamente s'innal-
zano le colline in liuea parallela,
ascendendo sino alla falda degli ele-
vati A pennini. Esse sono feraci , e
dalla parte della marina salubre è
il clima, come è dolce la tempera-
tura. I popoli compresi in questa
parte della regione picena, dopo la
decadenza del romano impero fu-
rono talvolta compresi nel ducato
di Spoleto , e talvolta ebbero dei
particolari conti , signori e duchi ,
poiché nel 770 Fermo ebbe un suo
duca particolare in Tarbuno. Quan-
do poi nell'Italia meridionale inco-
minciò a farsi rispettare il nome
normanno, si vide separata dal ri-
manente della provincia , e sotto
quella straniera influenza prese la
denominazione di Marca di Fer-
mo, nome che vuoisi incominciato
nel 910.
Il p. Brandimarte, nel suo Pice-
no annonario ossia Gallia Senonia ,
a pag. 14 dice che la voce Marca
non altro denota che termine o
confine ; e che tutti coloro i quali
furono destinati al governo di qual-
che provincia posta nel confine del
reguo , cominciarono a chiamarsi
6 FER
marchesi; uso che risale al IX se-
colo, siccome afferma il Muratori.
Quindi il medesimo p. Brandimar-
te asserisce che la prima Marca co-
stituita nella provincia del Piceno,
fu la Marca Fermana, di cui a lun-
go tratta il p. Barretti nell'illustra-
zione alla tavola corografica dell'I-
talia del medio evo, e ne misura
l' estensione dagli Apennini al ma-
re , dal fiume Musone a Pescara,
ed abbracciava quasi tutto il Piceno
suburbicario. In prova si cita un
diploma del 967, riportato dal Ba-
luzio nell' appendice al tomo II dei
Capitolari dei re di Francia, pag.
i55o, in cui si legge: « Villa Ma-
» riani campo jure proprietatis san-
» ctae Firmanae Ecclesiae residen-
>» te Pandulfo duce et marcinone".
Altro diploma è del io44> i° CU|
si legge: « infra territorium Pin-
« nense in loco qui nominatili- Sa-
» lajano, aut infra istam Marchiam
* Firmanara, aut infra totum re-
« gnum longobardorum ". Evvi il
passo di Leone ostiense , il quale
scrisse che « tempore Benedicti
*> Papae anno III (978) . . . quae
» Lambertus dux, et marchio pos-
ili sedisse visus est in co in ita tu Mar-
» sicano, et Balva, Furarne, Ami-
» terno, nec non et Marchia Fir-
*> mana, et ducato Spoletino ..."
Nella cronaca Farfense , all'anno
94o, si riferisce « per idem tempus
*> bellum magnum co in mi ss uni es-
» se prò contentione Marchiae Fir-
» manae inter Ascherium, et Sari-
» lionem, in qua praevalens Sarilio
« interfecit Ascherium , et obtinuit
» Marchiam". Nell'anno 1078 giu-
sta gli atti del concilio Romano fu-
rono scomunicati tutti i normanni
« qui invadere terram s. Petri la-
» borant, videlicit Marchiam Fir-
*> manam, etducatum Spoletanum",
FER
Roberto Guiscardo duca de'norman-
ni essendosi portato in quell'anno a
Roma, gettandosi ai piedi di s. Gre-
gorio VII gli prestò giuramento di
fedeltà, e si riservò quella parte già
occupata della Marca Fermana, con
Salerno ed Amalfi ; ed il Papa as-
solvendolo dalle censure, e dando-
gli l' investitura della Puglia, della
Calabria, e della Sicilia, come l'a-
veva ricevuta dai di lui predecesso-
ri Nicolò II ed Alessandro II , gli
soggiunse : de Ma autem terra ,
quam in/uste tenes sicut est Saler-
nus , et Amalphia , et pars Mar~
chiae Firmanae, mine te patienter
sustineo. Ecco l' epoca , in cui gli
agri Adriano e Pretuziano , cioè
quel tratto di paese che comincian-
do dal fiume Pescara giungeva si-
no al Ponto, perdette il nome di
Piceno e di Marca, ed assunse quel-
lo di Abruzzo ultra, che tuttora
ritiene. In questa epoca stessa si
trova nelle carte antiche la Marca
Camerinese, ed i suoi marchesi so-
no i duchi di Spoleto , eh' erano
ancora marchesi della Marca Fer-
mana. E comune parere, come del
Muratori, del Berretti e di altri, che
la Marca di Fermo , e quella di
Camerino fosse la stessa, e differis-
se pel solo nome, dappoiché il duca
di Spoleto era marchese di Came-
rino e di Fermo ; e que' marchesi
eh' egli destinava al governo di Ca-
merino e di Fermo , erano da lui
dipendenti. Al dire del p. Brandi-
marte, la contessa Matilde trasferì
il pieno dominio del ducato di Spo-
leto, quanto della Marca Camerine-
se e Fermana alla santa Sede, ed a
s. Gregorio VII, ovvero a Pasqua-
le li.
Verso la fine del secolo XI i no-
minati paesi costituenti la Marca
Fermana rimasero compenetrali nel-
FER
la Marca Anconitana, al dire del
citato Castellano, ed al marchese
Guarnieri interamente soggetti , e
gli furono poi comuni le varie vi-
cende della medesima. Nota però il
p. Brandimarte, che la Marca An-
conitana incominciò nel 1 198, e che
la Marca Fermana, secondo che
ne afferma il Muratori, fu chiamata
anche Marca di Guarnieri j anzi per
prova riporta il seguente documen-
to, tratto da quelli stampati dal
Colucci nelle Memorie di Pierosa-
ra. « Anno Dominice incarnationis
» mille cxxm mense junius indi-
" ctione prima regnante Enrigo im-
•' peratore et Guarnerius ruarchio-
» ne damus, tradimus, atque
» transactavimus in servo servorum
« Dei in ipso monasterio beato san-
» cto Victore, quod est positum et
» est edificatus in fundo Victoriano
« territorio Camerino ". Ottone da
Sanbiagio narrando l'assedio che
Federico I pose a Milano nel 1 1 58,
ci fa sapere che in una sortita i
milanesi « Wernherum italicum
» marchionem praestantissimum cura
>.- multis aliis occiderunt, de cujus
» nomine dicitur adhuc Werneri
« Marchia ". Nel governo italico la
regione Fermana, cioè nel 1808, for-
mò gran parte del dipartimento del
Tronto, e la odierna delegazione a-
postolica racchiude neh' unico di-
stretto i sette governi di Fermo, di
Ripatransone, di Grottamare [Vedi),
di santo Elpidio, di Montegiorgio,
di Monterubbiano, e di santa Vit-
toria : dei quattro ultimi ci permet-
teremo qui un brevissimo cenuo.
Vedi Marca.
Sani' Elpidio a mare, elevato al
grado di città da Leone XII, è po-
sto in deliziosa collina sulla destra
riva del Leta- morto. La chiesa col-
legiata è dedicata al patrono s. El-
FER 7
pidio. abbate dell' ordine basiliano ;
e molti sono gli edifizi pubblici e
privati che ne rendono grato l'a-
spetto; a ciò si aggiunga le ame-
nissime campagne, popolate da gra-
ziosi casini, la marina, ed un cli-
ma salubre. Presso la spiaggia ev-
vi il Porto di s. Elpidio. Sembra
che la città occupi le vicinanze di
Cluanaj e nel luogo dell' antica
abbazia di s. Croce, si crede che
ivi Carlo Magno riportasse glorio-
so trionfo de' saraceni, né deve ta-
cersi che presso la chiesa di s.
Maria a pie di Chienti, vi sono
ruderi dell' antico palazzo del re
Carlo. Altri dicono Potenza, in
vece di Cluana, città vescovile di
cui fu primo vescovo Faustino nel
4 18. L'origine di s. Elpidio si fa
rimontare al quinto secolo. La fe-
deltà degli abitanti alla santa Se-
de, maggiormente si distinse sotto
Giovanni XXII, contro Lodovico
il Bavaro, che in vendetta fece at-
terrarne le mura, e saccheggiar il
paese: gl'invasori francesi, nelle ul-
time note vicende , gli recarono
gravi danni. Comprendesi in questo
governo le comuni di Montegra-
naro, e di Monturano. Di questo
luogo scrissero: Andrea Bacci, No-
tizie dell'antica Cluana, ec. Ma-
cerata 17 16; Fioravanti, Dissert.
sopra la basilica eretta nel terri-
torio di s. Elpidio ec. dedicata al
ss. Salvatore t anno 886, colfin-
tervento di Carlo III imperatore
e re di Francia, e di diciannove
vescovi, Loreto 1770; Vecchietti,
Lettera sulla dissert. che in difesa
di un diploma di Teodosio vesco-
vo firmano pubblicò nel 1770 in
Loreto il Fioravanti, Osimo 17 75;
Natale Medaglia, Memorie istori-
che della città di Cluana detta
oggi terra di s. Elpidio ec, colla
8 FÉ 11
vita di s. Elpidio e Sìsinnio; col-
V aggiunta delle memorie delVistes-
sa città lasciale dal Dacci, e da
Camillo Medaglia, Macerata 1692;
Colucci, Dell'antica città di Chia-
na, exst. nel tom. Vili delle Ant.
Picea.
Monte. Giorgio ( Mons s. Ma-
ria in Giorgio), borgo posto nella
sinistra riva del Tenna, su d'alta
collina , e cinto di muraglie con
esterno sobborgo; nel i3og fu te-
nace partigiano de' ghibellini , e
perciò da Clemente V minacciato
di punizione. Il paese ha la colle-
giata de' ss. Giovanni e Benedetto,
la cui chiesa è bella ed ampia ;
e nel suo governo sono comprese
le comuni di Falerona, V. Fale-
sia, di Monte- Vidon-Gorrado , di
Francavilla, di Atleta coll'appodia-
to Cerreto, di Magliano, di Mon-
te Appone, e di Massa , riunendo
alla sua amministrazione comunale
l'appodiato di Monte Verde. Abbia-
mo da Giacinto Alaleona , Disser-
tatio de Tigno Piceno mine Mons
s. Mariae in Giorgio, exst. in sta-
tu Montis Georgi, Firmi 1730;
Giuseppe Colucci, Sulle antiche cit-
tà Picene Falera e Tigno, disser-
tazione epistolare, Fermo 1777;
più ci diede un' Appendice, Mace-
rata 1778. Deve notarsi che la cit-
tà di Tigno non ha mai esistito,
essendosi preso abbaglio da Ti-
gnium, Tenna fiume. V. il detto
Colucci , Diss. sulle antiche città
Falera e Tigno. Dopo però le la-
pidi scoperte col teatro di Falero-
ne si è fatti certi che i ruderi esi-
stenti nelle vicinanze di Monte
Giorgio appartenevano alla colonia
Faleria assai vicina ai serbatoi, o
conserve di acque, che si osserva-
no in Monte Giorgio.
Monte Ruhbiano, borgo che gia-
FER
ce con gradevole aspetto in cima
ad un colle, di cui si fa menzione
in principio del secolo XIV, ad-
detto ai ghibellini e perciò di par-
te imperiale, con molli buoni e
comodi fabbricati, colla collegiata
di s. Maria de' letterati, il tempio
della quale è rimarchevole. Com-
prende il suo governo le comuni
di Petritoli, di Monte Giberto, di
Ponzano che ha la collegiata de-
dicata a s Nicola da Tolentino ,
cui è appodiato Torchiaro, di Mo-
regnano, di Monte-Vidon-Combat-
te, cui è appodiato Collina, di Mon-
tefiore, paese edificato dai recana-
tesi con collegiata dedicata a s. Lu-
cia, e di Moresco.
Santa Vittoria, borgo posto nel-
la vetta tufacea, che chiamossi
Monte Nano. Dal suo territorio sca-
turisce il Leta-vivo, che i fiumi
Tenna ed Aso ne' due lati circo-
scrivono. L' assenzio cresce quasi
spontaneo ne' suoi campi. Nume-
roso è il capitolo della collegiata
dedicata a s. Vittoria, e bella si è
la chiesa : vi sono delle case reli-
giose d'ambo i sessi, ed un elegan-
te teatro. A questo paese diedero
origine nel IX secolo i monaci far-
fensi, che in tali loro possedimenti
si portarono , quando i saraceni
discesi nell'Italia meridionale spar-
gevano anche nella Sabina il ter-
rore delle loro conquiste. In quella
occasione molte famiglie sabine se-
guirono i monaci, e furono le pri-
me abitatrici del colle, che più
non abbandonarono. La contrada
rimase per lungo tempo soggetta
all'abbate commendatario di Far-
fa [Vedi), ma per V incorreggibilità
di gran parte del clero, che a tan-
ta distanza mal potevasi tenere iti
disciplina, il Papa Gregorio XÌII
l'assoggettò all'arcivescovato di Fer-
P B l\
mo. Soggiacciono al suo governo
le comuni di Monte Falcone, di
Smerillo, di Monte Leone, di Mon-
te s. Pietro-Morico, di s. Elpidio
Mori co , di Montelpare , del quale
fu Gregorio Petrocchini , creato
cardinale da Sisto V nel i58q;
di Monte Rinaldo, di Ortezzano ,
e di Castel-Clementino: questo bor-
go fu così chiamato dopo che Cle-
mente XIV l'edificò nel 1772 per
ricoverarvi gli abitanti di Serviglia-
no, giacché atterrarono le acque
il loro paese, cioè le acque di cui
era ripieno il colle, che cagiona-
rono le dilamazioni, e forse non
più raccolte dall'abbandonato acqui-
dotto. Trovasi alla destra riva di
detto fiume, in agiata pianura, e
facendo di sé graziosa mostra. La
collegiata è dedicata a s. Marco.
Si vedono gli avanzi di un antico
e lungo acquidotto che prima re-
golava il corso delle acque; ripe-
tendosi forse dal suo abbandono
la rovina del preesistente paese.
Fermo (Firmimi), talora ebbe
l'aggiunto di Picenum, forse a di-
stinguerla da un'altra città omoni-
ma, non di molto lontana, come
si esprimono alcuni ; ma il chiaris-
simo De Minicis prova ne* suoi
Cenni storici, a pag. i5, che l'al-
tra città omonima era di molto
assai lontana dalla prima, perchè
situata in Ispagna, e detta Colonia
Angusta Firma. La città di Fermo
è fabbricata intorno ad un monte,
che sorge quasi isolato ad una le-
ga e mezza incirca dall' <\driatico.
11 fiume Tenna al nord, il Leta-vivo
al sud passano alla distanza di Fer-
mo, il primo di due miglia e il
secondo circa di uno. La città è
molto scoscesa ; e le strade interne
nella maggior parte sono irregola-
ri ed anguste : circondata di mura,
FER 9
ha un bel prospetto teatrale. Nella
cima è l'ampia piazza, con doppio
portico laterale, decorata da ma-
gnifici edilìzi, dal palazzo governati-
vo, residenza del delegato, da quello
di giustizia, e dal municipale, il cui
prospetto esterno è decorato dal-
la statua colossale di bronzo, rap-
presentante il magnanimo Sisto V.
L'episcopio, l'università degli stu-
di, e il teatro dell' Aquila, uno
de' più belli e grandi d'Italia, si
distinguono tra i principali edilizi,
che nobilitano questa piazza mag-
giore. La piazza a spese del co-
mune fu resa spaziosa ed ornata
alia metà del secolo decimoquinto ;
il palazzo governativo fu incomin-
ciato nel 1D02 da Oliverotto Eu-
freducci, e venne compito passati
trenta anni, indi nel 18 16 innal-
zato di Bri piano, ed accresciuto;
il palazzo municipale vuoisi prin-
cipiato nel i3o8, terminato negli
ultimi anni del secolo XV o nei
primi del seguente, al declinare
del quale la gratitudine de' ferma-
ni eresse a Sisto V, coli' opera di
Accursio Baldi Sansovino, la men-
tovata statua, che sedente, e in atto
di benedire, magistralmente rap-
presentò il gran Pontefice: nell'e-
poca repubblicana la statua fu
tramutata in s. Savino patrono
della città, indi venne trasportata
nella parte interna del palazzo, e
poscia fu restituita al luogo dove
si ammira. 11 palazzo arcivescovile
fu edificato da Antonio de Vecchi
o de Vetulis vescovo di Fermo, e
rettore della Marca per Bonifacio
IX; ebbe compimento nel i3qi,
e successivi ristauri, massime dai
vescovi Capranica. Nei primi tempi
i vescovi risiedevano nel monte del
Girofalco, presso la cattedrale, e la
canonica, ma perì tal residenza,
io FER
ovvero fu pressoché rovinata nel
1176 dall'incendio di quasi tutta
la città, appiccato dal gran cancel-
liere dell' imperatore Federico I.
Nell'episcopio vi è l'archivio arci-
vescovile, le cancellerie de' tribu-
nali dell' arcivescovo, e le carceri
ove si custodiscono i rei che pen-
dono dal di lui giudizio. Il palaz-
zo dell'università degli studi è un
edifizio che congiunge alla gravità
la semplicità: ristorossi per ordine
di Sisto V, col l'opera dell'architetto
Domenico Fontana di Meli, prin-
cipalmente nel prospetto esterno.
La gran sala detta dell'aquila o
dell'università serve per le adu-
nanze accademiche, pe'pubblici con-
sigli, ed anche talvolta pei pub-
blici divertimenti. Pio Panfili fer-
mano nelle pitture della volta rap-
presentò nel 1762 le glorie de'fer-
mani di ogni genere. La bibliote-
ca che ivi esiste è composta di più
di tredici mila volumi, fra' quali
sonovi opere rare e pregiate, co-
dici ec, e i libri di Romolo Spe-
zioli fermano, medico della regina
Cristina di Svezia, ed archiatro
di Papa Alessandro Vili; quelli
della famosa biblioteca del cardi-
nal Ricci; e quelli di benemeriti
cittadini , come del canonico Mi-
chele Catalani. Dell'erezione del
teatro dell'Aquila, che appartiene
al secolo decorso, come del risto-
ramento nel corrente, della sua am-
piezza, forma a ferro di cavallo, non
che degli splendidi ornati, ne tratta
il detto celebre letterato avv. Gae-
tano de Minicis, nell'opuscolo intitola-
to : Eletta dei monumenti più illustri
archetlonici, sepolcrali, ed onorari
di Fermo e suoi dintorni, con stam-
pe, Roma 1 84 1 - In essa precipua-
mente sono illustrati, il castello di
Ferino, la chiesa callcdrale, e la
FER
piazza maggiore e suoi edifìzi. Fra
questi vanno rammentati inoltre,
la chiesa di s. Rocco, eretta nel-
l'anno r5o3 dal comune pel flagello
della peste, uffiziata da vari sodali-
zi e pie congregazioni; e l'ospeda-
le degl'infermi, ch'ebbe origine nel
1373, poscia dato in cura ai reli-
giosi benfratelli, i quali essendone
partiti per mancanza delle oppor-
tune comodità, nel i838 tornaro-
no a reggerlo. La menzionata sta-
tua di Sisto V, fu illustrata dal
lodato De Minicis, con articolo che si
legge néV Album, giornale letterario
di Roma, distribuzione ^5, anno
VII, pag. 3^7, quindi stampato in
separato opuscolo.
Dalla piazza maggiore volgen-
do a destra si ascende per magnifi-
co ed agiato sentiere alla sommi-
tà estrema della collina, sovrapposta
al ripiano della piazza, la quale
dicesi il Girone, o Girofalco, ove
si vuole, che nella remota età fos-
se il paese circoscritto, essendovisi
di poi fabbricato il forte, o castel-
lo, del quale coli' autorità del ci-
tato opuscolo, Eletta dei monumenti
ec, passiamo a darne un cenno.
Sopra un colle quasi isolato, e nel
centro della città, sorgeva una vol-
ta questo castello, col più. deli-
zioso prospetto all' intorno, rimi-
randosi di colassù le feracissime
valli, irrigate da fiumi e torren-
ti, le amene alture, i ragguarde-
voli paesi, il mare Adriatico, e la
catena degli Apennini . Ma di
questo famoso edifizio , non ne
rimane vestigio , restandoci solo
la ricordanza dei più famigerati uo-
mini, e de' più gravi avvenimenti
della ferma na istoria. Fu appunto
in questo luogo, ove molti assedi
si sostennero, molte fazioni e, guer-
re si guerreggiarono, e v'ebbero
FER
parte tutte le pompe de' tempi ca-
vallereschi: quivi risuonò Io strepi-
to delle feste , e de' torneamenti,
che sotto i diversi reggitori della
città praticaronsi. Ma le guerre, e
le gelosie de' domimi, prima della
metà del secolo XV ridussero il
castello demolito e guasto. Fermo,
come si dirà meglio, innanzi alla
romana dominazione, teneva luogo
fra le città ricche e potenti del
Piceno, laonde è probabile che sin
da quei tempi nel colle, per natura
forte, e pressoché inespugnabile, fos-
se un castello, in cui i cittadini po-
tessero nelle continue guerre ripa-
rarsi e difendersi. Elevata poi Fer-
mo al grado di colonia romana,
sembra che dovesse anch' essa ave-
re un Campidoglio , un tempio a
Giove, e un fortilizio, siccome edifizi
comuni alle colonie romane. Il pri-
mo fatto storico che si conosca, ri-
guardante la fortezza fermana, è
l' asilo che vi prese il debellato
Gneo Pompeo Strabone, dai ferma-
ni ancor difeso, per cui potè riaver-
si, e poscia per gratitudine sì egli,
che il suo figlio Pompeo Magno,
si recavano per diporto a Fermo,
ove possedevano ricchi poderi e
palazzi. Caduto l' impero d' occiden-
te, la rocca fu assediata da Ataulfo
re de' goti , e da Attila re degli
unni , senza che fosse espugnata ;
ma poco di poi Odoacre re degli
eruli la conquistò , in un a tutto
il Piceno, cui tolse colla vita il goto
Teodorico. Belisario con Narsete
capitani di Giustiniano I, nella roc-
ca fermana stabilirono il modo di
cacciare dall' Italia i goti. JNell'anno
896 essendosi riparata nel castello
Ageltrude moglie di Guido duca
di Spokti, vi sostenne il memora-
bile assedio postovi dall' imperatore
Arnolfo , usaudo ancora dell' arte
FER 11
della nota sonnifera bevanda . Nel-
l'anno 1 176 la rocca come la città
furono prese, e rovinate dalle gen-
ti di Federico I; nel 1 192 l'invase
il di lui figlio Enrico VI; e poscia
Marcualdo siniscalco dell' impero le
signoreggiò. Dopo altre vicende, la
rocca era pressoché sparita, quau-
do il Papa Onorio III ordinò for-
tificazioni per le città del Piceno,
delle quali anche pegli invasori sara-
ceni ed ungari esse abbisognavano.
Sotto il successore immediato Gre-
gorio IX, nel 1236, s'incomin-
ciò l' erezione del nuovo castello,
con magnifiche torri, bastioni, mura,
merli, bertesche, ed ogni genere di
opere offensive e difensive; e riu-
scì uno de' più forti propugnacoli,
e per l'architettura il principal or-
namento della provincia. ÌNella par-
te occidentale fu posta la rocca o
cittadella, nell'orientale il palazzo
priorale, ove i pretori e rettori del-
la città e provincia avevano resi-
lienza; e il maggior tempio, ossia
la cattedrale , era alle radici del
clivo. Il castello prese il nome di
Girone, Gì/falco, o Girofalco, pro-
pugnacolo, e definizione che il chia-
rissimo De Miuicis discorre a p. 36
de' suoi Cenni storici ec. Tuttavolta
il Girone fu successivamente occu-
pato dalle forze di Federico li , di
Manfredi , di Ruggero Luppi , di
Mercenario di Monte \ erde, di Gen-
tile da Mogliano, di Giovanni Ozieg-
gio, di Riualdo da Monte \ erde,
di Antonio Aceti, di Lodovico Mi-
gliorati ec, alternandone il domi-
nio co' fermani. Il Colucci nella sua
Tre/a Picena oggi Montecchio, a
pag. 1 39, nota che i montecchiesi
per ordine del rettore della Marca
Adamantino di Agrifoglio, nell'an-
no 1 368 furono obbligati a con-
correre alla fortificazione e uiuu-
i2 FER
lenimento del Girone di Fermo ; e
ciò forse perchè allora in Fermo
•vi risiedeva la curia generale, ri-
dotta poi a Macerata, siccome in
sitò più comodo, e di più facile
accesso alla provincia , e ciò ad
istanza de' luoghi di essa. France-
sco Sforza nel i433 lo ebhe colla
città, cui fece solenne ingresso nel-
l'anno appresso; poscia vi celebrò
sontuosamente gli sponsali di Polis-
sena sua figlia , con Sigismondo
Pandolfo Malatesta signore di Ri-
mini; indi ristorò ed ingrandì il
Girone rendendolo più forte. Vi
mandò Bianca Maria Visconti sua
seconda moglie, che nel i444 *'
die alla luce Galeazzo Maria, che
fu poscia duca di Milano. Fu allo-
ra che si rinnovarono splendidissi-
mi tornei, per la gioia da cui fu
compreso Francesco, distinguendosi
ne' cavallereschi esercizi Giovanni
di Angelo Sabbioni, nobile ferma-
no, il perchè fu regalato ed auto-
rizzato d'inquartare nel suo stemma
il leone sforzesco. Non andò guari,
che rivoltatisi i fermani agli sforze-
schi, dopo accanito assedio, ritira-
tisi i dominatori, Eugenio IV per
compensar i fermani di averli cac-
ciali dal dominio della città e dal
propugnacolo, permise loro di fare
d'esso ciò che avessero stimato me-
glio; laonde il devastarono , e ro-
vinarono per forma , che non ri-
mase pietra sopra pietra. Di ciò
diedesi l' incarico ad Antonio di Ri-
do , di cui parlammo agli articoli
Castel s. angelo e Castellano ( Vedi),
mandatovi dal Pontefice, il quale ai
32 febbraio i44^> m cu' dovea
effettuarsi il diroccamento, concesse
indulgenza a tutti quelli che vi des-
sero opera. Dalle quali rovine nac-
que la costruzione delle mura della
città con bastioni e terrapieni, che
FER
anco di presente si veggono; es-
sendosi innanzi stabilito in consiglio
che i materiali ed altro, a tal uopo
si rivolgessero; dappoiché si voleva
un presidio al di fuori dagli esterni
nemici , non già una fortezza nel-
l' interno a danno della città. E
fuvvi chi propose spianare anche
tutto il colle, acciocché niuno po-
tesse erigervi nuova rocca , e rin-
novare i mali che avea prodotto
la precedente ai fermani. Così fu
disfatto un insigne monumento, an-
temurale della marchiana provin-
cia, restando il solo nome di Gi-
rone al luogo.
In fondo al Girone, precedendo
i viali praticati nell'estesa prateria,
s' innalza la superba chiesa metro-
politana, edificio di rara bellezza,
chiamato già di s. Maria in Ca-
stello dalla prossimità del Girofal-
co. Non sugli avanzi del tempio
di Giove, nel fine del VII o ne'pri-
rni dell' Vili secolo sembra risalire
l'erezione della chiesa, a'tempi dei
longobardi., i quali come divoti di
s. Savino, da Spoleto inviarono al
vescovo di Fermo il capo di tal
santo , che ancora si venera nel
tempio metropolitano. La chiesa fu
distrutta a'21 settembre 1 176, pel
fuoco appiccatovi dall' esercito di
Federico I ; indi la pietà, de' fer-
mani la fece risorgere più magni-
fica e grandiosa , fornita di nuovi
e ricchi ornamenti. Avanzi dell'in-
cendiato tempio voglionsi i pilastri,
le colonne ed alcuni fregi, descritti
dal eh. De Minicis in un ai sim-
boli che contengono. Della riedifi-
cazione ne fu promotore Bartolo-
meo Mansionari, che il fece ese-
guire dal valente architetto Gior-
gio da Como detto di Jesi ; ed eb-
be compimento nel 12-27. Ma del-
la parte interna poco abbiamo del-
FER
l' antico j perchè fu rinnovato, re-
standoci nell'esterno la facciata e
il campanile. Ha tre navate soste-
nute da colonne, e nel decorso se-
colo dal benemerito arcivescovo
Alessandro Borgia fu grandemente
ristorato, finché nel declinar di esso
dall' altro arcivescovo Minucci, con
architettura del cav. Cosimo Morel-
li (autore del teatro dell'Aquila),
venne rinnovato alla moderna fog-
gia , con detrimento delle patrie
memorie. Vi sono pregevoli pit-
ture, stucchi, e chiaroscuri, mae-
stose cappelle, un sotterraneo tem-
pietto, e fra gli antichi sepolcri
sono rimarchevoli quelli di Giovan-
ni Visconti Oleggio, di Orazio Bran-
cadoro, e di Saporoso Matteucci.
Quello del primo venne illustrato
dal De Minicis, nella seconda di-
stribuzione dell' Album, anno VII,
pag. i3, mentre in varie distribu-
zioni del seguente anno, cioè nelle
46, 5i e 5a, è riportata la descri-
zione del tempio del medesimo
scrittore. Nel 1843 in Sanseverino,
coi tipi dell' Ercolani, il conte Se-
verino Servanzi Collio ha pubbli-
cato l'erudita Lettera intorno ad
alcuni militi della famiglia Mat-
teucci, la quale sino dal i65i ri-
cevette dal duca di Mantova il gra-
do di marchese. Distingue due Vin-
cenzi Saporoso egualmente di tal
famiglia, ed ambedue prodi capi-
tani. Il primo fiorito nel XVI se-
colo, l'altro nel XVIII; il primo
fu chiamato Saporoso per l'affabi-
lità colla quale trattava tutti, e pel-
le sovvenzioni di cui era largo coi
soldati. Dice inoltre de' pregi di al-
tri personaggi della medesima fa-
miglia, rammentando che ad un
Alfonso si attribuisce di avere re-
sa libera la città di Fermo dal-
la tirannia eh Desiderio re de' lon-
FER i3
gobardi. La lettera del conte è in-
dirizzata al marchese Pacifico Mat-
teucci, il quale è fratello al rispet-
tabile prelato di cui faremo men-
zione in fine di questo articolo. Il
medesimo De Minicis inoltre nel
detto anno ha pubblicato in Roma
il Sarcofago cristiano nel tempio me-
tropolitano di Fermo illustrato. Tra
le altre chiese di Fermo, sono a
rammentarsi la collegiata dedicata
a s. Michele Arcangelo in Prato,
eretta nel i632 da Urbano Vili;
s. Agostino; s. Domenico; s. Fran-
cesco, eretta nel secolo XIII, forse
la più bella di Fermo, di gotico
diseguo ossia archi-acuta, ed ivi è
il deposito di Lodovico Freducci,
Eufreducci o Uffreducci , creduto
scoltura del summentovato Accur-
sio, sebbene sembra aver dimostra-
to il De Minicis che piuttosto sia
dello scultore Andrea Contucci com-
munemeute detto Sansovino ; e s.
Filippo della congregazione dell'O-
ratorio, con stupendi quadri.
Non mancano in Fermo palazzi
vasti e bene architettati. 11 eh. Castel-
lano celebra la copiosa raccolta ar-
cheologica e numismatica de' fra-
telli De Minicis, l'abitazione de'qua-
Ii in prossimità del Girone, dice
che non lascia di visitarsi da ogni
cultore de buoni studi ; ne accresce
il pregio la collezione compiuta di
tutte le monete fermane del me-
dio evo, e la ricca e scelta biblio-
tecn, sia per opere legali, sia per
amena letteratura, sia per le rare
edizioni. A prendere una giusta
idea della biblioteca e museo De
Minicis, va letto l'opuscolo erudito
intitolato : Una visita al museo pri-
vato de' fratelli De Minicis in Fer-
mo, ivi 1842. Questo opuscolo
contiene de' versi sciolti sull'argo-
mento, con dotte note del eh. con-
14 FER
te d. Serafino d'Altemps, intitolati
a monsignore Carlo Emmanuele
Muzzarelli uditore della romana
rota, porche dall'autore recitati nel-
l' accademia tenuta nella casa De
Minicis onde onorare il dottissimo
ospite prelato. Degli avanzi de' mo-
numenti antichi di Fermo ne trat-
ta pure il eh. avv. Giuseppe Fra-
cassetti nelle dotte Notizie storiche
della città di Fermo ridotte in com-
pendio, con una appendice delle
notizie topografico - statistiche della
città e suo territorio. Fermo 1 84 1 ,
tipografia de' fratelli Paccasassi, che
le dedicarono al cardinal Gabriele
Ferretti allora arcivescovo e prin-
cipe di Fermo. Della zecca fer-
mana da ultimo copiosamente ne
ha trattato l'infaticabile avv. Gae-
tano de Minicis, ne' suoi Cenni
storici e numismatici di Fermo, con
la dichiarazione di alcune monete
inedite pertinenti ad essa città ec. ,
Roma i83g. Del medesimo abbia-
mo pure: Lettera al signor Achille
Gennarelli sopra due monete gravi
di Fermo (estratta dal foglio let-
terario di Roma il Tiberino, anno
sesto, num, 34), Roma 1 84 1- II
diritto della zecca fu conceduto la
prima volta alla città di Fermo
nel 121 1, come provò monsignor
Borgia nel tom. II, pag. 288, not.
1, dicendoci che in quell'anno l'im-
peratore Ottone IV concesse alla
città il gius della zecca, mentre
tenevala occupata insieme con altre
terre tolte al dominio della santa
Sede, con diritto di battere mone-
ta, in un al libero corso di essa ;
e fra gli altri privilegi di cui quel
principe fu largo co'fermani, nomi-
neremo la giurisdizione della spiag-
gia marittima dal Tronto al Po-
tenza. Indi nel 12 14 confermò tal
privilegio Aldovrandino marchese
FER
d'Este, signore della Marca. Ma il
Papa Onorio III, geloso della sua
suprema sovranità sul Piceno, nel
1220 corroborò tali concessioni
colla sua approvazione, conferen-
dole il privilegio, e libera facoltà
» habendi proprium cuneum ad
» cudendam monetanti citra valo-
w rem imperialium ", e parlando
come nuova e speciale sua conces-
sione. La zecca fermana continuò
la battitura delle monete ne'seguen-
ti secoli, al modo che narrano e
il più volte lodato scrittore, e il
Catalani erudito e dotto illustrato-
re delle medesime, nelle sue me-
morie della zecca fermana, Bolo-
gna 1782; mentre fra gli altri
trattarono eziandio 1' argomento
quelli che scrissero sulle zecche
d'Italia, come Vincenzo Bellini, De
monetis Firmi, exst. in oper. De
monet. Italiae medi aevi3 ec. Il
Vettori, nel suo Fiorino d'oro il-
lustrato, a pag. 229 racconta che
nel i4^5 era scarsezza grande di
argento per l'Italia, onde Lodovi-
co de Migliorati signore di Fermo,
volendo far coniare monete di ar-
gento, fu forzato a cercarne in Epi-
dauro, città rinomata del Pelopon-
neso pel famoso tempio di Escula-
pio, perlochè spedì in quella parte
certo Cristino a comprar dell' ar-
gento. Nel i5i3 Leone X fece ria-
prire la zecca di Fermo, che da
molti anni era stata soppressa, ma
nel i5i8 tornò a sospenderla, mi-
sura che fu presa con altre zecche;
quindi sino al 1796 non si riaprì,
dando Pio VI facoltà al conte Lo-
renzo Grassi Fonseca patrizio fer-
mano di batter cinque specie di mo-
nete, e si continuò la coniazione nel
1799 so**0 il governo straniero.
In quanto alla fiera di Fermo ,
ecco quanto si legge nel libro del
FER
cav. Gioacchino Monti, intitolato
Notìzie istoriche sull' origine (itile
fiere dello stato ecclesiastico, a pag.
4^ e seg. L'istituzione di questa
fiera risale ali'agosto i355 nel pon-
tificato di Innocenzo VI, accordata
dal cardinal Aldobrandini ( cogno-
me che a quell' epoca non trovo
né nel Cardella, ne nelNovaes),
vicario generale, e legato dello sta-
to della romana Chiesa. Aggiunge
che Antonio di Nicolò nella sua
Cronica fermana riferisce, che Lo-
dovico Migliorati signore di Fermo
nel i4^5 fece bandire nel io ago-
sto la fiera per l' anno venturo
i4^6; e che l'abbate Giordani de-
gli Olivieri, nella Vita di Alessan-
dro Sforza, fa conoscere che que-
sto guerriero fu spedito da Fran-
cesco suo fratello marchese della
Marca, e gonfaloniere di s. Chiesa
sotto Eugenio IV, come suo luo-
gotenente generale, per presiedere
nella città colla truppa a tutela
della fiera di agosto, risultando ciò
da un suo ordine dato da Rocca
Contrada a'3 agosto 1 435 alla con-
gregazione provinciale sedente al-
lora in Macerata. Sisto IV, nel
1472, per garantire sì fatto privi-
legio, proibì agli anconitani di far
la fiera in agosto, perchè ricorre-
vano in quel mese le fiere di Fer-
mo e di Recanati. Nello statuto
Fermano poi, approvato da Euge-
nio IV, da Paolo IV, e da Sisto
V, nella rub. 91 è scritto. « Cum
« non parvus fructus honoris, et
» commodi habeatur ex foro rerum
» venalium, seu Nundinis solemni-
» ter conslituimus, quod mercalo-
» res externi, seu forenses possint
« medio mense julii circa prò Nun-
»» dinis immittere mercantias absque
■ ullo datio, et si non vendideiint
*» non teneantur solvere aliqucd
FÉ B 1 5
» datium, sed illas libere intra con-
» stitutum terminimi possint extra-
» here ". Da tuttociò rilevasi che
in addietro con diverse discipline
questa fiera era regolata, ed aveva
l'esenzione de'dazi. Nel 1786 fu la
fiera stabilita con leggi di assegna;
nella dogana del porto di Fermo
si conducono le merci provenienti
per la via di mare e di terra ;
la fiera si celebra ogni anno pei
ì5 agosto, ed ha termine a' 5 set-
tembre ; ed infinito è il concorso
delle circostanti città, terre, e ca-
stelli, rallegrato dagli spettacoli tea-
trali che il civico magistrato fa
celebrare.
Passiamo ora a dire degli isti-
tuti di pubblica educazione, istru-
zione, e beneficenza, e pel primo
dell'università. Nell'anno 824 o
826 in Fermo furono aperte pub-
bliche scuole dal vescovo Lupo ;
quindi l' imperatore Lottano I, col-
lega di suo padre Lodovico I, nel-
1' 829 si portò in Italia, e volen-
dovi fare rifiorire le cadute lettere,
destinò un maestro ad inseguare
l'arte a nove città, fra le quali
Fermo, ordinando che i giovani
studenti dell'ampio ducato Spoeti-
no ivi si dovessero portare allo
studio. Il citato Borgia nel tom. I,
pag. 96 ci spiega 1' arte eh' erano
tenuti que'maestri d'insegnare, con-
sistente nella grammatica, nome che
in que' tempi abbracciava oltre la
lingua latina, anche le lettere u-
mane, la spiegazione degli antichi
scrittori, i poeti latini, una qual-
che tintura delle sagre scritture, e
di più la cognizione artis compii-
tatoriae per intendere le lunazioni,
e simile cose. Gli scrittori dicono che
Lottano I elevò al grado di pub-
bliche scuole quelle apertevi dal
vescovo, o da lui istituite, cui al-
io FER
tri danno la qualifica e il grado
di università. Questo sembra piut-
tosto doversi attribuire al magna-
nimo e ciotto Bonifacio Vili, il
quale considerando che la città di
Fermo per la positura del luogo,
amenità del clima, abbondanza di
tutte le cose al vivere necessarie,
era la più acconcia alla tranquillità
degli studi, con bolla de' 16 gen-
naio dell'anno i3o3, costit. XVI,
Bull. Rom. tom. Ili, par. II, p. 95,
ornò dette scuole con nuovi favori
e privilegi, elevandole al rango di
studio generale, e che vi fosse eret-
ta una nuova università, del tutto
conforme a quella tanto celebre di
Bologna. Eugenio IV e Nicolò V
confermando i privilegi della città
di Fermo, v'inclusero quelli riguar-
danti l'università, che Calisto IH
colla bolla Tanta est vestra, data
a' 26 giugno i455, confermò più.
specialmente per 1' università. Per le
vicende de' tempi, siccome avviene
alle umane cose, questo scientifico
stabilimento essendo scaduto dal suo
splendore, Sisto V col disposto della
bolla Muneris nostris, die i3 se-
ptembris i585, Bull. Rom. tom.
IV, part. IV, pag. i43, l'arricchì
di privilegi e distinte prerogative,
fece ristorare l'edifìcio al modo
detto, ne accrebbe le rendite, e vol-
le che ivi si chiamassero all' inse-
gnamento ottimi istitutori in ogni
facoltà, volendo altresì che godesse
delle onorificenze comuni alle uni-
versità di Bologna, di Padova, di
Perugia, e delle altre più illustri sì
italiane, che straniere; ond' è che
per lungo spazio di tempo essa fiorì
fra le più nobili d' Italia, tanto per
eccellenza di professori, che per fre-
quenza di studenti toscani, lombardi,
napolitani, ed eziandio d'oltremare e
d'oltrcmonti. I fermarli lieti del gran
FER
benefizio decretarono a Sisto V la
statua di bronzo di cui facemmo
cenno , e collocarono nel prospetto
esterno dell'università i semibusti
di Bonifacio Vili, di Eugenio IV,
di Calisto III, e di Sisto V, fatti
da Gio. Antonio Procacchi di Val-
solda, sotto i quali leggonsi le ana-
loghe epigrafi : Bonifazio FUI Jn-
stilutori. Eugenio IV Benefactori.
Calisto IH Confirmatori. Xysto V
Restitutori. Sul cominciar del secolo
XVII venne stimato opportuno affi-
dare l' insegainento della teologia,
filosofia , eloquenza , e grammatica
ai religiosi della compagnia di Ge-
sù, tra i quali fiorirono Lagomar-
sini, Cordara, Morcelli, ed altri uo-
mini di celebrata dottrina. Che il
Morcelli ideò in Fermo la sua gran-
de opera De stilo inscriptionum la-
tin, lo si apprende dalla Lettera
intorno ad alcune iscrizioni , e ad
una poesia inedita del Morcelli di
Gaetano De Minicis , a monsignor
C. Emmanuele Muzzarelli, Roma
i84i> Nove cattedre occuparono i
gesuiti, e quelle delle facoltà medi-
che e legali furono coperte dai pro-
fessori nominati dal comune, e scelti
per lo più nel numero de' suoi gen-
tiluomini. Abolita nel 1773 la be-
nemerita compagnia di Gesù, de-
cadde ognor più 1' università di
Fermo, e le successive politiche vi-
cende deJ tempi resero vani gli sfor-
zi, che sul cominciare di questo se-
colo si fecero dal comune per re-
staurarla. Sotto il regno italico di-
venuta Fermo capo - luogo della
prefettura del Tronto vi fu isti-
tuito un liceo, che fu chiuso allor-
ché nel 181 5 le Marche furono
restituite al soave dominio della
santa Sede. Allora vennero ripri-
stinate le scuole a spese del comu-
ne, ma sempre in via provvisoria,
FER FER 17
poiché mai i fermarli cessarono dal- secolo XVI. L' istruzione ed edu-
Ja speranza di veder riaperta l'an- cazione delle fanciulle è affidata a
tica università. Erane riservata la diversi monasteri, massime alle si-
gloria a Leone XII, che colla bolla gnore convittrici del Bambin Ge-
Quod divina sapientia, emanata nel sii ; non che le scuole delle maestre
settembre 1824, interamente la pie. Avvi l'ospizio degli esposti di
ripristinò. Finalmente per cura e ambo i sessi, che si mantengono
zelo del cardinal arcivescovo Fer- sino a ohe i maschi siensi procac-
retti arcicancelliere della medesima, ciati un mezzo di sussistenza, e le
nel i83g richiamò a diriger le scuo- femmine un onesto collocamento,
le i ripristinati gesuiti, i quali nel L'istituto ebbe origine prima della
novembre di quell' anno vi riapri- metà del secolo XIV sotto il titolo
rono il loro collegio, ed ebbero in di Maria ss. della Carità, piimeg-
dolazione le somme che preceden- giando tra i suoi benefattori Mat-
temente il comune impiegava nella teo di Bonconte de' signori di Mas-
pubblica istruzione, ed altresì i fon- sa, ed è possessore del feudo giu-
di del soppreso collegio Marziali, risdizionale di Monte Varmine, ove
_\el primo e secondo anno, dopo la tuttora esiste ben conservata la roc-
venuta de' gesuiti alle loro scuole, ca dell' antico barone. Dell' amplia-
accorsero più che cinquecento stu- zione del locale, e dell'erezione di
denti, come nota il Fracassetti, ed una fabbrica separata , e distinta
.ivi ebbe un maggior prosperamento per la educazione de' trovatelli ma-
l'università , se non avesse vicine schi già adulti, se ne deve la rico-
■ (nelle di Camerino , e Macerata, noscenza alla carità straordinaria ,
Neil' opera intitolata : Prefazione eroica, ed esemplare di Luigi An-
(Icli'anno 1777, ove espongonsi i tomai nativo di Monte Rinaldo,
principii delle più antiche universi- campanaro del duomo di Fermo.
là d'Italia , e di quelle di Macerata Meritano pure ricordo l'ospizio di
e di Fermo ec, si tratta di que- educazione delle povere orfane, di
st' ultima. giuspatronato del comune; quello
Il seminario arcivescovile acco- per gli orfanelli fondato dalla pie-
glie un centinaio di alunni , e tà dell' arcivescovo cardinal Bran-
n' è rettore un canonico della me- cadoro ; il monte di pietà ; tre
tropolitana. Oltre la biblioteca del- monti frumentari ; gì' istituti be-
l' università, e l'archivio municipale uefici dei sodalizi, ed altri. Qui
ricco di preziosi documenti dal noteremo che al voi. XIV, pag.
1 199 in poi, sono a rammentarsi 02 e 1 53 del Dizionario abbiamo
la libreria de' gesuiti, i quali inol- detto che per pia disposizione del
tre hanno un buon gabinetto di cardinal Domenico Capranica ve-
macchine per le scuole di fisica , scovo di Fermo, e fondatore dei-
fornito dalla generosità del cardi- l' almo Collegio Capranica di Ro-
ual Ferretti ; e le private bibliote- ma, il vescovo prx> tempore di Fer-
che de' minori osservanti , cui si ino gode la nomina di un alunno
riunì quella del canonico Michele fermano per detto collegio.
Catalani, e l'altra de' signori della In Fermo fiorirono molti gran-
missione. L' arte tipografica fu in- di uomini per santità di vita, per
tradotta '" Fermo sulla metà .del doitriua, per arte, per dignità, ed
>OL. XXIV. S*\ L
($Db#mo*vb> H».
i8 FER
nitro , ragguardevoli ed illustri ,
laonde ci limiteremo a nominare
i principali, servendoci delle Noti-
zie storiche dell' avv. Fracassetti.
Neil' epoca della romana repubbli-
ca fiorirono Lucio Equizio che me-
ritò il tribunato in Roma, e Lu-
cio Tarunzio dottissimo matemati-
co. Nell'era cristiana poi, dal pri-
mo a lutto il decimo secolo, van-
no ricordati : Sabino amicissimo di
Plinio il giuniore, L. Celio Lat-
tanzio, parecchi magistrati e guer-
rieri, ed i santi Vissia, Sofia, set-
tanta martiri, e Fermano abbate,
oltre i vescovi martiri, che nomi-
neremo in questo articolo per ul-
timo. Tra gli uomini illustri nati
a Fermo dal secolo XIII a lutto
il secolo XIV, rammenteremo s.
Adamo, il b. Adamo, Paccarone
guerriero normanno fondatore della
famiglia di tal nome; Giovanni
Albertone compagno ed amico di
s. Domenico ; s. Liberato di Brun-
forte ; s. Francesco da Fermo ; il
b. Giacomo da Falerone ; il b.
Giovanni Elisei detto dell'Alvernia;
il b. Nicolò ; Stefano Paccaroni
priore di s. Pietro in Vaticano; il
b. Pellegrino Uffreducci; il b. Gio-
vanni Vinci domenicano, tutti ap-
partenenti al secolo XIII. Quindi
al XIV appartengono i seguenti :
Antonio Aceti dotto e valoroso ; il
b. Bartolomeo apostolita; Villanuc-
cio di Brunforte guerriero; il b.
Filippo da Fermo; fr. Lodovico
vescovo Castinense ; la b. Lodovi-
ca Paccaroni ; il medico Tomma-
so Uffreducci, oltre un copioso nu-
mero di famosi giureconsulti e
guerrieri. Del secolo XV abbiamo
gli ultimi nominati nel precedente
in gran numero ; Girolamo Azzo-
lino, il primo fermano creato car-
dinale da Sisto IV, come si ha dal-
FER
l'Eggs nella sua Purpura tlocta ; il
giureconsulto famoso Giovanni Ber-
tacchini; Giovanni de Firmonibus
vescovo di sua patria; il b. Pirro
Morici; Pellegrino Morroni dottissi-
mo in legge ; il b. Pietro da Fer-
mo minore osservante; Giovanni
Battista Ponti vescovo; e il cronista
Anton di Nicola. Sul cardinalato
di Girolamo Azzolini noteremo, che
riportando noi le biografie de' car-
dinali secondo quelle di Novacs t
di Cardella, e non facendola essi di
Girolamo, non gli demmo luogo al-
l'articolo di questo Dizionario, ri-
portando solo i due che risguarda-
no Decio seniore, e Decio giuniore.
Qui però avvertiremo che il Car-
della nella biografia del primo ,
Meni, storiche tom. V, pag. 2 44»
dicendo che Sisto V nel promo vel-
lo alla dignità cardinalizia gl'indi-
rizzo un breve onorifico, soggiun-
ge: «E cosa notabile, che in quel
breve si fa menzione di un altro
cardinale Azzolini che ne' diari di
Sisto V viene chiamato Girolamo,
e per quanta diligenza siasi da noi
e da altri ancora usata, non ci è
sin qui riuscito, non che trovarne
notizie ma neppure rinvenirne il
nome nella serie de' cardinali . E
certo, son parole degli autori del
Ciacconio nel fine della vita del
cardinal Azzolini (da me riscontra-
to nel tom. IV, pag. 160 Vilae res
gestas Pontif. et cardinalium, in vi-
ta Decius Azzolinus senior, ove ciò
riportasi, avendovi premesso il det-
to breve, e il brano de' citati diari
conforme a quanto -lice il Cardella),
è certo che il mentovato cardinal
Girolamo Azzolini fiori nel ponti-
ficato di Sisto IV (che durò dal-
l'anno i47' all'anno 1 4^4 )• l,n"
perocché Giovanni Bertacchini da
Fermo, insigne giureconsulto, nella
FER
prima parte del suo Repertorio che
iutitulo a Sisto IV, cosi scrive: Et
ita eonsultus respondi domino car-
dinali Azzolino de Firmo, doclori
clarissimo, qui acquievit et laelatus
est de ilio texlu , parole che per
intelligenza di tutti voltate nella
italiana favella suonano così : Es-
sendo io stato consultato dal siguor
cardinale Azzolino di Fermo chia-
rissimo dottore risposi in questa for-
ma : il cardinale rimase soddisfatto
della mia risposta, e prese gran pia-
cere del testo da me allegato ". Così
il Cardella.ch'è il più completo biogra-
fo de' cardinali. Nel secolo XVI fiori-
rono molli prodi guerrieri giacché
quasi ogni famiglia ne diede, ma Ora-
zio Biancadoro, e Saporoso Matteuc-
ci celebri condottieri, vanno fra essi
principalmente ricordati. Grande è
pure il numero de' letterati e di autori
di opere, come Serafino Aceti; il ca-
nonico Francesco Adami ; Giovanni
Battista Evangelista ; Pierio Fonta-
ni; Giovanni Paolo Montani: due
Morici ; Nicola Morroni; Cesare Ot-
tinelli ; e \ incenzo Terminio. Fra i
più illustri per dignità sono Decio
Azzolino seniore creato cardinale nel
i585 da Sisto V; Nicolò Bonafede
vescovo di Chiusi; Sulpizio Costan-
tini vescovo di Nocera ; Girolamo
Matteucci prima arcivéscovo di Ra-
gusi , poi vescovo di Viterbo (di
questo insigne prelato, e delle im-
portanti cariche e commissioni ese-
guite per la Santa Sede, ne tratta il
lodato conte Collio nella sua Lette-
ra ec); Benedetto Savini vescovo di
Vereli; Eugenio Savini vescovo di
Telesia, e Francesco Princivalli Spe-
ra arcivescovo di Nazaret : dalla
famiglia Ricci uscirono Ostilio mae-
stro di matematica del sommo Ga-
lileo, e Flaminio compagno di s.
Filippo Neri, morto con fama di
FER io
santo. Tra i moltissimi fermati i del
secolo decimosettimo, abbiamo De-
cio Azzolino il giuniore, nel i654
annoverato al sagro collegio da In-
nocenzo X, confidente ed erede di
Cristina regina di Svezia ; Carlo Az-
zolino vescovo di Bagnorea ; France-
sco Azzolino vescovo di Ripatranso-
ne ; Lorenzo Azzolino vescovo di
Ripatransone e di Narni, segretario
di stato di Urbano Vili, il quale
lo avea creato cardinale riservan-
dolo in petto ; Giacinto Cordella
vescovo di Venafro, poi di Recanati
e Loreto; e Stefano Ricciardi vesco-
vo di Sutri e Nepi. Celebri per
erudizione , e per merito di opere
pubblicate, furono il nominato Lo-
renzo Azzolino elegantissimo poeta :
Giuseppe Bertacchini giureconsulto :
il p. Lodovico Bertone; il p. Giu-
sto Bonafede ; Bartolomeo Cordel-
la giureconsulto ; il p. Baldassare
Francolini ; Antonio Lelii ; Filippo
Munti; Gio. Battista Morici; Be-
nedetto Moro ; Nicolò Paccaroni ,
ed il p. Giulio Solimani. Tra i
moltissimi guerrieri primeggiarono
due Ottavi , un Lorenzo ed altri
della famiglia Adami, un Branca-
doro, un Costantini, un Claudio
Martello , Marchetta Morroni, due
Paccaroni ; e per santità di vita il
ven. Antonio Grassi dell'Oratorio,
e il p. Giusto Bonafede cappuccino.
Appartengono in fine alla serie dei
fermani illustri del secolo XVIII,
il dotto gesuita p. Antonio Bene-
detti; il can. Michele Catalani; il
gesuita p. Camillo Garulli autore
di elegantissime prose e poesie la-
tine ; monsignor Gio. Francesco
Guerrieri arcivescovo d'Atene, e il
di lui fratello can. Ignazio dottis-
simo latinista ; l' abbate Domenico
Maggiori ; gli avv. Pier Francesco
Martello, e Cesare Erioni lumi del-
io FER
la curia romana ; l' avv. Teofilo
Baltirelli elegantissimo poeta; gli
illustri prelati romani i monsignori
Andrea Caccili , Concetto, Giusep-
pe Vinci maggiordomo di Pio VI,
Giovanni Pelagallo , Carlo Trevisa-
ni , e Augusto Brancadoro , nonché
Francesco Saverio Passeri vicege-
rente di Roma. Quindi Chiara Spi-
nucci maritata al principe Saverio
di Sassonia, per tacere di molti al-
tri del corrente secolo distinti e
chiari, come dei cardinali Cesare
Brancadoro, Carlo Andrea Pelagal-
lo, e Domenico Spinucci creati da
Pio VII, il primo nel i8or, gli
altri nel 1816. Leone XII nel
1826 fece cardinale il vivente Tom-
maso Bernetti segretario di stato sì
di lui che del Papa regnante, e di
questi nei primi anni del pontificato.
Delle diverse forme del governo
o magistrature di Fermo, e della sua
giurisdizione, ne parleremo in pro-
gresso dell' articolo, sol qui breve-
mente noteremo le principali cose
de' luoghi dipendenti immediata-
mente dal suo governo, nelle se-
guenti comuni.
Porto s. Giorgio, detto Porlo di
Fermo. Cospicuo borgo edificato sulla
riva dell'Adriatico, a sinistra della fo-
ce del Leta. Esso nella stagione esti-
va è frequentato pei bagni marini.
Vi sono alcune chiese, ed una in co-
struzione, con case religiose d'am-
bo i sessi, e pie corporazioni di
sodalizi. Nel 11 64 1' aggregato del-
le sue case divenne proprietà del
capitolo di Fermo, che nel 1267
lo cedette alla fermana comunità,
epoca in cui prese il nome di Porto
di Fermo ; poscia la città di Fer-
mo nel i362 lo fece circondare di
mura. Ha alcuni convenienti fab-
bricati, ed in vicinanza la graziosa
chiesa di s. Maria a mare. La
FER
chiesa di s. Maria a mare è un
santuario descritto dal proposto d.
Antonio Riccardi , nell' interessante
Storia de' santuari di Maria san-
tissima, nel voi. II, pag. 349. 11
capitolo vaticano ammise l' imma-
gine che ivi si venera tra le più
celebri della Beata Vergine, ed ai
28 ottobre i663 fu incoronata con
diadema d'oro mandato da Roma
dal detto capitolo. Il Catalani pone
il castello o navale di Fermo in
questo luogo, ma il Colucci di là dal
Leta, e presso il fosso Cognolo.
Torre di Palma. Borgo posto in
cima ad una collina, che sovrasta
alla spiaggia marittima, cui l'eleva-
to campanile della chiesa maggio-
re, il quale si vede da lontano, gli
ha dato il moderno nome. Era qui
la città di Palma, una delle capi-
tali del Piceno, colonia romana,
culla di Fermo, capo-luogo del ter-
ritorio Palmense , assai celebrata
negli annali piceni. Trovasi fra le
due foci dell' Età o Leta, e dell' Aso.
Monsampierangelì , o Monsarn-
putrangeli. Terra che giace su di
un colle, con molti e belli fabbri-
cali, colla collegiata dedicala ai ss.
Lorenzo e Biagio.
Torre s. Patrizio, il cui territo-
rio è collivo.
Allidona. Terra in cui si forti-
ficò Federico II imperatore: ha la
collegiata de'ss. Antonio abbate, e
Ciriaco.
Lapcdona. Terra che sta su di
un colle, avente la collegiata sagra
ai ss. Lorenzo e Quirico.
Grotlazzolina , o Grolt' Azzoli-
na, il suo territorio è collivo.
Behnonte. Terra con borgo gia-
cente su colle.
Rapagnano, o Ripagnano. Patria
di Giovanni XFII dello XI IH
(Vedi), della illustre famiglia Sic-
FFR FER ir
cone non Secchi : altri la chiama- hio la distinzione di Fermo città,
no Rampognano. Il territorio è in dal Casteihan Firmanorum , Fer-
colle: ha comodi fabbricati, circoli- mo l'antica, al dire del Fracasset-
dati di mura, con borgo. Vi è la ti, era per cerio nell'agro Palmen-
collegiata di s. Maria, e s. Giovan- se, come rilevasi dai pochi suoi
ni Battista. avanzi. Verso l'anno 271 avanti
Monte Ottone. Situato su di un Gesù Cristo, sconfitti i piceni dal
colle, ha la collegiata sagra ai ss. cousole Sempronio , Fermo fu ri-
Pietro e Paolo apostoli. dotta prefettura de' romani , indi
Passiamo ora ai cenni storici di divenne prima colonia di essi nel
Fermo : prima riporteremo i civili, Piceno, con jus civium romano-
poi gli ecclesiastici in un a quelli rum, il diritto del voto, e 1' ag-
della arcidiocesi , servendoci prin- gregazione alla tribù Velina; prero-
cipalmente de' lodati storici. gative che più tardi alle altre co-
Fermo da alcuni si crede fab- Ionie furono accordate dalla leg-
hi icata dagli antichi sabini, e però gè Giulia . JVella seconda guerra
prima di Roma; altri la dicono punica fu tra le diciotto colo-
costrutta dopo l'atterramento di nie che prestarono aiuto a Roma;
Palma, o almeno che dagli abitanti e in quella contro Antioco re di
di questa fosse notabilmente ingran- Siria, i fermani già piovati da Ca-
dila, mentre dalla sua munita pò- tone per la loro bravura e fedel-
sizione prese il nome di Firmimi, tà vennero inviati alla scoperta del
Veramente non può affermarsi con campo nemico , e penetrativi con
sicurezza se Fermo fosse edificata sommo ardire ne riportarono un
dai sabini; sappiamo soltanto da prigioniero, per le cui rivelazioni
Plinio, che Piceni orti sunt a Sa- poterono i romani trionfare; aiutò
bìnis volo vere sacro j e nettampo- i romani anche nella guerra contro
co ci è noto se Fermo fosse fab- Perseo, e per la loro condotta i
bricata prima di Roma. Certa cosa fermani meritarono alla loro cit-
è al presente, dopo lo scoprimento tà il titolo di Firmimi firma fi-
d' una officina monetale di questa des. Successivamente Fermo ebbe
città, e dei due nummi triobolo i suoi magistrati duumviri, i qua-
e diobolo, ossia triunce e biunce tuorviri quinquennali, i seviri, i
(aes grave) con chiara la epigrafe questori dell'erario] il collegio de-
FIR, che Fermo fosse città florida gli ottoviri, de'seviri augustali, dei
e ricca , e godesse della sua auto- flamini, de' fabri, de' centonari , i
mia innanzi all'anno ^S5 di Roma, patroni, e le patrone delle colonie,
in cui il Piceno fu soggettato alla ro- Vi stanziava la vigesima legione
ìnana dominazione. Ciò fu dimostra- quasi intieramente composta di fer-
to dal De Minicis nella pubblica- mani; verso l'anno 1 33 avanti la
rione che fece pel primo delle due detta era fu misurato e diviso l'a-
gravi monete suddette con lettera grò Fermano. Nella guerra sociale
al eh. Gennarelli, il quale la ri- Gneo Pompeo Strabone vinto ed
produsse nella sua dissertazione inseguito si rifugiò in Fermo, e
sulla Moneta primitiva e i inonu- vi sostenne 1' assedio, e poscia, co-
menti dell'Italia antica, Roma 1 843 me- si accennò , potè prendere la
a pag. 5o. E posta fuori di dub- offensiva e porre assedio ad A-
n KBB
scoli ribelle a Roma, i fermata
forse allora ottennero dai romani
il nome di fratelli, e furono poi
sempre stretti amici dei Pompei
da' quali forse prese il nome ia
valle Pompejana , tra Fermo e il
mare; quindi fecero parte della
legione contro Mario e contro Ce-
sare, e furono lodati da Cicerone
per la guerra del senato contro
Marc' Antonio. Sotto 1' impero di
Augusto molte terre nel territorio
fermano furono divise tra i di lui
veterani, e alcune porzioni di esse,
dette Subsciva, dierono luogo a li-
ti tra' fermani e i faleriensi, che
poi decise . l'imperatore Domiziano,
con decreto inciso in bronzo, il cui
fac-simile conservasi in Falerone.
Si racconta che l'imperatore A-
driano restaurasse 1' anfiteatro di
Fermo, e che a Marc' Aurelio figlio
di Antonino fu eretto un monu-
mento onorario, forse dedicandosi
a lui lo stesso teatro. Nel comin-
ciare del quinto secolo dell'era cri-
stiana, o nel 4 '3, Fermo fu de-
vastata da Alarico re de' goti, e
cinque anni dopo dal succcessore
Ataulfo ; depredata poi da Attila,
nel 476 soggiacque alla sorte del
romano impero, facendo parte del
nuovo regno d'Italia, e ad Odoacre.
Non andò guari che di nuovo passò
sotto il goto dominio di Teodori-
co, la cui figlia Amalasunta l'ab-
bellì di molti edifizi, e di bagni
.suburbani, nel soggiorno che vi fe-
ce. Dopo che Belisario vi avea la-
sciato un forte corpo di truppe
imperiali, nel 545 Totila sotto-
mise la città, che passati otto an-
ni, col Piceno divenne soggetta al-
l'imperatore d'oriente, che la fe-
ce ristorare dai sofferti danni, e
decorare di fonti. Discesi i lon-
gobardi in Italia nel 569, Fermo
FER
fu da loro unita al ducato di Spo-
leto; ne fu quindi distaccata, t da
una lapide esistente in Falerone
si apprende che nel 770 Fermo
avea in Tasbuno il suo duca par-
ticolare. Si dice ancora che Fermo
sotto i longobardi toccasse l'apice
della sua floridezza, ed acquistasse
vasta giurisdizione.
Nelle dissensioni insorte tra i
longobardi , l'esarca imperiale di
Ravenna, e il Papa Pelagio I, Fer-
ino tu saccheggiata dal re lon-
gobardo Antario Elicano , che di-
strusse tutti i monumenti che la
ornavano. Gli successe l'anno 5qo
nel regno Agilulfo, il quale al di-
re dell'Adami, De rebus, fattosi cri-
stiano ad istanza di Teodolinda
sua moglie, cede Fermo e tutto
il Piceno alla santa Sede; testi-
monianza che ha poco fondamento,
ritenendosi più tardi l'epoca del-
l'origine del pontificio dominio su
Fermo. Al re Grimoaldo, che verso
l'anno 665 passò con numeroso
esercito per la città, il Catalani at-
tribuisce lo spoglio d'ogni prezio-
so monumento. Minacciando Desi-
derio re de' longobardi il Papa
Adriano I, questi ricorse alle armi
di Carlo Magno re di Francia, che
imprigionando Desiderio, die ter-
mine al regno longobardico in Italia
nel 773. Il Borgia, Memorie ist.
t. I, pag. 34, soggiunge che in que-
sta occasione anche tutti gli abi-
tanti di Fermo si diedero sponta-
neamente, e si sottomisero a Papa
Adriano I , con aver prestato giu-
ramento di fedeltà a s. Pietro, ed
al Pontefice, e con essersi fatti to-
sare alla romana, siccome testifica-
no Anastasio bibliotecario in Fila
Hadrìani I, ed il Cohellio, nella
sua Noliùa pag. 1 1 7. Così Fermo
passò sotto il paterno dominio del-
FFR
la Sede apostolica, il quale però non
venne pienamente a realizzarsi che
nel declinar del secolo XII pegli
avvenimenti che indicheremo . In
fatti ad onta di tal dedizione i
duchi di Spoleto direttamente, o
a mezzo de' conti e marchesi con-
tinuarono a signoreggiar la città,
chiamandosi marchese il governa-
tore che la reggeva, o conte: i
friulani sotto il loro marchese aiu-
tarono i duchi di Spoleto e di
Benevento, nella guerra contro Co-
stantino VI imperatore. Nel secolo
IX, e sul cominciar del medesimo,
i fermani che avevano militato
sotto Carlo Magno, sul quale s.
Leone HI rinnovò l'impero d'oc-
cidente, furono da lui ricompensa-
vi con titoli di baronie; e quando
ii di lui figlio Pipino passò per
Fermo, molli ne condusse contro
Grimoaldo duca di Benevento. Nel-
1' 896 Fermo sostenne lungo as-
sedio da Arnolfo, di cui si parlò,
mentre della bevanda narcotica ap-
prestatagli da Agiltrude, ne parla
il p. Brandimarte a pag. 186 ,
venendo contraddetta dal Muratori.
Nel g52 Ottone I il grande, dopo
aver compito l'unione d'Italia al-
l'impero, passò per Fermo, e vi
soggiornò alcuni giorni, come poi
pur fece il suo figlio Ottone II
coli' esercito nel 9"6.
Sul principio del secolo XI i
normanni condotti da Riccardo oc-
cuparono la Marca Fermana, e
quando s. Leone IX alla testa del-
le milizie papali volle affrontarli,
i fermani militarono sotto di lui.
Riuscì ad Alessandro II di togliere
a' normanni il Piceno, ma Roberto
Guiscardo, non curando le intima-
te censure, tornò ad occuparlo,
finché nel 1080 lo restituì a s.
Gregorio VII , ritenendo per sé
FER i3
porzione della Marca Fermana. Nel
iodi, reduce Urbano II dal con-
cilio di Piacenza, ove aveva pro-
mulgato la crociata per liberare i
luoghi santi di Palestina, prima di
passare a far ciò con più solenni-
tà a Clermont, si recò a Fermo
ove si ritiene che infiammasse gli
animi de' fedeli a sì santa impre-
sa. Nelle gravi vertenze insorte per
le investiture ecclesiastiche, e con-
tinuate nel pontificato di Pasqua-
le li; nel iio5, Enrico V impe-
ratore avendo occupato le Marche,
le fece governare dai marchesi im-
periali di Ancona. Più tardi, nel
1 1 3o, le invasero i normanni con-
dotti dal conte Roggiero , che de-
bellato poi dall' imperatore Lotta -
rio II, fu obbligato restituirle alla
santa Sede; in questa occasione, e
nel il 37, l'augusto onorò Fermo
di sua presenza, e vi celebrò le
feste di Pasqua. Intanto ebbero la
primaria origine le tremende fa-
zioni guelfa e ghibellina, e Federi-
co I imperatore fece marchese di
Ancona Corrado Luzelinhart, det-
to Moscancervello. Fermo seguendo
le parti dei Papi , parteggiò pei
guelfi contro l'impero, il perchè
nel 1176 Cristiano arcivescovo di
Magonza, coli' esercito imperiale la
pose miseramente a ferro e a fuo-
co, laonde i più. preziosi monu-
menti dell'archivio comunale furo-
no ridotti in cenere. Tuttavolta
Cristiano procurò compensare la
città mediante privilegi e conces-
sioni ; indi Fermo cominciò ad es-
sere governata dai consoli impe-
riali, ed il primo che si conosca è
Reginaldo del 1 1 80 , venendone
altri rammentati sino al 11 99, i
quali amministravano la giustizia
in nome degli imperatori. Ma op-
pressa la città dalle loro avanie, e
24 FETI
ma! soffrendo il giogo straniero, si
unì agli altri popoli del mezzodì
d' Italia, che convenuti in Ancona
nel ii 85 si ribellarono all'impero,
e fatta causa comune colla Chiesa
batterono il marchese Marcualdo
d'Anninuccio nel 1199, e si co-
stituirono in una forma di governo
indipendente e repubblicano. Da
quell'epoca in poi Fermo cominciò
a governarsi a comune, e colle pro-
prie leggi eleggendo un podestà, che
le facesse osservare., e riserbando
al consiglio generale, chiamato po-
polare e libero, l'esercizio del som-
mo impero. L' indipendenza italia-
na stabilita nella famosa lega lom-
barda si estese ancora a queste
provincie, e l'autorità imperiale, e
pontifìcia nel temporale in Fermo
fu poco più che nominale, ed es-
sendo divenuta tal città nemica di
Ancona, si riconciliò nell'anno i2o3
nella pace di Polverigi.
Nel secolo XIII infierirono le fa-
zioni de'guelfi e ghibellini, produ-
cendo gravi discordie , frequenti
guerre, ed accordi fra' circostanti
luoghi, e paci di breve durata.
Tuttavolta gì' imperatori mandava-
no in Italia i loro luogotenenti,
marchesi, e vicari, mentre i Ponte-
fici spedivano legati, commissari, e
rettori. Nel 1208 il conte di Ce-
lano occupò per Ottone IV la Mar-
ca; ed Azzo VI d'Este che n'era
stato creato marchese dal Papa
Innocenzo III, nel 12 io ne chiese
ed ottenne l'investitura dall'impe-
ratore. Nel portarsi Ottone IV nel
121 1 all'assedio d'Ascoli, concesse
a'Fermani segnalati privilegi, che
abbiamo di già accennati. Nel 1214
Aldobrandino d' Este seguì il par-
tito guelfo, e vi ricondusse Fermo,
i cui privilegi confermò, preponen-
dovi a governatore Guglielmo Ran-
FER
goni. Intanto avendo Federico II
rinvigorito l'abbattuto partito ghi-
bellino, i fermani per sottrarsi alla
sua dominazione, che estendevasi
in gran parte degli stati della santa
Sede, spontaneamente nel 1224 s'
assoggettarono al proprio vescovo,
giurando di non riconoscere altro
signore, e conservandosi neutrali
fra il Papa e l'imperatore, al qua-
le furono obbligati a sottomettervi-
si nel 1242; ed in premio ebbero
diploma di mero e misto impero,
e la conferma della giurisdizione
sui lidi del mare dal Tronto al fiu-
me Potenza. Probabilmente fu al-
lora che Federico II concesse a
Fermo di usar per insegna l'a-
quila ghibellina coronala, la quale
venne poi aggiunta alla croce, an-
tico suo stemma. Finalmente aven-
do Innocenzo IV scomunicato e de-
posto nel primo concilio generale di
Lione Federico II, il cardinal Ra-
niero legato apostolico nel 1249
fece ritornare Fermo all'ubbidien-
za della santa Sede, colla conferma
de' privilegi concessi dall' ultimo
imperatore. Ma il rigore adottato
dai pontifìcii rettori, e le segrete
brighe di Manfredi re di Napoli
ridestò lo spirito ghibellino, allon-
tanandosene lo scoppio col trattato
conchiuso a Montecchio dal rettore
Annibaldo di Trasmondo nipote di
Alessandro IV nel 1 256. All'ap-
parire però dell' esercito di Man-
fredi , Fermo a lui si sottomise
previa la conferma de' suoi privile-
gi; cui successero armate dissen-
sioni, nel 1266 la morte di Man-
fredi, e nel 1270 sulle sponde del
Tenna combatterono fermani con-
tro fermani, restando vinto dai rin-
vigoriti guelfi Ruggiero di Luppo
capo de' ghibellini che avea signo-
reggiato sulla città. Gelosi gli asco-
TER
l.mi della giurisdizione marina di
Fermo, mossero più volte contro
di essa, ma in vari incontri furo-
no battuti ; né cessando le mole-
stie, queste proibì nel 1286 il Pa-
pa Onorio IV. Prima di tal tem-
po e nel 1260 Fermo erasi allea-
ta colla possente repubblica vene-
ta, la quale gli spediva per pode-
stà i più cospicui cittadini; e quan-
do Gregorio X volle sostenere col-
le armi la libera navigazione del-
l' Adriatico, i fermani seguirono la
parte veneta. Va pure ricordata
la venuta iti Fermo nel 1228 di
Giovanni di Brienne ultimo re di
Gerusalemme, e poscia quella di
Baldovino li imperatore d'oriente
nel 1245, allorché portavasi al me-
morato concilio lionese. Nel secolo
XIII fondò Fermo la sua baro-
nale giurisdizione, ricevendo per
concessione de' Papi ed imperatori
sotto il suo dominio la principal
parte delle terre e castelli che fu-
rono poi a lei soggetti, non che
altri acquistandone a titolo onero-
so, o per spontanea sommissione.
Dopo la morte di Benedetto XI,
eletto in successore Clemente V,
questi stabilì la residenza papale in
Avignone , il perchè i ghibellini
rialzarono la testa, cui unironsi i
(etmani; indi nel i3i6 assaltaro-
no il rettore della Marca, allea-
ronsi con Osimo e Recanati, e nel-
la prima città sconfissero nel i323
le centi della Chiesa. Nel i326 s'im-
o
padronirono di S. Elpidio, e facen-
do strage de'guelfi, Giovanni XXII
dichiarò ribelli i fermani, promul-
gando contro di essi una crociata.
per cui quelli del partito guelfo
avevano indotti gli altri a ritorna-
re al dominio della santa Sede;
ma i ghibellini osimani penetraro-
no all'improvviso nella città, la po-
FLR 25
scio a ferro e a fuoco, incendian-
do la curia, e spargendo il terrore
fra i loro nemici. Alla venuta di
Lodovico il Bavaro il partito ghi-
bellino più che mai divenne arro-
gante; Fermo nel 1327 si sotto-
mise a quel principe, seguì l'anti-
papa Nicolò V, ma dopo la par-
tenza dall'Italia del Bavaro, essen-
do stata privata del vescovato, e
punita coli' interdetto, tornò alla
divozione della santa Sede, ed ot-
tenne perdono da Giovanni XXII.
Però nel 1 33 1 insorse Mercenario
da Monte Verde, fanatico ghibelli-
no, il quale sottomise Fermo che
dominò per dieci anni sino alla sua
uccisione ; ed allora di nuovo il
popolo proclamò la libertà, e ri-
conobbe la sovranità del Papa. In-
di nel 1 348 incominciò a tiranneg-
giar la patria il ghibellino Gentile
da Mogliano : sotto di lui rinnova-
ronsi le guerre cogli ascolani pel
dominio dei lidi marittimi ; i Ma-
latesta signori di Rimini prima im-
prigionarono Gentile, poi assedia-
rono Fermo nel 1 353, che aiutata
dagli Ordelaffi signori di Forlì evitò
maggiori conseguenze. Frattanto vo-
lendo Innocenzo VI ricuperare i
domimi della Chiesa, da Avignone
spedì in Italia il celebre cardinal
Albornoz, al quale giurò sommis-
sione Gentile, venendo perciò di-
chiarato gonfaloniere della Chiesa
romana. Indi con riprovevole per-
fidia ribellossi ad essa nel i3t5,
dopo es«ersi alleato cogli Ordelaffi
e i Malatesta. Il valoroso cardinale
battè i Malatesta, e spedì suo ni-
pote Blasco Fernando ad assediar
Gentile eh' erasi chiuso nella rocca
del Girone: gli assedianti avendo a-
perto la breccia, furono dai fer-
mani, disgustati di Gentile, accolli
con tripudio. Gentile ebbe salva la
a6 FER
vita, ma poi unendosi a' nemici
della Chiesa a devastarne le terre,
in un al figlio ebbero mozzata la
testa, tornando Fermo alla sogge-
zione del Pontefice. Non andò gua-
ri che altro signore nel i36o fu
dato a Fermo per la cessione che
ne fece il cardinal Albornoz a Gio-
vanni Visconti d'OIeggio, in com-
penso di avere restituito Bologna
alla santa Sede . Mori dopo sei an-
ni l'Oleggio, e per opera de' fio-
rentini la città si ribellò nel ì3j5,
uccise il podestà, e riconosciuto per
capo Rinaldo di Monte Verde, man-
dò aiuti agli ascolani pur essi ri-
bellati contro il rettore pontifìcio.
Nel 1 377 Gregorio XI restituì
a Roma la residenza pontifìcia,
mentre i fermani assalirono S. El-
pidio, e messolo a ferro e a fuoco
gli presero la sagra Spina, che nel
1272 Filippo IH l'Ardito re di
Francia avea donata al b. Clemen-
te di Sant'Elpidio: reliquia che tut-
tora venerasi con gran divozione
in Fermo. Indi si sottrassero i fer-
mani dalla soggezione di Rinaldo,
terminando Urbano VI le loro
guerre cogli anconitani. Nel i38o
decapitarono Rinaldo, la sua mo-
glie, e i figli per averli tiranneg-
giati ; n'esposero per terrore pub-
blicamente le testej ed eressero una
colonna con epigrafe per rammen-
tare a' posteri la liberazione della
patria. Allora i fermani attesero a
consolidar la riacquistata libertà;
compilarono gli statuti, cioè ebbe-
ro il suo principio, giacche non si
pubblicarono che nel i5o7 in Ve-
nezia per cura di Marco Marcello,
essendone stato compilatore Paolo
de Castro ; poscia restaurarono il
Girone, e da Venezia chiamarono
Marco ed Andrea Zeno perchè ne
regolassero il governo, approssima-
F E R
tivainenle a quello della loro re-
pubblica. Fermo successivamente
provò gli effetti del lagrimevole e
lungo scisma, che divise i fedeli
dal 1378 al i4'7; più volte con
forti somme fu costretta redimersi
dalle prepotenti compagnie di av-
venturieri armali, come di assoldar
truppe, per guardarsi dagli stessi
condottieri delle milizie papali, spes-
so traditori; ma nel i3c)o rico-
nobbe la podestà di Andrea Toma-
celli rettore della Marca per Boni-
facio IX suo zio; poi venuta in
discordia con esso, lo combattè nel
1392, e nell'anno seguente chiese
ed ottenne di pacificarsi, pagando
in pena quattromila ducati al Pa-
pa, il quale liberò la città per do-
dici anni, con mero e misto impe-
ro. Intanto i Varani, signori di Ca-
merino, guerreggiarono co' fermani
pel possesso di vari castelli, massi-
me di Montegranaro. Antonio A-
ceti fermano celebre giureconsulto
e prode militare, essendo gonfalo-
niere di giustizia, s' insignorì della
patria, chiamò in sostenimento il
conte di Carrara contro le genti
della Chiesa, mentre per questa
Biordo da Perugia si mosse con
undicimila cavalli. Nel i3o,6 una
fazione de' ghibellini saccheggiò la
città, massime il ghetto degli ebrei.
A porre un termine a tanta anar-
chia, cedendo Bonifacio IX alle
istanze di Fermo, nel i3o,7 inviò
a riprenderne possesso prima il vi-
ce rettore della Marca, e poscia il
suddetto marchese Andrea Toma-
celli, che ottenne dall'Aceti rinun-
cia a qualunque diritto, colla ces-
sione di Montegranaro sino a ter-
za generazione. In mezzo a tante
civili discordie per ben cinque vol-
te la peste afflisse Fermo dopo la
metà del secolo XIV, che per li-
FEU
tararsi dal contagio, invocando il
patrocinio della B. Vergine della
Misericordia , in ventiquattro ore
fabbricò una chiesa, nel luogo ove
poi nel seguente secolo fu edifica-
to il palazzo apostolico. Fu nel
secolo XIV che la curia generale
fu stabilita in Fermo, contro di cui
indarno nel 1872 reclamarono pei"
gelosia i maceratesi.
Divenuto Pontefice Innocenzo VII,
nel i4<>5 nominò marchese della Mar-
ca di Ancona, principe di Fermo, e
capitano generale delle genti d' arme,
il nipote Lodovico Migliorati di Sul-
mona, valoroso, politico, ma cru-
dele. Nel »4o6 fissò la sua resi-
denza in Fermo, cui confermò i
diritti e i privilegi. Alleato de' fio-
rentini, battè i pisani, con una
truppa di fermani. Morto lo zio,
Gregorio XII che il successe non
volle confermarlo, e spedì in vece
il vescovo di Montefeltro a gover-
nare le Marche; il perchè indi-
spettito il Migliorati volle sostener-
si colla forza, unendosi al partito
ghibellino di Ladislao re di Nano*
li contro il Papa, il quale per le
mene del re, che temendo il suo
emulo Lodovico d'Angiò seminava
discordie, avea deposto Migliorati
dal governo della Marca. Succes-
sero continue scorrerie d' ambo le
parti, ma prevalendo il partito di
Ladislao, potè Migliorati continuar
nella signoria di Fermo, commet-
tendo però molti atti violenti ,
fra'quali è la decapitazione di An-
tonio Aceti ragguardevole fermano,
e di Giannocchio Migliorati suo
fratello. Nel i4°9 fu nel concilio
di Pisa deposto Gregorio XII, ed
invece eletto Alessandro V, il qua-
le confermò nel potere Migliorati,
dichiarandolo vicario della Marca,
e principe di Fermo. Essendo inor-
l'ER 27
to Alessandro V, gli successe Gio-
vanni XXIII nel i4io5 mentre
Gregorio XII essendosi pacificato
con Ladislao , creò iegato della
Marca Angelo cardinal di s. Ste-
fano, e con lettera de' 18 novem-
bre avendo dato nuovamente il
governo di Fermo al Migliorati,
lo dichiarò generale dell' esercito
ecclesiastico, con ordine che si u-
nisse alle truppe di Ladislao. Aven-
do però questi nel 1412 abbando-
nato Gregorio XII, per sottoporsi
a Giovanni XXI II, anche Migliorati
ne segui l'esempio, ebbe ampliata
la sua autorità, venne fatto rettore
geuerale della Marca, e capitano
generale delle sue armi. Quindi il
Migliorati dovè combattere con Ma-
latesta costante difensore di Gre-
gorio XII, e collo stesso Ladislao
eh' erasi inimicato con Giovanni
XXIII, a segno che lo costrinse
nel i4'3 a fuggire da Roma. Tor-
nato Migliorati agli stipendi del te,
questi mori nell'agosto i4'4- Adu-
nato il concilio di Costanza per
porre un termine allo scisma, il
Migliorati dopo vari combattimen-
ti sostenuti col Malatesta, si sotto-
mise ai commissari del concilio,
che Io nominarono rettore della
Marca, e capitano della lega con-
tro il Malatesta nel 14' 5 con fe-
lice successo, se non che una tre-
gua nell' anno seguente sospese le
ostilità, che tei minarono affatto col
matrimonio contratto da Migliora-
ti con una Malatesta nel i4'7j
anno in cui coll'elezione di Marti-
no V ebbe fine il tremendo scisma.
ISel 1420 combattendo Miglio-
rati quale alleato de nuovi suoi pa-
renti a danno de'Visconti, fu impri-
gionato, e liberato nel 1421 restò
di essi amico, come costante nell'e-
sercizio della signoria di Fermo, e
a8 FER
nell' ubbidienza alla «anta Sede;
aiutò nel 1^16 il rettore della Mar-
ca a sottomettere Antonio Nufri ,
oberasi impadronito di Sanseverino,
e morì in Fermo nel i4^8. Gen-
tile suo figlio ch'era agli stipendi del
duca di Milano, corse in Fermo, e
si rinchiuse con suo fratello Fer-
mano nel Girone, deciso di conser-
var il possesso della città. Il Papa
Martino V gl'intimo l'evacuazione,
ciò che eseguirono per accordo, es-
sendosi dichiarati i cittadini in fa-
vore della Chiesa, per la quale ne
prese possesso il rettore della Mar-
ca. Da quell'epoca sino al i433
Fermo rimase nell' ubbidienza al
Pontefice, il quale loro mandò uno
speciale rettore, confermandogli tutti
i privilegi che godevano; tra questi
eravi il diritto di presidiare la fie-
ra che nel mese di maggio que' di
Ripatransone tenevano presso la lo-
ro città. Frattanto Francesco Sforza
avvicinandosi con potente esercito
per occupar la Marea_, i fermani gli
si sottomisero, e ricevettero onora-
tamente quel prode nel i434- Eu-
genio IV volendo distaccar lo Sfor-
za dai Visconti, lo elevò al grado
di gonfaloniere della Chiesa, rettore
della Marca, e vicario perpetuo di
Fermo, sanando cosi per bisogno
l' usurpazione. Ingratamente corri-
spose Francesco, combattendo 1 Va-
rani, facendo morire Baldassare di
Ofilda luogotenente del Papa, per-
chè avea tentato ucciderlo; abbrac-
ciò il partito di Angiò, e si mise in
guerra con Alfonso di Aragona ; si
collegò co' veneti a danno dei Vi-
sconti , e fatto nel i44° arbitro
della pace, n'ebbe in premio la
mano di Bianca figlia ed erede del
duca di Milano, che gli portò in
dote la città di Cremona. Dichiarò
allora la moglie gq,vernatrice delle
FER
Marcile, fortificò Fermo, e comin-
ciò la guerra contro Eugenio IV,
che gli oppose Nicolò Piccinino,
fatto in stia vece gonfaloniere della
Chiesa. Nel i442 essendosi Ripa-
transone ribellato in favore della
Chiesa^ lo Sforza con valido eserci-
to lo prese e lo saccheggiò , e ne
trasportò vasi sagri , campane , e
suppellettili preziose , delle quali
ornaronsi le chiese di Fermo. Indi
nel i443 la città fu fortificata per
resistere al re Alfonso di Aragona,
il quale col suo esercito di dieci-
mila uomini fu fugato da Alessan-
dro Sforza che pel fratello difen-
deva Fermo. Dopo altri avvenimen-
ti, ad esempio delle città marchia-
ne, i fermani a' 24 novembre f44^
si rivoltarono contro gli Sforza, gri-
gando : viva la Chiesa e la libertà ;
indi col cardinale Scarampi patriar-
ca d'Aquileia fissarono le condizioni
del loro ritorno all' ubbidienza del-
la santa Sede, salvo il libero go-
verno della loro città, i diritti, e le
loro leggi. Nel seguente anno il le-
gato cardinal Capranica costrinse
Alessandro ad abbandonare il Giro-
ne, mediante lo sborso di diecimila
fiorini, cessando così la signoria degli
Sforza su Fermo. Allora i ferrnani
inviarono ambasciatori ad Eugenio
IV per ottenere la conferma dei
patti e condizioni mentovate, ed il
Papa gli approvò , mantenendo la
città in pieno possesso del libero
e sovrano governo del suo contado
sotto un cardinal legato, siccome
abbiamo dal Novaes nelle Vite dei
Pontefici; e pel primo nominò il suo
nipote Francesco Condulmieri , cui
più tardi successero altri cardinali
nipoti di Papi con titolo di gover-
natori , finché Innocenzo XII aven-
do abolito il nepotismo prepose al
governo della città e stato di Fei -
FER
mo una congregazione cardinalizia,
col cardinal segretario di stato prò
tempore per prefetto . Ma dipoi
Clemente XIII sopprimendo siffatta
congregazione, assoggettò il governo
della città e territorio di Fermo alla
Congregazione della Consulla, e del
Buon governo [Vedi), finche poi
divenne Delegazione apostolica {Ve-
di). A pag. i5o e i5i del volu-
me XVI del Dizionario è riporta-
to quanto riguarda la Congregazione
Fermano, ed inoltre può leggersi
la costituzione di Clemente XIII,
de'i3 ottobre 1761, Cum eae po-
liores sint justitiae. « Quae regimen
» politicum et economicum civita-
» lis et status Firmarli, congrega-
» tionibus super consultationibus sta-
>» tus pontificii , et bonis regiminis
» addicitur ". Nel 1744 ° I74^ fu
stampato in Fermo il Compendio
storico del governo di Fermo j e
nel 1745 in Roma la Risposta delle
comunità dello stato di Fermo al
compendio islorico fallo s lampa re
da questa città nel 1 744-
Dopo l'uscita degli Sforzeschi dal
Girone, conoscendo i fermali i che tal
rocca era occasione e mezzo di tiran-
nia, al modo che si disse la dirocca-
rono ; indi a' 1 2 aprile 1 44-7 dal
nuovo Papa Nicolò V ebbero con-
fermate le loro immunità e prero-
gative, e pacificaronsi cogli ascolani
facendo seco loro alleanza. Quando
Pio li stabilì la crociata navale
contro il turco, Fermo contribuì
tremila cinquecento scudi d'oro
pel mantenimento d'una nave per
sei mesi, oltre una questua di grano
ed orzo; ma l'avvenimento il più
rimarchevole degli ultimi anni del
secolo XV, e di funeste conseguenze
pe' fermani, fu la guerra col castello
di Monsampietro degli Angeli , al-
lora detto degli Agli. Profittando
FER 29
esso del dominio e delle guerre degli
Sforza, si sottrasse dalla soggezione
di Fermo, che avendo esaurite le
vie conciliative perchè tornasse a
sottomettersi, nella sede vacante del
i464 Per morte di Pio li, lo pre-
sero d' assalto, ne diroccarono le
mura e portarono a Fermo gran
numero di prigionieri. Paolo li ne
fu dolentissimo, e perdonò a' ferma-
ni a patti che fra due mesi rista-
bilissero le mura, e rilasciassero i
prigioni, siccome prontamente fece-
ro. Insorta in pari tempo discordia
con Mogliano, perchè erasi sottratta
dal dominio fermano, nel i483
gli ascolani presero a proteggerlo
in un a Monsampietrangeli , che
perciò soggiacque a nuovi danni.
Innocenzo Vili proibì ulteriori osti-
lità, e condanuò Fermo all'ammen-
da di mille scudi d' oro. Ad onta
di ciò i fermani fecero delle scor-
rerie sui territorii ripani ed ascola-
ni, i quali s' impadronirono d'Offi-
da, ciò che fu motivo di guerre tra i
limitrofi luoghi ; assoldando i fer-
mani nel 1498 il celeberrimo An-
drea Doria e il conte d' Urbino,
perchè la città reggevasi colle pro-
prie leggi , esercitando i diritti di
mero e misto impero, per cui tal-
volta i Papi raccomandarono talu-
no al gran consiglio, perchè fosse
eletto in podestà. Aiutarono i fer-
mani Innocenzo Vili contro Boe-
colino de' Garzoni, che tentava di
dare Osimo al sultano Bajazet II,
come per la presa di Leone Pilla-
10 di lui ambasciatore al sultano.
In questo secolo per otto volte Fer-
mo provò i mortiferi effetti della
peste, nella prima delle quali peri-
rono undicimila cittadini. Nel pon-
tificato di Alessando VI Borgia, Li-
verolto od Oliverotto Uffreducci, avea
militato sotto alcuni chiari capita-
3n FER
ni, e sotto il figlio del Papa, Cesa-
re duca del Valentinois , quando
concepì ed effettuò il progetto di
farsi tiranno della patria, che agli 8
gennaio i5o2 occupò per sorpresa,
dopo aver fatto strangolare i più
rispettabili gentiluomini fermani, ed
altri barbaramente massacrare an*
che a mezzo di sicari e del veleno.
Spaventata così la città, si dichiarò
«gli signore di Fermo, inviando al
Papa ambasciatori, coll'assicurazione
eh'ei la teneva come un vicario
della santa Sede. Indi Liverotto si
unì a Cesare per rapire ai Varani
Camerino, e poi si confederò a suo
danno nella dieta celebrata alla Ma-
gione ; ma Cesare con simulazione
riguadagnò Liverotto per prender
Sinigaglia, ove lo fece strozzare, con
vero giubilo di Fermo, ch'elesse
per signore Cesare. Divenuto Papa
Giulio li, il Borgia andò spogliato
di tutti i dominii. Morto quel Pa-
pa nel i5ì3, nella Sede vacante
Lodovico nipote di Liverotto pose
in campo le sue pretensioni , re-
cossi a Falerone donde era oriun-
da la sua famiglia , e cominciò a
brigare per formarsi un partito ,
donde ne fuggì quando Fermo spe-
dì quattromila fanti per imprigio-
narlo. Alla elezione di Leone X, di
cui era stato paggio, per la prote-
zione che godeva della sua famiglia
Medici, ardimentoso Lodovico oc-
cupò Fermo, cacciò i principali del-
la città, e fu dal popolo acclamato.
Nel i5i6 partì per la Francia con
Giuliano de' Medici ambasciatore del
Papa, ed allora molti banditi, coi
Brancadoro s' impadronirono della
città . Momentanea fu la calma che
gli procurò il vice legato di Leone
X, perchè Muzio Colonna favorì
le loro macchinazioni, e ne restò
ucciso da un colpo d' artiglieria
FER
mentre assaltava la città, perciò pu-
nita con quattro giorni di saccheg-
gio ; mentre Petritoli amica dei
Brancadoro fu incendiata da Carlo
Baglione. Allora Leone X pel vice
legato della Marca, con ordine dei
i4 agosto i 519, vietò ai rettori, ed
alle comunità della provincia di
aiutare i fermani nelle discordie ci-
vili ; indi chiamò a Roma Bartolo-
meo Brancadoro e Lodovico Uffre-
ducci, e li pacificò. Non andò gua-
ri che questi fece uccidere Bartolo-
meo, per cui la città dichiarò Lo-
dovico fellone, rompitor della pace
e pubblico nemico ; ed il Papa ne
comandò l'imprigionamento. Lodo-
vico si abbandonò alla sorte delle
armi, saccheggiò Carnasciale, e pre-
se S. Benedetto, Servigliano e Fa-
lerone, meditando gettarsi su Fer-
mo, quando fu vinto ed ucciso dalle
milizie pontificie, comandate dal ve-
scovo di Chiusi Bonafede, che pa-
cificati i cittadini ridusse Fermo
alla primiera sudditanza alla santa
Sede. Nel 1840 il eh. De Minicis
pubblicò nella distribuzione 49 del-
l' Album la biografia di Lodovico
Eufreducci signore di Fermo , col-
l' incisione del suo monumento se-
polcrale che tiene il primo luogo
fra quei che adornano questa città,
non meno per la bellezza del di-
segno, che pel magistero del lavo-
ro; ricordando in essa alcuni fatti
storici del Piceno e di Fermo che
ne' tre ricordati precedenti secoli
ebbero pure assai parte nei grandi
avvenimenti della nostra Italia. La
biografia coli' incisione fu stampata
anche a parte.
Nel pontificato di Clemente VII
e nel 1 533 rifuggironsi in Fer-
mo cinquanta abitanti di Monsam-
pietro, ciò che produsse altre guer-
re contro quel castello , che >cAU
F E R
Paolo III, obbligando gli ascolani
che l'avevano occupato ili restituii lo
a Fermo, collo sborso di dodici-
mila ducati. Nel i536 il cardinal
di Trani, legato della provincia ,
per l'uccisioue fatta in Fermo di
certo Tafarano di Monsampielro ,
sottopose la città all' interdetto, ed
all'ammenda di diecimila ducati;
indi nel i53j tolsegli il castello
che die al cardinal Cesarini. Tut-
ta volta i fermani Io riebbero da
Paolo III; ma h consiglio del le-
gato avendolo abbandonato gli abi-
tanti, per dispetto i fermani lo di-
roccarono in gran parte, perdendo
quindi la benevolenza del Papa ,
il quale comandò a suo figlio Pier
Luigi Farnese di trattar Fermo da
ribelle; e siccome la trovò disabi-
tata, l'abbandonò al saccheggio del-
1 esercito. \ enne poscia il legato,
richiamò i cittadini con promessa
di amnistia, ma pronunziò la sen-
tenza con cui dichiarò Fermo pri-
vata del suo stato, e d'ogni giu-
risdizione; vi lasciò un governato-
re, ed un podestà a nome della
Chiesa ; fece impiccare Troilo Ada-
mi imputato dell' uccisione di Ta-
farano, e riprese possesso del tan-
to contrastalo Monsampielro. Nel
1 538 il Pontefice elesse il suo ni-
pote cardinal Ranuccio Farnese, in
governatore dello stato fermano ,
che mandò il suo luogotenente a
risiedere a Monte Ottone. Inutili
furono le umiliazioni di Fermo,
solo nel i54? ottenne di essere
reintegrata per mediazione del car-
dinal Farnese, cui rimasero in feu-
do Mogliano e Petritoli: dovè però
Fermo pagar alla camera apostoli-
ca duemila scudi d'oro d'ammenda,
e contentarsi che Monsampietro ri-
manesse esente dalla sua giurisdi-
zione. Restituì il cardinale ai fermani
Fl.R 3r
nel i J49 Mogliano e Petritoli, ma a
cagione del vice legato Mignanelli
questi due castelli combatterono coi
fermani. Nel i55o nel governo di
Fermo, secondo il lodato Fracas-
setti, avvenne il più essenziale cam-
biamento, giacché decretossi per
pubblico consiglio di chiedere al
Papa di aver per privilegio in go-
vernatore il nipote o il più. pros-
simo parente del Papa regnante ,
ciò che ottenne da Giulio III : laon-
de d' allora iu poi senza grandi
interruzioni, sino al pontificato d'In-
nocenzo XII, fu Fermo dipenden-
te dal suo special governatore, che
mandava un dottore, e più spesso
un prelato luogotenente, a sostener
le sue veci. Tralasciando di regi-
strare le gare e discordie tra Fer-
mo e i suoi castelli, i fermani mi-
litarono in diverse guerresche spe-
dizioni ; e gravi danni soffrirono
nel passaggio di eserciti francesi ,
e maggiori dalla peste, per cui e-
ressero un tempio a s. Rocco , e
un lazzaretto a Capodarco. Tali so-
no i principali avvenimenti del se-
colo XVI per Fermo, cui vanno
aggiunti quei gloriosi derivatigli dal
suo pastore cardinal Peretti, esal-
tato al trono papale nel 1 58 5 col
nome di Sisto V, il quale confermò il
governo di Fermo, che allora ren-
deva quattro o cinque mila scu-
di annui, a Giacomo Boncompa-
gno, figlio del predecessore Grego-
rio XII 1, che lo avea pur conferma-
to generale della Chiesa . Il Bon-
compagno era stato fatto governa-
tore da Gregorio XIII nel i5y5;
e gli successe nella carica il suo
zio Boncompagno. V. Caesar Ot-
tinellus, De Firmio Piceni urbe no-
bilissima elogium ad Sixtum J
Pont. Max.
Ritornata stabilmente Fermo sot-
3?. FER
to l' intero dominio della santa Se-
de, ebbero fine le discordie civili
Ira cittadini, e le guerre co' ca-
stelli, ognuno rappresentando le sue
ragioni legalmente, senza alterazio-
ne della pubblica tranquillità , go-
vernandola come si disse i nipoti
o consanguinei dei Papi . Clemen-
te Vili ne fece governatore il ni-
pote cardinal Aldobrandino , alla
cui venuta nel i6o4 un incendio
distrusse preziose memorie dell'ar-
chivio. JNel 1621 Gregorio XV fe-
ce governatore Francesco Boncom-
pagno, figlio del suddetto Giacomo,
ma poco durò, per essere fatto car-
dinale ; ed Urbano Vili nominò
governatore suo nipote, il cele-
bre cardinal Francesco Barberini.
Però nel seguente pontificato d'In-
nocenzo X, grave avvenimento tur-
bò il godimento della pace. Nel
1648 gran parte de' cittadini di
Fermo, a tamburo battente, e a
bandiere spiegate , si levarono a
tumulto, ed armati portaronsi dal
governatore monsignor Uberto Ma-
ria Visconti milanese , ebe gover-
nava la città pel cardinal Camillo
Panfili nipote del Papa. Cagio-
ne del tumulto fu la carestia di
grani che più volte avea fatto am-
mutinar il popolo chiedendo pane :
questi non sentì più freno quando
vide che il prelato invece ne man-
dava a Roma, togliendolo per for-
za ai proprietari ; anzi chiamò dei
soldati corsi, perchè proteggessero
la spedizione. Invano il prelato fu
scongiurato dai magistrati civici, e
da altre persone a desistere da tal
procedere; sordo a qualunque in-
sinuazione non rispose che con
disprezzo, e si ricusò di dare udien-
za al magistrato. Infuriato per tal
modo il popolo saccheggiò il pa-
lazzo, penetrò nelle prigioni ov'e-
FER
rasi rifugiato il governatore, e l'uc-
cise, dopo aver massacrato Barai li
suo amico e il suo maestro di ca-
sa. Indi certo Froscetta ne trasci-
nò il cadavere sulla piazza , die
spogliato delle vesti rimase inse-
polto sino alla notte, finché i cap-
puccini lo tumularono nella chiesa
di s. Maria dell'Umiltà. La città
spedì al cardinal Alessandro Mon-
talto, nipote di Sisto V, che tro-
vavasi a Sant'Elpidio perchè si re-
casse in Fermo, ciò che fece pron-
tamente, ottenendo che deposte le
armi i cittadini tornassero all'ordi-
ne. Innocenzo X mandò a Fermo
con amplissime facoltà monsignor
Lorenzo Imperiali, il quale ivi già
avea rappresentato il cardinal Bar-
berini, con mille e duecento fanti,
e trecento cavalli comandali dal
conte David VVidmau. L'Imperiali
restituì la pace alla città colla pu-
nizione di molti, meritando poi la
carica di governatore di Roma, e
la dignità cardinalizia. Molti rei
erano fuggiti, un gentiluomo fu de-
capitato, e la sua testa fu collo-
cata in uno de' pilastri della piaz-
za; cinque plebei furono impiccati;
il Froscetta trascinato a coda di
cavallo; dodici ebbero la condanna
di galera; agli uni fu abbattuta la
casa, agli altri confiscati i beni, e
la città pagò duemila ducati pei
danni recati al palazzo governati-
vo. Innocenzo X usò piuttosto in-
dulgenza, e n'ebbe parte, senza u-
rnani riguardi , il fermano Decio
Azzolino poi cardinale. Alessandro
VII dichiarò governatore di Fer-
mo il nipote cardinal Flavio Chi-
gi. Finalmente nel 1676 il Papa
Innocenzo XI rispose ai fermaui,
che domandavano per governatore
il celebre cardinal Alderano Cibo
suo segretario di slato, che voleva
FER
abolire il nepotismo, e che avreb-
be in vece creata uua congrega-
zione particolare di prelati, uno dei
quali ne fosse segretario , con il
promotore fiscale con voto consul-
tivo, con un avvocato relatore, e
presieduta dal cardinal segretario
di stato, dalla quale verrebbe no-
minato il prelato governatore di
Fermo. Indi nel 1680, Alessandro
Vili Oltoboni, elesse il cardinal
Pietro suo nipote in governatore
di Fermo ; ma Innocenzo XII sta-
bilì la congregazione fermana , a
cui spettava il governo pubblico
ed economico della città, e il di-
ritto di decidere in grado di ap-
pello le cause dello stato fermano,
la qual congregazione sebbene con-
fermata da Benedetto XIV nel
i~46; il successore Clemente XIII
nel 1761 l'abolì, invano reclaman-
do Fermo. Le sue rimostranze non
ebbero considerazione, e fu gover-
nata da Roma come le altre città
dello stato pontificio. L'ultimo pre-
lato governatore della congregazio-
ne fu Antonio Ripariti da Jesi; ed
il primo nominato direttamente dal
Papa fu Benedetto Lopreste pa-
lermitano. Fermo provò gli effetti
politici che posero a soqquadro gli
ultimi anni del secolo passato, ed i
primi del corrente; fu capoluogo
del dipartimento del Tronto, sotto
il governo de' francesi, e della suc-
ceduta delegazione apostolica.
Oltre i citati autori, scrissero delle
cosedi Fermo anche i seguenti: Frau-
ciscus Adami, De rebus in n'aitale
Firmano, gestis fragmentum libri
duo, Romae 1 5g t ; Michele Cata-
lani, Origini e antichità fermane,
Fermo 1778; Giuseppe Colucci, Del-
le antichità picene. Fermo 1788;
Francesco Maurizio Gontieri, Fer-
mo antico e moderno, discorso ac-
\< r.. xxiv.
FER
33
cademico, Fermo 1 692 ; Risposta
della città di Fermo alla scrittu-
ra fatta slampare a nome dei ca-
stelli del suo contado contro il com-
pendio istorico del governo di Fer-
rara ; Majolino Bisaccioni, Istoria
della guerra civile di Fermo, ex-
stat nella Storia delle guerre ci-
vili del medesimo, Bologna 17 53;
Giorgio Marchesi, Della città di
Fermo, in cui soprattutto ragionasi
delle nobili famiglie de' Brancado-
ri e de' Nobili. Lo storico Fra-
cassetti, a pag. 5 e seg. delle sue
Notizie storiche, riporta un erudito
cenno sugli storici municipali , da
cui nella massima parte sono de-
rivate quelle da lui egregiamente
descritteci, citando per ultimo l'o-
puscolo del eh. Achille Gennarelli
intitolato : Marmi ottovirali editi ed
inediti, e sopra alcuni monumenti
ed iscrizioni fermane, e i diversi
articoli inseriti ne' giornali lettera-
ri, ed opuscoli del eh. avv. Gae-
tano De Minicis. Nell'appendice poi
ci dà i passi de' classici scrittori
risguardanti Fermo , ed una rac-
colta delle sue iscrizioni.
Nel Piceno, e massime in Fer-
mo, sul declinare del primo secolo
di nostra era fu promulgata la lu-
ce del vangelo, principalmente dai
ss. Marone ed Apollinare, laonde
al dire dell' Ughelli , Italia sagra
tom. II, pag. 678 e seg., 1' origine
della sede vescovile risale al terzo
secolo, registrando per primo ve-
scovo s. Adriano, e per secondo s.
Alessandro ambidue martiri; ma a
sentimento dell'arcivescovo Alessan-
dro Borgia, Omel. IX, tom. II ; del
Catalani, De Eccl. Firm.; e del De
Minicis, Sarcofago crist. illust. pag.
23 e seg., non restando provato il
vescovato di s. Adriano, che per lu
sola testimonianza dell'Ottinelli nel-
3
34 FEK
la succitata orazione , citato perciò
dall' Ughelli, non lo pongono i cri-
tici nel novero de' vescovi fermani,
e forse una monetina colla leggen-
da s. Hadrianus , e le parole de.
Firmo, di cui parla il De Minicis,
potrà dare un qualche schiarimen-
to su questo punto. Certo è che
sotto Decio, acclamato imperatore
l'anno 249, g'^1 grandemente vi si
professava il cristianesimo, e n' era
vescovo s. Alessandro che vuoisi
della patrizia famiglia Sinigardi, e
perciò senza contrasto riconosciuto
pel primo fermano pastore; e nella
persecuzione di quel principe, in-
sieme a settanta martiri, peri vit-
tima gloriosa di fermezza nel soste-
nere la fede di Gesù Cristo. A
lui succedette s. Filippo, anch' e-
gli fermano , probabilmente eletto
ne' primordi dell' impero di Vale-
riano, dal clero di Fermo col con-
senso del popolo , quindi risplen-
dendo per santità di vita, e non
cessando di propagare e rafferma-
re il cristianesimo patì il martirio
sotto Valerio verso l'anno 257, ov-
vero nella persecuzione di Aurelia-
no nel 272,, o in quel torno, nel-
la contrada detta di Pozzo Massi-
ino presso Fermo, vicino alla pub-
blica strada che conduce a s. Ma-
ria a mare. Opina pertanto il lo-
dato De Minicis, che i numerosi fe-
deli fermani , volendo conservare
particola r memoria del loro santo ve-
scovo concittadino, gli abbiano eret-
to un sarcofago marmoreo al modo
di quelli che operavansi in Roma;
importante monumento che ammi-
rasi nella metropolitana, e pel nomi-
nato scrittore descritto eruditamen-
te. Continua l' Ughelli a registrare
per vescovo di Fermo nel terzo se-
colo s. Ciriaco successore del pre-
cedente, ed il Borgia nel quarto
FER
secolo vi annovera Vittorino , e
Claudio che nel 35g fu segretario
del consiglio di Rimini, esclusi dal
Catalani, De Ecclesia Firmana, che
nel principio del quinto secolo vuo-
le edificata la cattedrale di Fermo.
Ma 1' Ughelli dopo s. Ciriaco dice
che furono vescovi Vittorino, Teo-
dice, e Giusto che nell' anno 5oo
assistette al concilio di Papa s. Sim-
maco. Non è nostro scopo riporta-
re l' intera serie de' vescovi di que-
sta illustre chiesa, quale si può ve-
dere ne' suoi storici, nell' Ughelli, e
dopo di lui nelle annuali Notizie
di Roma, non che nelle Notizie
storiche della città di Fermo del-
l'encomiato Giuseppe Fracassetti ;
laonde ci limiteremo a nominare i
vescovi degni di special menzione,
come le principali nozioni ecclesia-
stiche, potendosi pel di più consul-
tare l'insigne opera del detto Ca-
talani, De, Ecclesia Fimi, e/usaue
cpiscopis et archiepiscopis.
11 vescovo Passivo meritò l'amici-
zia del Pontefice s. Gregorio I il Ma-
gno; promosse il culto di s. Savino
comprotettore di Fermo, ed a suo o-
nore eresse un oratorio nel monte
Vissiano, che prese il nome del san-
to. Benemerito assai fu il vescovo
Lupo , perchè istituì le pubbliche
scuole nell' 826 , al modo che si
disse; indi nel secolo decimo vie-
ne fatta menzione de' cardinali del-
la chiesa fermana , ossia de' cano-
nici istituiti nel precedente secolo.
Nel 1089 divenne vescovo Tom-
maso Azzolino, il primo che si no-
mini di questa illustre famiglia fer-
mana. Nel seguente secolo i vesco-
vi di Fermo esercitarono atti di
signoria temporale , permettendo
I' edificazione di vari castelli com-
presi nella diocesi , di cui furono
riconosciuti signori. Sotto il vescòr
FER
vato di Ugo II nel 1214 si recò
in Fermo s. Domenico fondatore
dell' ordine de' predicatori , e colle
case cedutegli da Giovanni Albcr-
tone di Paccarone fondò il con-
vento e la chiesa de' domenicani :
come sotto quello di Filippo II
nel 1240 furono ricevuti in Fer-
mo i francescani , e fabbricata a
loro magnifica chiesa e convento.
L' libelli a pag. 701, non solo ri-
porta alcune notizie biografiche del-
la nobile famiglia Paccaroni, ma
eziandio l' impronta del sigillo di
Stefano Paccaroni, come priore del
capitolo vaticano sotto Innocenzo
IV, rappresentante s. Pietro remi-
gante , e nella parte inferiore lo
stemma gentilizio. Questo interes-
sante sigillo di forma ovale, si cu-
stodisce tuttora nell'archivio della
basilica. Trista memoria lasciò di
sé sul finir del secolo decimoter-
zo il vescovo Gerardo. Dal i32d
al 1 334 Fermo fu da Giovanni
XXII privata della sede vescovile,
in pena della sua adesione allo
scismatico Lodovico di Baviera, ed
all'antipapa Nicolò V, che avea
consacrato un suo francescano, per
nome Vitale, in pseudo - vescovo
fermano. Giacomo da Cingoli fatto
vescovo nel 1 334 ° '335, sotto
Benedetto XII, fu il primo a chia-
marsi vescovo e principe di Fermo,
e nel suo vescovato fu eretto l'o-
spedale di s. Maria della Carità; ed
il vescovo Bongiovanni nell' anno
i35i consagrò l'altare maggiore
della restaurata ed ampliata cat-
tedrale. Aderendo Antonio de' Vec-
chi all'antipapa Clemente VII , fu
deposto da Urbano VI , e poscia
restituito al seggio episcopale da
Bonifacio IX: questo vescovo edi-
ficò l'episcopio. Gregorio XII depose
il vescovo Leonardo de Phisicis eon-
FER 55
cittadino di Innocenzo VII, per so-
spetto di aver avvelenato quel fcuo
predecessore : però contro di lui
por tossi al concilio di Pisa, e fu ri-
conosciuto da Alessandro V, dan-
dogli il Papa Giovanni XXIII in
successore Francesco 111 non regi-
strato dall' Ughelli. Contemporanea-
mente in questo tempo di scisma,
Gregorio XII elesse prima Giovan-
ni da Venezia, poi Giovanni II,
quindi Giovanni III da Sera valle
che fu al concilio di Costanza, ove
per volere di alcuni cardinali -tra-
dusse in latino la Divina Comme-
dia di Dante. Al concilio costan-
ziense intervenne pure Giovanni
IV de Firminibus, dato da Gio-
vanni XXI li in successore a Fran-
cesco III , e questi rimase vescovo
all'elezione di Martino V, con che
fu estinto il lungo e fatale scisma.
Il cardinal Domenico Capranica
fu il primo vescovo decorato della
sublime dignità cardinalizia, perso-
naggio celebre, che fondando in Ro-
ma il collegio di cui ne porta il
nome, che al dire del suo biogra-
fo Catalani in origine si sarebbe
chiamato Collegium pauperum scho-
larium sapientiae firmanae de ur-
be, ne mise a parte anco la città
di Fermo. Dell'alunno fermano che
tuttora nomina per tal collegio l'ar-
civescovo di Fermo, lo dicemmo
superiormente. Sotto di lui predicò
in Fermo s. Giacomo della Marca, che
ebbe dal comune pe' minori osservan-
ti la chiesa di s. Martino in \ ara-
no , per fabbricarvi il convento.
L' Ughelli dice che dopo la morte
del cardinale ne fu amministra-
tore Enea Silvio Piccolomini, fatto
da Calisto III nel medesimo anno
cardinale, e che nel 1 458 il successe
col nome di Pio II, il quale nomi-
nò in vece Nicolò II Capranica ,
36 FER
che ottenne da Sisto IV la imme-
diata soggezione della chiesa ferma-
mi alla santa Sede; e dopo di lui
resse la chiesa di Fermo il cardi-
nal Angelo Capranica , che sotto
il detto Papa , Firmanam eccle-
siali excmit a jurisdictione lega-
tortini apostolico rum, siccome scri-
ve l' Ughelli. Tuttavolta va notato
che questo grave autore errò sul
vescovato o amministratorato di
Enea Silvio Piccolomini, indi Pio
11, il quale non fu mai né vesco-
vo , né amministratore di Fermo ,
com' è dimostrato dal Catalani, De
Eccl. Fimi. pag. 85. In oltre Si-
sto IV prepose a questa sede Gi-
rolamo Capranica, e nel i479 ^*'°"
vanni Battista Capranica, che nel
dì delle ceneri i4^4 hi ucciso, e
gittato dalla finestra di casa di
Giambattista Adami, cioè dai figli
di questi, ed altri parenti. Rimane
alquanto dubbia la cagione di ta-
le eccesso, narrandosi che il vesco-
vo fu trovato in mal punto. Que-
sto avvenimento recò grave distur-
bo alla città, come può leggersi in
Giampaolo Montani , Cronac. ine-
dit.; nelColucci, Antich. picene tom.
XXV, pag. io4; nel Catalani, De
Eccl. Finn, ad anno 1 4^4 > e nel-
1' Ughelli citato a pag. 717, il qua-
le però riporta l'iscrizione che po-
se al suo sepolcro il nipote di Pio
II, Francesco cardinal Piccolomini,
ove leggesi Presidi firmano dignis-
simo. Sisto IV subito spedi a Fer-
mo un commissario, che ne bandi
gli uccisori , e ne fece demolire le
case; ma nel i5o,4 furono pacifi-
cati i Capranica, gli Adami, e le
altre famiglie complici del delitto.
11 cardinal Francesco, vivente Giam-
battista, era stato dichiaralo ammi-
nistratore della chiesa fermaua che
continuò a governare sino al i5o3
FER
in cui fu creato Pontefice col no-
me di Pio III. Si crede da lui
donato alla cattedrale il prezioso
reliquiario della ss. Croce, e vi si
conserva pure il libro: Thesaurus
Ponlificuni et sacerdotum , che a
lui appartenne. Sotto il vescovato
del cardinal Francesco Remolino
si stabilirono nella città le Clarisse;
gli successe come amministratore il
cardinal Giovanni Salviati ; e a
questi il cardinal Nicola Gaddi ,
sotto di cui i cappuccini vennero
collocati nel monistero di s. Savi-
no. Ebbe in successore nel 1 554
l'erudito Lorenzo Lenti, amico del
Caro e del Varchi, e comandò l'ar-
mata papale sotto Paolo IV.
S. Pio V nel i57i, a' 17 dicem-
bre, dichiarò amministratore di Fer-
mo il cardinal fr. Felice Peretti ,
che solo ne prese possesso nel '574,
e nel 1576 si portò in Falerone
per celebrarvi la processione del
Corpus Domini, ed amministrarvi
il sagramento della confermazione.
In un sigillo poi conservato nel
museo De Minicis si dà il titolo a
Felice Peretti di Episcopus Fir-
mati, et Princeps ; ed avendo in se-
guito esercitato il ministero a mez-
zo de' suoi vicari, per meglio at-
tendere alle correzioni dell' opere
di s. Ambrogio , che poi pubblicò ,
rinunziò la chiesa fermana a Do-
menico Pinelli , che poi divenu-
to Sisto V esaltò al cardinalato.
L' amorevole amministrazione del
cardinal Peretti fu segnalata colla
fondazione del seminario, con au-
mento del capitolo , con dotazione
della cappella musicale ec. Sotto il
cardinal Pinelli , s. Filippo Neri
istituì in Fermo la casa dell' ora-
torio. Mentre n'era vescovo il bo-
lognese Sigismondo Zanneltini, vo-
leudo i fermani profittare della sin-
FER
golar benignità che avea per loro
Sisto V, gli esposero i motivi che
la loro chiesa aspirar poteva ai l'o-
nore di essere elevata al grado di
chiesa metropolitana, sì per l'anti-
chità e nobiltà del luogo, che pe'ser-
\igi resi da'fermani alla santa Sede,
e per aver un Papa eh' era nato a
Grotta a mare nello stato e dio-
cesi di Fermo , sebbene il di lui
padre fos*e nativo di Montalto, per-
ciò dal P;ipa eretta in vescovato.
Considerando Sisto V i pregi ed
antichità della chiesa fermana, e le
ragioni delle altre principali città
del Piceno , di buon grado condi-
scese alle istanze, ed a' 23 o 24
maggio 1 589 , coll'autorità della
bolla linìversi Orbis, che si leg-
ge nel Bull. Rom. toni. V, part. I,
pag. 63, innalzò la chiesa e il ve-
scovo di Fermo alla eminente di-
gnità metropolitana , assegnandole
per suffraganee le chiese vescovili
di Macerata, Tolentino, Ripatranso-
ne, Montalto, e Sanseverino, col qual
ordine sono notate nella bolla. Fu
allora che i fermani mandarono ad
effetto e compimento quanto avea-
no decretato per le grandi benefi-
cenze fatte alla loro università, col-
la statua metallica rappresentante
Sisto V, la quale riuscì con tutti
que' pregi propri de' migliori lavo-
ri di tal sorta. Tuttora le medesi-
me chiese sono soggette alla me-
tropolitana di Fermo , se non che
il vescovo di Macerata lo è pure
di Tolentino. All' arcivescovo Zan-
nettini successe nel i5o,5 il cardi-
nal Ottavio Bandini , sotto di cui
in Fermo fu fondato il collegio ai
gesuiti, e stabilironsi i paolotti;
come sotto l'arcivescovo Alessandro
Strozza, molto stimalo da Enrico
IV re di Francia , fecero il simile
gli agostiniani scalzi. Pietro Dini
FER 37
suo successore ebbe fama letteraria ;
e Giambattista Rinnuccini , chiaro
per la legazione d' Irlanda , pro-
mosse il culto della B. Vergine di
s. Maria a mare. Dopo il cardinal
Carlo Gualtieri ne fu benefico ar-
civescovo il cardinal Giovanni Fran-
cesco Ginnetti. Neil' arcivescovato
del cardinal Baldassare Cenci, i si-
gnori della missione ebbero casa in
Fermo ; ed in quello di Girolamo
Mattei per un incendio fu ristau-
rato il seminario , fondato il mon-
te frumentario, ed istituito il con-
vitto del Bambin Gesù per le don-
zelle. L'arcivescovo Alessandro Bor-
gia incrostò di 'marmi la facciata
e la torre della chiesa metropoli-
tana, che pure arricchì di suppel-
lettili, e ne illustrò la storia con
dottissime omelie. 11 cardinal Ur-
bano Paracciani, fra i tanti benefì-
zi che fece alla diocesi , ampliò il
seminario, ordinò gli archivi, rifor-
mò l'orfanotrofio ec. L'ospedale dei
proietti da lui incominciato, lo com-
pì il successore Andrea Minucci, il
quale ingrandì quello delle proiet-
te, e riedificò la cattedrale. Il car-
dinal Cesare Brancadoro fermano ,
per trentaquattro anni governò l'ar-
cidiocesi ; fu benemerito delle scuo-
le del seminario , e fondò la pia
casa degli orfanelli. Il regnante Pon-
tefice Gregorio XVI a' i5 febbraio
1 838 trasferì dal vescovato di Mon-
tefiascone e Corneto Gabriele Fer-
retti a questa metropolitana, nel
qual anno lo creò cardinale, pub-
blicandolo nel seguente. Oltre quan-
to dicemmo di questo cardinale al
volume II, pag. 52 del Dizionario,
ed in questo articolo, ne accenna-
rono le benemerenze coll'arcidioce-
si, i tipografi Paccasassi, nella iscri-
zione dedicatoria delle Notizie slo-
riche del Fracassetti. Finalmente lo
38 FER
slesso Papa che regna, nel concisto-
ro de' 27 gennaio 1842, dalle sud-
dette chiese di Montefiascone e Cor-
neto traslatò a questa metropoli-
tana il cardinal Filippo de Angelis
d'Ascoli, quindi colle venerate sue
mani, nella sua cappella segreta del
palazzo vaticano, gl'impose il pallio
arcivescovile. Già è in benedizione
il suo nome, perchè padre amoro-
so e benigno verso il suo gregge
diletto; già si è procacciato 1' uni-
versale venerazione qual vigilante
e prudente pastore : ha l'animo a-
dorno di provvido consiglio, vir-
tù e scienza ; riunisce le preclare
doli de' XV fermani cardinali pa-
stori , e ne emula le magnanime
gesta.
La cattedrale di Fermo è dedi-
cata a Dio, ed in onore dell'assun-
zione in cielo di Maria Vergine. Il
capitolo si compone di quattro di-
gnità, cioè dell'arcidiacono che è la
prima, dell'arciprete, del decano, e
del primicero ; di dodici canonici
compreso il teologo ed il peniten-
ziere ; di quattordici prebendati o
beneficiati, fra' quali quattro man-
zionarii, oltre altri preti e chierici
addetti al servigio del diviu culto.
In essa venerasi il capo di s. Savi-
no, e non ha cura parrocchiale ; i
canonici sono decorati di abito pao-
nazzo, e di croce semplice; l'episco-
pio è distante dalla cattedrale. In-
oltre nella città sono vi nove par-
iocchie; ed in tutte il fonte batte-
simale: quella di s. Michele Arcan-
gelo, che è collegiata, ha il capito-
lo composto di otto canonici, e di
cinque beneficiati. Vi sono i reli-
giosi conventuali, domenicani, ago-
stiniani, gli agostiniani scalzi, che in
uh ai minori osservanti sono fuori
delle porte, e a poca distanza dalla
città ; i signori della missione, i filip-
FER
pini, i gesuiti, i cappuccini, e i ben-
fratelli. In quanto alle monache, esse
sono le benedettine di s. Giuliano,
le Clarisse , le domenicane, le cap-
puccine, e le signore convittrici del
Bambin Gesù ; oltre due conser-
vatorii, diciassette sodalizi, e gli al-
tri pii stabilimenti summentovati.
Da ultimo i confrati del sodali-
zio di s. Maria del Pianto, a me-
diazione del cardinal arcivescovo,
e di monsignor Antonio Matteuc-
ci loro illustre concittadino, econo-
mo e segretario della congregazio-
ne della reverenda fabbrica di s.
Pietro, e canonico vaticano , otten-
nero dal reverendissimo capitolo di
questa basilica il pio donativo
della corona d'oro per l'antica e
venerata immagine della Beata Ver-
gine esistente nella loro chiesa sot-
to il titolo di Madonna del Pian-
to. Per eseguirsi il solenne rito
della coronazione, la divota imma-
gine fu trasportata nella chiesa me-
tropolitana a tal e (Tetto addobbata
con decorosa pompa ecclesiastica, e
collocata sul maggior altare sotto
grandioso padiglione. Quindi il lo-
dato porporato a' io settembre i84-3
impose 1' aureo diadema sul capo
della sagra immagine con commo-
vente cerimonia, alla presenza d'in-
numerabili suoi diocesani, massime
de'fermani d'ogni ordine, tra' quali
monsignor Giovanni de' conti Sab-
bioni arcivescovo di Spoleto. Tut-
ti gli spettatori con cristiana edifi-
cazione restarono penetrati da re-
ligioso fervore e tenerezza divota,
come è descritto nel supplimento
al nutn. 83 del Diario di Roma
di detto anno, in un alla solennis-
siraa processione, colla quale la co-
ronata immagine fu ricondotta al-
la sua chiesa titolare, agli esercizi
di pietà ed orazioni che precedei-
FER
tero, accompagnarono, e seguirono
la funzione, e alle feste d' ogui ma-
niera celebrate in tanto lieto avve-
nimento. Per tale circostanza furo-
no composte, e poi pubblicate col-
le stampe del Ciferri : Inscriptio-
nes in feslo B. M. V. ad lacry-
rnas perdolentis aurea corona prae-
cinlae. Firmi latine editae ab An-
gelo Fazzinio vie. pot. fung. itali-
ce ad paraphrasin redditae a Cct-
j etano de Minicis adv.
Il Fracassetti a pag. 106 ripor-
ta una tavola colla indicazione
della giurisdizione dell'arcidiocesi di
Fermo. L' arcivescovo oltre 1' am-
ministrazione delle cose della sua
arcidiocesi, ne giudica le cause ci-
vili e criminali ecclesiastiche e di
misto foro in prima istanza, ed in
secondo grado quelle a lui porta-
te in appello dai giudizii de'vesco-
vi suoi surfraganei. Le civili sono
decise da un giudice singolare che
lia il titolo di uditore, o di vica-
rio generale : le criminali da un
tribunale collegiale composto del
vicario generale, dell' uditore cri-
minale, e di un altro individuo
scelto dall'arcivescovo. La mensa
ad ogni nuovo pastore è tassata
ne'libri della camera apostolica in
fiorini seicento. V. Mich. Catala-
11 us, De Ecclesia Firmano, ejusque
episcopis, et archiepiscopi s, Com-
mentarius, Firmi 1783, opera as-
sai stimata. Vi è la Supplica del-
la città di Fermo ad alcuni Eni.
tigg. Cardinali sulle presenti ver-
tenze con monsignore Mimaci in-
torno alla chiesa metropolitana, e
collegio Marziale, Villafranca 1782.
In questa opera si descrive pure
la forma dell'antico tempio.
FERNAMBUCO o PERNAM-
Bl CO. Nome sotto del quale vie-
ne indicato il complesso delle due
FER 39
città di Olinda e Recife del Brasi-
le. V. Olinda, città vescovile.
FERNANDEZ Luigi, Cardinale.
Vedi Cokdova (de) Fernapìdez.
FERNANDEZ Pietro Maxriquez..
Cardinale. V. Maxriqvez.
FERNANDIoFERNANDEZ Pie-
tro, CVzrrfmtf/e.PietroFernandiFrias,
ovvero de Frigidis, nacque in Ispagna
da poveri ed oscuri parenti. Spiegato
però molto ingegno, e guadagna-
tasi con destrezza la stima de'prin-
cipi Errico e Giovanni, ottenne di
essere promosso alla chiesa di O-
sma. L'antipapa Clemente VII lo
creò suo cardinale col titolo di s.
Prassede ; ma ricondottosi poscia al-
l' ecclesiastica unità, intervenne al
concilio di Pisa, ed ivi nel i-4°9 ul
ammesso tra i cardinali della santa
Chiesa. Sì trovò presente alla ele-
zione di Alessandro V, il quale lo
riconobbe per tale , indi lo spedì
suo legato in Roma. Essendo mor-
to però quel Pontefice, il Fernan-
di si volse a Bologna per assistere
al conclave in cui fu eletto Gio-
vanni XXIII. Fu quindi conferma-
to nella sua dignità di legato, e
trasferito alla chiesa di Sabina;
ebbe anche la diguità di arciprete
della basilica vaticana. Intervenne
al concilio di Costanza, e si trovò
nel numero degli elettori di Mar-
tin^ V, dal quale ebbe l'incarico
di legato apostolico in Venezia,
per assolvere la repubblica dalle
censure in cui era incorsa. In Ispa-
gna fondò il magnifico amniste-
rò di Spergia a' religiosi geroni-
miani e lo arricchì di una dote.
Tuttavolta lasciò di sé infelice me-
moria, per la sua vita dissoluta,
pel suo orgoglio, e per la sua ava-
rizia; laonde ad istanza de' grandi
della Spagna fu allontanato dalla
corte, e sequestrate dal fisco le sue
4o FER
grandi ricchezze. Morì in Firenze
nel 1420, e trasferito in Ispagna,
fu sepolto nella metropolitana di
Burgos.
FERNES (Fernen). Città con
residenza vescovile d'Irlanda, nella
provincia di Leinster, o Lagenia,
nella contea marittima di Wexford,
la cui città dello stesso nome fu
altra volta la capitale del regno
d' Irlanda, o di Leinster. Fernes o
Fearnes , in latino Ferita e Fer-
nae, giace sulla riva destra del
Bann. La cattedrale , e il palazzo
vescovile sono degni di osservazio-
ne : vi si tengono fiere sei giorni
dell'anno. Si crede che Fernes oc-
cupi il luogo dell' antica Menapia,
di cui Tolomeo fa menzione. Il re
di Leinster avendo abbruciata la
città nel 1166 fondovvi in espia-
zione un'abbazia, che ora è in ro-
vina, ed un castello nel quale ri-
tirossi con Dargorval moglie di
O'Roisk principe di Bressiny, cir-
costanza di cui profittarono i nor-
manni per fare la conquista del-
l'Irlanda. Fernes fu saccheggiata
dai ribelli nel 1798.
La sede vescovile fu fondata dal-
l'apostolo dell' Irlanda san Patri-
zio, nell'anno 4^5, e sottoposta
alla metropolitana chiesa di Du-
blino , di cui è tuttora suffraga-
nea. Commanville la dice fonda-
ta neh" anno 53o; altri dicono
che dei trentotto suoi vescovi a-
vanti ia riforma , i primi due fu-
rono s. Edano del 5g8 , e s. Mo-
lingo che gli successe l'anno 632 .
Dopo il vescovo Cillenio del 714
avvi una lunga lacuna, fino alla
metà del secolo IX, non essendo
noti i di lui successori. Giovanni
di Evreux, decano di Fernes, che
morì nel 1578, è l'ultimo de' ve-
scovi cattolici ; i di lui successori
FER
vennero nominati dalla scismatica
regina Elisabetta. Sotto Pio VI i ve-
scovi cattolici incominciarono la
nuova serie, e quel Papa, con de-
creto della sagra congregazione di
Propaganda, ne fece vescovo nel
1 785 Giacomo Caulfield della stes-
sa diocesi, cui Pio VII gli die in
coadiutore Patrizio Ryan della dio-
cesi di Kildare, fatto da lui vesco-
vo in partibus infìdclium nel 1 804.
Commanville dice che nell' XI
secolo la sede del vescovo venne
trasferita a Wexford, città molto
ben fabbricata, con comodo porto,
avente un bel ponte sul fiume Sla-
ney, alla di cui imboccatura giace.
Indi soggiugne che la sede nel
1 600 venne unita a Laglin, con-
tinuando la residenza episcopale a
Wexford, sino a' nostri tempi. Si
apprende però dal Catholic Dire-
ctory, che attualmente il vescovo
di Fernes risiede in Enniscorthy,
altra città dell'Irlanda della stessa
provincia Lagenia, sul Slaney, ove
hanno luogo otto annue fiere, a
cagione del considerabile commer-
cio de' commestibili che ivi si fa :
aveva questa città i privilegi di
borgo prima dell'unione. Le recen-
ti notizie ecclesiastiche del vescova-
to di Fernes sono , che continua
lodevolmente a governare la dioce-
si , monsignor Giacomo Keating
succeduto per coadiutoria nel 1819,
essendone stato a ciò eletto a' 2 3
novembre del precedente anno. Il
clero è formato di ventisei parro-
chi, e cinquanta vicari, essendo i
cattolici più di duecento dieci mila.
La diocesi ha trentasei parrocchie
e molte cappelle ; il seminario ve-
scovile è in Wexford. Il vescovo
ed il clero vivono coi proventi par-
rocchiali, e con le pie oblazioni
de' cattolici.
FER
FERON1 o FERROSI Gil.sf.ite
JVIaki.i, Cardinale. Giuseppe Maria
Feroni o Ferroui patrizio di Firen-
ze, dei marchesi del suo nome, na-
to nel 1692, e cresciuto nelle buo-
ne discipline presso il collegio de-
mentino di Roma, ebbe da Clemen-
te XI un canonicato nella basilica
lateranense. In seguito passò ad al-
tro canonicato nella basilica vati-
cana, e lodevolmente sostenne pa-
recchi uffizi, tra' quali il carico di
segretario della congregazione della
immunità, ottenuto da Benedetto
XIII nel 1728, il quale volle ezian-
dio consecrarlo arcivescovo di Da-
masco. Clemente XII, dieci anni
dopo, lo trasferì al posto di asses-
sore del s. offizio , e Benedetto
\1\, nel 1743, a quello di segre-
tario della congregazione de' vescovi
e regolari. Questo Pontefice, nella
promozione del 26 novembre 1753,
lo creò prete cardinale col titolo di
s. Pancrazio, e lo ascrisse alle con-
gregazioni del s. oftizio, di propa-
ganda, dell'immunità, de' vescovi e
regolari, colla protettola de'mona-
ci di Vallombrosa. Ebbe poi an-
che la prefettura della congrega-
zione de'riti, e mori nel 1767 in
Roma. Fu stimato da tutti per le
sue amabili qualità e specchiati co-
stumi , ai quali pregi univasi un
vantaggioso aspetto. Fu sepolto nel-
la chiesa di s. Cecilia, dove presso
l'altare della Maddalena s'erge un
elegante avello col busto del cardi-
nale, e un'onorevole iscrizione. Il
Feroni fu quegli che fabbricò l'ame-
na villa poco discosta dalla porta di
s. Pancrazio di Roma.
FEROZ SAPOR od AMBARA.
Sede vescovile sotto il Mainano dei
giacohiti, situata sull'Eufrate a po-
ca distanza da Bagdad, secondo
V&bul(èda)Tabul.geogntph. n. 272.
FER 4«
Si conosce un vescovo di questa
città chiamato Acha, che fu ordi-
nato nel 63c), come si ha dal p.
Le Quien nel suo Oriens Christia-
na» tom. II, pag. i5q3.
FERRARA (Ferrarien). Città
con residenza arcivescovile, nello
stato pontificio, capoluogo della
provincia, e legazione apostolica del
suo nome, della quale daremo pri-
ma un cenno istorico, come della
sua posizione topografica. 11 Pole-
sine di Rovigo, provincia del regno
lombardo - veneto , segna a borea
il termine di questa cospicua pro-
vincia , che dal Po grande vie-
ne divisa, il quale al nord -est si
Diparte nel Po di fllaistra, ch'en-
tra presso Venezia nell' Adriatico,
e nel Po di Ariano, che si con-
fonde col mare nel territorio fer-
rarese , e precisamente al porto di
Goro ; la spiaggia marittima ne
cinge il Iato orientale ; al nord-est
il Panaro la separa per qualche
tratto dal ducato di Modena, con-
finando il rimanente co brani del
ducato medesimo; ed i territorii
delle due legazioni bolognese e
ravennate ne tracciano al sud ed
al sud-ovest la linea di demarca-
zione. 11 canale di navigazione pres-
so Ferrara, ed il canal Bianco, il
canale di Cento, e il canale Bene-
dettino agevolano le comunicazioni.
Quel di Cento ricevendo il Reno
bolognese , assume il nome di Po
di Primaro, ed accerchia da que-
sto lato le valli di Cornacchie) ,
mentre un altro canale rade le
valli stesse nel lato settentrionale,
e dicesi Po di Volano. Un tratto
di paese è bagnato dal Senio e
dal Santerno , che si uniscono al
Po di Primaro, ed altri fossi e
eanali vi affluiscono, essendo slati
artificiosamente praticati per mi-
$i FER
gliorarne il terreno generalmente
paludoso. Tutta volta i stagni sono
frequenti, ma si ricava da essi co-
pioso profitto colla pesca, colle sa-
line, e co' pascoli. La coltura del-
le terre è lodevole, e ne'luoghi u-
niidi e bassi vi prosperano le ca-
nape e i lini. La legazione aposto-
lica di Ferrara, governata da un
cardinale legato , è divisa nei due
distretti di Ferrara e di Lugo, e com-
plessivamente contiene circa due-
cento quindicimila abitanti. Nel
distretto di Ferrara, non compre-
si gli appodiati soggetti al comune,
<: de'quali si parlerà poi , ne di-
pendono i sette seguenti governi,
di cui ne accenneremo le cose prin-
cipali.
Cento (Centum). Città posta sul-
la sinistra riva del Reno, ed alla
destra del canale, cui dà il proprio
nome. È cinta da muraglie, ed ha
oltre la chiesa collegiata, e il pa-
lazzo municipale, parecchi privati
edilìzi di qualche decoro. Non pri-
ma dell'anno 80 1 si trovano me-
morie di questo luogo, benché sia
assai più antico, essendo originata
da cento capannucce fatte da' pe-
scatori di gamberi , che poi furono
circondate da un profondo fosso.
Vuoisi che quivi il Reno si disper-
gesse nella stagnante Padusa, e che
in queste foci si edificassero i caso-
lari e le capanne, che in processo
di tempo formarono il ricco castel-
lo, che Benedetto XIV nel 1753
fece città , e decorò di privilegi.
I bolognesi ne dierono la signoria
al proprio vescovo in compenso
delle decime ; Alessandro VI la die-
de in dote a sua figlia Lucrezia
Borgia, quando sposò il duca Al-
fonso 1 d'Este; Giulio II, e Leo-
ne X la tolsero agli Estensi, che
poi la ricuperarono , e goderono
FER
sino a Clemente Vili. Vi soggiace
la comune di Pieve, o Pieve di
Cento, borgo o terra posta alla
destra del Reno, nella quale vene-
rasi un' immagine assai divota del
ss. Crocefisso; e la collegiata di s.
Maria Assunta venne soppressa al-
l'epoca del regno italico, nella qua-
le in Cento fu pur distrutta quel-
la di s. Biagio. Ha poi nella comu-
nale amministrazione 1' appodiato
Casumaro, oltre alcuni villaggi. Di
Cento abbiamo varie opere. Gio.
Francesco Erri, Dell'origine di Cen-
to , e di sua pieve, ec. , Bologna
1 769 ; Supplemento , Bologna 1770;
Trattenimenti, Modena 1772; An-
notazioni , Venezia 1772. Cre-
scimbeni , Annotazioni storico-cri-
tiche ec, Venezia 177 1. Francesco
Bagni, Succinta memoria dell'ac-
cademia de' Rinvigoriti, Bologna 1 6g4;
Frammenti ec, Modena 1773. Mon-
teforli, Dissertazione ec, Venezia
1771. Panni ni , Compendiosi rag-
guagli ec , e Degli insigni soggetti
di Cento, Bologna i655. Righetti
Dandini, Le pitture di Cento, e le
vite di vari incisori e pittori della
stessa città, Ferrara 1788.
Porto Maggiore. Borgo posto nella
parte occidentale delle valli di Cornac-
chie, ed attraversato da un canale che
si confonde col medesimo stagno :
vi è la collegiata di s. Maria As-
sunta in cielo . Abbiamo notizie
di questo paese e della sua pieve
fino dal 9^5. La popolazione si
aumenta continuamente, ed è per-
ciò che il paese riceve nuovi ab-
bellimenti. Con buona architettu-
ra sono stati innalzati il palazzo
comunale ed un teatro, come ven-
ne rinnovato il prospetto della col-
legiata. Ricava vantaggio dalla pe-
sca, e nel suo governo è la co-
mune di Ostellato , castello molto
FER
nominalo nell'istoria; coll'appodia-
to Medelana. All' amministrazione
comunale vanno congiunti gli ap-
podiati Masi-del-Torcllo, e Voghìe-
va: ambedue hanno de'casali spar-
si all' intorno, fra'quali il secondo
conta Voglienza , che per 1' o-
pinione di alquanti storici fu già
illustre città vescovile, edificata dai
galli, e distrutta o dai goti o da-
gli unni.
Argenta. Questo antichissimo bor-
go, da molti scrittori è chiamato
città; quello preesistente era però
alla destra del Po di Primaro, es-
sendo l'odierno in riva dell'oppo-
sta parte, al sud-est delle valli di
Comacchio. Fu edificato da Esu-
peranzio arcivescovo di Ravenna,
e circondalo di mura nel 6o3 ,
dall' esax-ca Smaragdo. Poco lungi
è un sontuoso tempio fabbricato
nel 1610, e dedicato alla Madon-
na della Celletta ; la collegiata è
sagra a s. Nicola di Bari, ed a-
veva l'onore di essere concattedra-
le a Ravenna. Appartenne agli ar-
civescovi di quella metropolitana, e
dall'annuo tributo di argento che
alla mensa presentava , si crede a-
verne desunto il nome. I ferraresi
prima l'occuparono sotto Alessan-
dro III; fu quasi distrutto dai bo-
lognesi nell'entrare del secolo XIII;
l'ebbero poi i marchesi Estensi, e
resolo alla chiesa di Ravenna, ne
ottennero poi da Benedetto XII la
investitura. Poco lungi, e sulla spon-
da stessa di questo ramo del Po^
erano i due magnifici luoghi di
delizia degli Estensi , denominati
Boccaleone , e Consandolo : sono
principali appodiati di Argenta ,
Codijiumc Filo , e s. Nicolò con
Benvignante. Di Argenta abbiamo
Josephus Amadesius , De comilatu
Argentano ec.^ Romae 1 7 63; De ji ne
FER 43
fundiarìo ec, Romae 1774? Appetì-
dix ad dissertationem Amadesi ec.
del p. ab. Giovanetti poi cardi-
nale. Francesco Bertoldi, Esame
storico-critico sopra il dominio del-
la chiesa di s. Nicolo collegiata
e parrocchia di Argenta, Ferrara
1 791 ; Memorie i storiche di Argen-
ta, Ferrara 1787 ; Osservazioni
sopra due antichi marmi esistenti
in Argenta, ed ora nel museo ar-
civescovile di Ravenna, Comacchio
1783; e Storia della miracolosa
immagine di s. Maria della Cel-
letta, Faenza pel Benedetti.
Comacchio. Città con residenza
vescovile. V. Comacchio.
Codigoro (Caput Gauri). Borgo
situato alla boreale estremità delle
valli di Comacchio, in riva al Po
di Volano. Si crede derivato il suo
nome da una fossa, che unisce que-
sto ramo del fiume al Po di Aria-
no, e che chiamossi Goro. Nelle
rispettive foci poi trovami i porti
di Volano e di Goro, l'uno all'al-
tro prossimi, e distanti per sei le-
ghe al nord dal Po di Primaro;
la bocca di Goro è l'ultimo odier-
no confine dello stato pontificio ,
mentre nell' ultima demarcazione
fatta nel congresso di Vienna, sono
rimasti all' Austria alcuni brani di
territorio incorporato al vicino Po-
lesine di Rovigo. 11 proposto ec-
clesiastico è qui denominato Pom-
posiano, dalla celebre abbazia di
Pomposa, situata su di questo suo-
lo, ch'eraxiin insigne monistero di
benedettini fondato prima dell'874>
abitato un tempo ancora da s. Pier
Damiani ; ora però di tanto esteso
fabbricato non restavi che la chiesa
dedicala all'assunzione della B. Vergi-
ne ove è dipinta la storia dell'antico e
nuovo Testamento, con il pavimen-
to di mosaico, che nel vederlo Cle-
44 FER
niente Vili, admiralus ah pulchra
velustas. Oltre a ciò resla pur anco
in piedi un piccolo chiostro, un
avanzo di refettorio ove è dipinto
s. Guido abbate, che per virtù di
Dio cangiò l'acqua in prezioso vi-
no, ed un altissimo campanile. Al
presente Pomposa è un villaggio,
come Mezzo Goro sotto Codigoro.
De monasterio Pomposiano , e/'us-
quc bibliotheca , exstat in Diar. I-
tal. Mabillonii. Nel 1781 in Ro-
ma il p. d. Placido Federici cas-
sinese, pubblicò : Rerum Pompo -
sìanarum historia monumentis il-
lustrata. V. il Lubinio, Abbatia-
rum Italiae brevis nolìtia. Nel Mor-
bio, Storia dei municipi italiani
(Ferrara e Pavia), Milano i836,
Icggesi una breve ma interessante
descrizione di questa abbazia cor-
redata d' inediti documenti.
Inoltre Codigoro contiene le comu-
ni di Lago Santo, Migliaro, Massa
Fiscaglia, che ha la collegiata dedi-
cata a s. Pietro apostolo, e Mesola.
Questo ultimo è un borgo posto
alla destra del Po di Ariano, e
circondato all'intorno da paludosi
terreni che hanno un'estensione di
ventiquattro legbe, e che compon-
gono l'ampia e deliziosa tenuta. 11
Frizzi nelle sue dotte Memorie per
la storia di Ferrara tom. I, dice che
Mesola fu anche detta Mensula, cioè
piccola mensa. Soggiunge poi nel t.
IV, pag. 390, che Alfonso II d'Este
nel 1578 fece edificare il palazzo
di Mesola, probabilmente da Ga-
lasso Alghini di Carpi, celebre ar-
chitetto; che giace tra il porto di
Goro e quel di Volano una spa-
ziosa boscaglia sul lido del mare,
la quale, secondo le diverse sue
parti, si trova indicata in istromen-
ti del 1 344 e del i43o, coi no-
mi or di Menstdae, or di Mao-
FER~
Utiàe, or di Mesola Magna. La
comunità di Ariano fino dal 1280,
certo Baldino Baldini nel i4°7 e
i43o, ed i Pendasi con altri in
vari tempi ne riconoscevano in feu-
do o sotto altro titolo l'utile do-
minio di alcune porzioni ragguar
devoli della casa d'Este che n'era
padrona direttaria. Delle ragioni
de' Pendasi poi afferma il Mura-
tori, che nel i49° ne fece acquisto il
duca Ercole I , il quale insieme
co' suoi successori godette di quei
boschi e spiagge abbondevolissime
di cinghiali, cervi, daini, caprioli,
ed altri quadrupedi e volatili. Quin-
di verso il 1578 Alfonso II pel
comodo delle due caccie cominciò
l' accennato palazzo con quattro
torri , ampie stalle, ed abitazioni
disposte in vaga siinetria, e il gran
recinto di mura del giro di no-
ve e più miglia. S'impiegarono
cinque anni nel lavoro, a cui con-
tribuirono non pur l'erario ducale
con esorbitanti somme, ma le co-
munità della provincia, con uomi-
ni e materiali : tal magnilico edi-
lizio tuttora è in ottimo stato. Il
medesimo storico a pag. 4'4 rac*
conta che Alfonso II nel i5g2 di-
morava con sfarzo alla Mesola, ove
si pescava in mare alla tratta, si
cacciava co' cani nel bosco, a' cin-
ghiali, cervi ed altri quadrupedi,
si godevano commedie recitate da-
gli istrioni, si suonava e cantava,
e si tenevano letterarie dispute ec.
In progresso la Mesola passò in
proprietà alla casa d'Austria, non
per le ragioni ch'ereditò dalla du-
chessa di Modena Beatrice d'Este;
ma per la vendita che ne fece nel
1759 il duca di Modena France-
sco III all' imperatore Francesco I,
sotto del quale, come poi diremo,
migliorò il tenimento, e si aumen-
FER
tò la popolazione ed il commer-
cio. Dipoi il suo figlio Giuseppe II
imperatore non nell'aprile del 1787,
come dissero alcuni, ma sibbene
nel 1785 nel di primo dicembre
la vendè a Pio VI per novecento
mila scudi , non come pure altri
dicono per un milione di scudi; e
siccome nella segreteria di stato
per suggellare l' atto di acquisto
non eravi un sigillo nella grandezza
del diametro eguale a quello impe-
riale, fu adoperato quello partico-
lare di Pio VI della sua badia di
Subiaco, che avea ritenuta nel pon-
tificato. Delegato apostolico per que-
sto acquisto fu il marchese Anto-
nio Gnudi, allora tesoriere della
città e ducato di Ferrara. Acce-
dettero poi al contratto di vendi-
ta l'arciduca Ferdinando d'Austria,
e la sua sposa principessa Maria
Beatrice d'Este. Con questa com-
pera il Papa riunì l' oggetto dei
territoriali prodotti alla tutela del-
la finanza, la quale dai porti di
Volano e di Goro riceveva detri-
mento. Sul fluire del passato se-
colo ne entrarono in possesso gli
invasori francesi, e trattandosi di
beni allodiali, ne eseguirono subi-
to la vendita ad una compagnia
di negozianti, e nel riparto cin-
que porzioni rimasero a Michel ,
la sesta al conte Galeazzo Arrigo-
ni, allora intendente delle finanze
di Cremona. Ripristinato il gover-
no pontificio, il provvido tesoriere
Belisario Cristaldi, nel pontificato
di Pio VII, l'anno 1822, combinò
la ricompera delle cinque porzioni
per il prezzo di scudi centomila
in contanti, e trecentomila in con-
solidati col più grande vantaggio.
Dicendo il Calindri che la com-
pera costò scudi quattrocento ses-
sanlasette mila, ed aggiungiamo che
FER {fi
la sesta parte dipoi si è suddivisa
in molti altri proprietari. Dopo
alcuni anni passò in amministra-
zione per volere di Leone XII a
Carlo Allegri, il quale assicurò al
governo un' annua corrisposta di
scudi diciottomila , ponendolo poi
in parte eguale sugli utili maggio-
ri che avessero potuto derivarne.
Finalmente nell'odierno pontificato,
la Mesola dalla camera apostolica
si vendette al celebre arcispedale
di s. Spirito in Sassia di Roma ,
nel commendatorato di monsignor
Antonio Cioja, e n'è per il luogo pio
attivo, intelligente ed onesto ammi-
nistratore il cav. Raffaele Badini, por
le cui cure e per quelle del lodato
prelato floridissimi sono i risultali,
come V incremento. Confinano col-
la Mesola i brani del pontificio
territorio ritenuti dall' Austria nel
congresso di Vienna: gli stagni, ai
quali si dà il nome di Palli, si
distinguono in salsi e dolci. Narra
il eh. Castellano, che il cav. Li-
notte ispettore direttore de' lavori
idraulici nazionali ne fece il più
lusinghiero rapporto, ed egli ne fa
un'importante descrizione, essendo
gli abitanti sopra i quattromila.
Tale rapporto ha questo titolo :
Rapporto fatto a monsignor teso-
riere generale ora cardinal Cristal-
di, dal fu ispettore direttore de la-
vori idraulici nazionali L. Linotte,
delle visite fatte nel 1826 del la-
tifondo Mesola spettante alla R.
C. A., ed in amministrazione coin-
teressala a Carlo Allegri d' ordine
della S. AI. di Leone XII, Pesaro
i83o.
Copparo. Borgo posto alla de-
stra sponda d'una fossa, che uni-
sce il Po di Volano al Capo Bian-
co, il quale si scarica poscia nel
Po di Aliano. Sono suoi appodia-
4(3 PER
ti Cotogna, Guardia Ferrarese, e
Sabioncello , e vi ha all'intorno
buon numero di casali, sei dei quali
sono uniti al suo comunale re-
cinto.
Bondeno. Borgo posto al con-
fluente del Panaro, e del Po, che
alcuni fanno derivare da Bondico-
mago descritto da Plinio, ed altri
dall'antica Padusa verso l'anno 700
dell'era volgare. Nel 1108 la ce-
lebre e benemerita contessa Matil-
de, duchessa di Ferrara , lo cinse
di mura, il circondò di fosse, e
costruì munilissima rocca, le quali
opere vennero poi demolite da Al-
fonso I duca di Ferrara, quando
lo ricuperò da Leone X. Rimase
per metà distrutto nel sacco or-
rendo di Odoardo li duca di Par-
ma nel i(>43, essendo già sino da
Clemente Vili ritornato al primo
dominio della santa Sede. Nel 1808
s' incominciarono i lavori idraulici
per la immissione del Reno nel
Panaro, mediante due botti sotter-
ranee, l'una delle quali sotto il Pa-
naro fu quasi compita, e dell'altra
si piantarono le fondamenta , la
quale opera sarebbe stata mirabi-
le, ed avrebbe assicurato lo scolo
delle acque stagnanti. Vi soggiace
l'appodiato Stellata, ov' è la doga-
na di confine, una rinomata fah-
brica di stoviglie ordinarie, e dap-
prima un forte nel confine man-
tovano co' casali Burana, e Pila-
stri, oltre sette villaggi.
Ecco i principali luoghi del di-
stretto di Lugo.
Lugo (Lucus). Città posta fra il
Senio ed il Santerno, in area che
ab antico era assai palustre, e cin-
ta tutto all'intorno da boschi, on-
de trasse il nome, opinandosi che
ivi fosse un Luco, o tempio in o-
noie di Diana, nelle cui vicinanze
FER
i galli ne incominciarono l'edifica-
zione, che i romani poi ridussero
a castello col nome di Foro di Li-
vio. Altri però non ne fanno tan-
to antica la sua erezione ; certo è
che sorse dopo il discccamento di
una parte della valle Padusa, e la
distruzione della Selva Litana. Un
torrente oggi vi corre, che nel Po
di Primaro influisce. Ha la colle-
giata dedicata a s. Francesco d'As-
sisi, che prima però aveva per ti-
tolare s. Petronio; insigne è tal
chiesa, e di bella costruzione, senza
nominarvi le altre chiese minori.
Le vie sono regolari, e bene la-
stricate. Oltre i pubblici edifici del-
la magistratura comunale, di un
moderno teatro, e di un conve-
niente ospedale, anche fra i pri-
vati ve ne sono degli eleganti, ed
alcuno sul gusto della moderna ar-
chitettura. Merita menzione la piaz-
ta destinata alla fiera che si tiene
nel mese di settembre, la di cui
celebrità si estende a tutto lo sta-
to ecclesiastico. Viene inoltre de-
corata da grandiosi portici , che
veggonsi a quell'epoca mutati in
ricchi fondachi, e graziose botte-
ghe, per cui riesce magnifico ed
imponente un tal locale. Di que-
sta fiera ne tratta il cav. Monti,
nelle Notizie isloriche sulla origine
delle fiere. Primieramente narra
l'origine della città , quindi dice
che circa l'anno 4^o Marco Emi-
lio pro-console di Ravenna nomi-
nò Livio per primo pretore di Lu-
go, e questi in considerazione della
sua posizione , con autorizzazione
del senato, gli accordò il privile-
gio della fiera e del mercato. Ri-
partito l'impero romano, i goti
occuparono il castello di Lugo, che
faceva parte della Gallia togata ,
rispettando il fòro perchè lo conob-
TER
bero atto al commercio, e da ri-
trame sommo vantaggio. Distrutto
da Narsete il goto dominio, suben-
trarono gli arcivescovi di Ravenna
a dominar Lugo^ ed avendo a cuo-
re il prosperamento dei lughesi
ottennero dal Papa Giovanni IV
la conferma del privilegio della
fiera franca, e del mercato setti-
manale . Gli esarchi di Ravenna
ingrandirono il castello, e tornato
sotto gli arcivescovi di Ravenna fu
insignito di nuove prerogative, con-
servandogli la fiera franca da ogni
dazio e gabella, come fecero i prin-
cipi Estensi signori di Ferrara fin-
ché signoreggiarono questo ducato.
Quando Clemente Vili lo ricupe-
rò alla sauta Sede fra le molte
grazie concesse a Lugo, a' 4 agosto
i5g8 confermò la fiera franca, ciò
che pur fece Benedetto XIV a' 3
aprile iy58. Varie epoche ebbe
questa fiera, finché Pio VII la sta-
bilì dai 5 ai 3o settembre. Con-
chiude il Monti, che la fiera di Lu-
go per la sua antichissima istitu-
zione, per la neutralità del luogo,
pe' suoi immensi rapporti ed altre
prerogative può dirsi la prima dello
stato ecclesiastico, dopo la fiera di
Sinigaglia.
Lugo fu pure sotto il dominio
de' bolognesi, e sotto la pontificia
protezione, ma venne poscia, come
si disse, incorporata ai feudi del
ducato di Ferrera. Giulio II nel
i5ii la nominò città, e Pio VII
ciò confermò a' 24 luglio 1817.
Nel 1797 partì da Lugo il segnale
della contro rivoluzione, che recò in
principio molti danni alle truppe
repubblicane francesi ; ma dopo di
essersi ricusate dai lughesi le pro-
poste amichevoli , ne avvenne la
sanguinosa battaglia data dal gè
nenie Augerau, la quale terminò
FER \-
col saccheggio ed incendio del pae-
se degno di altra sorte, avvenuto
ai 7 del mese di luglio. Fra i suoi
uomini illustri noteremo il cardi-
nal Francesco Bertazzoli, che me-
ritò la stima, la benevolenza, I' a
micizia, e la fiducia dei Pontefici
Pio VII, Leone XII, e Pio Vili,
essendo legato con quello che re-
gna co' vincoli della più tenera •
reciproca amorevolezza , il perchè
in morte lo lasciò esecutore delle
sue testamentarie disposizioni, che
noi scrivemmo per la somma bon-
tà con cui ci riguardava quell' e-
semplar porporato. Così sono de-
gni di special menzione Bartolo-
meo Pucci, Vincenzo Zuccari e Giu-
seppe Compagnoni. Di Lugo ab-
biamo queste opere : Bartholomeus
Baphius, Oratw de Lugi Flaini-
niae oppidì nobilitate ab eodt-m
Lugi habita i564, Bononiae l564ì
Girolamo Bonoli, Storia di Lugo
ed annessi, Faenza 1732; Rag-
guaglio sopra l'origine delle due
chiese parrocchiali di Lugo, delle
loro prerogative , e delle liti che
sono state tra li due cleri ascritti
alle medesime sino alFanno pre-
sente 1737, Faenza 1737. Abbia-
mo pure da Francesco Leopoldo
Bertoldi, Notizie storiche dell'an-
tica selva di Lugo, Ferrara i 794 J
non che La censura e l'apologia
smentite in difesa delle suddette
notizie, Ferrara 1 795 , e la Con-
ferma delV origine ed esistenza di
Lugo anteriore all'anno 1 170, Fer-
rara i8o3. Giovanni Francesco
Rambelli scrisse il Cenno stori-
co del saccheggiamento di Lugo
del 1 796 , Bologna 1 839. Divi-
desi il distretto di Lugo ne' tre
governi di Lugo, Bagnacavallo, e
Massa-Lombarda : soggiacciono poi
direttamente a Luso le comunità
48 FER
di Cotignoln eFusignano; prima par-
leremo di queste, poi dei due governi
di Bàgnacavallo e Massa-Lombarda.
Cotignoln. V. Faenza, alla quale
un tempo appartenne.
Fusignano. Borgo posto a sini-
stra del Senio, e circondato da u-
bertose campagne, e da luoghi di
delizia : è adorno il paese di belli
edilizi. Fu fabbricato nel secolo
XIII dai conti di Cunio ; e il du-
ca di Ferrara Borso d'Este ne fe-
ce dono ai conti Calcagnilo nobili
ferrami : in progresso ne furono
anche investiti i Sassatelli ed i
Vai ni potenti famiglie d'Imola. Ha
dato i natali ai due geni Ange-
lo Corelli per la musica, e Vin-
cenzo Monti per la poesia, le qua-
li arti per loro sfavillarono di nuo-
va e più viva luce. Giuseppe An-
tonio Soriani ci diede le Notizie
storiche di Famigliano, Lugo i8?.y.
Bàgnacavallo (Ideili).
Massa Lombarda. Borgo situato
fra il Santerno ed il Corecchio in
prossimità del territorio bolognesi;.
Di qua poco erano distanti gli sta-
gni della Paciosa, ed una via sel-
ciata eravi da Imola condotta in-
fino a Conselice, donde per barca
passavano al Po, e quindi all' A-
driatico le merci : oggi i notevoli
prosciugamenti, e la migliore col-
tura hanno vantaggiato i possesso-
ri delle terre. Stava originariamen-
te unito nella selva di Lugo, e fu
signoreggiato ne' primi tempi dal-
l'abbazia di s. Maria in Cosmedin
allorché vi erano gli esarchi. Pas-
sò quindi ai monaci benedettini
fuori di Ravenna, che lo tennero
fino al ii64j epoca in cui fu ce-
duto ai conti di Cuneo e di Lugo
da Federico I. Ritornò quindi ai
benedettini, e da questi passò al
senato d' Imola. Rifugiatesi ses-
FER
santa famiglie lombarde di Man-
tova e Brescia , che fecero massa
in questo sito nell'anno ii3"2, al-
lontanandosi dalla persecuzione di
■ Federico II, queste ampliarono il
paese, ed in tale circostanza la Mas-
sa soltanto fu detta Massa di s.
Paolo. Nelle guerre delle fazioni
de' guelfi e de' ghibellini passò al
senato di Bologna ; indi fu del ni-
pote di Eugenio IV, che la ven-
dette al marchese Nicolò III d'E-
ste. Dopo di ciò Francesco d'Este
generale di cavalleria dell'impera-
tore Carlo V, crebbe il paese_, e
vi coniò monete d'oro e di argen-
to, alcune delle quali sono tuttora
custodite dalla confraternita del ss.
Sagrameuto. Mori Francesco in
Ferrara nel iS'j'ò, e volle essere
dai lombardi dimoranti in Massa
s. Paolo, trasferito in questo luo-
go e sepolto, per cui d' allora in
poi fu detto Massa-Lombarda ;
benché alcuni credono che tal de-
nominazione la prendesse piuttosto
quando vi si portarono a stanziarvi
le dette sessanta famiglie. Nel de-
clinar del secolo XVI, in un al
ducato Feria rese passò sotto Y im-
mediato dominio della santa Sede;
e nel 1796 la popolazione prese
l'armi contro gl'invasori francesi,
unendosi a quelia di Lugo, ma re-
stò immune dal disastro cui sog-
giacque quella città. Massa -Lom-
barda ha molti e buoni fabbricati,
discreto teatro, belli templi, e la
collegiata dedicata all' apostolo s.
Paolo. Comprende pure le comuni
di Conselice e di s. Agata. L'eti-
mologia del nome di Conselice deri-
va dalla via selciata che era in
queste campagne venendo da Imo-
la, costrutta in tempo di Emilio
console romano. Ambedue i luoghi
hanno molti e buoni fabbricati.
FER
Soggiacciono poi direttamente al
comune di Ferrara gli appodiati
Baia a, Denon, Francolino, Mar-
rara , Quarlesana , s. Martino ,
Figarano Maiiiarda, e Ponte La-
goscuro, borgo posto fra il canale
Lavezzola, che comunica col Po
d'Ariano, ed il Po grande. Un ca-
nale che sotterraneamente riceve
le acque dell' altro canale renano
di Cento, gli dà comunicazione con
Ferrara. JNel medesimo sito perchè
si passa il Po, vi è la dogana di
confine, e vi si pratica ragguarde-
vole commercio col limitrofo re-
gno lombardo- veneto. Della pro-
vincia ferrarese ne tratta copio-
samente Antonio Frizzi, nelle Me-
morie per la storia di Ferrara,
Ferrara 1 791, tomi quattro: di
poi il di lui figlio Gaetano pub-
blicò il V ed ultimo tomo nel
1809 m Ferrara, dedicandolo ad
Eugenio Napoleone viceré d' Italia.
Il padre autore avea intitolata l'o-
pera ai savi del magistrato di Fer-
rara. Si può altresì consultare Giu-
seppe Manini Ferranti, Compendio
della storia sagra e politica di
Ferrara, ivi 1808 in sei volumi.
Ivi nel tomo primo il Frizzi eru-
ditamente parla della sua situazio-
ne geografica, delle acque che in
essa concorrono ; ch'era una volta
mare, e che poi fu palude ; della
sua ampiezza, de' primi suoi abi-
tanti etruschi, galli, romani, veneti,
e della loro vita semplice; delle
sue isole, antichi piani, dell'inacces-
sibilità una volta alle armate ; della
sua fertilità, elevazione, coltura, e
della salubrità di sua aria *, quando
appartenne alla provincia della Ve-
nezia antica ; delle antichità in es-
sa trovate; dell'antichità de' suoi
confini a occidente; delle sue di-
visioni nel secolo XIV, de'suoi con-
vol. xxiv.
FER %
fini nel secolo XVI ; de'suoi con-
fini verso Ostiglia ; del suo litto-
rale avanzato in mare di tempo io
tempo ; sue paludi, polesini, tene,
ville, loro origine ed etimologia.
jXel tomo II poi tratta del territo-
rio ferrarese alzato dai fiumi, mi-
gliorato dai toscani, trascurato dai
galli e dai romani ; delle vicende
del resto d' Italia ad esso favore-
voli ; popolato da varie nazioni ;
terremoti in esso radi, e dei pro-
venti che ne ritraeva la Chiesa
romana. .
Finalmente noteremo, che questa
legazione, che porta il nome del suo
capoluogo, formava un tempo i do-
mimi, ed i conquisti della gran con-
tessa Matilde , e delle donazioni
amplissime da lei fatte alla Chiesa
romana, la maggior parte del du-
cato di Ferrara, titolo che assunse
allorché, come meglio diremo, il
marchese Borso d'Este fu da Pao-
lo II creato duca di Ferrara. Il
ducato a cui era stata unita la
Romagnola, il Centese, e il Pieve-
se, era prima riguardato come feu-
do, di cui n' ebbero il dominio i
marchesi d'Este, cominciando da
A zzo IV, che fu il primo marche-
se di Ferrara nel 11 96. Nelle tur-
bolenze italiche vi ebbero predo-
minio i Torelli, possenti rivali degli
Estensi, da' quali ultimi però vennero
superati, aprendosi cosi il sentiero
alla durevole grandezza posteriore.
Verso la fine del 1097 morì Al-
fonso II ultimo duca, e non aven-
do lasciato eredi maschi legittimi,
in conseguenza della donazione o
restituzione fatta dalla gran contes-
sa Matilde di tutte le sue terre
alla santa Sede, il Pontefice Cle-
mente Vili Aldobrandini avocò a
sé questo ducato insieme al suo
territorio, quale feudo papale, se-
4
r,o FER
parandolo da Modena e Beggio,
fèudi imperiali rimasti dopo Alfon-
so li al duca Cesare e suoi suc-
cessori. Da tal epoca rimase questo
ducato soggetto immediatamente al
dominio della santa Sede, e go-
vernato da un cardinale legato, ed
il Baruffaldi ci diede la Cronologia
de 'cardinali legati, i aitali hanno
avuto il governo della città di Fer-
rara dalla devoluzione dello stato
alla santa Sede sino al 1 7 1 8, che
fu pubblicata colle stampe. Abbia-
mo pure dal Bertoldi : Quadro cro-
nologico storico dei diversi dominii
ai quali e stala soggetta Ferrara,
ivi 1 8 1 7 ; e la Serie degli eminen-
fissimi e reverendissimi legati di
Ferrara, ivi 18 17. Il governo le-
gatizio durò sino al 1796, in cui
i francesi colla legge del più forte
se ne impadronirono, essendo stato
poscia per necessità col trattato di
Tolentino ceduto da Pio VI alla
repubblica francese. Da quel pun-
to, seguendo la sorte delle armi, il
Ferrarese ora fu unito alla repub-
blica Traspadana e Cisalpina, ora
occupato dagli austriaci, poi com-
preso nel regno italico, di cui for-
mò la maggior parte del diparti-
mento del basso Po, e parte di
quello del Beno ; e finalmente nel
1 8 1 5 fu restituito alla Sede apo-
stolica, ad eccezione della parte si-
nistra del Po, che fu annessa al
regno lombardo-veneto. Allora fu
da Pio VII ripristinata l'apostolica
legazione, e il cardinal legato che
tuttora la governa.
11 Cohellio nella sua Notitìa par-
la delle diverse dominazioni di Fer-
rara , e della provincia ferrarese.
Sulle sue acque poi sono a leg-
gersi : Antonio Lecchi, Pia/10 per
V inalveazione delle acque danneg-
gianti il Bolognese, il Ferrarese, e
FEB
il Ravennate, formato per ordine dì
Clemente XIII, Roma 1767; Scrit-
ture in materia del Reno per la
città di Ferrara, Roma 1 65 1 ; Im-
missione del Reno nel Po di Vo-
lano a sollievo delle due provincie
di Bologna e Romagna senza real
pregiudizio di Ferrara, Lucca 1761,
seconda edizione; Ragionamento per
dimostrare, che la spesa di un nuo-
vo alveo , che conduca incassati
tutti i torrenti, canali, e scoli al
mare non e una spesa eccedente,
al comune potere, per liberare e
assicurare dalle acque le provincie
di Ravenna, di Bologna, e di Fer-
raraj Bivellino, Discorso sul Reno,
e lettera intorno all'ammissione del
Reno in Po, Bologna 1 65 1 ; Accari-
sio Nicopolitano, Pensieri circa la
diversione del Reno, Ferrara i6q?.;
Bertoldi, Memorie del Po di Pri-
maro, Ferrara 1785; e dello stes-
so Memorie per la storia del Re-
no, Ferrara 1807; ed una molti-
tudine de'piu. celebri idraulici fra i
quali ricorderemo Valeriani , Ar-
genvillier, Frisi , Santini , Jaquier
e Le Soeur, Manfredi, e Bonati.
Ferrara o Ferrarla, grande e
bella città, già capitale del ducato
del suo nome, ed ora capoluogo
della legazione apostolica, e resi-
denza del cardinal legato, è posta
in mezzo ad estese e feracissime
pianure, quantunque basse, fra quel
l'amo del fiume che dicesi Po di
Volano, laddove in altri canali si
suddivide, e l'alveo del Po grande.
È cinta regolarmente di forti mura
e bastioni, che ne rendono l'ester-
no aspetto imponente, ed una lar-
ga fossa per l' addietro ripiena di
acqua ne accresce la tutela. Da
uno dei lati si eleva la fortezza
erettavi da Paolo V colla distru-
zione di Castel Tedaldo, di Belve-
TER
,<lere, e di altre deliziose case de-
gli Estensi, e di quelli che accom-
pagnarono il duca Cesare a Mo-
dena. Al presente è presidiata da-
gli austriaci per una particolare
convenzione segnata l'anno i8i5
al mentovato congresso di Vienna,
nella quale fu pure statuito che
Comacchio avrebbe una guarnigio-
ne di austriaci. 11 disegno della
fortezza pentagono, è tracciato se-
condo le regole della militare ar-
chitettura ; ma essendosi abbando-
nata, ed anche incominciata a de-
molire sul finire del passato secolo,
non è stata di poi che mediocre-
mente restaurata. La medesima
regolarità si ravvisa nelle sue in-
terne vie spaziose, ed in gran par-
te rettilinee. Sulla piazza della Pa-
ce s'innalza in prospettiva il fron-
tone della chiesa metropolitana, il
di cui gotico disegno è abbastanza
decorato pei pregevolissimi lavori,
com'è rimarchevole per il compli-
cato compartimento delle sue par-
ti lombarde e gotiche. I ferraresi
la edificarono nel secolo XII, epoca
di grandezza italiana, e da tre o
quattrocento navigli di diverse na-
zioni si frequentava allora il por-
to di s. Luca, rivolgendo le sue
acque il Po a mezzogiorno, ed ef-
fettuando così una felice positura
a questa nobile terra. Riuscendo
allora incomoda la situazione del-
l' antica cattedrale di s. Giorgio,
della quale faremo memoria in
ultimo parlando della sede episco-
pale, e perchè cominciò a domi-
nare per tutto il mondo cristiano
il ragionevole costume di edificare
templi maestosi e grandi, vennero
i ferraresi ad innalzar nel 1 1 35
la cattedrale presente. L' interna
sua magnificenza si serbò fino al
1^9'S, in cui il duca Ercole I, col
FER 5i
disegno dell'architetto' ferrarese Bia-
gio Rossetti, le rinnovò il coro.
Nell'anno circa 1637 il vescovo
cardinal Magalotti colla direzione
del ferrarese architetto Mazzarelli
imprese a proseguire le riforme al
presbiterio; quindi nel 1 7 1 1 il ve-
scovo cardinal Del Verme fece ri-
costruire una terza parte del tem-
pio, ed il cardinal Ruffo suo suc-
cessore fece compiere il rimanente,
onde l'opera venne condotta a com-
pimento, e perciò della prima sua
forma non rimangono ora che il
prospetto, parte dei fianchi esterio-
ri, oltre al campanile. La dm vi
è d' ordine dorico, a tre navate,
lunghe palmi romani 5o8, 9, 3;
la lunghezza è di palmi 169, s3,
2, esclusa la gì ossessa de' muri.
Sembra che Guglielmo A delardo di
ricca e distinta famiglia ferrarese ne
sia stato il generoso edificatore, e
forse certo Nicolò l' architetto e lo
scultore. Alessandro III nel giorno
dopo Pasqua del 1 1 77 ne consa-
crò l'altare maggiore. I marmi, le
pitture, ed i mausolei, tra' quali
primeggia quello del Papa Urbano
III, il quale prima era decorato
di quattro colonne di marmo ros-
so ch'ora adornano 1' altare de ss.
Vincenzo e Margherita; e l'altro
di Girolamo Lilio, e Gregorio Gi-
raldi, richiamano l'osservazione nel-
1' interno, che ha la forma di croce
greca; come altresì principalmente
è degno di ammirazione il fonte bat-
tesimale. Sono rimarchevoli i fa-
mosi libri corali in pergamena, o-
pera del XV secolo, pieni di pre-
giatissime miuiature nelle quali si
deliziano gli occhi degli intelligen-
ti , e che forse non hanno pari
nell'Europa, se si escludano quelli
esistenti nella pubblica libreria dei
quali si parlerà. Il campanile vie-
52 FER
ne da marmi bianchi e rossi in-
crostato, ed è di elegante moderna
forma, sebbene non ne sia condot-
to a perfezione il lavoro. V. Lui-
gi Cosazza, Memorie sopra V im-
portanza cronologica della chiesa
cattedrale di Ferrara , ivi i836;
nonché Della/acciaia del duomo di
Ferrara, Roma i838. Il principio
di sì maestosa torre, già dal po-
polo tanto desiderata, si deve al
marchese Nicolò III , che vi fece
gettare le fondamenta nel dì 1 i
luglio dell'anno 14.12. U Cancellie-
ri nelle sue Campane, pag. 86,
parla dell'infelice tentativo fatto
dal tedesco Corrado d'innalzare
su tal torre campanaria un orologio
fornito d' ingegnosi artifizi. Il pri-
mo orologio pubblico comparso in
Ferrara fu quello che nel i362
fece collocare sopra una torre del
suo palazzo il marchese Nicolò II
il Zoppo.
Non mancano in Ferrara altri
templi sontuosi, e per onorate me-
morie venerandi. Si distinguono
specialmente quelli di s. Domenico,
ove molti letterati insigni hanno la
tomba , fra i quali Alessandro Sar-
di , il cardinal Giulio Canani , il
Prisciano, e Celio Calcagnini; di
s. Benedetto, ove lungamente giac-
que l'Ariosto; della Madonna della
Pietà detta dei Teatini; di s. Pao-
lo de' Carmelitani; di s. Maria del
Vado dei canonici lateranensi, ove
sono sepolti gli Strozzi; di s. Fran-
cesco , che fu basilica de' minori
conventuali, celebre pei dipinti dei
migliori pittori ferraresi, e special-
mente di Benvenuto da Garofalo ,
di Benvenuto l'Ortolano, del Carpi,
e dello Scarsellino. Quivi stanno se-
polti M. A. Antimaco , Sigismondo
Cantelmo, Ghiron Guido Villa, ed
altri distinti personaggi. La vastis-
FER
sima chiesa di s. Andrea, che fu de-
gli agostiniani, nella cui tavola del-
l'altare maggiore vedesi il capola-
voro di Dosso Dossi. Nomineremo
ancora il tempio della Certosa, ed
altri fregiati tutti di eccellenti pit-
ture, soprattutto del Guercino, dei
Dossi , e di Benvenuto Garofalo.
V. Cesare Barotti, Pitture e sculture
che si trovano nelle chiese t luoghi
pubblici, e sobborghi della città di
Ferrara, ivi 1770, con figure. Al-
la vaga chiesa della Certosa è an-
nesso il grandioso chiostro non ha
guari convertito in cimiterio. Sì
maestoso tempio fu edificato nel
1498, come narra il Frizzi al tom.
IV delle sue Memorie, nelle quali
parla di tutte le chiese di Ferrara
e dell' origine altresì de' religiosi e
delle monache in essa stabilite. Il
citato Cancellieri, a pag. 22, fa me-
moria dell' iscrizione della campa-
na di s. Bartolomeo de' cisterciensi
di Ferrara, conosciuta sotto il no-
me di Campana degli Speroni; dap-
poiché un giorno passando a caval-
lo per quella parte la contessa Ma-
tilde (Vedi), udì il rauco e debo-
le suono di quella che allora ave-
vano. Quindi avendo interrogato i
monaci che l'erano venuti incontro
per onorarla, perchè non ne faces-
sero una migliore , risposero che
non potevano per mancanza di da-
naro: allora la pia e generosa prin-
cipessa si tolse i suoi speroni d'oro
gioiellati, e li regalò all'abbate, il
quale col loro prezzo avendo fatta
fondere altra campana, per memo-
ria fece incidervi la figuro d' uno
sperone con analoghi versi. Ma re' An-
tonio Guarini scrisse: Compendio
istorico dell' origine , accrescimento
e prerogative delle, chiese e luoghi
pii della città e diocesi di Ferra-
ra, ivi 1621. Andrea Borsetti ci die-
FER
de il Supplimento al Compendio
istorico di Marc3 Antonio Guarini,
in cui si contiene l'origine ed ac-
crescimento delle chiese di Ferra-
ra sino al 1670, con altre memo-
rie, Ferrara 1670. E da Giuseppe
Antenore Scalabrini si ha: Memo-
rie istoriche delle chiese di Ferrara,
e de' suoi borghi, Ferrara 1773. An-
tonio Frizzi, Guida del forestiere per
la città di Ferrara, ivi 1787. Gi-
nevra Canonici , Due giorni in Fer-
rara, ivi 18 ig. Francesco Avven-
ti , // servitore di piazza , guida
per Ferrara, ivi 1 838.
Al destro fianco del suddetto
campanile si estende la piazza di
s. Crispino o delle Erbe. La piazza
nuova oggi detta Ariostea è la più
vasta. Su di una grande colonna
eh' esiste tuttora vedeasi la statua
del Pontefice Alessandro VII, che
poi ne fu tolta : vi fu quindi eretta
la statua di Napoleone, e da ultimo
quella marmorea di Lodovico Ario-
sto vi fu solennemente inaugurata.
Ancora si ammira la casa di quel-
l' insigne- poeta, di modeste ed ele-
ganti forme, fatta da lui edificare
aere proprio nella strada detta Mi-
rasole. Per le vicende politiche del
1 796 furono distrutte le due bel-
lissime statue di bronzo del mar-
chese Nicolò III d'Este, e di Bor-
so d'Este primo duca di Ferrara,
le quali erano ai lati della gran
porta, ossia dell'arco che introduce
nel cortile ducale di faccia al duo-
mo. Quella equestre di Nicolò III
fu gettata 1J anno 1 45> 1 ; l'altra di
Borso sedente, con quattro pagget-
ti o geni alati all' intorno, venne
formata l' anno 1 4^4> il tutto a
spese pubbliche. Al castello de' du-
chi grandiosamente innalzato in
foggia di propugnacolo, munito di
quattro torri, dà accesso un ponte
FER SI
levatoio, e questa è attualmente la
residenza del cardinale legato. Que-
sto palazzo che pur chiamasi il ca-
stello ducale , è un edifizio celebre
nei fasti estensi, per il compassio-
nevole fatto di Ugo e Parisina dei
Malatesta, per le vicende del gran
Torquato Tasso, e per la sua strut-
tura, e vista eminente, la quale do-
mina la sottoposta città. Fu Nico-
lò II che nel i385 die principio
a questo palazzo , per procacciare
a sé ed ai successori un asilo an-
nesso alla corte, a cui ricorrere, e
per donde anco uscire di città se-
condo il bisogno. I diversi ampli e
splendidi quartieri della città ridon-
dano di stimabili dipinti ; vanno
specialmente rammentati, il palaz-
zo dell' arcivescovo , quello della
municipalità, quello dei Villa, detto
di Diamante, perchè i marmi bian-
chi, co' quali si compone la faccia-
ta ricca di bassirilievi, ne hanno la
figura. Questo palazzo venne edifi-
cato da Sigismondo d'Este nel 149^,
quando il fratello suo Ercole I fe-
ce l' addizione alla città di Ferra-
ra; passò poscia ad Ercole II, da
cui l'ebbe il cardinal Luigi di lui
figlio, che nel 1567 lo ridusse a
quella magnificenza che trovasi al
presente. Successa la devoluzione
dello stato, il duca di Modena Fran-
cesco I lo vendette a Guido Villa.
Nel 1808 morto a' 16 maggio Gui-
do III Villa, uomo di singoiar pie-
tà, venne in possesso di varie fa-
miglie, le quali stipularono contrat-
to colla comunità di Ferrara a' 3o
settembre 1842. Divenuto il comu-
ne proprietario di questo grandio-
so edifizio v' istituì X Ateneo civico
inaugurandolo all' odierno legato
cardinal Giuseppe Ugolini. Quivi si
sono già traslocate la comunale pi-
nacoteca istituitane! i836, la quale
14 FÉ R
occupa 1J appartamento nobile del
palazzo; la scuola comunale d'or-
nalo, ed altre classi di disegno fon-
date nel 1820; la scuola teorico-
pratica territoriale d'agraria insti-
mi ta con dispaccio della sagra con-
gregazione degli studi de' 7 agosto
1842, ed aperta il 6 febbraio i843,
alla quale è stato assegnato per le
lezioni di orticoltura il grande orto
annesso all' edilìzio. Tra poco vi sa-
ranno traslocate la scuola di vete-
rinaria teorico-pratica fondata nel
1820, l'accademia medico-chirurgi-
ca nata privatamente nel 1822, e
resa pubblica con approvazione go-
vernativa nel 1837, e l'accademia
degli Arìostei succeduta a quella
degl'Intrepidi nel i8o3, decaduta
e risorta nel 1819 col nome di
scientifico-letteraria. Quivi pure è
.slato attivato uno stabilimento lito-
grafico.
Vanno pure ricordati, il palazzo del
Paradiso destinato agli studi t i due
palazzi Bevilacqua, quello Costabili,
nel quale si custodisce una stupen-
da collezione di pitture della scuo-
la ferrarese, ed una biblioteca ric-
ca di manoscritti , di edizioni del
secolo XV, di Aldi, di Elzeviri, di
Cominiani e di Bodoniani; e il pa-
lazzo di Schifanoia detto ora della
Scandiana. Era questo una delle più
belle e maestose fabbriche, ampliata
dalla magnificenza di Borso d'Este,
ma al presente è in grande deca-
dimento; riesce però oltremodo pre-
gevole per le storiche idee che ris-
veglia , e per la grandissima sala
nelle cui pareti a settentrione e le-
vante vi sono a fresco preziosissime
dipinture dei primi artisti ferrare-
si vissuti nel secolo XV e forse nel
principio del secolo XVI. In esse si
ravvisa il fare del Costa e del Tu-
ra , e de'loro discepoli , al pregio
FER
dell'arte uniscono quello della storia,
perchè ci ricoi'dano i costumi di
quella età, essendovi effigiati perso-
naggi distinti e del popolo, uomi-
ni e donne, cavalcate, caccie ed al-
tre feste, abiti d'ogni sorta, vedute,
animali, e quanto mai si può desi-
derare. Accurate descrizioni di (me-
sto importante palazzo, e di quelle
pitture estesero Francesco Avventi,
Camillo Laderchi, Giovanni Maria
Bozzoli, ed attualmente Angelo Bor-
sari sta pubblicando una illustra-
zione quanto elegante altrettanto
erudita di quei dipinti colle rispet-
tive tavole incise in rame. Il palaz-
zo Prosperi, che fu prima de' Ca-
stelli, e poscia de' Sacrati, dicesi dei
due leoni, dai due leoni di marmo
rosso che stanno lateralmente al-
l'ingresso della porta: la cantona-
ta è scolpita con grazioso disegno,
e soprattutto la magnifica porta,
costrutta d' ordine composito , con
colonne scannellate, gradinate, e pog-
giuolo sostenuto da putti, imposte
di marmo con medaglie, e masche-
roni di bronzo, opere di Baldassa-
re Peruzzi. La misera umanità è
sollevata dalle fisiche e mentali ma-
lattie in ampio e ben mantenu-
to spedale , ma serba la memoria
dell'ingiuria ivi fatta al Tasso. Il
teatro di nuova costruzione, presenta
molta eleganza e buon gusto ; si vuo-
le che l'antico fosse il primo teatro
che si aprisse in Italia. Gli ebrei
vi hanno la sinagoga , e sono rac-
chiusi, come nelle altre città pon-
tificie, in separato quartiere, già
vi erano stabiliti nel 1275, e del
loro antico cimiterio ne parla il
Frizzi al tom. IV, pag. 3 18. Al
tempo degli Estensi , coinè diremo,
s'introdussero in Ferrara gli ebrei:
essendo dispersi per la città, dal
cardinal legato Giacomo Serra fu-
FER
tono rinchiusi nel circondario ove
al presente si trovano , ed il suo
successore cardinal Cennini formò
i capitoli del ghetto, pel regolamen-
to dell'università e circondario. Al-
tre notizie di loro si leggono nel-
1' interessantissimo Diario ferra-
rese.
Il secolo XVI fu aureo per Fer-
rara, né maggior lustro poteva spe-
rare di quello di essere divenuta
capitale illustre di tutti i domimi
Estensi, e seggio della loro magni-
fica corte: nohile asilo ai dotti,
teatro di molti grandi avvenimen-
ti, di torneamenti , e di tutto ciò
che si può vedere iti una corte o-
pulente, magnifica e brillante, che
di frequente data sontuose e prin-
cipesche feste e spettacoli. Nei bas-
si tempi in Ferrara celebra vansi
alcune feste nelle quali eravi la
corsa delle donne, la prima delle
quali che raggiungeva la meta, ot-
teneva in premio da'magistrati drap-
pi sciolti o foggiati a sopravveste mili-
tine, corone, cavalli, sparvieri, galli,
o porchette : un tale costume era
pure in Modena ed in Pavia. Di
tale corsa, e di altre di uomini, di
fanciulli, di cavalle, di cavalli, di
asini , e di altri spettacoli ne trat-
ta il Frizzi nel tom. Ili, pag. i85
delle Memorie. Il diritto della zec-
ca l'ebbe Ferrara dall'imperatore
Federico I, ed il Muratori, ed il
Bellini lo credono concesso col fa-
moso diploma de' 23 maggio 1 164,
col quale accordò diversi privilegi
alla città y e la prima moneta co-
niata fu il ferrarino, che fu pure
la maggiore, essendo il danaro mi-
nore il bagalino. Usarono gli E-
sti'iisi, come gli altri principi, del
diritto di battere moneta ne' loro
stati. In Ferrara dalla prima isti-
tuzione della zecca sino al 1 382 si
FER 55
conteggiò la moneta a lire di fer-
raresi, lire di aquilini, e lire di bo-
lognini. In quell' anno poi, circa,
s' introdusse V uso della tanto rino-
mata lira de' marchesini , moneta
ideale composta di venti soldi, op-
pure marchesini moneta reale d'ar-
gento battuta da Nicolò li il Zop-
po nel t38i, da dodici ferrarmi
piccoli ossiano denari ferrarmi per
cadauno. Dal 1 382 circa comincios-
si a calcolare comunemente sulla
lira de' marchesini, la quale al suo
nascere equivaleva al valore di ot-
tantacinque baiocchi e denari die-
ci, ma poi diminuì di tempo in
tempo in valore per modo che al-
la sua abolizione del 1659 non fu
valutata più di baiocchi dieciotto
e denari due. V. Vincenzo Bellini,
Dell'antica lira ferrarese di mar-
chesini detta volgarmente Marche-
sana, dissertazione, Ferrara I754-
Delle monete diFerrara, trattato, ivi
1761; De monetis Ferrar iae, exst.
in Oper. de monel. Ital. : autore di
gran credito, ed assai interessante
per la vera storia del Ferrarese. V.
inoltre Benedictus XIV litterae a-
postolicae, quibus nummularii , et
campsores civitatis Ferrarien, a ter-
lio ad secundum ordinem consilia-
riorum dictae cwitalis transferuntur,
Romae 1758. Giuseppe Mayr, Gli
ultimi periodi della zecca dì Fer-
rara, ivi i823; e dello stesso ab-
biamo : Monete e medaglie onorarie
ferraresi illustrate, Ferrara 1 843.
Non riuscirà discaro fare qui men-
zione dell'introduzione dell'utilissi-
ma arte della stampa in Ferrara.
Ciò avvenne nel 1 47 x Pei' opera
di certo Clemente Donato che pro-
veniva da Roma; ma non poten-
dosi la sua stamperia sostenere col-
le proprie forze, s' intraprese poco
dopo a sue spese da Andrea Gallo
56 FER
cittadino ferrarese, com'egli s'inti-
tola, il quale apri la prima stam-
peria in Ferrara come scrive il Ba-
ruffaldi. Ma da ultimo il eh. sacer-
dote d. Giuseppe Antonelli, nelle
ìli cerche bibliografiche sulle edizio-
ni ferraresi del XV seeolo , ha
provato, che nel r4yi l'introdu-
zione della stampa in Ferrara si
deve attribuire ad Andrea Belforte
francese, poiché le esibizioni fatte al
magistrato di Ferrara dal nomina-
to Donato il 23 novembre i47°>
non vennero accolte attese le disav-
venture alle quali era andata sog-
getta questa città. La prima opera
che vide la luce con data certa è il
Valerii Martialìs Epigrammata ,
Ferrariae die secunda julii anno
Domini MLXXI ommesse le cen-
tinaia CCCC, in 4-°; la qual data è
così posta per essersi il libro termina-
to di stampare il 2 luglio i47x- H
lodato Antonelli pubblicò l' erudita
sua opera in Ferrara nel i83i, ed
ora ha pressoché condotto a termine
la storia della tipografìa degli stati
Estensi del primo secolo della stam-
pa. Ma se il pregio della stampa
Ferrara l' ebbe comune ancor con
altre piccole città italiane, quel ch'è
tutto suo, o al più che divide con
Mantova, è l'aver fino dal 1476
fatta vedere nel suo seno la prima
stamperia ebraica. Girolamo Baruf-
faldi Jun., Della tipografia ferra-
rese dall'anno i47r al i5oo, Sag-
gio letterario bibliografico, Ferrara
1777. Jo. Bernardus de Rossi, De
typographia hebraco ferrariensi corti-
mentarius historicus, quo ferrarien-
sis judaeorum editione hebraicae ,
hìspanicae, lusitaniae recenserunt,
et illustranlur, Parmae 1780. Nel-
l'anno seguente, dalle stampe di
Erlanga uscì una seconda edizione
arricchita di una lettera del suo
FER
autore, colla quale viene illustrata
la tipografia ferrarese.
L' università che quivi fiorì ne
accrebbe grandemente il lustro. Nel
1241 l'imperatore Federico II, se-
condo l'Alberti per punire i bolo-
gnesi a lui contrari, trasportò a
Ferrara la celebre università, co-
me altrove per simile motivo l'a-
veva trasportata altre volte. Ma
essendo allora Ferrara in mano dei
guelfi nemici di Federico II, e per
altre ragioni che riporta il Frizzi
nel tom. Ili, pag. 119 delle Me-
morie, non sembra ciò verosimile,
ed all'anno 1220 aveva parlato di
certe scuole fanciullesche e gram-
maticali al più ch'erano in Ferra-
ra , e che la gioventù ferrarese
portavasi a Modena ove fioriva
lo studio delle leggi, e forse di al-
tre facoltà. All'anno 1264 s' legge
che sotto A zzo Novello, gran fau-
tore de'poeti, Ferrara avea un pre-
gio equivalente all' università, cioè
le pubbliche scuole di legge, medi-
cina, grammatica, e dialettica, le
quali due ultime facoltà, sanno gli
eruditi, che una volta avevano ben
più ampio e più nobile oggetto
che non hanno oggidì , poiché o
col titolo di grammatica , o con
quello di belle arti comprendeva-
no la lingua latina, la rettorica e
la dialettica, e formavano il così
detto trivio conducente all'eloquen-
za, stendendosi insieme all'aritme-
tica, geometria, musica, ed astro-
nomia che si chiamavano il quadri'
vio, da cui si aveva adito alla fi-
losofia secondo la spiegazione che
ne dà Boezio, e il vescovo di Fer-
rara Uguccione nella sua gramma-
tica. Ai dottori di dette facoltà,
nell'antico statuto ferrarese del 1 264,
venne concesso il privilegio di non
andare alla guerra, con pubblica
FER
decreto. Nel 1 297 le pubbliche
scuole erano operte nel convento
di s. Domenico. Mentre il marche-
se Alberto Estense era vicario del-
la Sede apostolica in Ferrara , il
munifico Pontefice Bonifacio IX,
concesse a Ferrara la grazia del-
l' erezione di uno studio generale
od almo liceo, perchè sebbene sus-
sistessero i pubblici lettori delle
menzionate scuole , non avevano
quel credito e nobiltà che gli de-
riva dal grado di università pegli
analoghi regolamenti , e ciò con
bolla de' 4 marzo 1 3g 1 , impetra-
ta dal marchese, e dal comune
della città. Cos'i venne fondata la
università di Ferrara sul modo
stesso , e coi privilegi delle uni-
versità di Bologna e di Parigi, con
licenza d'insegnarvisi qualunque fa-
coltà sagra e profana, e di con-
cedervisi a chi ne sarà degno la
laurea dottorale per le mani del
vescovo pro-tempore a ciò deputa-
to. I savi del comune lieti del pre-
zioso privilegio dell'università, invi-
tarono a leggere in essa professori
di chiaro, nome da parti estere, e
costituirono alle cattedre conve-
nienti onorari. 11 marchese Nico-
lò IH nel 1402 fece riaprire le
scuole dell'università, già chiuse per
ragione di economia otto anni
prima, e pose a leggervi molti ce-
lebri forastieri. Nel i442 3 mar-
chese Leonello Estense coli' elezio-
ne di sei riformatori, volle rifor-
mata l'università , che trovavasi in
disordine: furono chiamati i più
chiari dottori di ogni facoltà, ed
emanate provvidenze per eccitare
alla cultura la gioventù , con ob-
bligarsi altresì i maestri e peda-
goghi de'fanciulli a riportare l'ap-
provazione dell' università. Morto
Leonello al palazzo dei Belriguardo
FER 57
fu di là per gratitudine trasporta-
to a Ferrara il suo corpo pompo-
samente, sulle spalle de' lettori o
degli scolari dell'università, alla chie-
sa di s. Maria degli Angeli. Nel
i4j3 i lettori erano cinquanta, ol-
tre ai rettori, ed altri stipendiali.
Decaduta grandemente l'università,
nel i55o, la restaurò il duca Al-
fonso II, ed il palazzo del Para-
diso divenne nel 1567 la residen-
za dell'università.
Ricuperato da Clemente Vili
al pieno dominio della Chiesa ro-
mana il ducato di Ferrara, con
breve apostolico del 1602 accreb-
be i privilegi della sua università.
V. Andrea Borsetti, Ferrante Bo-
leni Ferrantes, Historia almi Fer-
rar iae gymnasìi, Ferrariae 1725.
Girolamo Baruffaldi, col nome fin-
to di Giacomo Guarini, Ad Jerra-
riensis gymnasii historiam per Fer-
rantem Borsettam conscriplam sup-
plementum, et animadversiones, Bo-
noniae l'j^Oj 1 741 ■ Andrea Bor-
setti, Adversus supplementum , et a-
nimad\'ersìones Jacobi Guarini cri-
tici personali in historiam almi
ferrariensis gymnasii defensio, Ve-
netiis 1747- Dipoi il Pontefice Cle-
mente XIV nel 1771 con nuove
leggi, insigni prerogative, e cospi-
cue rendite fece risorgere la quasi
estinta università di Ferrara. Su
di che va letta la Constitulio Cle-
mentis XIV ', qua almum studium
ferrariense no vis legibus insti tu ti s
immunitatibiis restituilur, atque di-
stìnguitur, Romae 1771. Non che,
Accademia ferrariensis a Clemen-
te XIV restituta. Acccdit oratio ha-
hita IV nonas novembris ij'jì. in
solemni studiorum inslauratione ,
Ferrariae 1772. Il ragguaglio bre-
ve delle vicende dell'accademia lo
scrisse monsignor Carlo Federici;
5$ VER
poi segue la costituzione pontificia
con nuove leggi ed immunità per
l'università; indi succede il breve
dispositivo per l'eredità di Alberto
Penna a favore dell'università, col-
l'elenco de'riformatori e lettori pub-
blici; finalmente trovasi l'orazione
del p. Gio. Luigi Buongiuochi pro-
fessore della medesima. Memore il
Papa Pio VI che nella sua gio-
ventù si era approfondato nelle
scienze più belle, ed aveva estese
le sue cognizioni nella città di Fer-
rara sotto la direzione dell'avvocato
Gio. Carlo Bandi suo zio, che in qua-
lità di uditore assisteva il cardi-
nal Ruffo legato; venendo quindi
in cognizione che l' insigne univer-
sità ferrarese era in umiliante po-
sizione per mancanza di rendite
sufficienti al mantenimento de'pro-
fessori, e non potendo l'erario papa-
leaggravarsi più di tale spesa, perle
vive istanze del ferrarese monsignor
lliminaldi , stimò conveniente ac-
crescere di un quattrino per libbra
il dazio del sale, e che questo pro-
vento andasse in benefizio dell'uni-
versità. V. la Cedala di moto pro-
prio della Santità di N. S. Pio Pa-
pa VI, con cui si aumentano le
entrate, si prescrivono nuovi rego-
lamenti e privilegi per la pontificia
università di Ferrara, Roma 1778.
Francesco Leopoldo Bertoldi, Delle
medaglie e monete esistenti nel mu-
seo dell' università di Ferrara, me-
moria antiquaria numismatica, Fer-
rara 1789. Il Frizzi nel t. I delle
Memorie, a pag. 226 e seg., riporta
in parte gli antichi marmi eruditi
ed iscrizioni, raccolti nell' università.
Per le succennate politiche vicende,
l'università decadde notabilmente,
finche Leone XII colla nota bolla
Quod divina sapientia omnes docci,
ravvivò l'università, e la dichiarò
FER
di seconda classe. Il palazzo della
università contiene una ricca biblio-
teca con preziosi manoscritti di pa-
recchi nostri classici, come di Ario-
sto, del Tasso, del Guarini e di
Cicognara; la cui sala di lettura è
decorata del nuovo mausoleo del-
l'Ariosto. Avvi un gabinetto ar-
cheologico e di mineralogia, un or-
to botanico, ed il teatro anatomico,
e i gabinetti di fìsica e di chimica.
Il Frizzi nel tom. V, pag. 209, nar-
ra che il magistrato nel 1758 fe-
ce l'acquisto ben ragguardevole del
museo del sacerdote Vincenzo Bel-
lini ferrarese, consistente in una se-
rie di medaglie italiane de' bassi
tempi così copiosa, che quasi pote-
va dirsi completa ed unica. L'au-
tore temendo che altri con autori-
tà gliela chiedessero, perchè avea
incominciato a renderla nota colle
sue riputatissime opere, la offri ge-
nerosamente in dono alla comunità,
la quale la ripose nell'università, e
lui destinò perpetuo custode con
conveniente onorario. L'esempio del
Bellini mosse l'abbate Carli a fare
allo stesso museo gratuitamente un
aumento di qualche centinaio di
sue preziose medaglie. Lo stesso an-
che fece il ferrarese cardinale Pu-
minaldi di quante monete , meda-
glie e monumenti antichi di bron-
zo e di marmo capitarono in Ro-
ma in suo potere. Nella pubblica
biblioteca si conservano fra le cose
preziose una serie di libri corali in
numero di dieciotto, i quali uguaglia-
no nel merito quelli esistenti Bel
duomo. V ha opinione che le stu-
pende miniature delle quali vanno
adorni, come pure quelle d' una
bibbia in quattro volumi in foglio
atlantico, sieno state eseguite da
Cosimo Tura, e dalla sua scuola,
che rendono quelle pergamene am-
F B R
mirate: dal colto viaggiatore, con-
tenendo gli avvenimenti registrati
nelle sagre carte. Girolamo Baruf-
faci Jun. ci diede il Commentario
istorico della biblioteca pubblica
ferrarese, Ferrara 1782. V. anche
Prospero Cavalieri, Notizie della
pubblica biblioteca di Ferrara, ivi
181 8: Vincenzo Cicognara, Ragio-
namento !>nlla pubblica biblioteca
di Ferrara, Bologna i83i; V ale-
ri i, Osservazioni sopra la bibliote-
ca di Ferrara tradotte con aimo-
tazioni bibliografico - storiche del-
Vab. Giuseppe Antonelli, Ferrara
i838. Il Frizzi tratta dell'antica
biblioteca di Ferrara al toni. Ili,
pag. 45?}} ove si dice che il mar-
chese Leonello protettore beneme-
rito delle lettere, pose molta cura
in raccogliere antichi e preziosi
codici, e Dell'averne arricchita la pro-
pria biblioteca, col fondarne una
ancora separatamente nel convento
degli Angeli, a confronto delle qua-
li uscì contemporaneamente quella
del convento di s. Paolo, numero-
sa di più di settecento codici. Indi
il Frizzi dice di altre biblioteche
nel tona. IV. Il celebre Celio Cal-
cagnai morendo nel 1 54 1 , legò
per testamento ai domenicani tutti
i suoi libri da convervarsi ad uso
pubblico, ed insieme scudi cinquan-
ta d'oro per le spese delle scansie,
e catenelle da fermare i volumi
ai banchi, come si costumava al-
lora. Alfonso II nel idoo, eseguì
in gran parte il vasto disegno da
lui concepito tre anni prima quan-
do era in Francia, di aggiungere
alla Estense biblioteca, già accre-
sciuta di preziosi codici da Leo-
nello, Boi so, ed Ercole I , tutti i
libri fino a quel giorno stampali.
Ala la pubblica biblioteca ci dice
il Frizzi nel toni. V, pag. 202, che
IL il 59
ebbe priucipio nel 1 746 , per la
generosità di alcuni cittadini, dopo
avere il magistrato piantato presso
all' università il giardino botanico.
Nel 1700 il medesimo magistrato
comprò la scelta biblioteca del car-
dinal Bentivoglio ferrarese, e la unì
a quella pubblica, in modo che al-
lora contò circa seimila volumi,
che in breve crebbe di altri mille,
finché se ne fece la solenne aper-
tura e dedicazione nel 1753, nella
cui circostanza si pubblicò colle
stampe l'orazione latina, che reci-
tò per essa il p. Casto Innocente
Ansaldi domenicano. Successivamen-
te la biblioteca pubblica divenne
più copiosa e rispettabile pei nota-
bili incrementi che ricevette. L'ab-
bate Carli nel 1758 gli lasciò in
legato molti e preziosi libri; così
pur fece il conte Giovanni Troni
nel 1760, ed in seguito Gio. An-
drea Barotti. Indi nel 1772 gli
venne data la biblioteca del colle-
gio di Ferrara della compagnia di
Gesù, coll'aggravio aggiuntovi d'u-
na penzione vitalizia a vantaggio
di due soggetti di quella compagnia;
e nel 1777 il comune, ed annuente
il governo, per l'annuo censo sta-
bilitogli ne accrebbe le rendite che
sin dal 1751 ritirava dall'appalto
de' vetri. Molti cittadini in più vol-
te furono larghi di donativi di li-
bri , ed il cardinal Biminaldi nel
1780 gli die circa mille volumi
di autori ferraresi, e nel 1782 di
altri duemila delle più rare edi-
zioni. S'ingrandì poi notabilmente
nel 1798 pel trasporto fattovi di
non pochi libri de'soppressi moni-
steri e conventi de' regolari, ceduti
a questo stabilimento dal governo,
che allora reggeva questa provin-
cia. Per contribuire vieppiù al lu-
stro di questa biblioteca, il conte
òo FÉ a
Galeazzo Massari molto nel 1 838
legò ad essa la sua ricca raccolta
di libri moderni, né si devono o-
mettersi i molti doni che di recen-
te si sono fatti e si fanno da mon-
signor Carlo Emmanuele Muzza-
relli, e da monsignor can. Mare-
scotti , al cui animo generoso de-
vesi la formazione del museo di
mineralogia, e l'aumento del mu-
seo fisico.
Fiorì la città anco per accade-
mie letterarie ed artistiche. Assai
deve a Guarino la ferrarese lette-
ratura , cooperandovi la protezione
che a' dotti accordò Boiso d' Este.
Sotto di loro, e verso l'anno 1460,
sorse nella città l'accademia Benzia,
una tra le prime che si comincias-
sero ad usare in Italia, istituita
nella casa dei Benzi, dal celebre
medico Ugone. Kenea cognata di
Francesco 1 re di Francia, e mo-
glie del duca Ercole II, siccome
di elevato ingegno , e coltissima,
pel gran genio che aveva verso gli
uomini dotti, dopo il 1 53 x aprì
nelle sue stanze un' accademia di
lettere, la quale però in progresso
se ad esse fece onore, non fu così
alla cattolica religione. L' accade-
mia degli Elevali, che si adunava
in casa di Alberto Lollio, svanì nel
1 54- 1 alla morte del celebre Celio
Calcagnili], uno degli istitutori di
essa: fu supplita da quella de'JFY-
laretì, fondata l'anno i55o circa
dal cav. Alfonso di Teofilo Calca-
gnine Il Frizzi nel tom. IV, pag.
420 osserva che fu mirabile lo sta-
to florido dell' università sotto Al-
fonso II, come l' entusiasmo e la
moltiplicazione delle nuove acca-
demie o letterarie adunanze di Fer-
rara. V'erano nel i562 gli Affla-
ti, e gli Ascendenti j nel 1567 gli
Olimpici, i Tergemini, ed i Tra-
FER
vagliati j nel i56g i Partici j nel
nel 1570 gli Operosi, gli Eletti,
e i così detti Ferraresi j nel 1571
gli Umili; nel 1574 i Mercuria-
li; nel 1575 gli Ardenti, ed i
Costanti j nel 1576 gì' Indefessi j
nel 1 579 i Concordi, e i Rinno-
vali j nel i58r i Sereni j e nel
i588 i Parteni. Alcune di queste
società ebbero per base la sola giu-
risprudenza, altre la filosofia, altre
le belle lettere, altre tutte promi-
scuamente le liberali discipline. Al-
le medesime si aggiunsero quelle
di musica stabilite neir arciconfra-»
ternita della morte l'anno iScp,
e nella confraternita dello Spirito
Santo l'anno 1^97, come si può
intendere da ciò che di tutte è
slato colla possibile diligenza scrit-
to da Girolamo Baruffaldi Jun. col-
le Notizie istoriche delle accademie
letterarie ferraresi, Ferrara 1787.
Indi il medesimo Frizzi nel tom.
IV, pag. 43 parla di altre accade-
mie, come degli Spensierati, dell'oc*
cademia del palazzo ducale, degli
accademici Intrepidi, che aveano
per motto : Premat dum imprimat.
Questa accademia rispettabile fu
istituita per esercizio di lettere ed
armi nel 1600 co' suoi statuti, e
vi recitò la prima orazione nel
1601 il conte Guido Ubaldo Bo-
narelli. Dal pubblico gli furono
assegnati scudi cento annui. Radu-
naronsi da principio nel teatro
presso la chiesa di s. Lorenzo; in-
di nel i655 fu l'accademia risto-
rata dal cardinal Pio vescovo di
Ferrara, che gli aprì l'adito nella
casa di sua famiglia. Nel 1692 il
cardinal Imperiali assegnò parte
della rendita di questa accademia
al mantenimento di due pubblici
maestri di ballo e scherma ; ed in
ogni tempo vi furono aggregati i
FER
primi poeti e dotti d'Italia. Il car-
dinal legato Tommaso Arezzo nel
1819 riformò l'accademia degli
A riostei- Intrepidi. Dipoi sursero le
accademie chiamate , Eroica , de-
§Y Ingegnosi, de' Confusi, de' Tene-
Irosi, e de Fileni j e più tardi quel-
le de' Di/formati , la Pia , de' Co-
stanti, e de Discordanti. Vi furo-
no poscia quelle de'Morescanti, dei
Cigni o delle Muse, dell' Eridano
o del Carmelo, degli Applicati,
de' Velati, degli Arcadi colonia ro-
mana ec. Fiorirono pure le acca-
demiche adunanze della Selva e
della Vigna, quelle degli Argonau-
ti e de' Villani, non che degli Ario-
stei. Ferrara emulò le più colte
città d'Italia per gli uomini illu-
stri che vi ebbero i natali, educa-
zione, protezione e soggiorno. L'ac-
cademia degli A riostei, dopo un de-
cennio, nel 1 84 1 riprese attività e
vigore essendone presidente il col-
to e eh. marchese Tommaso Esten-
se Calcagnini.
L'accademia medico - chirurgica
ebbe origine nel 1822, allorquando
alcuni de' più filantropi medici fer-
raresi proposero ad altri de' loro
colleghi di radunarsi in alcune
sere determinate onde scambievol-
mente soccorrersi in tutto quello
che riguarda l' amenissima sciema
che professano. Piacque 1' idea, ed
il professore Alessandro Colla a ta-
le oggetto offerse il primo la sua
medesima abitazione, per cui av-
venne la prima adunanza nella se-
ra de' 22 novembre dello slesso
anno. Conlinuaronsi le private li-
moni, e vedendo che cresceva lo
zelo in tutti, pensarono di dar for-
ma e regolamento alle loro con-
versazioni, e ridursi in formale ac-
cademia. In fatti sul principio del
1824 piegarono il cardinal Ode-
FER 61
scalchi, allora arcivescovo, acciò la
conversazione fosse dichiarata ac-
cademia, e con tal grado nel 1827
l'approvò la congregazione degli stu-
di in un a'suoi regolamenti. Non an-
dò guari che alla nascente accade-
mia i più distinti medici dell'Eu-
ropa desiderarono di appartenervi.
Il magistrato ferrarese, conosciuta
l'utilità dell'accademia e l'onore
che ne sarebbe derivato alla città
dai lavori di essa, contribuì al suo
incremento con annuo stipendio, e
coll'accordare ampio locale per la
sua residenza nel nuovo eretto a-
teneo civico ferrarese. Contribuì
anche al migliore progresso di es-
sa la congregazione provinciale, col-
l' assegnare un annuo premio con
stabilita somma, per quella memo-
ria che verrà dal consesso accade-
mico creduta degna. Per le ulte-
riori notizie si possono leggere gli
estratti che vennero pubblicati col-
le stampe di quanto si è operato
dagli accademici dall' anno 1827
fino all' anno 1842.
Ferrara surse troppo tardi per
presentare una serie di quegli in-
vitti martiri, i quali collo spargi-
mento del loro sangue segnarono
vittoriosi i primi passi del cristia-
nesimo, ed è perciò che il nu-
mero de' suoi santi è ristretto, in
relazione a molte altre città della
Italia., e di questi ricorderemo i
principali. Beatrice I d' Este nata
di Azzo Vili, dopo di aver fon-
dato un monistero di vergini, det-
to di s. Giovanni Battista, sul mon-
te di Gemmola, ivi morì d'anni
venti con gran fama di santità, per
cui si venera col titolo di beata
d'Este. Beatrice II figlia del mar-
chese Azzo IX, fondatrice del mo-
nistero di s. Antonio di Ferrara
dell'ordine di s. Benedetto. Questa
ftl FER
dopo aver dato il colmo alla sua
gloria colle virtù praticate di au-
sterità, di penitenza, e di buon e-
sempio, nell'età di trenladue anni
morì santamente il di 8 gennaio del
1262. Il culto di questa beata
venne canonicamente confermato
da Pio VI con decreto del 1776,
che accordò anche l' uffizio e la
messa propria. L'arciprete Girola-
mo Baruffaldi ha scritto la vita di
s. Contardo d' Este, che rese assai
venerata la sua memoria colla san-
tità della vita, e coli' esempio la-
sciato d'uno de' più illustri peni-
tenti del secolo XIII. Nacque dal
marchese Azzo IX nel 1249; ve-
stito in abito di penitenza, a tutti
incognito, si diede ad intraprendere
a piedi il pellegrinaggio de' luoghi
santi, ritornando da'quali, preso da
gravissima malattia, morì in Broni,
terra del Piacentino. La fama del-
la sua santità ed i molti miracoli
operati fecero sì che il Pontefice
Paolo V confermò il culto che ab
immemorabile eragli stato accor-
dato, concedendo alla diocesi di
Piacenza la celebrazione della mes-
sa propria. San Bonmercato mar-
tire, secondo le antiche tradizioni
confermate dai Bollandisti , Ada
Sanct. t. Ili del mese di giugno,
fu un illustre chierico della chiesa
di Ferrara, che nel giorno 18 di
giugno subì il martirio per mano
di uno sgherro nella pubblica piaz-
za di Ferrala. Girolamo Baruffaldi
il giuniore ne scrisse la vita che
venne stampata. Il beato Donato
Brasavola, nato nel 1269, vestì l'a-
bito di s. Francesco de'minori con-
ventuali, e pel dono della profezia
venne acclamato beato subito dopo
la di lui morte, che seguì il 24
ottobre i353. Era pure minore
conventuale il beato Antonio Bon-
FER
ladini, il quale dopo essere stato
per sua divozione alla visita de'luo-
ghi santi di Palestina, incammina-
to per Ferrara s' infermò grave-
mente in Cotignola, dove morì il
primo dicembre 1428. Il di lui
cadavere incorrotto sta esposto alla
pubblica venerazione nella chiesa
de'minori osservanti di quella ter-
ra. Santa Caterina Vegri monaca
dell'ordine serafico di s. Francesco
nel secolo XV, nacque nel 1 4 1 3,
e nel 1426 si condusse a Bologna
onde fondare un nuovo monistero
della sua regola, nel quale menò
santamente il restante di sua mor-
tale carriera, perciò viene detta di
Bologna: ivi morì a'9 marzo i463,
venendo canonizzata da Clemente
XI nel 17 12.
Dal secolo XV fino al presente
Ferrara conta i seguenti cardina-
li, oltre più di ottanta ferraresi tra
patriarchi, arcivescovi, e vescovi.
Pio II per il primo creò cardinale nel
1461 Bartolomeo Roverella. Ales-
sandro VI fece cardinale nel i49^
Ippolito I d'Este. Paolo III nel
i538 Ippolito II d'Este. Pio IV
nel i56i Luigi d'Este. Gregorio
XIII nel i583 Giulio Canano. Cle-
mente Vili nel i5g9 Bonifacio Be-
vilacqua, e Alessandro d'Este; e nel
1604 Pio Carlo Emmanuele di
Savoia. Paolo V nel 1621 Guido
Bentivoglio. Gregorio XV nel 1621
Francesco Sacrati. Urbano Vili
nel 1643 Carlo Rossetti. Innocen-
zo X nel i652 Giacomo Corradi,
e nel i654 Pio Carlo di Savoia.
Clemente XI nel 17 19 Cornelio
Bentivoglio. Benedetto XIV nel
1743 Carlo Leopoldo Calcagnini.
Pio VI nel 1776 Guido Calcagni-
ni, nel 1785 Giammaria Riminnl-
di, e nel 1794 Aurelio Roverella.
Pio VII nel 1823 Antonio Pai-
FER
lotta piceno, ma nato in Fer-
ra ra.
Ferrara ebbe un numero straor-
dinario di uomiui celebri in ugni
ramo di scienze , lettere ed arti.
Quelli die principalmente si distin-
sero nelle scienze sa^re sono Lo-
dovico Bigo Pittorio ; Giovanni
Canali; Girolamo Savonarola; Fran-
ceschino Visdomini ; Giovanni Ver-
niti ; Andrea Baceria; Francesco
Silvestri ; Paolo Sacrati ; Lorenzo
BaroUi; Anton Francesco Celiati;
Alfonso Muzzarelli ; Francesco Fi-
netti gesuita. Nella poesia, oratoria,
e grammatica primeggiarono An-
tonio dal Beccaio ; Agostino Becca-
ri ; Lodovico Carbone; Francesco
Cieco; Matteo Maria Boiardo; Gio.
Battista Guarini I; Ercole Strozzi;
Tito Vespasiano; Lodovico Ario-
sto; Antonio Tibaldeo ; Cinzio Gio.
Battista Giraldi ; Giovanni Battista
Guarini li ; Fulvio Testi ; Girola-
mo Baruffa Idi I ; Alfonso Varano
Lorenzo Rondinelli ; Onofrio Min
zoni ; Vincenzo Monti ; Giovanni
Roverella; Francesco Alunno; Al
Berto Lollio ; Bartolomeo Ricci
Alberto Accarisio. I principali giù
reconsulti sono Lodovico Sardi
Jacopino, e Gio. -Maria Riminaldi
Cosimo Pasetti ; Felino Sandeo
Marco Bruno Anguilla ; Gio. Bat
tista, e Giovanni Cefali ; Marc'Au
relio Galvani ; Jacopo Emiliani
Giulio Cesare Cabeo; Ercole Pi
ganti ; Ercole Graziadei. Tra i me
dici ricorderemo Lodovico Bonac
cioli ; Giovanni Maliardo ; Antonio
Musa Brasavola ; Gio. Battista Ca-
nani ; Giovanni Emiliani ; Arcan-
gelo Piccolomini ; Girolamo Brasa-
vola ; Giuseppe Lanzoni ; Francesco
Maria Nigrisioli ; Antonio Testi;
Giovanni Tumiati; Antonio Cam-
pana. Giuseppe Lanzoni ci ha dato
FLR 63
De Jatrophysicis ferrariensibus dis-
sertatio, Bononiae 1691. Furono
distinti filosofi Antonio Montecati-
no ; Cesare Cremouini ; Tommaso
Giannini ; Alfonso Gioia ; Lorenzo
Altieri. Nelle matematiche ed idro-
statica si resero celebri Domenico
Maria Novara ; Giovanni Bianchi-
ni ; Pietro Buono Avogadro ; Gio.
Battista Riccioli ; Nicolò Cabeo ;
Luca Valeri; Gio. Battista Aleotti;
Romualdo Bcrtaglia ; Giovanni Be-
lletti ; Teodoro Bonati. Fra i filo-
logi, storici, biografi, ed antiquari
sono a registrarsi Pellegrino Pri-
sciano ; Gio. Battista Pigna ; Ga-
spare Sardi ; Celio Caleagnini ; Li-
lio Gregorio Giraldi ; Daniello Baia-
toli ; Gio. Andrea Baro t ti ; Appia-
no Bonafede ; Ferranto Ferranti
Borselli ; Vincenzo Bellini ; Fran-
cesco Leopoldo Bertoldi ; Luigi U-
ghi ; Antonio Frizzi ; Giuseppe Ma-
nini; Leopoldo Cicognara.
Questa città ebbe l'onore di es-
sere egregiamente i-i vendicata dal
Lanzi, per le lodi che tributa alla
sua scuola pittorica, la quale pre-
senta una bellissima schiera di uo-
mini celebri fra i pittori. Ci limite-
remo a far menzione de' seguenti.
Galasso ; Cosimo Tura ; Lorenzo
Costa; Ercole Grandi ; Domenico
Panetti; Benvenuto Tisi; Benvenu-
to 1' Ortolano ; Dosso Dossi ; Maz-
zolino Sebastiano Filippi; Bartolo-
meo Ramenghi ; Sigismondo Scar-
sella ; Carlo Bononi. Architetti fa-
mosi furono Bartolino da Novara ;
Giovanni da Ferrara ; Biagio Rosset-
ti ; Alessandro Balbi; Alberto Schiat-
ti ; Giovanni Battista Aleotti; Antonio
Foschini. Primeggiarono tra gli scul-
tori, Luigi Anichini incisore di gem-
me; Antonio Marescotti, e Sperandio
fonditori di bronzi; Pietro ed Alfon-
so Lombardi; Girolamo Lombardi;
64 FER
ed Andrea Ferreri. Se fioriva gran-
demente in Ferrara nel secolo XVI
la poesia, non deve recar maravi-
glia se anco la musica di lei so-
rella fosse assai coltivata. Grande
è il numero de' musicanti , per cui
basterà qui il ricordare Tommaso
Bambusi ; Alessandro Mitteville ;
Luzzasco Luzzaschi ; Lodovico Ago-
stini; Paolo Isinardi; Francesco ed
Alfonso dalle Viole; Sulpizio Tom-
besi; Girolamo Frescobaldi; Ales-
sio Prati; e Briccio Petrucci. Ce-
lebri matrone furono Isotta Alba-
vesani ; Vittoria Piissimi; Tullia
d'Aragona; Fulvia Olimpia Mora-
ti ; Barbara Cavalletti ; s. Caterina
Vegri ; Elena Riccoboni Balletti ;
Isabella d'Este; Angela Scacerni
Prosperi ; e Costanza Monti Perti-
care Scrissero sugli uomini distin-
ti di Ferrara, Giovanni Andrea, e
Lorenzo Barotti, Memorie storiche
de letterati ferraresi , Ferrara 1793.
Agostino Superbi , apparato degli
nomini illustri di Ferrara, ivi 1620.
Antonio Libanori, Ferrara d'oro
imbrunito divisa in tre parli 3 che
contiene le vite ed elogi de' cardi-
nali, patriarchi, vescovi, prelati, e
religiosi famosissimi nativi di atte-
sta città, con l'arme delle loro fa-
miglie, e la dichiarazione delle me-
desime , non che de' vescovi della
s. Chiesa di Ferrara, e deJ più fa-
mosi scrittori, Ferrara i665, 1667,
e 1674. Girolamo Baruffaldi I, De
poeti? ferrariensibus, Ferrariae 1 698.
Borsetti, Almi ferrariensi gymna-
sii hisloria. Cesare Cittadella, Ca-
talogo islorico de' pittori , scultori ,
ec. ferraresi, e delle opere loro, con
in fine una noia esalta delle più
celebri pitture della chiesa di Fer-
rara, tom. IV con figure, Ferra-
ra 1782. Luigi Ughi, Dizionario
storico degli uomini illustri ferrare-
FER
si, Ferrara 1804. Ughi, Pinacothe-
ca brevis nonnullorum ferrariensium
illuslrium, Ferrariae 1807. Conti-
nuazione delle memorie storiche dei
letterati ferraresi, Ferrara 1 8 1 1 .
Girolamo Baruffaldi giuniore, Fa-
scicolo in continuazione delle me-
morie storiche de letterati ferraresi
de' due. Bar olii, con prefazione del cav.
Leopoldo Cicognara, Ferrara 1810.
Non si può condurre a remotis-
simi tempi la costruzione dell'odier-
na Ferrara, senza dare ricetto a fa-
vole. L' opinione più probabile si
è che sul finire del secolo sesto dai
circostanti luoghi v' incominciassero
a stanziare gli abitanti, costruendo
piccolo villaggio alla destra del fiu-
me , e precisamente ove gli Olive-
tani ebbero di poi un moniste ro,
e la chiesa dedicata a s. Giorgio.
Quivi da alcuni si credette fosse sta-
to il Forum Alieni costruitovi dai
romani nella espulsione de' galli.
Molte furono le opinioni sulle ori-
gini di Ferrara, credendo diversi
che venga da Ferat nipote di Noè;
altri che fosse principiata all'epoca
della rovina di Aquileia dai popo-
li fuggiti per le stragi di Attila re
degli unni, innalzandovi rozze abi-
tazioni aumentate poi; altri che
nascesse nell' anno 42^, ovvero nel
675; altri dal detto Foro d'Alie-
no o da un castello che vi era di
antica costruzione; che le mura
nel 585 fossero erette dall' esarca
Smaragdo per ordine dell'impera-
tore d'oriente Maurizio, indi am-
pliata da Agilulfo re de' longobar-
di negli ultimi del secolo VI, o nei
primi del seguente. Si racconta an-
cora che gli sbandali cittadini del-
la distrutta città di Voghenza, Vi-
covenliae, ne aumentarono la po-
polazione, e che fu dichiarata città
l'anno 66 1 o nel 685, quando vi
FER
fu trasferita quella sede vescovile ,
che si disse poi Ferra rio la, e su
nuovo ed ampio disegno fosse rie-
dificata a più riprese dalla sinistra
parte del fiume. V. Gabriele Si-
meoni , Commentari sopra le te-
trarchie di Venezia , Milano , e
Ferrara, Venezia 1 546 ; e Giovan-
ni Battista Minzoni, Riflessioni sul-
la memoria pubblicata da Giovan-
ni Battista Passeri intorno ad una
lapide trovata in Voghenza nel
Ferrarese Vanno 1761, Venezia
1 780. Nuove osservazioni sopra
altre due memorie del Passeri, Vuna
intorno a due Vercelli della re-
gione Padana, l'altra sul sito del-
l' antichissimo Forum Alieni dove
si crede stabilita Ferrara, Venezia
1780. Giuseppe Manini3 Discussio-
ne accademica su l'antico vescova-
to di Voghenza, Ferrara 1795.
Dello stesso, Voghenza villaggio del
Ferrarese un tempo città, Ferrara
1810. Ughi, L'antico e moderno
parere intorno alla situazione del
foro di Alieno posti ad esame, Fer-
rara 1806. Ma il Frizzi nel tom.
II, pag. i3, parlando delle prime
notizie certe di Ferrara, e del suo
ducato sotto gli esarchi , i longo-
bardi, e i Pontefici romani, riget-
ta quanto sull' origine di Ferrara
di favoloso o di falso fu scritto da
molti, tanto di profano che di sa-
gro, avanti al secolo Vili. Ed è
perciò che rigetta per fondatori Cro-
mazio e Ferrato figliuoli di Noè ,
Dardano re degli euganei , Ferra-
ra fanciulla troiana, Manto capita-
no di Antenore, ed altri. Così non
ritiene vera la bolla di s. Vitalia-
no, né vero ciò che si disse del
Forum Alieni, del Forum Arii,
del Vicus Magnus, della Massa
Babilonica, delle Feriae nundinum
di Ferrara, delle mura innalzale
vol. xxiv.
FER 65
dall'esarca Smaragdo , oppur da
Giovanni la città, il vescovato, e i
vescovi di Voghenza. E conchiude
che prima della metà del secolo
Vili non è stato possibile d'incon-
trare il nome di Ferrara in mo-
numenti sinceri , e storie autore-
voli.
I longobardi alla metà del re-
gno di Luitprando non avevano di-
latate le loro invasioni sino all' E-
sarcato {Vedi), alla Peulapoli, ossia
Marca d'Ancona, e al ducato ro-
mano; quando verso l'anno 728,
mentre Leone I l'Isaurico impera-
tore greco, coll'empio suo fanatismo
perseguitava il culto delle sagre
immagini , ed il Papa s. Gregorio
II, Luitprando ne trasse vantaggio
rompendo i suoi confini. Invase
l'esarcato, prese Ravenna colla cit-
tà di Classe, Bologna, la Pentapo-
li, ed altri luoghi ch'erano rimasti
sotto il vacillante dominio de' gre-
ci. Ma dopo un anno probabilmen-
te gli esarchi col favore di una
flotta de' veneziani , fin da quei
giorni formidabili , ricuperarono
Ravenna, e forse anche qualche al-
tro luogo, non però Cesena, Imo-
la e Bologna. I longobardi condotti
da Luitprando nel 743, e da Ra-
schis nel 749 vollero ripigliarsi il
perduto, ma li arrestò l'interposi-
zione del Papa s. Zaccaria, sotto
del quale l'esarcato erasi posto nel-
la protezione della Sede apostolica,
per cui gli storici da tale epoca in-
cominciarono a contar su di esso
il dominio temporale de' Papi. Nel
752, ovvero nel precedente, Astol-
fo occupò di nuovo Ravenna e la
Pentapoli , portò le sue conquiste
sino all'Istria, e vessò più de' suoi
antecessori il ducato romano che
si era dato ai Pontefici vivente s.
Gregorio 1 1 , non che i paesi che
5
66 FER
rimanevano ancora in Italia all' im-
peratore d' oriente. Fuggì perciò
Eutichio ultimo esarca, e la sua
dignità si estinse. Intanto da un
documento di Astolfo del 753 o
^54 si rileva che Ferrara già esi-
steva , che portava forma e titolo
di città, e che in tutti gli accen-
nati avvenimenti era compresa, co-
me una parte dell'esarcato.
Vedendo il Pontefice Stefano II
detto III, che Astolfo non cessava
di fare strage ne* suoi dominii, nel
754 si portò in Francia, invocan-
do l'aiuto del re Pipino, il qua-
le disceso in Italia costrinse A-
stolfo a restituire l' esarcato alla
Chiesa romana , per cui il Papa
concesse l'amministrazione dell'esar-
cato di Ravenna all'arcivescovo Ser-
gio, ed ai tribuni della città. Nel
registro che fece Cencio Camera-
rio de' proventi della Chiesa roma-
na, come lo pubblicarono il Mu-
ratori ed il Cenni, si legge che nel
pontificato di Stefano II detto Ili
appartenevano al patrimonio della
chiesa : Ravenna Comadium . . .
et omnis ducatus Ferrariae . V.
Borgia, Memorie (storiche tom. I,
pag. 18, ove concorda l'Anastasio
bibliotecario con Cencio, sul domi-
nio della santa Sede, su Cornac-
chie e su Ferrara , ed il Rinaldi
all'anno 756, num. 5, aggiunge che
Stefano III mandò un suo ministro,
e prese le città che il novello re De-
siderio si era obbligato di restituire,
cioè Faenza, e tutto il ducato di
Ferrara. È da sapersi che Astolfo
erasi ritenuto , o aveva di nuovo
occupato il ducato di Ferrara ; ma
essendo morto nel 756 quel re,
Desiderio comandante de' longobar-
di nella Toscana, implorò la pro-
tezione di Stefano III per succeder-
lo nel trono, promettendogli la re-
FER
stituzione delle terre ritenute. Con-
seguito 1' intento appena resi ito»
Faenza e il ducato di Ferrara. V.
Bernardi» Sacclms , Bononiae et.
Ferrariae incrementa sub Ecclesìa
romana, exstat in Tlies. Graev. ant.
et Just. Ital. tom. III.
Desiderio ingratamente non ces-
sò di commettere ostilità nella Pen-
tapoli , e tentò riprendere Raven-
na , il perchè s. Paolo I nel 758
si trovò in necessità di ricorrere al
re Pipino. Dalle lettere di questo
Papa, e da quelle di Stefano III
sembra confermarsi il titolo di du-
cato che già godeva Ferrara , per
essere governata da un duca , il
primo de' quali probabilmente vi
fu preposto dall'esarca Longino che
fu il primo esarca, nominato l'an-
no 5^8 , e perciò la fondazione di
Ferrara sarebbe più antica dell'ac-
cennata epoca; ed inoltre ch'era
città di qualche distinzione per es-
sere governata dal proprio duca ,
titolo che allora equivaleva a quel-
lo di governatore. Divenuto Pon-
tefice Adriano I nel 772, Deside-
rio invase di nuovo civitatem Fa-
ventiam et dncatum Ferrariae seti
Comacchium de exarcatu Raven-
nae con molti altri luoghi; ma A-
driano I invocò le armi di Carlo
Magno, che imprigionò Desiderio
colla moglie Ansa, die fine al re-
gno longobardico, e rese alla Chie-
sa le usm*pate terre, tornando così
Ferrara ed altre città all' ubbidien-
za del Pontefice, meno la tempo-
ranea appropriazione che fece di
Comacchio, del ducato di Ferrara,
e di altri luoghi Leone arcivesco-
vo di Ravenna. Nel marzo del 928
Ugo re d' Italia passò per Ferrara,
che taluno crede in quell'infelice
secolo, in cui il dominio de' Papi
poco era rispettato, appartenesse a
PEI
«juel principe. A questo secolo !a
storia parla solo di alcuni possedi-
tori di ampi terreni ferraresi, il piìi
opulento essendo Almerico, una par-
te del quale egli trasmise ad Ober-
to conte, che forse al dir di alcu-
no diede origine alla casa d'Este.
Dai documenti del g5i trovasi me-
moria per la prima volta della cit-
tà di Ferrara, esistente già di qua
dal Po. Dal o,5o, al 984 sono ri-
portate le notizie di alcuni duchi ,
conti, consoli, giudici, ed altri di-
stinti personaggi di Ferrara del se-
colo X; non che le prime notizie
del suo comune, come della venu-
ta dell' imperatore Ottone I, più
volte, massime a'22 marzo 970, in
Ferrara , che come Carlo Magno ,
e Lodovico I confermò alla santa
Sede il dominio del Ferrarese.
Il Pontefice Giovanni XV detto
X~\ I. per la stretta amicizia che
aveva con Tedaldo bisavolo od a-
vo della gran contessa Matilde, gli
die in feudo ducale, trasmissibile ai
successori, il dominio di Ferrara ;
ed il citato Borgia, a pag. io, ri-
porta la testimonianza del monaco
Donizzone di Canossa che fiorì nel
secolo XI. Ciò accadde probabil-
mente dopo il 984 , con annuo
censo da pagarsi alla romana Chie-
sa , ed abbiamo che Tedaldo si-
gnore di Ferrara edificò un ca-
stello nella città , dal suo nome
chiamato Castel Tedaldo j e fondò
e di molti beni dotò il celebre mo-
nistero di s. Benedetto, appellato
di Polirone, perchè situato in un
piano che allora costituiva un'isola
formata dal Po, e da un suo ramo
detto Larione, che poi fu compre-
so nel ducato di Mantova. Tedal-
do mori nel 1012, e fu sepolto in
Canossa castello del Reggiano, ote
teneva Y ordinaria sua residenza.
FER 67
Gli successe il marchese Bonifacio,
nato da lui e da Gisla sua moglie,
tanto nelle ampie ricchezze, che
nelle paterne giurisdizioni. Ampliò
i domimi, e dopo la morte di Ri-
chelda sua piissima moglie, nel
io36 si sposò con Beatrice figlia
di Federico duca della Lorena su-
periore, che gli recò in dote assai
beni di là dai monti, ed anche in
Italia. Da questo matrimonio nac-
que Matilde la gran contessa, fem-
mina insigne, della quale il potere
e le azioni riempiono la storia dei
suoi tempi. Lucca , Mantova , e
Ferrara si disputarono Y onore di
averla veduta nascere. Ma il luo-
go stabile della residenza del di
lui padre Bonifacio, e della sua
famiglia , dalla storia si tace. Si-
gnore, com'egli era della Toscana,
di Ferrara e di Mantova, padro-
ne di tante ville, terre e castelli,
e di una gran parte de' territorii
di Modena e di Reggio, e di più
immerso nelle principali vicende
di Lombardia, or qua or là va-
gante, né mai fermo lungamente
in un luogo , negli ultimi anni
di sua vita Bonifacio soleva riti-
rarsi alcuni giorni nella solitudine
di Pomposa per rassettar la pro-
pria coscienza. Morì nel io52, for-
se vittima della gelosia, che della
sua possanza e ricchezza aveva Io
imperatore Enrico III. Della sua au-
torità e beni ne usò molto a pro-
fitto de' popoli, delle chiese, e dei
monisteri ; ma pure ne abusò, e me-
ritò dal contemporaneo Ermanno
Contratto il titolo di tiranno. Sebbene
il dominio di Ferrara gli fosse per-
venuto come a successore di Te-
daldo , che 1' ebbe per concessione
pontificia, pure sempre si mostrò del
partito regio ed imperiale; però
all' età sua -non era incompatibile
68 FER
l'aver feudo della Chiesa, e pollar
divozione all'impero., come lo di-
venne dopo la sua morte. Per lai
ragione i ferraresi facilmente si
confusero coi sudditi del reame i-
talico, e per tal ragione , fra le
altre, gl'imperatori anche dopo le
restituzioni e conferme fatte dei
propri stati alla Chiesa, riguardaro-
no come proprie queste provi ncie,
accordarono agli arcivescovi di Ra-
venna, quasi come duchi e conti,
il temporale dominio dell'esarcato,
sparsero in esse privilegi, vi spedi-
rono messi, ne trassero contribu-
zioni, e vi esercitarono altri simi-
li atti sovrani.
Grandi sconvolgimenti produsse
la morte di Bonifacio nella sua
famiglia: oltre a Beatrice sua mo-
glie, lasciò Federico, Matilde e
Beatrice suoi figliuoli in età tene-
ra, e la seconda di sei anni, che
fu l'unica che sopravvisse, mentre
il fratello e la sorella fra tre an-
ni morirono. La vedova sposò Go-
ffredo duca di Lorena detto il
Barbato, e promise Matilde in ispo-
sa al di lui figlio Gotifredo il Gob-
bo. Con tali matrimoni, e collo spe-
cioso titolo di amministrazione ven-
ne il primo a procacciarsi il do-
minio degli stati, e del pingue pa-
trimonio della madre e della fan-
ciulla. Gotifredo senza contrasti con-
servò il dominio di Toscana, ed
altri luoghi ; ma i ferraresi per al-
quanti anni non riconobbero la
contessa Matilde per loro signora,
non credendosi comprese le femmi-
ne nella concessione di Giovanni
XVI, come ancora per non avere
dato Corrado il Salico norma al-
le consuetudini feudali che più tar-
di; sebbene mai per leggi o con-
suetudini furono le donne capaci
di feudi, siccome credute incapaci
FER
del peso annesso del militare ser-
vigio. Gotifredo il Barbalo s'ingran-
dì nella fanciullezza di Enrico IV,
e molto di più nel io5j per l'e-
saltazione del cardinal Giuniano di
Lorena, suo fratello, al pontificato
col nome di Stefano IX detto X,
ch'ebbe in animo per sino d'innal-
zarlo al trono d' Italia. Dopo la
morte di Stefano X insorse l'anti-
papa Benedetto X, a cacciar il
quale ne venne commessa l'impre-
sa dalla corte imperiale a Goti-
fredo ; e siccome questi dopo la
morte del Papa Nicolò II contro
quella difese i romani e l' eletto
Alessandro II, e questo anche con-
tro Riccardo principe di Capua in-
vasore di alcune terre del ducato
romano, sembra impossibile che
Gotifredo vedesse con indifferenza,
e in un con lui la santa Sede, la
sottrazione di Ferrara al loro do-
minio, mentre agevole sarebbe sta-
to il ricuperarla. Tuttavolla si sa
che Enrico III facendo delle osti-
lità contro la famiglia di Matilde,
considerò Ferrara come propria, e
protesse i ferraresi, che nel io55
avvi indizio che onorasse di sua
presenza , come avvi indizio che
salvo alcun diritto di vassallaggio,
di appellazioni, e d' imposte, non
impedisse l'imperatore alla città di
reggersi nel rimanente col proprio
magistrato municipale. Certo è che
i ferraresi, come altri popoli d'Ita-
lia de'bassi tempi, abbandonati tal-
volta a sé stessi ed esposti alle
scorrerie od alle potenti fazioni, si
avvidero delle proprie forze, ed
ammaestrati dalla necessità ne u-
sarono , senza aspettar suono di
tromba che gliene facesse invito,
o condottiero che li guidasse. Al-
tra volta furono sottomessi da qual-
che potente, si riebbero, seguirono
FER
il partito più vantaggioso, entra-
rono in confederazioni , e si diero-
no a reggere a chi reputarono più
a proposito ; né realmente cessò
ne' ferraresi ogni apparenza di re-
pubblica, se non quando gli Esten-
si, al dominio de'quali avevano da
principio inclinato per genio, fu-
rono loro costituiti vicari della
santa Sede.
In un documento del io83 per
la prima volta si apprendono i no-
mi di tre famiglie ferraresi, cioè
gli Aldigieri, i Torelli ossia de'Sa-
linguerria, e la Marchesella detta
degli Adelardi, le quali fatte po-
tenti nel tempo appunto della li-
bertà, erano quelle che tra le al-
tre traevano seco, e dividevano in
vari partiti, le altre del popolo.
Morì Gotifredo il vecchio nel 1070,
indi nel 1076 Beatrice, e Golifredo
il marito di Matilde, marito di
solo titolo non in effetto . Matilde
inclinò sempre ai Pontefici , Goti-
fredo il Gobbo all' opposto partito,
nelle famose vertenze tra il sacer-
dozio e l' impero. Grande autorità
ella ebbe in Italia, e forse più che
qualunque de'suoi antenati: posse-
dè il marchesato di Toscana, Mo-
dena, Reggio, Parma, e poi Man-
tova e Ferrara con castelli ed al-
lodi d'altra sorte in gran numero,
de'quali poi fu libéralissima dispen-
sitrice ancor vivente a chiese e
monisteri. Sono troppo celebri le
donazioni che di gran parte del
suo patrimonio essa fece a s. Gre-
gorio VII, ed a Pasquale li, che
tanto accrebbero le scissure tra
l' impero, e la santa Sede di cui
fu sempre valida sostenitrice anche
colle armi, siccome tutto notammo
a' rispettivi articoli del Dizionario,
donazioni di cui ella sinché visse
godè l' utile dominio. Non conti-
FER 69
nuato però, né pacifico sempre fu
il dominio di Matilde; e Nonan-
tola, Lucca , Mantova e Ferrara
le diedero affanno colle loro ribel-
lioni, e le due ultime città special-
mente ben tardi gli si riconcilia-
rono. Fra i castelli di Matilde da
s. Gregorio VII visitati, nel 1077
si nomina pure Ficarolo, oggi ter-
ra, allora castello del Ferrarese sul
Po. Intanto Matilde nel costante
impegno per il Pontefice contro gli
scismatici, ebbe bisogno di un rin-
forzo per far equilibrio a'suoi po-
tenti avversari. Papa Urbano II
nel 1089 gli propose o comandò
che sposasse Guelfo V duca di
Baviera, della famiglia diramata
dallo stesso ceppo che l'Estense, e
grande scudo de' cattolici in Ger-
mania, ed ella vi acconsentì al
modo che si disse al di lei artico-
lo. Quindi il prode duca umiliò gli
scismatici di Lombardia, mentre
Enrico IV immensi danni e varie
sconfitte portò ai molti beni ed ai
pochi soldati di Matilde. Questa
conoscendo le mire del consorte,
fece da lui divorzio; e profittando
dell' avvilimento in cui era caduto
l' imperatore e il suo partito, ricu-
però il perduto, avente presso di
sé per concertare le imprese il car-
dinal Bernardo legato di Pasquale
II. Nell'autunno del noi Matilde
con armata composta di toscani,
romani e lombardi , e co' navigli
de'ravennati e veneti cinse d' asse-
dio Ferrara per mare e per terra,
come a detto anno narra il Rinal-
di. Non essendo l' imperatore in
caso di sostenerli, i ferraresi si ar-
resero; e dal soccorso dato dai ve-
neziani alla contessa ebbero origi-
ne le immunità e i diritti che es-
si goderono in Ferrara per molti
secoli. Si racconta pure che Matib
70 VER
de ai segno di gratitudine ai ve-
neti fece nella città fabbricare, e
loro donò una chiesa dedicata a
s. Marco. Morì Matilde nel 1 1 1 5
dopo aver contratto amicizia con
Enrico V, e ricuperato Mantova, e
gli stati alienatisi nello scisma. In
quanto alla donazione fatta de' suoi
domimi alla santa Sede, si osserva che
i beni allodiali del Ferrarese li die al-
l'abbazia di Nonantola coll'autoriz-
zazione pontificia, perchè col pre-
cedente atto non polca più dispor-
ne; quanto al dominio della città
e del contado feudo della Chiesa ro-
mana, sembra inutile la di lei do-
nazione , mentre già esso doveva
ricader di ragione dopo la morte
di lei alla Chiesa medesima per
mancanza di successione.
Dopo la morte di Matilde, i con-
soli, il comune, e una certa forma
di governo nazionale delle cose pub-
bliche fu conservata in Ferrara .
Avverte il Muratori , che allorché
s' incontra nelle città d' Italia il no-
me di consoli, è una prova ch'es-
se erano libere. A quel tempo e-
rano pure in Ferrara le dignità
de' capitani, giacché le città italiane
avevano tre ordini nel popolo : il
primo de' capitani, il secondo de' val-
vassori, il terzo della plebe, da cia-
scuno de' quali traevano i consoli.
Enrico V s' impossessò di gran par-
te de' beni di Matilde , e dopo la
sua morte il Papa Onorio II creò
marchese e duca, ed investi di tale
eredità un Alberto o Engclberlo ;
ma non pare eh' egli esercitasse so-
pra di essa alcun dominio. Dal 1 1 33
al il 3g le principali notizie di Fer-
rara sono l'edificazione della nuo-
va chiesa cattedrale a sinistra del
Po, e l' immediata dipendenza del
vescovo dal Pontefice romano; in-
di dal 1139 al n45 sono notate
FER
le divisioni del popolo, il novero
delle famiglie più polenti , come
de' Torelli o Salinguerra, e degli
Adelardi o Marcheselli, ed altri, col-
le analoghe notizie , e del modo
come fu da loro signoreggiala la
patria. Mentre erano sopite le ni-
mistà tra i Papi e gì' imperatori ,
fu eletto Federico I, che nell' idea
di restituire all' impero 1' antico
splendore, pose in scompiglio l'Ita-
lia e la Germania. Calò nel 1 1 54
in Italia, e nel suo ritorno che vi
fece nel 11 58 intimò a diverse città,
fra le quali Ferrara , di spedirgli
truppe, e fu ubbidito , mentre la
città era diretta dai Salinguerra di
parte imperiale , e perciò contra-
ria agli Adelardi. Quando Federi-
co I volle dai ferraresi ostaggi , si
mostrarono resistenti, confidando
nelle impenetrabili paludi che il Po
le formava all' intorno ; ma le sol-
datesche imperiali, superati i natu-
rali ostacoli, tolsero quaranta ostag-
gi dalla città , che suo malgrado
chinò il capo all'imperatore. Inu-
tilmente il Papa Adriano IV a
mezzo de' suoi legati protestò con-
tro i lesi diritti , e fra le istanze
fatte pe'suoi cardinali legati, quel-
la vi fu, de possessionibus Eccle-
siae Romanae resti tuendisy et iri-
butis Ferrariae, Massae, Ficarolu _,
totius terrae comitìssae Matìldis ee.,
mentre venendo eletto Alessandro
III, l'imperatore prese a protegge-
re l'antipapa Vittore IV, onci' ebbe
origine il funesto e lungo scisma ,
ed ebbero pur origine per Federico I
i podestà e la zecca di Ferrara.
Alessandro III scomunicò Federico I,
e i popoli si divisero nel seguire le
loro parti; e nella famosa lega lom-
barda contro il secondo vi entrò
pure Ferrara , concorrendovi anco
con navi armate. Dall'apparato di
FÉ II
tante formidabili fune intimorito,
nel 1 1 68 Federico I si ritirò in
Germania, quando la lega in ono-
re del legittimo Papa edificò una
città, e gì' impose il suo nome chia-
mandola Alessandria detta dai ne-
mici della Paglia. In tal modo Fer-
rara si trovò libera più di prima,
uè altro da lei esigette Alessandro
HI che lo star ad esso unita con-
tro il comune nemico. Durò Fer-
rara in questo stato fino a che si
diede alla casa d' Este, la quale ri-
conobbe questa città dalla santa Se-
de. Glorioso fu pei ferraresi il soc-
corso che diedero , per volete di
Guglielmo Marchesello, e in unio-
ne ad Aldiuda coutessa di Berti-
noro, all'assediata Ancona, liberan-
dola dalle armi imperiali e venete
che l'avevano ridotta agli estremi.
Nel 1 176 ie squadre imperiali fu-
rono totalmente sconfitte dalla le-
ga lombarda, e d' indi in poi det-
tarono in certo modo la legge a
Federico I, che fu il primo a chie-
dere pace, mandando perciò messi
ai Anagni ad Alessandro III, il
quale volendo salvare le convenien-
ze della lega e delle altre parti in-
teressate! fu stabilito uu congresso
in Ferrara , ove il Papa invitò i
deputati della società. Egli vi giun-
se da \enezia con pomposo segui-
to di galee e di nobiltà , a' 17 a-
prile 1177, nella domenica di Pas-
sione, essendo vescovo di Ferrara
Presbiterino. In questa città Ales-
sandro III emanò vari brevi, e coi
rettori della società, gli ambascia-
tori di Venezia, e il comune coi
consoli, venue con giuramento sta-
bilita la libera navigazione del Po
alle altre nazioni , queste promet-
tendo altrettanto ai ierraresi. Final-
mente si conchiuse che il Papa e
l'imperatore si dovessero trovare
FER 71
insieme a Venezia, ove perfettamen-
te segui la tanto sospirata riconci-
liazione tra il sacerdozio e l' impe-
ro. Ferrara, al pari delle altre cit-
tà della lega, rimase in propria
balìa, tenendo un podestà a presie-
dere il repubblicana governo, a cui
veniva scelta persona di nobiltà co-
spicua. Il podestà però divenne un
mero giudice ordinario d'ambe le
materie civili e criminali quando i
ferraresi si dierono agli Estensi, e
terminato il loro dominio, la sua
giurisdizione fu divisa ne' due luo-
gotenenti della legazione apostolica.
Sino dal ii5g Adriano IV, come
si è detto, avea fatto rappresentan-
ze a Federico I , affinchè rendesse
alla Sede apostolica le ragioni oc-
cupate nel Ferrarese; nelle condi-
zioni poi della pace stabilita in A-
nagni nel 1176, rimase inclusa una
tal restituzione^ consistente in vari
diritti di esigere tributi non solo
ecclesiastici, ma secolari, e sovrani
ancora, non ostante la libertà dal
popolo goduta di governarsi da sé
medesimo. Non si curò Ferrara di
essere compresa nella pace che Fe-
derico I die in Costanza nel 11 83
a molte città, per non obbligarsi a
veruna attiuenza al regno italico,
forse a ciò consigliata dai ministri
pontificii. Malcontento Papa Urba-
no III di Federico I e di Enrico
VI suo figlio, si disponeva in Ve-
rona a scomunicarlo, ma supplica-
to dai veronesi a non procedere a
tal passo nella loro città, nel 1187
si portò in vece a Ferrara con ani-
mo di eseguir qui più liberamente
la sua risoluzione, come città stac-
cata dall impero, e fedele a! Pon-
tefice. Agli 8 ottobre era in Fer-
rara, quando o pe' disgusti ricevu-
ti dai nominati principi , o per la
conquista fatta da Saladino di Gc-
72 FER
msalemme, infermò per soverchia
afllizione, ed assistito dal b. cardi-
nal Enrico di Castel Marsiaco, -mo-
ri a' 19 o 20 ottobre, al dire del
Papebrochio, in Propylaeo par. 2,
pag. 3o. I ferraresi gli celebrarono
solenni esequie per sette giorni con-
tinui, e fu tumulato dietro l'alta-
re maggiore, d'onde nel i3o5 fu
trasferito ad onorevole mausoleo di
marmo, il quale venendo demolito
nei primi del secolo XVIII, resta-
vi la sola iscrizione in cui è sba-
gliato l'anno della morte, dicendosi
avvenuta nel 1 1 85. Immediatamen-
te dopo la morte del Papa, venti -
sei cardinali che trovavansi in Fer-
rara salutarono successore il detto
b. Enrico; ma egli modestamente
li ringraziò, ed invece procurò che
venisse eletto a' 20 o 21 ottobre,
secondo il citato Papebrochio , il
cardinale Alberto di Morra nobile
beneventano, che prese il nome di
Gregorio Vili, e fu consagrato ai
25 ottobre. Dimorava ancora in
Ferrara il nuovo Pontefice li ir di
novembre, indi partì per Bologna
ov'era a' 19 di tal mese.
Dopo aver il Frizzi nel tom. II ,
pag. 2 1 1 e seg. parlato delle antiche
forme del governo del comune di
Ferrara, de' suoi consoli, giudici,
consiglieri, savi e giudici de' savi, in-
comincia il t. Ili col descrivere l'estin-
zione dei Marcheselli o Adelardi, e lo
stabilimento degli Estensi in Ferrara,
le gesta de' quali toccheremo com-
pendiosamente, massime per ciò che
riguarda la santa Sede, dicendo del-
le sole cose principali. Marchesella
fu l'erede della pingue eredità de-
gli Adelardi, e la superstite di sì
preclara famiglia. V. Alfonso Ma-
resti, Cronologia ed istoria de' capi
e giudici de savi di Ferrara, ivi
168 3; Teatro genealogico edisto-
FER
rido delle antiche ed illustri fami-
glie di Ferrara, ivi 1678^ Rac-
colta delle armi de' nobili ferra-
resi, Ferrara 1690. Abbiamo anche
altra Cronologia ed istoria de' giu-
dici della città di Ferrara, ivi
1688. Guglielmo III, siccome quel-
lo cui stava a cuore il bene di
sua patria , per tentare di estin-
guere le antiche discordie, e con-
ciliare insieme il proprio partito
con quello de' Torelli , destinò la
nipote Marchesella, ultimo rampollo
della nobile famiglia Adelardi o
Marcheselli, in isposa al figlio di To-
rello. Morto Guglielmo, il suo par-
tito mal soffrendo tanta prosperità
ne' Torelli , unitosi al nemico di
questi, Pietro Traversarlo potente
in Ravenna, deliberò d' impedirla,
e rapita la fanciulla, la consegnò
alla famiglia che dominava in Este,
e che per nobiltà, per ricchezze e
per valore era riputatissima, e ca-
pace di difenderla da chiunque a-
vesse osato di contrastargliela. Vi-
vevano allora molti Estensi maschi,
onde fu accordata sposa ad uno di
essi, che non Obizzo, ma piuttosto
Azzo o Azzolino si chiamava, come
pure opina il MuratoVi. Inoltre s'in-
tese con questo matrimonio di chia-
mare in Ferrara un' altra potente
famiglia , la quale mettendosi alla
testa de' clienti de' Marcheselli, ab-
bassasse i Torelli. Tuttavolta non
mancano sostenitori che Marchesel-
la premorisse al matrimonio, e che
ciò non ostante gli Estensi si usur-
passero la di lei roba. Qui va da-
ta qualche contezza dell' origine e
nobiltà dell' inclita famiglia d'Este,
che tanta connessione ha colla sto-
ria di Ferrara, della quale pur par-
lammo agli articoli Baviera, Brun-
swich,Enrico il LEONEedaltri, seguen-
do il lodato Frizzi che prese giù-
FER
stameute per guida il Muratori. Ab-
biamo una folla di storici che de-
scrissero le notizie della casa d'Este,
essendo li principali i seguenti :
Berni, Degli eroi della casa d'Este)
ch'ebbero il dominio in Ferrara, 1 640.
Cariola, Ritratti de' principi d'Este
ignori di Ferrara , con t'aggiunta
de' loro fatti più memorabili ridot-
ti in sommario, Ferrara 1 62 1 . Ven-
turini, Commentarli de Atestinorum
principimi calamitatibus, Lugduni
1 755. Domenichi, Commentario del-
le cose di Ferrara, e de' principi
iVEste di M. G. B. Giraldi, ag-
giuntavi la vita di Alfonso dJ Este
di Ferrara , descritta dal Giovio,
Venezia «597. Gyraldius Chintius^
De Ferrarla et Atestinis principi-
bus commenta rioluni ex Lilii Gre-
gorii Gyraldi epitome deductum,
Ferrariae i556. Pigna, Storia dei
principi d'Este, Ferrara 1570, e
Venezia 1572. Ragioni della sere-
nissima casa d'Este sopra Ferra-
ra confermate e difese in risposta
al dominio temporale della Sede
apostolica, 1714- Risposta per la
camera apostolica alle scritture
pubblicate per parte del duca di
Modena senza luogo ed autore,
i643. Ristretto delle ragioni, che
la casa d' Este ha con la camera
apostolica con le risposte di Roma,
e controrisposte del serenissimo duca
di Modena: questa controversia per
Comacchio, Lugo, Cento ec. e du-
calo di Ferrara ebbe principio nel
1 643. Marquis d'Est et de Ferrara,
nella Genèal. hisloriq., Paris 1736.
lVlaiti, Annales Eslenses ab anno
1 Sop ad 1409, con alcune aggiun-
te ab anno \\5o ad i5i5. Tran-
nesa, Ferrarla excerpta ex annali-
bus principimi Estensium ab anno
1409 ad 1 4^4> pubblicate dal Mu-
ratori nell'opera, Rerum italicarum
FER 73
scriptores. Pompeo Litla, Famiglie
illustri italiane, della famiglia d'Este.
In que' secoli iu cui le provin-
cie d' Italia erano governate da
duchi, conti e marchesi, fu la To-
scana e la città di Lucca sottopo-
sta ad un Bonifacio duca dell' una
e conte dell'altra, vivente all'anno
811. A lui successe un altro Bo-
nifacio suo figlio, conte e duca del-
la Toscana, e prefetto della Corsi-
ca, di cui si hanno memorie nel-
T anno 829 circa ; indi 1' uno do-
po l'altro due Adalberti marchesi
e duchi pur di Toscana dall' 847
circa fino al 917, e finalmente un
Guido coll'istesso titolo, morto ver-
so il 93o, tutti d'una stessa linea
discendenti. Or da sì illustre fami-
glia per congetture assai forti si per-
suade il Muratori che traesse ori-
gine la famiglia d'Este. Quindi da
quel Guido deduce con ordine suc-
cessivo un Adalberto marchese d'I-
talia, vivente nel 94°, e d' origine
lombarda. com'egli s'intitola, co'suoi
discendenti, e due Oberti l'uno ap-
pellalo anche Obizzo marchese d'I-
talia, conte del sagro palazzo, viven-
te nel 972, autore anco , secondo
le piìt gagliarde congetture, delle due
nobilissime famiglie Malaspina , e
de' Pallavicini, e marito di Willa
di Bonifacio ricco e potente mar-
chese di Spoleto; l'altro marchese
similmente d' Italia, e noto fino al
ioi4- Ne fa poscia discendere due
Alberti Azzi , il primo marchese
d'Italia e conte verso il 1029, il
secondo marchese d' Italia , conte
della Lunigiana , signore d' Este ,
Rovigo ec, morto nel 1097. Que-
sti viene costituito stipite comune
delle due dominanti case de' duchi
di Brunswich e di Modena, ed eb-
be due mogli Cunegonda tedesca,
e Garsenda francese. Da Cunegon-
74 FÉ IV
da ebbe mi Guelfo che successe
alle ragioni materne di tal fami-
glia , trasferì in Germania il suo
ramo Estense , fu creato duca di
Baviera, e vi fondò la ducale, elet-
torale e reale casa di Brunswick,
ed ebbe in figlio Guelfo secondo
marito della contessa Matilde. Gar-
senda de' principi del Maine die al
marito un Ugo, genero di Roberto
Guiscardo, e cognato dell'impera-
tore Costantino, la cui discendenza
terminò nel i 1 64 ; un altro figlio
partorì Garsenda ad Albertazzo, e
si chiamò Folco, da cui fu conti-
nuata la famiglia d'Este, che onorò
tanto, ed onora eminentemente l'I-
talia anco al presente. V. Lodovi-
co Antonio Muratori, Delle alichi-
tà Estensi ed italiane, trattato, p. I,
in Modena nella stamperia ducale
1 7^7, p. II, ivi 1740 ; e Dissert.
sopra le antichità italiane, disser-
tazione XLII, tom. II, pag. 576 e
seg., ove dice che anco prima del
1000 gli Estensi erano chiamati
ìuarchesi , senza sapersi in qual
marca avessero signoreggiato, laon-
de fu preso per titolo caratteristico
della loro antichissima casa.
Il Polesine di Rovigo ed altri
fondi nella Sculdascia o Scodosia ,
porzione del territorio d' Este , e
dell'odierno di Montagnana, appar-
tenenti ad Ugo il grande marche-
se di Toscana, discendente del re
d'Italia Ugo, verso il 1002 per via
di matrimonio si trasferirono negli
Estensi. Con Monselice si pretende
che andasse unito Este, e in Alber-
tazzo di Albertazzo si hanno indi-
zii che passasse pur la Corte di So-
Jesiua comprendente più ville oggi
soggette ad Este. In quanto però
alla terra d'Este (Ateste, ora castel-
lo del regno lombardo-veneto , ca-
poluogo di distretto, a' piedi dei
FER
monti Euganei , assai ben fabbri-
cato, ed attraversato da mi canale
navigabile, ramo del Bacchigliene
e del Frassine che costeggia da
Este a Padova, in deliziosissima si-
tuazione, con colline amenissime
coperte di palazzi. Secondo qualche
autore fu colonia greca, apparten-
ne alla romana tribù Romilia : fu
distrutto da Attila nel 4^2 , e ri-
fabbricato dai longobardi in ispazio
assai più ristretto , avendo prima
(piatirò miglia di giro. Nel 1776
Isidoro Alessi pubblicò: Ricerche
delle antichità di Este, opera eru-
dita ed interessante, perchè tratta
del luogo che die il nome all' illu-
stre regnante casa Estense, al cui
augusto capo è dedicato questo mio
Dizionario), essa comparisce in do-
minio del medesimo Albertazzo nel-
la conferma che nel 1 1 77 lece ai
suoi figli Ugo e Folco il re di Ger-
mania Enrico VI. Senza nomina-
re altre analoghe testimonianze sul
dominio d' Este, e d' altri cir-
costanti luoghi degli Estensi , solo
nomineremo il precetto di Federi-
co II, imposto nel 1220 al comune
di Padova, affinchè non molestasse
Azzo d'Este nelle sue giurisdizioni
d'Este ed altre molle ville all'intor-
no, e l'investilura che il medesimo
imperatore diede ad Azzo figlio d'Az-
zo marchese tanto di Este che di
Calaone, Cero, Baone, Rovigo, Adria,
Ariano ce, con ampia giurisdizione.
Non così presto però questa fami-
glia fu intitolala Estense, o da Este:
ciò si attribuisce al secolo XII, quan-
do incominciò l'uso de' cognomi in
Italia, per distinguer meglio le
schiatte; e Io conservò quando la
famiglia passò a risiedere in Fer-
rara ed in Modena. In Ferrara si-
no dal 1 187 vi si fermò ad abita-
re Obizzo figlio di Folco nel Da-
FEU
lazzo de' Mareheselli : non però dal-
l'acquisto delle possidenze di que-
sti, le sue possidenze nel Ferrarese
ebbero principio, giacché molti ed
ampi poderi vi ebbero assai prima
gli Estensi , i quali uniti a quelli
de' Mareheselli, per ragione del pa-
trimonio di essi divenne fa miglia
ferrarese la Estense, per cui Obiz-
zo di Folco fu tosto costituito ca-
pitano. Il Frizzi a pag. io del tom.
Ili riporta l'albero genealogico del-
la famiglia d' Este , e lo stemma
gentilizio. Originario stemma di
questa casa fu un'aquila d'argento
ad ali raccolte in campo azzurro .
colore che qualificò gli Estensi per
guelfi seguaci del partito del Papa,
al quale ordinariamente furono at
tacca ti ; essendo quello de' ghibellini
il rosso come aderenti all' impera-
tore. Nel i43 1 Carlo VII re di
Francia concesse al marchese Ni-
colò III e successori, il privilegio
d'inquartar l'arme della corona di
Francia, cioè tre gigli d'oro, due
sopra ed uno sotto, in campo azzur-
ro dentellato, o sia orlato di den-
tatura o merli, i quali si usarono
poi sempre d'argento. Federico 111
imperatore, nel 1^02 dichiarò in
Ferrara duca di Modena e Reggio,
e conte di Rovigo il marchese
Borso co' suoi successori, nell'inve-
stitura che gli rinnovò di quelle
città, e vi aggiunse il dono dell'a-
quila nera bicipite imperiale, che
gli Estensi usarono poi raccolta co-
ronata d'oro in campo d'oro, ed
oltre a ciò gli diede un' aquila bi-
cipite perpendicolarmente divisa me-
tà di color nero in campo d'oro,
e metà d' argento in campo azzin-
io in segno della contea di Rovi-
go, la quale ignorasi quando si usò
e quando si lasciò. Nel 1 47 1 Sisto
IV rinnovò al duca Ercole I il du-
FER 7^
calo di Ferrara, e gli die facoltà di
iuserire nell'arme Estense le chia-
vi pontificie (forse come i più anti-
chi vicari della santa Sede), sopra
le quali poi fu aggiunto il trire-
gno. Vari furono in oltre gli or-
namenti significanti esteriori, come
collane, trofei militari, i quali fu-
rono temporanei secondo i tempi
e le persone, così dicasi di alcune
imprese adottate talora da qualche
Estense per particolari ragioni e
circostanze.
All'anno 1189 incominciano le
notizie di Salinguerra II figlio di
Torello, ed anco quelle del mar-
chese Azzo o Azzolino Estense, ca-
pi della repubblica ferrarese, che
co' loro partiti prestavano ossequio
all' imperatore Enrico VI , quando
questi nel 1191 liberò Ferrara dal
bando imperiale a cui l'avea con-
dannata Federico I suo padre, per
non avere accettato l' accordo di
Costanza ; la rimise nella sua gra-
zia, gli concesse i diritti e consue-
tudini anteriormente godute , con
certe riserve e condizioni. Nel 1204.
le pubbliche e dichiarate ostilità
fra gli Estensi ed i Torelli o Sa-
linguerra, che si trassero dietro l'in-
nalzamento de' primi , e la distru-
zione degli ultimi, prendono da
questi tempi cominciamento : però
è da premettersi ch'essendo venu-
to a morte nel 1197 Enrico VI,
fece prima molte disposizioni ten-
denti a risarcir la Chiesa di (pian-
to era stata da lui e suoi ante-
cessori spogliata ; ma esse furono
occultate da Marcuardo suo mini-
stro , da lui fatto duca di Raven-
na e marchese d'Ancona. Salito al
pontificato il grand' Innocenzo III,
tutta la cura si diede per rimette-
re il devastato patrimonio di s. Pie-
tro, giovandosi della vacanza del
70
FER
l' impero, contrastalo da Filippo di
Svevia, e da Ottone IV duca d'Aqui-
lania , nato da guelfi Estensi du-
chi di Sassonia, Baviera , e Brun-
swick. Ricuperò Innocenzo III la
maggior parte de' pontificii domi-
mi, ed il Rinaldi scrisse all'anno
1206 che autorizzò Azzolino a do-
minare in Ferrara, il che varreb-
be quanto un'investitura di questo
stato. Cerio è che Azzolino fu poi
il primo fra gli Estensi ad essere
dal popolo ferrarese eletto signo-
re, ed esercitar quivi dominio con
intelligenza e buona armonia del
Papa. Nondimeno va notato, che
la prima incontrastabile investitu-
ra deve portarsi all'anno i33i. In-
di Innocenzo III si die a ricupe-
rale l'eredità della contessa Matil-
de, ed a sostener nelle pretensioni
all'impero Ottone IV de' duchi di
Baviera e Sassonia. Allora in Ger-
mania ed in Italia la fazione av-
versa ai Papi , o che aveva genio
per la prosperità di Filippo e del-
la sua casa di Svevia, si cominciò
a chiamare ghibellina da un luogo
di quella famiglia; mentre quelli
che preferivano l'innalzamento del-
la casa di Baviera , e rispettavano
l'autorità ecclesiastica e i Papi, s'in-
titolarono guelfi, dal nome di Guel-
fo assai frequente in essa. Tale se-
condo i più fu l' origine funesta
delle due orribili fazioni de' guelfi
e ghibellini, che per più secoli inon-
darono di sangue tutta l' Italia. Si-
no dal tempo di Matilde erano in
Ferrara le tracce di questi partili,
e le due famiglie de' Marcheselli o
Adelardi, e de' Torelli o Salinguer-
ra le alimentavano. La Estense ve-
nula in luogo della prima avvivò i
guelfi per qualche tempo, ma col
trionfar de' ghibellini finalmente fe-
ce svanire ogni perniciosa divisio-
FER
ne, ed ebbe la gloria di richiamar
la pace tra i ferraresi.
Vissero da principio in qualche
apparente concordia Azzolino, e Sa-
linguerra II, finché visse Enrico
VI che proteggeva entrambi; ma
mancato cotal freno, le cose muta-
rono aspetto, non potendo Salin-
guerra dimenticar la sposa Mar-
chesella, e più la sua eredità per-
duta. L'Estense per nobiltà e pa-
rentela cospicuo , per ampiezza di
patrimonio dovizioso, magnifico e
liberale per natura e per politica,
donando largamente e dispensando
investiture de' beni ereditari de' Mar-
cheselli, seppe coltivare con profit-
to i più nobili, e li ebbe presto in
maggior numero nel suo partito.
Salinguerra all'opposto pieno di ar-
dire e di popolare costume , con
doni e promesse guadagnò egli pu-
re l' ammirazione e 1' amor della
plebe. Nel 1204 i ferraresi fecero
nuovi trattati coi veneziani, ed in-
vece di continuare il comune a no-
minare due giudici ferraresi alle
cause dei veneti dimoranti in Fer-
rara , come a Venezia facevasi pei
ferraresi, venne stabilito che un vis-
domino veneto stabilisse in Ferra-
ra il suo tribunale , ciò che durò
per più secoli. Nel i2o5 Azzolino
riuscì di nuovo podestà di Ferra-
ra ; per l' altra parte Salinguerra
ottenne la podesteria di Modena.
Quindi Azzolino fu fatto podestà
di Mantova e di Verona , laonde
profittando della sua lontananza ,
Salinguerra cacciò da Ferrara i
guelfi, e assunse il comando della
città. Innocenzo III chiamò ribel-
lione tal procedere, e scrisse gravi
lagnanze, e rimproverò il comune
di Ferrara. Unitosi Salinguerra ad
Eccelino li da Romano, signore di
Verona, fu sconfitto in due batta-
FEK
glie campali da Azzolino, il quale
alla morte di Filippo di Svevia fu
da Innocenzo III fatto marchese di
Ancona , e pel di lui favore , per
quello del vescovo Uguccione, e
per l'affezione del popolo ferrarese
fu egli e il suo erede nel 1208
creato signore e governatore per-
petuo di Ferrara. Abbattuto Salin-
guerra si rifugiò in Modena, e per
esser questa in amicizia coi ferraresi,
si ritirò al castello di Ponte Duce.
Lungi dal narrare i fatti particola-
ri di Ferrara , le sue alleanze e
guerre, ci limiteremo a continuare
l' indicazione delle cose principali.
Intanto Ottone IV portatosi in Italia,
indi in Roma a prender la corona
imperiale, ed in Ferrara nel 1210,
per politica e parentela ebbe ri-
guardi ad Azzolino, che procurò
pacificare con Eccelino , ed anco
con Salinguerra che invocato ave-
vano l' imperiai protezione. Ad on-
ta de' giuramenti fatti, Ottone IV
in Ferrara come in altre terre del-
la Chiesa affettò sovranità, e si
permise atti arbitrari, elettrizzando
i ghibellini ; cose tutte che provoca-
rono i rimproveri e la scomunica
d' Innocenzo III, anco perchè face-
va guerra al fanciullo Federico II
re di Sicilia, figlio di Enrico VI,
nel quale vedeva un futuro emu-
lo alla sua dignità.
Nel 121 1 Azzo ossia Azzolino
supplicò il Pontefice della facoltà
di edificare in Ferrara un castello,
se pur non fosse il Castel Tedaldo
restaurato, a freno de' nemici della
Sede apostolica ; indi prestò dei
servigi a Federico II , che se ne
mostrò grato. Mori nel 1212 Az-
zolino, e gli successe nel governo
della famiglia e degli stati Aldo-
brandino suo figlio, occupando An-
cona i conti di Celano ed altri a-
FER 77
derenti di Ottone IV. Ebbe le po-
desterie di Verona, di Mantova e
di Ferrara. Si pacificò con Salin-
guerra, convenendo che prendereb-
be da lui l' investitura de' beni e
feudi derivati dalla casa d'Este,
giurandogli fedeltà come al suo fra-
tello Azzo Novello, e che si gover-
nasse Ferrara e vi si ponesse un
podestà di comune accordo. Nel
1 2 1 3 la repubblica di Padova in-
vase il territorio Estense, e se Io
assoggettò, per cui la casa d'Este
fu costretta a farsi ascrivere a quel-
la cittadinanza. Cedendo poi alle
istanze d'Innocenzo III diedesi a ri-
cuperar la Marca d'Ancona, e da Fe-
derico II fu fatto vicario regio, e
legato di tutta la Puglia. Ciò de-
terminò Salinguerra a rinunziar il
partito ghibellino, giurò fedeltà al
Papa , e con annuo censo s' ebbe
in investitura una notabile porzio-
ne de' beni della contessa Matilde.
Con sospetto di veleno nel 1 2 1 5
mori Aldobrandino , e gli successe
Azzo Novello, che con Salinguerra
Il dominò in Ferrara, dandogli il
Papa Onorio III l'investitura del-
la Marca Guarniera o di Ancona.
Divenuto Federico II imperatore, pa-
cificò i modenesi con Ferrara, e co-
mandò a' padovani di ripristinar
Azzo Novello nelle sue giurisdizio-
ni d' Este , che gli confermò colle
molte sue pertinenze. Sopraffatti i
guelfi nella minorità del marchese,
ripresero ardire nella sua maggio-
rità , sopraffecero gli emuli , ed
incendiarono l' abitazione di Salin-
guerra. Tuttavolta poco dopo gli
animi si quietarono, poi successero
nuove zuffe colla peggio de' guelfi,
e la morte di Tisolino da Campo-
sampiero nobilissimo cittadino di
Padova, poscia vendicato dal fratel-
lo Giacomo al castello della Fiat-
p8 FER
la nel \'>,if\; rimanendo predomi-
nante in Ferrara Salinguerra, men-
tre A zzo Novello stabilì l'ordinaria
sua dimora in Este, godendo il ti-
tolo di marchese della Marca d'An-
cona 3 non il possesso , titolo che
poi seguitarono a portare molti
Estensi. Nel i23o gravi rotture per
la navigazione del Po accaddero
coi veneti, ai quali i ferraresi col-
la loro flotta tolsero alcuni legni,
e terminò con reciproci accordi.
Sotto Gregorio IX, mentre Salin-
guerra si accostò al partito impe-
riale, e mentre la repubblica di Fer-
rara si prestava alle mire del Pon-
tefice, sebbene la città fu data nel-
le mani dell'imperatore dal Salin-
guerra, ed egli vi si portò nel i9,3g,
Federico 11 fu scomunicato dal Papa
anco per aver alienato Ferrala dal-
la Chiesa, venendo pure pubblicata
una crociata contro di lui. Allora
molti si ribellarono a Federico II,
fra' quali Azzo Novello, che fu per-
ciò condannato al bando imperia-
le, e ricuperò Esle e i suoi castelli;
indi in un al Pontefice, ai veneti,
ai bolognesi, e ad altri popoli mar-
ciò su Ferrara per distruggere la
potenza di Salinguerra, e nel 10,4°
a mezzo di una flotta di navi ar-
mate di torri, all'uso di que' tem-
pi. Dopo quattro mesi di ostinato
assedio si venne agli accordi , ma
poi per tradimento Salinguerra fu
arrestato, e condotto a Venezia, ove
sinché visse ebbe onorevole tratta-
mento, e in morte splendido fune-
rale e sepoltura. Così ebbe fine il
capo de' ghibellini in Ferrara, rivale
perpetuo degli Estensi , celebre per
valore ed avvedutezza. Restituita la
città di Ferrara ai guelfi , variò
quivi il pubblico sistema; e com' è
naturale i seguaci degli Estensi vi
ritornarono, e i partigiani di Salin-
FER
guerra furono allontanati, ripren-
dendo la preponderanza Azzo No-
vello, che nel \">.f\o. fu dal popolo
eletto podestà per tempo illimitato.
Innocenzo IV lo dichiarò difensore
della Chiesa, e gli promise protezio-
ne contro Federico II. Indi nel
1 r>J\r) morì in Ferrara beatrice
Estense già regina d'Ungheria, la-
sciando il suo figlio Stefano che a-
vea partorito al re Andrea, al cui
mantenimento aveva provveduto il
Pontefice, che nel concilio di Lio-
ne scomunicò e depose Y impera-
tore. Molti fuorusciti seguaci de' Sa-
linguerra, volendo nuocere alla pa-
tria, vennero presi ed uccisi in Fer-
rara. Nel 1249 Eccelino III occupò
Este ed altri castelli, mentre il Pa-
pa da Lione lo fulminava di sco-
munica come eretico. Morto nel
I25r Federico II, determinò Inno-
cenzo IV di fare ritorno in Italia,
e animando per tutto i guelfi pas-
sò a Mantova, e da s. Benedetto di
Folirone, scendendo per il Po, pri-
ma de' 4 ottobre giunse a Ferra-
ra, e dopo aver predicato il dì del-
la festa di s. Francesco nel duomo,
si portò, a Bologna ov'era il gior-
no 8 di quel mese. In questo
tempo viveva immerso in profonda
afflizione Azzo Novello per la mor-
te dell'unico figlio Rinaldo, accadu-
ta in Puglia, ove quale ostaggio
l'avea trasportato Federico II, non
senza sospetto di veleno, e con lui
la moglie Adelasia dalla quale non
ebbe prole. Lasciò egli però i]\u-
figli avuti da una nobil donzella
pugliese, cioè Obizzo e Costanza, i
quali all' avo colle necessarie cau-
tele furono condotti , e legittimati
dal Papa e dall'imperatore. Seb-
bene Azzo continuasse a domina-
re in Ferrara , egli dimise la po-
desteria , perchè i primari del pò-
FER
polo amarono investirne persona e-
stera, cioè cedette la sola ammini-
strazione giudiziaria , e in luogo
degli emolumenti che godeva, gli
vennero assegnate annualmente tre-
mila lire di ferrarmi, e di quando
in quando s'imposero a suo pro-
fìtto certe tasse al popolo, che non
lasciò di mormorare della novità, ben-
ché ciò fosse approvato da Inno-
cenzo IV.
Divenuto Papa Alessandro IV,
vedendo Eccelino sempre più im-
merso negli eccessi e inaudite cru-
deltà , combinò a combatterlo un
esercito de'crociati, che sotto Pado-
va ebbe a duce Azzo Novello, che
nel 1257 ricuperò E*te , Cerro,
Calaone e Monselice: nel i25q fi-
nalmente fu imprigionato Eccelino
e poco dopo esalò l'anima feroce.
Legato de' crociati fu il ferrarese
Filippo , arcivescovo di Ravenna.
Nel 1261 Salinguerra III e Rizzar-
do colla loro madre Sofia, furono
da Azzo riammessi in Ferrara, com-
mosso nel vederli flagellarsi di-
nanzi a lui : ma questa introduzio-
ne della vedova e de' figli di Sa-
linguerra II ridestò le antiche tur-
bolenze. Tultavolta Ferrara all'om-
bra degli Estensi, d'ordinario uma-
ni e graditi ai Pontefici supremi
signori del Ferrarese , riposava in
grembo alla pace , e cresceva di
giorno in giorno in lustro e ric-
chezza ; ed il marchese Azzo No-
vello senza dubbio fu uno de'prin-
cipali autori di tanto bene, e mo-
rì nel 1264, venendo compianto
e lodato anche dalla fazione dei
Salinguerra. Lasciò erede univer-
sale il nipote Obizzo , che sposò
Jacopina Fieschi nipote d'Innocen-
zo IV e di Adriano V. Fra le fi-
glie di Azzo vi fu la beata Bea-
trice d'Este monaca in s. Stefano
FER 79
della Rotta, dell'ordine benedettino,
le cui religiose passarono poscia
al monistero di s. Antonio , del
quale fu fondatrice. Fu quindi dal
popolo proclamato Obizzo signore
di Ferrara, ed il podestà in nome
del medesimo popolo dichiarò O-
bizzo e il suo erede gubernator et
rector , et generali* et perpetuai
dominus cìvitatis Ferrariae et di-
strictus con illimitata e pienissima
autorità. Urbano IV contempora-
neamente fece una circolare al do-
ge di Venezia ai podestà, e capi-
tani di parte guelfa delle "vicine
città, raccomandando Obizzo , col
proporlo anche a capitano e difen-
sore di quelle parti contro i nemi-
ci della Chiesa. Anche in questa
occasione, se non concorse espres-
samente la santa Sede con una
formale investitura , prestò almeno
un tacito assenso al dominio degli
Estensi in Ferrara. Aldigerio Fon-
tana che avea concorso al ricono-
scimento di Obizzo, qual ministro
di esso per sei anni fu V arbitro
e il direttore delle cose ( della fa-
miglia Fontana ne tratta il Ga-
murrini) : allora Obizzo imponeva
le leggi , ma col consiglio e consen-
so de' sapienti ; s' intimavano esse
al popolo radunato a suon di cam-
pana nella piazza, e dal popolo
stesso venivano espressamente o ta-
citamente accettate. Intanto il gio-
vinetto Obizzo diede assai presta
incominciamento alle guerresche sue
imprese contro i ghibellini , e in
favore di Carlo I d'Angiò investi-
to da Clemente IV del regno di
Puglia e Sicilia , il quale re poi
aspirò al dominio di tutta l'Italia.
Nel 1269 il pubblico si determi-
nò di avere un corpo scelto e sta-
bile di truppa , composto di otto-
cento pedoni per la guardia oidi-
8o FER
naria della città e del marchese.
Vedendo il Pontefice Gregorio X
che Carlo I mal corrispondeva ai
grandi benefizi ricevuti dalla san-
ta Sede, fece eleggere in re dei
romani nel 1273 Rodolfo d'Habs-
bourg , progenitore della glorio-
sa casa d'Austria, che fece le più
ampie dichiarazioni in favore del-
la Sede apostolica, e fra queste la
conferma delle sue ragioni e do-
minio sopra i suoi stati e segnata-
mente sopra l' esarcato. Ciò non
ostante trovandosi questo sino da
Ottone IV in gran parte in mano
degli imperiali, v'inviò suo gover-
natore il conte di Fùrstemberg,
e due vicari che esigettero il giu-
ramento di fedeltà al romano im-
pero e all'eletto re; e ad Obizzo
fu conceduta nuova investitura di
Este, del contado di Rovigo, d'A-
dria e di Ariano. Ma tal giura-
mento, come la rinnovata investi-
tura debbono considerarsi per atti
di protezione, anzi il Papa Nicolò
HI riebbe da Rodolfo l'esarcato
e nominatamente Ferrara, il tutto
confermando gli elettori del sagro
romano impero. Nel 1 28 1 Clemen-
za figlia di Rodolfo, che andava
a sposare Carlo Martello figlio di
Carlo re di Sicilia, onorò di sua
presenza Ferrara. Indi nel 1288
il popolo di Modena per non ve-
dersi ridotto al nulla dalle discor-
die intestine dei Boschetti, Guido-
ni, Rangoni, Savignani, Grassoni
ec, conobbe il bene del soggiace-
re alla moderata autorità di un
solo. Si portarono a Ferrara a'i5
dicembre il vescovo e vari depu-
tati di quel pubblico , e col pre-
sentar le chiavi della loro città
al marchese Obizzo la sottomisero
alla sua perpetua signoria. Obizzo
vi spedì il conte Anello suo co-
FER
gnato per vicario, con centocin-
quanta cavalieri per prendere pos-
sesso di Modena, e poi accompa-
gnato dal podestà di Ferrara vi si
portò egli stesso con numeroso
corteggio a' 23 gennaio 1289, e
colla maggior solennità vi fu pro-
clamato egli co' suoi discendenti
perpetuo signore, dando il secon-
dogenito Aldobrandino in isposo
ad Alda Rangoni.
Morì Obizzo nel i2g3 lascian-
do tre figli Azzo , Aldobrandino e
Francesco, e due femmine Beatri-
ce e Maddalena, e tutti nel suo
testamento nominò egualmente e-
redi legittimi, o naturali; ma ap-
pena esalò il suo spirito, Azzo
primogenito nato della Fieschi fu
dal popolo ferrarese con pubblico
decreto riconosciuto solo signore,
come già eletto sino dal 1264 '""
sieme col padre: altrettanto si fece
in Modena e Reggio. Malcontento
Aldobrandino si pose sotto la pro-
tezione de'padovani, che invasero
e diruparono Este , Cerro e Ca-
laone, quindi seguì un accordo con
vantaggio degli aggressori. Nel 1295
scoppiò la guerra co' bolognesi, per-
chè Azzo aspirava in un ai parmi-
giani di dominarli , non potendo
impedirlo la mediazione di Boni-
facio VIII. Noi non intendiamo
riportare le frequenti guerre, al-
leanze ed accordi, che di frequen-
ti Ferrara e gli Estensi ebbero
principalmente coi circostanti luo-
ghi e popoli, limitandoci per l'im-
periosa brevità del nostro scopo,
di solo accennare le cose più cla-
morose ed importanti , lasciando
interamente le dubbie. Per la care-
stia prodotta dalla guerra e dall'u-
niversale inondazione del Po, nac-
que forse la determinazione dei
comacchiesi di assoggettarsi al mar-
FER
chese nel 1297, e fu subito Co-
niaceli io soccorsa di grano. Segui
la pace co'bolognesi nel 1299 per
1' influenza dell' autorità di detto
Papa, e del comune di Firenze.
Non fu lungo il riposo a cagione
dei Visconti signori di Milano, con-
tro dei quali marciò Obizzo con
poderoso esercito di ferraresi ed
altri suoi sudditi ; ma la pace e la
parentela contratta tutto sopì tra
i due più potenti principi di que-
sta parte superiore d'Italia. Nel
i3oi fu arso il corpo di Armanno
Pungilupo eretico, che il volgo ve-
nerava per santo. Nel i3o5 Azzo
prese in seconda moglie Beatrice
figlia di Carlo II re di Napoli, il
quale die in feudo al genero la
contea d' Andria. Approssimandosi
il fine di Azzo, attese le discordie
che aveva co' fratelli, istituì erede
e successore negli stati Folco fi-
glio legittimo di Fresco suo figliuo-
lo naturale; però a mediazione di
autorevoli persone, pacificatosi coi
fratelli, Azzo li dichiarò suoi eredi,
annullando il precedente atto, e
morì nel 1 3o8 . I ferraresi tutta-
via riconobbero Folco, e perchè
nato da pochi mesi, deputarono in
tutore Fresco suo padre, e succes-
sero aspre guerre co' fratelli e ni-
poti del defunto, massime con Fran-
cesco. Questo domandò aiuto a Cle-
mente V, il quale aveva stabilita
la residenza pontifìcia in Francia,
ove si trovava quando fu eletto.
Il Papa volendo profittare dell'oc-
casione, concepì il disegno di ridur-
re Ferrara all' immediato suo do-
minio, come avevano fatto diver-
si predecessori di altre sì di Romagna
che di altrove. A tale effetto inviò
in Italia il suo nipote Arnaldo dei
signori di Pelegrue abbate Tutelen-
se, ed Onofrio de' Trebi dorano di
VOL. XXIV.
FER 81
Meaux, ambi suoi cappellani, i
quali col titolo di legati aposto-
lici recaronsi in Ravenna, ove si
portò Francesco per guadagnarne
il favore. Ivi si concertò il piano
per cacciar Fresco da Ferrara, e
si adunò una potente armata sot-
to il comando di Lombardo da
Polenta dominatore in Ravenna ,
aumentata dai seguaci di France-
sco, e dei fuorusciti fontanesi. Ma
Fresco non trovandosi in grado
di resistere si ritirò nel Castel Te-
daldo, trattò co'veueziani, cede lo-
ro ogni ragione che credeva di a-
vere su Ferrara, e ad essi conse-
gnò il castello col ponte, la torre
che lo guardava di là dal Po, e
tutto il borgo superiore, i quali
luoghi subito furono fortificati dai
veneti, come quelli che agognando
di estendersi sulla terraferma , da
gran tempo aspiravano al dominio
di Ferrara. Fresco si ritirò a Ve-
nezia, mantenuto da quel pubblico.
Come il popolo s'avvide che il suo
castello eia in mano degli esteri,
aprì spontaneamente le porte della
città ai legati apostolici, i quali vi
entrarono con tutto l'esercito. Gri-
davasi per le vie : viva il marcite-
se Francesco , perchè tutti si per-
suadevano che fosse suo il trionfo,
ma egli si affannava a far sì che
dicessero: viva la s. Romana Chie-
sa. Indi il marchese cede il pro-
prio palazzo ai legati, ciò che con-
fermò tutti nel supporre un pre-
cedente accordo. Si unirono alle
genti della Chiesa i bolognesi, i
padovani, i mantovani, i veronesi
forse più per profittarne, che per
favorire alcuna delle parti, come
dimostrò il pronto abbandono che
ne fecero. I legati prima di entra-
re in Ferrara ammonirono i ve-
neti di non prender parte per Fre-
6
85
FETI
soo; ne trattarono con quelli (.mu-
si in Castel Tedaldo, Arnaldo si
portò a Venezia, ma tutto inutil-
mente. Finalmente avendo i vene-
ti arrestata la roba e la famiglia
del vescovo di Cervia, i legati nel-
la più ampia forma fulminarono
la scomunica contro quella nazio-
ne, con sentenza emanata in Fer-
rara il giorno 25 ottobre dell'an-
no 1 3o8.
Mentre i veneziani ricorsero di-
rettamente a Clemente V, conti-
nuando le stragi nella città, i fer-
raresi fecero un accordo coi vene-
ti, cui lasciarono i luoghi occupati,
franchigia ai fuorusciti, e che ri-
prenderebbono per podestà un ve-
neziano, e ciò senza il concerto
de' legati, che anzi il Papa da Avi-
gnone a' 27 marzo 1 3oo, rinnovò
la scomunica con forme le più ter-
ribili, per cui immenso fu il danno
che ne risentirono non solo i veneti
in Italia, ma in Francia, ed altrove;
così la concordia tra i ferraresi e i
veneziani presto svanì, non poten-
do sussistere tra due fiere in una
stessa* tana, e reciproci assalti, uc-
cisioni e rovine si succedettero. In-
tanto Clemente V avendo esaltato
alla dignità cardinalizia Pelegrue,
e non cedendo i veneti alla sco-
munica, come facendosi in Ferra-
ra maggiori i mali, gli ordinò di
prendere ogni più efficace espedien-
te per rimediarvi. Il legato da
Bologna si recò a Ferrara con ot-
to mila combattenti tra fanti e
cavalli , e quivi pubblicò una cro-
ciata contro i veneziani, con am-
plissime indulgenze per chi vi si
fosse ascritto. Appena se ne sparse
la fama, che da tutte parli con-
corsero truppe armate sotto gli
stendardi della Chiesa, guidate mol-
te dai vescovi ed altri prelati. La
FER
repubblica di Venezia per sua par-
te mandò una flotta nel Po, che
ai 28 agosto a Francolino dovette
arrestarsi, pel ponte di navi incale-
nate difeso dal marchese France-
sco, mentre questo dall'altro lato
assaltavasi dai veneti di Castel Te-
daldo, che perciò lasciarono indi-
feso dalla parte esteriore. Allora
i bolognesi e i ferraresi gli die-
rono l'assalto, e dopo un fiero
conflitto s'impadronirono di tutto,
passando a fil di spada la guarni-
gione del castello, e morirono cir-
ca seimila tra ferraresi e nemici,
con l'acquisto di gran bottino per
parte de' vincitori, oltre duecento
navi venete e la fuga di quelle
della flotta. Libera Ferrara dai ve-
neti, dispensò il legato Pelegrue
nuove indulgenze a chi avea mili-
tato per la Chiesa, i quali si restitui-
rono alle patrie carichi di spoglie.
Il marchese Francesco che si a-
spettava la restituzione di Ferrara
restò deluso: la ritenne il legalo
a nome della Chiesa, ed il comune
questa riconobbe ed ossequiò qual
sovrana assoluta: per cui elesse il
podestà e i capitani, e fece altri
atti di piena giurisdizione, giacché
la sentenza di Clemente V fu prò
reeuperatìone civitatis Ferrariae ac
communitatis , et dislriclus ejus quae
ad Romanam Ecclesiam in spiri-
tualibus et temporalihus pertìncre
dignoscitur, con facoltà di espeller-
ne chiunque ne fosse stato eletto
al governo, e d'intimare al popolo
di non più procedere in avvenire
a simili elezioni. Inoltre presso il
Rinaldi, che tutte queste cose rac-
conta, esiste documento in cui il
Papa dice, che incoia? tamtn civi-
tatis, comitatus et terriloi ii pnicdi-
ctorum /ani longis retro tempori-
bus sub diversorum ac sibi sub/ti*
FER
gantium poteiitia constitulì, reginii-
nis eorum matris et dominae Ec-
clesiae videlicet praelibalae, id fa-
ciente malitìa temporis, dulcedinem
non gustarunt.
Nel j3io i ferraresi spedirono
in Avignone un'ambasceria per giu-
rare fedeltà al sommo Pontefice,
ed in pieno concistoro confessarono
essere la città di Ferrara di asso-
luto dominio della romana Chiesa,
e che se i marchesi d' Este l'ave-
vano prima assoggettata al loro •
dominio , ciò era stato per forza
non per giustizia; onde avendo al-
cuni chiamati in soccorso i vene-
ziani per liberarsi da tal giogo,
quelli aspirando poi al dominio
della città, li avevano ridotti a som-
ma miseria, per lo che ricorreva-
no al sommo Pontefice loro legit-
timo ed antico signore, al quale
soggettavano beni e persone. Cle-
mente V col consenso de'cardinali,
li accolse come fedeli vassalli, e in
perpetua memoria di tuttociò fece
una bolla, in cui mostrava che
Ferrara era stata del dominio del-
la santa Sede prima che Carlo Ma-
gno venisse in di lei soccorso, per
liberarla dalla tirannide di Deside-
rio re de'longobardi. Tuttavolta in
Ferrara eranvi due altri partiti,
uno favorevole agli Estensi, l'altro
a Salinguerra III per l'assoluta e
piena libertà, come ghibellini nemi-
ci sì della Chiesa che di casa d'E-
ste. Questi ultimi sperando nella
calata di Enrico VII in Italia, nel
luglio assalirono il palazzo mag-
giore degli Estensi, ed insieme ad
altre loro fabbriche lo consegnarono
alle fiamme, saccheggiando le case
de' guelfi, e commettendo orrido
macello. In fine giunsero a mette-
re Salinguerra HI sopra un sasso
ch'era dinanzi al duomo, e lo accia-
FER 83
maro no signore di Ferrara. Il Car-
dinale Pelegrue subito da Bologna
mandò rinforzo a'suoi; accorsero
pure da Rovigo il marchese Fran-
cesco, co'nipoti Rinaldo ed Obizzo
figli di Aldobrandino, e si unirono
all' altro legato Onofrio ch'era ri-
masto in Ferrara. Salinguerra fug-
gì, ottanta ostaggi si dierono dai
ferraresi ad interposizione de' do-
menicani ; le genti venute da Bo-
logna commisero saccheggi ed uc-
cisioni, non risparmiando chiese o
monisteri , e ventotto o trenta-
sei complici m Castel Tedaldo fu-
rono condannati alle forche: in
seguito ebbero luogo proscrizioni
e confische. Portandosi in Italia
Enrico VII, subito Salinguerra III
fece un nuovo tentativo, che fu re-
presso dal marchese Francesco , e
nuli' altro di lui ci dice la storia.
Ma nel i3i2 i catalani ossiano gua-
sconi che avevano in custodia Fer-
rara, sapendo che Francesco aspi-
rava a cacciarli per impadronir-
sene, l'uccisero colle pugnalate: al-
cuni ferraresi furono esiliati, altri
fuggirono, ed altri te minarono i
loro giorni sul patibolo. Si vuole
che Francesco fosse innocente, giac-
ché il suo nome fu assoluto, e re-
stituiti i beni ai di lui figli Ber-
toldo ed Azzo nel i3i3. In que-
sto anno finalmente i veneziani ot-
tennero da Clemente V l'assolu-
zione, con bolla de'aG gennaio, ed
aboliti i patti stipulati con Fresco,
con alcune modificazioni il Papa
ratificò gli antichi loro privilegi
sulla navigazione del Po, e sul pos-
sedere beni stabili nel Ferrarese. V.
Matteo Villani lib. 8, cap. io3,
ed il Bzovio all'anno 1 309, nume-
ro 1.
Riguardando Clemente V Rober-
to il Saggio re di Napoli come il
84 FER
miglior sostegno de' guelfi, sino dal
i3io per guardarsi da Enrico VII,
lo deputò vicario in Romagna, e nel
1 3 1 2 gli die in governo Ferrara
con annuo censo; ed il re qui po-
se a suo vicario Inglinolfo o Acle-
nolfo di Aquino , al cui arrivo ne
partirono i ministri pontificii nel-
l'aprile i3i2. Morto nel 1 3 1 4 Cle-
mente V, successe lunga sede vacan-
te, nel qual tempo si scuoprì e
punì la trama ordita da Francesco
Menabuoi ed altri ghibellini ; furo-
no riattate le mura della città , e
nel i3i6 Caterina sorella di Fede-
rico d'Austria re de' romani onorò
Ferrara di sua presenza , perchè
andava a sposare Carlo primogeni-
to del re Roberto , per cui il go-
vernatore regio fece grandi feste.
Narra il Rinaldi all'anno i 3 1 7, che
il nuovo Papa Giovanni XXII or-
dinò al re Roberto di dare il go-
verno della Romagna e di Ferra-
ra a Guido di Tresi nunzio aposto-
lico, e richiamare i suoi ministri
e guarnigione di Ferrara che ren-
devano malcontenti i ferraresi. In
fatti questi ne odiavano il presidio
de' catalani o guasconi per la so-
perchieria fatta al marchese Fran-
cesco da loro amato, come pesante
e duro riusciva loro il governo dei
ministri del re. Sostenevasi la casa
d' Este da Aldobrandino che stan-
do in Bologna e cieco, non ingeri-
vasi negli affari , e da' suoi figli
Rinaldo, Obizzo, che altri chiama-
no Opizzone , e Nicolò I, oltre ad
alcuni altri che in privato viveva-
no in Este. Neil* acerbità della lo-
ro situazione i ferraresi concepi-
rono il piano di fare ritorno agli
Estensi , mentre per 1' uccisione di
un Bocchimpani il popolo si solle-
vò, tolse a' guasconi le torri delle
porte della città, e fra le acclauia-
FER
zioni ricevè Rinaldo , Obizzo , ed
A zzo figlio di Francesco, da loro
chiamati. Fu preso Castel Tedaldo
e distrutto, ed i guasconi trucidati
a furor di popolo; ed a' i5 agosto
Rinaldo, Obizzo, Nicolò I, ed i cu-
gini A zzo e Bertoldo furono dal
popolo proclamati signori , ed a
memoria perpetua vennero istituite
feste anniversarie per celebrare il
principio e termine della rivoluzio-
ne. Come ricevettero l'avviso di sì
strepitosa novità il re Roberto , e
il Papa Giovanni XXII è facile
l' immaginarlo. Ma il re occupalo
in tante guerre non potè rivolger
le sue forze a questa parte; men-
tre il Pontefice dichiarò ribelli ed
infami quei ferraresi che ave-
vano avuto parte in quella es-
pulsione , li privò de' feudi , e li
sottomise ad altre pene gravissime,
ordinando che specialmente s' inti-
masse contro gli Estensi. Il Rinal-
di scrive che li percosse di scomu-
nica nel mese di settembre , qua-
lora non avessero mandato a lui
ambasciatori per trattare la loro
causa . Intanto il vescovo di Fer-
rara Guido, a' 29 novembre rin-
novò a' tre fratelli Estensi , e ad
Azzo e Bertoldo l' investitura di
tutti i feudi antichi che ricono-
sceva la casa di Este dal vescovo
di Ferrara, ciò che prova non es-
sersi effettuata la scomunica ; giu-
rarono allora gli Estensi fedeltà al
vescovo contro chiunque , excepto
contro, domino Papam ; ed Azzo
di Francesco mori nel 1 3 18 senza
discendenza.
La scomunica ebbe effetto, ed il
Papa destinò rettori in Ferrara sì
nel temporale come nello spiritua-
le i vescovi di Bologna e di Arez-
zo, al dire del Rinaldi ; ma piutto-
sto Almerico da Castel Lucio poi
FER
arcivescovo di Ravenna e cardina-
le, Bernardo vescovo d'Arras, e
Uberto vescovo di Bologna, che il
Papa raccomandò alle città guelfe.
Gli Estensi promisero di restituire
alla Sede apostolica Ferrara, e di
non più. intitolarsene signori, ed
Aldobrandino per quaranta mila
fiorini d'oro vendè al Papa i suoi
contadi di Ferrara e Ravenna, men-
tre i suoi figli ad onta delle me-
morate promesse si mostrarono ri-
soluti di mantenersi in Ferrara, e
riconoscerla dalla Chiesa per annuo
censo. 11 Pontefice però fece pro-
seguire il processo a loro danno ,
come scomunicati e ribelli , ed an-
co macchiali di eresia. 11 vescovo, i
chierici, e i frati partirono perciò
da Ferrara. Intanto gli Estensi nel
i323 si collegarono con Lodovico
il Bavaro nemico di Giovanni XXII,
il quale pubblicò contro di loro
una terribile crociata pei motivi
che descrive il Frizzi a pag. i45
del tom. III. Aldobrandino mori
nel i326, nel quale anno la comu-
ne eresse nella piazza maggiore il
gran palazzo della Ragione, per re-
sidenza de' giudici e de' notari ; più
volte questo sontuoso edilìzio ven-
ne poscia i-istaurato dai magistrati,
ed al presente serve per residenza
de' tribunali. A tal fine siccome
1 edilìzio trovavasi in cattivo stato,
il comune a mezzo dell' architetto
Giovanni Tosi lo fece di nuovo l'i-
staurare, conservandogli le forme
gotiche dell'antico disegno, corri-
spondenti a quelle della facciata
esterna della cattedrale, e della re-
sidenza del comune, fabbricati che
sono nella medesima piazza. Ab-
bandonato Lodovico dagli stessi ghi-
bellini, e sospeso l'interdetto a Fer-
rara, vi ritornò il clero secolare e
regolare nel i328, mentre gli E-
FER 85
s,tensi facevano le loro pratiche di
pacificazione, e gli fu permesso man-
dar deputati ad Avignone; ed il
Papa ponderate saggiamente le di-
scolpe, avendo in considerazione le
benemerenze di casa d' Esle , la
sciolse dalle censure, la dichiarò
esente dall' imputazioni dategli in
materia di fede, ed accordò il vi-
cariato di Ferrara ai tre fratelli
Estensi con giurisdizione tempora-
le , mero e misto impero , sotto
l'annuo canone di dieci mila fio-
rini d'oro. Argenta fu dagli Esten-
si restituita alla Chiesa, cui il Papa
concesse la nomina di tutti i cano-
nicati delle collegiate di Ferrara ,
ma fu loro inculcato di lasciar il
titolo di marchesi d' Ancona. Nel
i33a pel cardinal legato Poggetto
si effettuò agli Estensi l'investitura
di Ferrara per un decennio , colle
mallevadorie de' comuni di Firen-
ze, d'Adria, e di Comacchio, non-
ché di alcuni signori e mercanti
ferraresi con tutte le solennità.
11 cardinal Bertrando legato apo-
stolico, abusando del potere rivolse
nel 1 333 le sue poderose armi con-
tro il Ferrarese, e a danno degli
Estensi, per cui seguirono serii fatti
d'armi, morti, e prigionie d'illu-
stri personaggi , e stragi di ambe
le parti , colla peggio dell' esercito
legatizio. Tra i motivi che si ad-
ducono per sì fatta condotta del
cardinale , che tentò per sorpresa
l'occupazione di Ferrara , è il fa-
vorire le mire di Giovanni re di
Boemia calato in Italia , e che la
città di Mantova si sottomettesse
alla Chiesa. Nel i335 gli Estensi a
loro spese trattarono in tutto lo
stato un figlio del re di Maiorca ;
Nicolò I sposò Beatrice Gonzaga, ed
il bellicoso Rinaldo suo fratello ces-
sò di vivere, rimanendo Nicolò I ,
86 FER
ed Obizzo al dominio dello stato ,
cui nel i336 aggiunsero Modena,
che da trent'anni la famiglia n'era
rimasta priva. Nel seguente anno
fu costretto Obizzo dai veneziani
ad unirsi loro contro gli Scaligeri
suoi amici, facendone premure an-
che Benedetto XII, alle quali prin-
cipalmente cede nel riflesso di ri-
conciliarsi colla santa Sede per a-
ver contribuito alla rovina del le-
gato, e per veder rinnovata l'inve-
stitura di Ferrara, essendo prossimo
lo spirar del decennio; laonde fu
conchiusa una formidabile lega con-
tro Mastino della Scala, dal quale
poi i fiorentini acquistarono la cit-
tà di Lucca a mediazione di Obiz-
zo. Ciò fu cagione di guerra coi
pisani, e nel iS^i mori Bertoldo
Estense figlio di Francesco. Dopo
la famosa sconfitta del cardinal Ber-
trando, i fratelli Estensi cessarono
dal pagamento dell' annuo censo
alla Chiesa per l' investitura di Fer-
rara, pretendendo di ritenerselo a
risarcimento de' danni sofferti per
cagione di quella guerra. Il mar-
chese Obizzo col secondar la corte
di Avignone erasi fatto strada ad
una riconciliazione, ed a nome del
fratello Nicolò I domandò a Cle-
mente VI nel i343 la rinnovazio-
ne dell'investitura spirata nel pre-
cedente anno, ciò che pur fece in
favore degli Estensi il comune di
Ferrara, offrendo la propria garan-
zia tanto pel censo passato, quan-
to pel futuro. Tutto si combinò ,
ma la santa Sede volle la malle-
vadoria anche delle comuni di Mo-
dena , Comacchio , Adria , soggette
agli Estensi, di quella di Firenze,
come di parecchi ferraresi. Mentre
nel 1 344 moriva Nicolò I, il Papa
accordava a lui ed al fratello Obiz-
zo 1' investitura del vicariato di
FER
Ferrara per altri nove anni colla
pensione di dieci mila fiorini d'oro
annui, previo il pagamento di qua-
rantacinque mila fiorini di debito
decorso, e con diverse altre condi-
zioni. Il vescovo di Bologna Bel-
tramino fu incaricato dell'atto for-
male, consegnò cinque chiavi delle
porte della città ad Obizzo, e ri-
cevette il giuramento di fedeltà. In
detto anno Obizzo comprò per set-
tanta mila fiorini dai Correggi la
città di Parma , e quando recossi
a prenderne possesso a' 24 di no-
vembre, fu dal popolo proclamato
signore perpetuo co' suoi eredi. Ma
Filippino Gonzaga amareggiato per
tale acquisto, fece man bassa sulle
genti del marchese , allorché Spa-
triava , ed Obizzo fu fortunato di
rifugiarsi in Parma. Quivi lasciò
governatore il cugino Francesco, e
per lungo giro sul Modenese Obiz-
zo si restituì salvo in Ferrara. *A1
tradimento del Gonzaga successe
la dichiarazione di guerra , piom-
bando sul Ferrarese che saccheg-
giò e devastò. L' insurrezione di
Parma fu repressa da Francesco,
come fu respinta da lui la tentata
invasione di Lucchino Visconti. In-
tanto Obizzo trattò magnificamen-
te in Ferrara Umberto delfino di
Vienna di Francia, ed a mediazio-
ne del Papa e di altri si fece la
pace , cedendo Parma a Lucchino
Visconti mediante rimborso, e la
cessione di alcuni castelli a Nicolò
ed Alberto figli di Obizzo. Nel 1 347
questi accordò a Lodovico re d'Un-
gheria il passaggio di sua armata,
colla quale andava in Napoli a pu-
nire l'uccisione del fratello Andrea,
attribuita principalmente alla mo-
glie Giovanna I, e splendidamente
lo ricevè pure al ritorno , siccome
praticarono sempre gli Estensi co-
FER
gli ospiti ragguardevoli. In detto
anno Obizzo perdette Lippa Ario-
sti, che avea sposata dopo la mor-
te della prima moglie Pepoli , ma
solo avanti del punto estremo. La
nobile famiglia Ariosti bolognese
si stabilì in Ferrara , e fiorì per
molti uomini illustri, massime per
Bonifacio fratello di Lippa, il qua-
le col suo senno ed autorità so-
stenne i principi Estensi suoi ni-
poti j nonché per l'Omero italia-
no l' immortale Lodovico Ario-
sto. Dal medesimo Antonio Frizzi
si hanno le Memorie storiche del-
la nobile famiglia Ariosti di Fer-
rara, exstat nel tom. Ili della Race,
ferrarese degli opusc. scien. leti,
stamp., ivi 1774- L'anno i35o del-
l' uni versai giubileo i popoli della
Romagna quasi tutti si ribellarono
a Clemente VI, che domandò aiu-
to ad Obizzo , che avcale doman-
data la rinnovazione dell' investitu-
ra, che fu prorogata per altri die-
ci anni, compresi i di lui figli Al-
dobrandino, Nicolò, Folco, Ugo ed
Alberto, atto ch'ebbe luogo nel
i 3 5 1 . Nell'anno seguente Obizzo
morì da tutti amaramente compian-
to , colla gloria di aver estinto i
partili , che prima laceravano la
patria.
Il giorno dopo la morte del
marchese si radunò il popolo nel
palazzo degli Estensi , ove fu ac-
clamato signor di Ferrara il mar-
chese Aldobrandino primogenito,
che nel principio non ebbe gover-
no tranquillo, a cagione de' paren-
ti die aspiravano al potere; men-
tre Modena accettò il dominio di
lui e de' fratelli. Clemente VI vol-
le che Aldobrandino co' fratelli ra-
tificassero il giuramento di vassal-
laggio del padre loro, in mano dei
nunzi pontificii, siccome tu esegui-
FER 87
lo. Francesco e Rinaldo Estensi
nati legittimi eransi ribellati, per-
chè i figli di Obizzo non lo furo-
no che sul punto della morte di
Lippa Ariosti loro madre, mentre
credevano essi di succedere allo
zio. Aldobrandino si armò per ri-
batterne gli sforzi, come del Mala-
testa ed altri del loro partito, sen-
za progressi notabili. Nel 1 355 ca-
lò in Italia Carlo IV re de' roma-
ni , che Aldobrandino inchinò a
Padova, venendo trattato sempre
a mensa, ed ebbe pure rinnovati
i privilegi, e le investiture impe-
riali di casa d' Este, concedendo-
gli il re anco quella di Modena.
Passando per Ferrara Anna figlia
del duca di Polonia, che andava
a sposare Carlo IV , l' Estense la
trattò magnificamente sino ai con-
fini. Nel i356 morì Folco fratello
di Aldobrandino; questi si unì al
cardinal Alboruoz legato d' Inno-
cenzo VI, e da lui spedito in Ita-
lia a ricuperare gli usurpati do-
mimi della santa Sede. A media-
zione di Carlo IV nel 1 358 seguì
la concordia tra diversi signori bel-
ligeranti, e vi fu compreso Fran-
cesco Estense colla ricupera de'con-
fiscali suoi beni; non tornò piò in
Ferrara, si stabilì in Este, ove la
sua linea si estinse. Nel i36i In-
nocenzo VI prorogò l'investitura
di altri sette anni ad Aldobrandi-
no, Nicolò, Ugo ed Alberto; ma
in quell'anno morì Aldobrandino,
buon principe, e amato general-
mente. Rimasero di lui i figli O-
bizzo, Nicolò e Verde; il succes-
sore però nel vicariato fu Nicolò
Il detto lo Zoppo, per averlo così
reso la podagra, fratello del defun-
to e come compreso nell'investitu-
ra. Prima sua cura fu l'impetrare
dall' imperatore Carlo IV le in-
88 FER
vestiture di Rovigo e di Modena
per se, e per Ugo ed Alberto suoi
fratelli, non che per il detto Obiz-
zo suo nipote; e furono concedu-
te. Il cardinal Albornoz indusse i
bolognesi a restituire all'Estense
Nonantola e Bazano , anche per le
somme a lui imprestate da Aldo-
brandino, ed in Ferrara fece una
solenne lega con vari potentati,
contro Bernabò Visconti signore di
Milano. Il marchese Nicolò II, do-
po di aver contribuito la sua por-
zione di truppe, fortificò i confini
del Ferrarese, e fabbricò la Roc-
ca possente, che dalla sua forma
in un alla villa prese poi il nome
di Stellata: ma una guerra più
micidiale fece all' Italia in quell'an-
no la peste.
Divenuto Pontefice Urbano V
tentò di vincere Bernabò anche
colle armi spirituali della scomu-
nica, sebbene la sconfitta ch'eb-
be dai collegati servi ad avvilir-
lo , da cui derivò la salvezza di
Bologna , e degli altri stati del-
la Chiesa, e fu fatta la pace, solo
frastornata dai terremoti, e dalle
rotte del Po. Nel i366 Nicolò II
con nobile accompagnamento, per
divozione si portò in Roma, e po-
scia passò in Avignone, ove temen-
do per lo stato di Modena la fe-
de dubbia di Bernabò, conchiuse
con Urbano V, e cogli ambascia-
tori de' principi, una lega per la
comune difesa, e per liberar l'Italia
dai masnadieri. Ma per tenere in
fieno il Visconti, e liberar l' Ita-
lia da tanti disordini, fu fatto ri-
flettere al Papa eh' era d' uopo
restituir la residenza pontificia in
Roma, e ciò principalmente a con-
siglio dell'Estense. Le locuste de-
solarono il Ferrarese, come i grilli.
Finalmente Urbano V si determi-
FER
nò di portarsi in Roma, e Nico-
lò II prima trattò splendidamen-
te in Modena alcuni cardinali che
per la via di terra seguivano il
Pontefice, e giunto questo a Viter-
bo si condusse ad ossequirlo, ve-
nendo ricevuto con istraordinaria
amorevolezza, ed ivi fu stabilitala
memorata lega. Tornato in Ferra-
ra il marchese alloggiò nel suo pa-
lazzo Amadeo VI conte di Savo-
ia, e poi l'accompagnò a Viterbo,
trovando il Papa che con magni-
fico corteggio s'avviava per Ro-
ma. La guardia di sua persona fu
commessa al marchese, ed al Ro-
berti da Reggio maresciallo delle
truppe ferraresi . Il conte di Sa-
voia, con Brasco marchese d' An-
cona, addestrarono il cavallo del
Papa; Ridolfo Varano signore di
Camerino portò il gonfalone della
Chiesa, e le chiavi sopra il capo
d' Urbano V, e Malalesta Unghe-
ro signore di Rimini comandò le
genti d' arme pontificie. Con si
maestoso apparato a' 16 ottobre
entrò in Roma la nobilissima co-
mitiva, e se ne andò a s. Pietro,
ove il Papa appena smontato, or-
dinò all'Estense che in onore dei
ss. apostoli creasse dodici cavalie-
ri a sperone d'oro; onde stando il
marchese sulla porta della basilica ,
conferì subito quell'onore a sei
italiani, ed a sei tedeschi, e pel
primo al suo maresciallo Roberti.
Il marchese per alcuni giorni ten-
ne la guardia della piazza di s.
Pietro , e finalmente carico di se-
gnalati onori si restituì a Ferrara.
Quivi accolse il cardinal Angelico
fratello di Urbano V , e legato di
Bologna, coi principi della lega ,
tutti Nicolò II trattandoli colla splen-
didezza e magnanimità tutta pro-
pria degli Estensi Intanto il Pa-
FER
pa in premio di tante dimostra-
zioni, a' 3 aprile i368 spedì al
marchese un breve, in cui facendo
menzioue della principal comparsa
da lui fatta nell' ingresso di Roma,
concedette a lui, ad Ugo, e ad
Aldobrandino od Alberto suoi fra-
telli, non che ai loro discendenti
maschi per linea maschile in infi-
nito, il privilegio privativo rispet-
to a tutt' altri, fuori die ai re, di
precedere col loro seguito la per-
sona del Papa, qualora si trovasse-
ro ad una simile solenne entrata,
e inoltre la facoltà di spiegar sol-
tanto le bandiere proprie, e di
custodire per tutto quel giorno la
piazza vicina all'abitazione ove an-
dasse a posare sua Santità.
Incominciarono le ostilità con
Bernabò, che sul Po presso Bor-
goforte battè e disperse la flotta
ferrarese. In quel mentre Carlo IV
con gran seguito fece alto a Co-
negliano , ove Nicolò II corse ad
inchinarlo, e l'imperatrice fu in-
contrata a Ficarolo dal marchese
Ugo, ove pur giunse Carlo IV.
Ivi si fece la massa delle truppe
collegate, che arrivarono al nume-
ro di trenta a cinquanta mila com-
battenti; e prima d' intraprendere
la guerra il cardinal legato pub-
blicò la crociata contro i Viscon-
ti, che riuscì inutile perchè venne
guadagnato l' imperatore col dena-
ro di cui penuriava; ebbe luogo
una tregua, e il licenziamento di
sue truppe, passando quel princi-
pe in Roma. Immense furono le
spese degli Estensi per tanti inu-
tili accampamenti, e passaggi di
personaggi, fra' quali va noverato il
re di Cipro Pietro I. I collegati
ben si avvidero della poca dispo-
sizione di Carlo IV di assisterli, il
perchè acconsentirono ad un acco-
FER 89
modamento. Stabilita così la cal-
ma all'Italia, l'imperatore colla
moglie passarono a Bologna, don-
de andò a levarli Nicolò II, e nel-
la solenne cavalcata con cui a' 14
febbraio 1369 entrarono in Fer-
rara, il marchese con Malatesta
Unghero addestrò il cavallo di Car-
lo IV, mentre Ugo ed Alberto
marchesi suoi fratelli tennero la
briglia di quello dell' imperatrice.
Ugo morì nel i3yo con generale
dispiacere, anche di Francesco Pe-
trarca, pel quale il defunto avea
grande amorevolezza. Avendo Car-
lo IV tolta Lucca ai pisani, vole-
va cederla agli Estensi, ma ciò non
si effettuò . Macchinando sempre
Bernabò d'ingoiar l'Italia, col Pa-
pa ed altri signori si venne a nuo-
va confederazione contro di lui; ma
non felici successi, e il ritorno di
Urbano V in Avignone consiglia-
rono la pace, che fu come le pre-
cedenti di corta durata, ed il Fer-
rarese fu danneggiato dai Visconti,
come il Modenese, e nella batta-
glia di Reggio de' 2 giugno 1372,
essendo Pontefice Gregorio XI, i
collegati furono dispersi, indi suc-
cessero diversi fatti con diversa for-
tuna. In questo anno Nicolò II e
suo fratello Alberto od Aldobran-
dino ebbero da Gregorio XI nuova
conferma pel vicariato di Ferrara:
il censo rimase qual era prima,
ma l'investitura fu a vita de' mar-
chesi, e ciò con nuovo esempio.
Gli ambasciatori degli Estensi man-
dati perciò a Bologna confessaro-
no al cardinal legato Pietro Bitu-
ricense o dallo Stagno, con pubbli-
co istromento, che la città di Fer-
rara col suo territorio appartene-
va alla Sede apostolica , obbligan-
dosi all'annuo pagamento di dicci
mila fiorini d' oro, e al inameni-
9°
FER
incuto di cento cavalieri pel ser-
vizio del Papa, nello spazio di set-
tanta miglia. Così il Rinaldi al-
l'anno i^ya, num. 3, 4-
Continuando le guerre coi Vi-
sconti, i fiorentini temendo che Gre-
gorio XI volesse loro togliere Prato,
slimolarono alla ribellione i sudditi
della Chiesa, facendo lega con Giovan-
na I regina di Napoli, coi Visconti, ed
altri, e hen presto ottanta tra città
e fortezze si sottrassero dal domi-
nio papale. L' arcivescovo di Ra-
venna Pileo di Prata, non aven-
do forze da contener le sue castel-
la , die Lugo ai marchesi Nicolò
ed Alberto, e ad Obizzo lor nipote,
coli' annua pensione di cinquecento
fiorini d'oro, tutto approvando da
Avignone Gregorio XI . Questi
fulminò di scomunica i collegali,
massime i fiorentini e i sollevati,
inviando in Italia alla testa di una
armata di brettoni, il famoso car-
dinal Roberto di Ginevra, poi anti-
papa Clemente VII; ma la ferocia
de'soldati e del legato inasprì mag-
giormente i popoli. Intanto il Papa
vinti tutti gli ostacoli partì dalla Pro-
venza, e a' 1 7 gennaio 1 377 mae-
stosamente entrò in Roma, rista-
bilendovi la pontificia residenza.
11 bisogno di pagare i soldati co-
strinse il legalo a portarsi a Fer-
rara, ove vendè Faenza per qua-
rantamila fiorini a Nicolò li, che
poco ne godè, perchè Astorgio
Manfredi, coli' aiuto di Rernabò e
de' fiorentini, se ne rese padrone.
Morto nel 1 378 Gregorio XI gli
fu dato in legittimo successore Ur-
bano VI; ma poco dopo insorse
il pseudo - papa Clemente VII ,
che sebbene fòsse grande amico
di Nicolò II , questi restò nel-
1' ubbidienza del vero Pontefice. Lo
antipapa passò in Avignone e vi
FER
sostenne il noto lungo e lagrime-
vole scisma eh' ehbe le più terri-
bili conseguenze . Bagnacavallo e
Cotignola nel 1 38 1 per la prima
volta divennero ragioni degli E-
stensi, che nelP anno seguente fu-
rono afflitti dalla peste, mentre in
Milano morì Francesco d' Este, la-
sciando suo erede, e la vana spe-
ranza di signoreggiare in Ferra-
ra ad Azzo suo figlio. Nell'anno
1 385 malcontento il popolo ferra-
rese per le gravezze che gli E-
stensi eransi trovali in necessità di
gravarlo, si ribellò gridando mor-
te a Tommaso di Tortona giudice
de' savi, che ne reputava autore e
consigliere, il quale ad onta del-
l' interposizione degli Estensi fu
fatto a pezzi , ed i gabellieri e
gli uffizi loro furono grandemen-
te malmenati. I marchesi si rego-
larono con disinvoltura e pruden-
za, e poco a poco fecero ribassa-
re le gabelle, non senza far segre-
ta inquisizione de' principali auto-
ri del tumulto; indi con occhio an-
tiveggente Nicolò II incominciò ad
edificare il castello ora abitato dai
cardinali legati , per residenza ed
asilo de' marchesi , facendovi pian-
tar delle artiglierie. Il popolo rima-
se atterrito, ed allora furono seve-
ramente puniti i capi della rivol-
ta. Bernabò morì in prigione , per
opera del nipote Gio. Galeazzo che
alleossi cogli Estensi, e Nicolò li
terminò i suoi giorni a" 26 mar-
zo 1 388, e con tal compianto che
celebrandosi nel dì seguente il suo
funerale, benché venerdì santo, tut-
te le campane della città e dei
borghi suonarono a morto , e gli
storici colmarono la sua memoria
de' maggiori elogi. Rimase il do-
minio degli stati Estensi al suo fra-
tello marchese Alberto, che alcuni
FER
pur chiamarono Aldobrandino, già
compreso nell' investitura del 1872;
e ne prese solenne possesso cou
cavalcata a' 28 marzo, entrando
nel duomo ad ore 22, ove si can-
tò messa solenne ad onta dell' ora
tarda. Cospirando Obizzo suo ni-
pote contro la vita ed il potere di
lui, lo fece decapitare in un alla
madre, e del pari furono severa-
mente puniti i congiurati. Gio. Ga-
leazzo restituì Este ed il suo terri-
torio ad Alberto, che i padovani
centosetlantacinque anni prima ave-
vano tolto alla famiglia, ma a titolo
di feudo , dovendo seguire le sue
guerre, anco contro i veneti suoi ami-
ci; ma preferendo il marchese la
pace, si sciolse dall'alleanza, e re-
stò neutrale.
Correndo l'anno 1390 il mar-
chese per divozione intraprese il viag-
gio di Roma con decoroso seguito,
tutti vestili in abito di penitenza cioè
di panno berrettino con bordone so-
pra, e dello stesso colore erano
tinte le lancie delle guardie sti-
pendiariej le bandiere, i pennon-
celli, e tutt' altro, giacché era un
pellegrinaggio pio per lucrare le
indulgenze dell'anno santo conces-
se da Bonifacio IX, e perciò non
sembra probabile che ciò avvenis-
se nell' anno seguente come alcuni
scrissero. Alberto fu incontrato al
modo che dicemmo al volume II,
pag. 109 del Dizionario j ed accol-
to benignamente dal Papa, poi lo
fece accompagnare ai preparati al-
loggi. Nel di seguente il marche-
se, e i principali suoi cavalieri fu-
rono ammessi all' ouore di pranza-
re con Bonifacio IX, che gli con-
cesse tutte le grazie che gli do-
mandarono: condonò ad Alberto i
censi non pagati per Ferrara; le-
gittimò Nicolò suo figlio, che eom-
FER gì
prese per apostolico privilegio nel-
l' investitura che rinnovò al padre;
prese provvidenza sui beni eccle-
siastici che passassero in mano dei
secolari , ed eresse in università
pontifìcia lo studio di Ferrara, sic-
come dicemmo di sopra , e donò
ad Alberto la rosa d' oro benedet-
ta. Carico di tanti onori e. benefi-
zi partì da Roma il marchese, e
con lui tripudianti ne furono i
ferraresi; ricevendo il marchese
festevole accoglienza e doni a Fi-
renze ed a Bologna , venendo ce-
lebrato a Ferrara il suo ritorno
quale lieto avvenimento, che fu
seguito dall' erezione di nobili e-
difìzi a spese del marchese. Il po-
polo ferrarese per gratitudine eres-
se ad Alberto una statua di mar-
mo, rappresentandolo coli' abito pe-
nitente cui si portò in Roma, e in
tal modo pure il rappresentarono
nella medaglia che fecero coniare
a suo onore. Avvicinandosi il suo
fine, stando Alberto in letto, a' 24
luglio i3g3, chiamò a sé Nicolò
suo figlio d' anni dieci, e lo creò
cavaliere, dandogli secondo la con-
sueta cerimonia due leggieri schiaf-
fi nelle guancie, quindi due ca-
valieri gli strinsero gli speroni d'oro
e gli cinsero la spada. Fece poscia
testamento , e lasciò erede Nicolò
de' beni dello stato, e perchè si
prevedevano al fanciullo contrasti
nel dominio per parte di Azzo E-
stense nato da Francesco, e da una
Visconti, e perciò spalleggiato da
Gio . Galeazzo, si prese il saggio
consiglio di farlo riconoscere dai
sudditi, vivente ancora il padre,
ciò che fu fatto con solennità, apren-
dosi le carceri del comune e del
castello. Si spedì alle potenze ami-
che, acciocché mandassero rinforzi
di truppe, e mentre queste giunsero
9i FER
a* 3o luglio spirò il marchese, ed
il popolo dopo di avere assistito ai
suoi funerali nella solita chiesa di
s. Francesco, si radunò nel corti-
le di corte ed acclamò Nicolò III
suo signore , cui il comune gli
rimise il bastone del comando.
Azzo subito profittando de'nu-
merosi suoi partigiani, volle soste-
nere le proprie ragioni procuran-
dosi alleanze, mentre nel i3g4
Bonifacio IX rinnovò l'investitura
di Ferrara a Nicolò III per tutta la
■vita di lui, coli' annuo censo di die-
cimila fiorini di camera, oltre a cen-
to uomini stipendiati in caso di bi-
sógno in servigio della santa Sede.
Intanto i tutori e il consiglio del
giovine marchese fortificarono Fer-
rara, e i luoghi di pertinenza del
loro signore, spiando le mosse del
pretendente; ma per tante spese
essendo esausto Terrario, anche per
le condonazioni usale dal defunto
con diverse comunità, bisognò im-
pegnare varie terre: le prigioni si
riempirono di ribelli, e molti fu-
rono puniti coli 'estremo supplizio,
alternandosi tuttavia le congiure
contro Azzo, e contro Nicolò III.
Dopo vari combattimenti , il con-
siglio inviò contro ad Azzo un
corpo di truppe, affidandone il co-
mando ad Astorgio Manfredi, che
a Portomaggiore sbaragliò i ri-
belli e fece prigioniere lo stesso
Azzo. Il vincitore fu ricevuto in
Ferrara dal popolo con vive ac-
clamazioni, ed Azzo fu mandato
in Faenza sotto la custodia del con-
te Corrado, che lo aveva arrestato,
■venendo premiato Astorgio, e quel-
li che avevano cooperato alla vit-
toria, e puniti i ribelli che resta-
rono prigionieri, con tutto il rigo-
re, dandosi agli altri il bando per-
petuo. Ciò non pertanto non ces-
FER
so lo spìrito di rivolta, né le se-
dizioni, porgendo alimento a tanto
fuoco il Visconti che aveva conse-
guito il titolo di duca da Vence-
slao re de' romani. Nicolò III si
sposò con Gigliuola da Carrara fi-
glia del signore di Padova Fran-
cesco Novello, e coi collegati so-
stenne aspra guerra col Visconti.
Azzo non lasciò di tendere insidie,
e dalla prigione di Faenza passò
a quella de' veneziani che lo man-
darono a Candia, obbligandosi Ni-
colò III pagar alla repubblica tremila
fiorini d'oro annui : ciò avvenne nel
i4°° in cui ebbe pur luogo la pa-
ce tra il duca di Milano, e i col-
legati. 11 marchese si portò a Mi-
lano a trovare Gio. Galeazzo , che
poco dopo mori, dando così la sua
casa un gran crollo. Allora Boni»
facio IX s' avvisò essere tempo di
ricuperare Bologna, e i luoghi u-
surpati dal Visconti alla Chiesa, fe-
ce lega con alcuni potentati, nomi-
nò legato il cardinal Cossa, poi
Giovanni XKIII, fece chiedere al-
l' Estense i soccorsi dovuti come
vassallo della Sede apostolica, an-
zi lo deputò capitano generale in
tal impresa. Giunto a Ferrara il
legato, il marchese gli presentò le
chiavi della città, e sotto il bal-
dacchino fu portato al palazzo del
Paradiso. Si concertò ivi il piano
delle operazioni e per meglio gua-
dagnar Nicolò III, il cardinale gli
promise la restituzione di Nonan-
tola e Bazano, date in pegno ai
bolognesi, gli diminuì il censo che
pagava alla camera apostolica, gli
assegnò l' annuo stipendio di dodi-
cimila fiorini pel generalato, oltre
alle promesse di assisterlo a ricu-
perare Beggio e Parma.
Partì l' esercito per Bologna, e
dopo alcuni fatti d'armi, la vedo-
FER
va di Visconti restituì alla Chiesa
Bologna, Perugia ed Assisi. 11 le-
gato non mantenne le promesse,
e nacque perciò rottura coll'Esten-
se, il quale si unì al suocero con-
tro Milano, per cui ebbe nemici
anche i veneziani contrari al Car-
rarese; ed il marchese si distinse
per "valore e prodezze nelle suc-
cessive azioni guerresche. I veneti
piombarono sul Ferrarese, ed in-
cendiarono Comacchio, ed il mar-
chese con più maturo consiglio nel
i4o5 piegò alla pace, anche nel
timore che Azzo faceva accordi col
cardinal legato per cedergli Mode-
na, se l'avesse messo in possesso di
Ferrara col solito censo. Le condi-
zioni dell'accordo le riporta il Friz-
zi al tom. Ili, pag. 388. Il Car-
rarese andò nelie furie vedendosi
abbandonato dal genero, ed i vene-
ti acquistarono Padova, terminan-
do quella possente famiglia nella
nobile Papafava. Nel i4o8 l'Esten-
se accolse in Ferrara Alfonso che
fu poi re di Portogallo, chiamato
l'africano per le vittorie riportate
sui mori. Mentre regnava Grego-
rio XII, e sosteneva lo scisma l'an-
tipapa Benedetto XIII , i cardinali
de'due collegi si riunirono in con-
cilio a Pisa per deporli, e nell'an-
no 1409 in vece elessero Alessan-
dro V. Tra i principi che inviaro-
no ambasciatori al concilio, vi fu
Nicolò III, il quale in questo tem-
po conquistò Parma e Reggio.
Non è facile a descrivere le feste
sagre e profane celebrate in Fer-
rara per sì giulive occasioni. Tra
quelli che riconobbero Alessandro
V , va noverato il marchese che
andò sino a Pianoro ad ossequiar-
lo, quando nel gennaio i4'o il
Papa si recò a Bologna. Quivi
Alessandro V, e il cardinal Cossa
FER 93
che tutto reggeva in quel pontìG-
cato, e teneva in molta stima Ni-
colò III, questi chiamarono per
conferire sulla occupazione di For-
limpopoli e Forlì fatta da Giorgio
Ordelaffi , ed ebbe in dono dal
Pontefice la rosa d'oro benedetta.
Morì in Bologna Alessandro V, ed
ivi a' 17 maggio di detto anno gli
fu dato in successore il Cossa che
prese il nome di Giovanni XXIII.
Nelle turbolenze della Chiesa ecci-
tate da Ladislao re di Napoli, dai
ribelli di Romagna, e dai deposti
Gregorio XII, e Benedetto XIII,
giudicò Giovanni XXIII di di-
chiarare capitano generale il fer-
rarese Uguccione Contrario, già ge-
nerale maresciallo della Chiesa. In
Bologna la notte del s. Natale, al-
la celebrazione della sua messa in
s. Anastasia, il Papa fece cantar
l'epistola ad Uguccione, gli confe-
rì la detta eminente dignità, gli
consegnò il gonfalone della Chie-
sa, col comando di mille lancie
e di mille fanti, aggiungendo il
dono di un cappello ornalo di per-
le, e di una ricca spada. Siccome
Sforza Attendolo era passato agli
stipendi di Nicolò III , tra gli al-
tri premi di cui fu largo ai ser-
vigi da lui ricevuti, ed anco in i-
sconto di quanto gli doveva, gli ce-
de Cotignola sua patria, che Gio-
vanni XXI li poi eresse in contea,
e ne investì esso Sforza, Francesco
ed altri suoi figli per l'annua ri-
cognizione d' uno sparviero. Passa-
to il Papa a risiedere nel 1 4- 1 1
in Roma, Bologna si ribellò, come
fece Forlì che si die ali Estense, il
quale con intelligenza del Papa la
cede al mentovato Ordelaffi. Appro-
fittò di tale lontananza di Giovan-
ni XXI II Carlo Malatesta signore
di Riiuini, grande e costante fan-
94 FER
tore di Gregorio XII , occupando
vari castelli; finalmente il mar-
chese riebbe Nonantola, e tolse al
Pallavicino Borgo s. Donnino, at-
tribuendogli alcuni l'erezione della
università in Parma. Nel i4i3
venne divozione a Nicolò III di
imprendere il pellegrinaggio di Ge-
rusalemme, lasciando Uguccione al
governo de' suoi stati, ove ritornò
felicemente, ricusando le vantaggio-
se offerte del re di Napoli , che
voleva guadagnarlo. Reduce Gio-
vanni XXIII da una conferenza con
Sigismondo re de' romani, per ce-
lebrar il concilio di Costanza, onde
por fine al calami toso scisma, a' 1 8 feb-
braio 1 4- • 4- pomposamente entrò in
Ferrara, cavalcando un cavallo bianco
addestralo dal marchese e da Uguc-
cione. Dal duomo il Papa si recò
al palazzo d'Este a piedi, servendo-
lo Nicolò III in figura di cauda-
tario. Passati sei giorni il Pontefi-
ce s'avviò a Bologna, mentre l'E-
stense intraprese la visita de' san-
tuari di Loreto e di Compostella,
ovvero di s. Antonio del Delfinato.
In Piemonte fu a tradimento ar-
restato da Manfredo del Carretto
marchese di Ceva, e bisognò ob-
bligarsi al pagamento di undici
mila ducati per la liberazione; ma
sopraggiunto il conte Amadeo di
Savoia, Nicolò III eroicamente si
interpose per 1' infame Manfredo,
senza pagar nulla; il castello fu
spianato , il castellano perde la
testa, ed il marchese ritornò fra
suoi con general tripudio.
Al concilio di Costanza, che fu
il principale avvenimento del se-
colo XV, tra gli ambasciatori dei
principi, ve ne furono due dell'E-
stense: esso incominciò a'5 novem-
bre i4>4 ? e terminò dopo la de-
posizione di Giovanni XXI li, la
FER
scomunica dell'antipapa Benedetto
XIII, l'eroica rinunzia di Grego-
rio XII, coll'elezione di Martino V
che seguì agli il novembre 14.17,
mentre la peste infuriava in Fer-
rara, e forse ne fece vittima la mo-
glie del marchese, che invece si sposò
con Parigina figlia di Malatesta dei
Mala testi di Rimini. Tolto lo scisma
alla Chiesa, Martino V da Mantova
agli 8 febbraio i4*9 passò in Ferra-
ra, ove fece il solenne ingresso,
venendo accolto con sommo onore
da Nicolò III. E probabile che il
Papa gli accordasse qualche dimi-
nuzione del censo sul vicariato, ed
il marchese s' interpose pei ribelli
bolognesi. Stando in Ferrara Mar-
tino V ordinò che si dassero al
duca di Baviera trenta mila scudi
d'oro, per la custodia e prigionia
del Cossa già Giovanni XXIII; e
nel dì stesso o nel seguente il Pa-
pa proseguì il suo viaggio per Fi-
renze. Nel i4?o l'Estense cede al
duca di Milano Parma, e ritenne
Reggio colla giunta di ventotto mi-
la fiorini d'oro. Nell'anno seguente
Argenta col suo territorio, fu data
in stabile vicariato agli Estensi dal-
l' arcivescovo di Ravenna, con al-
cune condizioni, e I' approvazione
del cardinal legato di Bologna. Fa-
tale fu l'anno ì/^-ì.5 per Nicolò
III: aveva egli Ugo figlio natura-
le nato da Stella dell' Assassino o
Tolomei di Siena, di bell'aspetto
e di amabili costumi, il quale ben-
ché da lui teneramente amato ,
con ripugnanza era trattato dalla
matrigna Parisina. A vincere tale
avversione il marchese volle che
ambedue facessero assieme un viag-
gio, donde ne nacque un estremo
reciproco amore. Avendo ciò sco-
perto il marchese , dopo formale
processo, ambedue furono condan-
FER
nati a morie, né Uguccione , né
alili riuscirono con lagrime e pru-
denti osservazioni rimuovere l'ira
inflessibile di Nicolò III. Nelle pri-
gioni dunque del castello , che so-
no quelle terribili che si vedono
sotto la stanza detla dell'Aurora,
a pie della torre de'leoni sul prin-
cipio della Giovecca, la notte del
21 maggio fu decapitato Ugo, e
poi Parisina, la quale ad ogni pas-
so credeva morire in un traboc-
chetto: domandò che fosse avve-
nuto di Ugo, e le fu riposto che
era già morto; allora l'appassiona-
ta donna esclamò: adesso né io
vorrei più vivere. 11 marchese ve-
gliò tutta quella tetra notte, e pas-
seggiando chiese una volta al ca-
pitano del castello se Ugo era an-
cor morto, ed egli rispose si. Al-
lora diede nelle più disperate furie
ed esclamò : fa ch'io pure sia mor-
to giacche ho precipitata tal riso-
luzione contro il mio Ugo. Quindi
rodendo co'denti una bacchetta che
teneva nelle mani, passò il resto
della notte in sospiri e pianto, chia-
mando spesso il suo caro Ugo. L'a-
mor paterno vinse, sebbene troppo
tardi, la più funesta delle passioni!
Tuttavolta a sua giustificazione, ne
avvisò del fatto tutte le corti di
Italia.
Nel 1426 Nicolò III ebbe dal-
la repubblica di Venezia le inse-
gne, e il bastone del comando per
la guerra contro il duca di Mila-
no ; ma l'Estense si fece rappre-
sentare da Nanne Strozzi suo ge-
nerale, con un corpo di ferraresi,
che vi perde la vita ; la guerra non
fu ili lunga durata, e dopo di a-
ver perduto il milanese ottanta
fortezze si fece la pace. Nel i429
Nicolò 111 fece legittimare da Mar*
l'Eli 9 ~>
to pure da Stella, ed uno de' suoi
naturali, e come il maggiore di essi,
in mancanza di legittimi, lo destinò
suo successore, e per moglie gli die
Margherita Gonzaga, e n'era ben
degno siccome allevato nelle armi
da Braccio da Montone , e dedito
alle lettere a segno, che poi rac-
colse corniole , gemme intagliate,
medaglie, e pitture donde ebb<r
principio la famosa galleria Esten-
se. Per terza moglie Nicolò 111 spo-
sò Rizzarda figlia del marchese di
Saluzzo, senza che ne risentisse
pregiudizio Leonello se nascessero
maschi. Mentre celebravasi il con-
cilio di Basilea, nel i433 l'impe-
ratore Sigismondo si portò in Ro-
ma per essere incoronato da Eu-
genio IV, e nel ritorno in Ger-
mania giunse per acqua a Ferra-
ra. Il marchese l' incontrò ad Ar-
genta a' 9 settembre, ed a' i3 Si-
gismondo dichiarò cavalieri cinque
figliuoli dell'Estense, cioè Leonello,
Borso e Folco naturali, ed Ercole
e Sigismondo legittimi, l'ultimo dei
quali avea alzato al sagro fonte
come di recente nato. Prima di
partire l'imperatore rinnovò al mar-
chese le investiture imperiali dello
Polesine di Rovigo, ed altri feudi
nobili del Modenese, Reggiano ec,
comprendendovi gran parte di ca-
stelli e terre della Garfagnana, che
si erano all'Estense dati spontanea-
mente. Intanto il marchese colla
sua prudente neutralità, e per 1 opi-
nione che godeva faceva lieti i sudditi
del mantenimento della pace: quin-
di nel i434 pubblicò una pram-
matica sud' immodesto vestire del-
le donne, e die principio al pa-
lazzo di Belriguardo, che poi di-
venne una delle più magnifiche
delizie d'Italia. Se fu insigne van-
tino \ il suo figlio Leonello, na- to di Nicolò 111 il dar norma col-
9G FER
la sua prudenza ed autorità ai ga-
binetti d' Italia , noi fu meno in
proteggere la Chiesa , e i diritti
del pontificato. La storia del cele-
bre concilio generale tenuto in
Ferrara, che poi dal luogo ove
terminò fu detto fiorentino, ne
somministra la più luminosa prova.
Allorché Eugenio IV vide im-
pugnata la suprema sua autorità
nel concilio di Basilea ch'ebbe le-
gittimo principio nel 1 43 i, delibe-
rò di convocarne un altro in Ita-
lia per opporlo ad esso, ovvero
trasferirne la convocazione altrove.
Scrisse a questo effetto alle uni-
versità di Francia, di Spagna, di
Alemagna, di Polonia, d'Italia, e
d'Inghilterra, per impegnarle a
mandarvi i principali membri. Con-
temporaneamente il Papa provò la
consolazione di vedere a' suoi piedi
gli ambasciatori di Giovanni IV
che altri dicono VII Paleologo im-
peratore d'Oriente , e di Giuseppe
patriarca di Costantinopoli , per
chiedere la riunione della Chiesa
greca colla latina, tanto da esso
bramata, giacché sino dal secolo
IX per gli errori di Fozio, e per
altri rimaneva disgiunta, e per im-
petrare nel tempo stesso i più va-
lidi soccorsi contro i formidabili ot-
tomani, da' quali l'impero greco
sino d'allora veniva minacciato del-
l'estremo eccidio. Profittò Eugenio
IV di quella occasione, e da Fi-
renze ove risiedeva per le insidie
di Alfonso V d'Aragona e dei ro-
mani, nel i436 si trasferì a Bolo-
gna. Ivi convenne nella venuta del-
l' imperatore greco, del suo patriar-
ca, e prelati orientali al nuovo con-
cilio, e superate molte opposizioni
dell'altro di Basilea, giudicò fra le
molte città proposte per tenervi
l'augusta adunanza, la più oppor-
FER
tuna quella di Ferrara, anche a
cagione dell'affezione singolare che
per lui aveva l'Estense. A ciò si
unirono i riflessi dell'ampiezza, del-
la quiete, dell' abbondanza de' vi-
veri, e di altre particolari favore-
voli circostanze combinate in que-
sta città, che determinarono Euge-
nio IV ad intimarvi nel 1 4^7 un
generale concilio, con disposizione
del primo ottobre. Dalla parte sua
Nicolò III a' 14 novembre emanò
un chirografo col quale accordò
per l'adunanza la sua città, con-
cedendo passaporto , salvacondotti ,
esenzioni di gabelle , sicurezze , ed
assistenza per le abitazioni e vet-
tovaglie a chi v'intervenisse. Giun-
se intanto a Ferrara a' 7 gennaio
i438 il piissimo cardinal Nicolò
Albergati vescovo di Bologna, de-
stinato dal Papa a presiedervi colla
dignità di legato; e siccome molti
prelati latini fino al numero di
quaranta e più vi comparvero in
egual tempo, così agli 8010 gen-
naio si diede principio alla prima
sessione nella cattedrale di s. Gior-
gio, previa una processione, e mes-
sa dello Spirito Santo celebrata dal
vescovo di Ferrara Giovanni Ta-
velli da Tossignano, lodato per su-
blimi virtù e santità di vita, che
v' intervenne insieme ad alcuni ca-
nonici e beneficiati , e fu prescelto
con altri de' più dotti padri a sten-
derne i decreti preliminari. Dei
ferraresi oltre a questi, ed al ve-
scovo Boiardi , vi fu l' arcivescovo
di Ravenna Perondoli , il vescovo
di Modena Mainenti, molti teolo-
gi, interpreti, elettori dell'universi-
tà, come fi*. Agostino da Ferrara
dell'ordine de' minori, e fr. Paolo
dell'ordine de' servi. Altri dicono
che 1' apertura del concilio la fece
il cardinal Giuliano Cesarmi.
FER
Nella prima sessione vi si di-
chiarò, che il sommo Pontefice a-
vendo trasferito il concilio di Ba-
silea a Ferrara, questa traslazione
era canonica, e quindi che il con-
cilio generale di Ferrara era legit-
timamente adunato. Va però no-
tato, che dopo 1' arrivo de' greci ,
nessun prelato , né dottore passò
da Basilea a Ferrara, e che gli am-
basciatori tanto dell' imperatore Si-
gismondo, che dei re e degli altri
principi che vi erano dinanzi, vi
restarono tutti, e che il re di Fran-
cia Carlo VII proibì che ni uno dei
suoi sudditi passasse a Ferrara, col
pretesto di assistere al concilio. In
una parola la Francia, la Spagna,
e gli altri stati aderivano al con-
cilio di Basilea , perchè non cre-
dendolo divenuto conciliabolo, lo
ritenevano in vece ecumenico e per-
ciò lo rispettavano. Divisando Euge-
nio IV di portarsi in persona al
concilio di Ferrara, stabili prima
in Bologna coi procuratori dell'E-
stense alcuni capitoli a' 16 gennaio,
i quali in sostanza contenevano :
che il marchese e i ferraresi avreb-
bero per vero Papa riconosciuto,
difeso, e nella loro città ricevuto
co' suoi cardinali e famigliari Eu-
genio IV; che avrebbero ad essi, e
agli imperatori, se vi fossero capi-
tali, somministrate le abitazioni gra-
tuitamente, e lasciate passare le robe
di vitto e vestito senza gabella, e
che l'abitazione e persona del Papa
verrebbe affidata alle fedeli guar-
die ferraresi a preferenza delle pon-
tificie. Eugenio IV partì da Bo-
logna a' 2 3 gennaio con numeroso
accompagnamento di cardinali, pre-
lati e cortigiani, e giunse il gior-
no dopo in nave per il Po al mo-
nistero di s. Antonio. Il giovinetto
marchese Leonello , ed Uguccione
vol. xxiv.
FER 97
andarono pei primi ad incontrarlo,
ed allora verisimilmente Leonello
gli recitò quelle due orazioni latine
cotanto dagli scrittofi lodate, e per
cui il Pontefice gli donò un cap-
pello ornato d' oro e di gemme.
Dopo tre giorni di residenza a s.
Antonio, Eugenio IV a' 27 gen-
naio fece il suo ingresso nella cit-
tà, sotto un baldacchino fatto co-
struir dal comune colla maggior
magnificenza , e sopra un cavallo
alla cui briglia destra stavano in
piedi il cav. Antonio dalla Pace
inviato di Giovanni II re di Ca-
stiglia, e il marchese Nicolò III
alla sinistra. Lo precedettero il cle-
ro ferrarese, e i padri del concilio
tutti a cavallo vestiti di cappa, e
lo condussero alla chiesa cattedra-
le, ov' egli recitò alcune preci; in-
di seduto in cattedra fece pronun-
ciare dal vescovo di Forlì una bre-
ve esortazione, e quindi si trasferì
al palazzo del marchese dirimpet-
to alla chiesa. Siccome il Papa pa-
tiva di podagra , il comune avea
fatto costruire un ponte di tavole
con dolce salita coperta di panni,
la quale partendo dalla porta del
tempio, terminava alla loggia an-
teriore del palazzo ; per cui in quel-
la ed in altre occasioni potè il Pa-
pa aver comunicazione con il tem-
pio senza l' incomodo dèlie scale.
Agli 8 e io febbraio nella cappella
di quel palazzo Eugenio IV tenne
due congregazioni di tutti i padri,
e ai i5 intervenne in duomo alla
seconda sessione.
Nella seconda sessione il Papa
vi presiedette alla testa di circa
settantadue vescovi, e pronunziò un
decreto contro i padri basileesi. L'im-
peratore greco col patriarca di Co-
stantinopoli, con Demetrio fratello
di quel monarca e despota di Mo-
7
98 FER
rea, cogli ambasciatori di vari so-
vrani dell'Asia, e molti patriarchi,
arcivescovi, vescovi, e abbati della
greca credenza ( che alcuni dicono
ascendere a settecento persone, fra
le quali ventuno prelati, Marco ar-
civescovo d'Efeso, e molte dotte
persone ), era approdato a Venezia
sino dagli 8 febbraio sopra la flot-
ta veneta che per gli uffizi del Pa-
pa era andata a Costantinopoli, a-
vendo rifiutata l' imperatore 1' al-
tra che il concilio di Basilea a fine
di tirarlo a sé vi aveva mandata.
In Venezia ebbe alloggio nel pa-
lazzo Estense, ove fu complimen-
tato a nome del Papa dal cardi-
nal Albergati, da Nicolò III, e da
Ambrogio camaldolese. In pari tem-
po T imperatore e il patriarca di-
ressero ad Eugenio IV cinque am-
basciatori. Venuto il mese di mar-
zo s'imbarcò di nuovo l'impera-
tore con circa cinquecento persone,
e ai 3 pervenne a Francolino. Ivi
si trovò a riceverlo in nome del
Papa un cardinale con cinquanta
cavalieri di compagnia; nel dì se-
guente s' incamminò alla città per
la via di Lagoscuro con una parte
di sua comitiva provveduta dal
marchese di centocinquanta caval-
li. Premeva egli un gran destriero
bruno, coperto -li porpora e d'oro,
cui reggevano il f"eno i primari no-
bili della corte iNrrarese . Nicolò
III, con Leonello e Boiso suoi fi-
gli , era presso il monarca, il qua-
le veniva coperto da io ombrello
color celeste, ed aveva ,ion lungi
un altro cavallo bianco ton gual-
drappe a ricami d'oro, eie espri-
mevano fra le altre cose 1; aquile
imperiali. In mezzo a folfo popo-
lo, e fra musicali stromeru giunse
Y imperatore vicino alla porta di s.
Biagio. Di là uscirono 'A incontrar-
FER
lo tutti i cardinali, e molti de'pre-
lati che si trovavano in Ferrara, e
fu condotto a cavallo fino all'ap-
partamento del Papa per una scala
praticabile ai cavalli. Smontò l'im-
peratore alle stanze del Papa, che
gli si fece incontro, e mentre quel-
lo voleva piegar le ginocchia, Eu-
genio IV non glielo permise; indi
lo baciò, gli porse a baciar la ma-
no, e lo fece sedere alla sinistra. I
cardinali, inchinatisi all'imperatore,
sedettero inferiormente: dopo bre-
ve colloquio, l'imperatore al suono
de' musicali strumenti fu accom-
pagnato all'alloggio preparatogli nel
palazzo del Paradiso. Il rimanente
del seguito imperiale continuò il
viaggio per Bondeno, e il despota
entrò in palazzo per altra via, do-
po se n'andò al palazzo di Schifa-
noia, pure degli Estensi.
Il patriarca greco assai grave
per età, e preso da podagra era
rimasto a Venezia : un mese dopo,
e più, spedi due suoi ecclesiastici
per ambasciatori al Papa, indi in
nave li seguitò. A Francolino il
marchese gli mandò incontro un
naviglio che sorprese i greci per la
bellezza e magnificenza. Vi entrò
il patriarca col clero suo , e per
Bondeno fu condotto alla ripa di-
rimpetto la porta di s. Romano.
Gli uscirono ad incontrarlo il mar-
chese con due suoi figli, quasi tutti
gli arcivescovi, i vescovi, e i cor-
tigiani del Papa ; ma egli dopo es-
sersi fatto molto aspettare, fece sa-
pere che voleva essere ricevuto an-
che dai cardinali. Per accordare
questo cerimoniale, a cui si prestò
volentieri il buon Pontefice per
non guastare per un piccolo inci-
dente un massimo affare , passò
molto tempo, onde dovettero i gre-
ci dormire una notte nelle navi.
FER
La mattina degli 8 di marzo, ol-
tre ai nominati, uscirono quattro
cardinali, dice lo storico greco, ma
furono i due soli ultimi cardinali
diaconi; e incontratisi nel patriarca
che veniva, senza farsi vicendevol-
mente di cappello, ne darsi o ren-
dersi saluto, gli fecero sapere stret-
tamente il motivo della loro com-
parsa, dicendo il cardinal Prospe-
ro Colonna, come più antico : Re-
verendissime Pater, Dominus no-
ster Papa misit nos3 ut associare-
mus paternitatem vestram : e pre-
solo in mezzo col gran seguito,
tutti sopra cavalli e muli provve-
duti dal marchese furono condotti
al palazzo apostolico. Sedeva il Pa-
pa co' suoi cardinali a destra nel
suo gabinetto. Al comparirgli da-
vanti il. patriarca, riferisce l'autor
greco, che si trovò in piedi, e il
patriarca lo baciò nelle gote : de-
gli altri greci alcuni baciarongli la
mano sedente, altri gli s'inchina-
rono soltanto profondamente. Il pa-
triarca fu posto a sedere a sinistra
del Papa ; brevissimo fu il loro
ragionamento , terminato il quale
il patriarca venne guidato all'al-
bergo preparatogli in casa de' Ro-
berti, e furono distribuiti gli altri
greci in varie abitazioni. Intanto
l'imperatore greco mostrò desiderio
che al concilio fossero invitati gli
altri principi cristiani; ma il Papa
gli fece riflettere che le discordie
tra loro renderebbero impossibile
l'unirli in un istesso luogo, pure
per compiacerlo spedi lettere circo-
lari e nunzi in varie parti, onde
portarsi a Ferrara per cooperare
alla riunione dell'oriente coli' occi-
dente. Avanti di tener la prima
sessione co' greci, fu convenuto de-
gli articoli che doveansi esaminare
nel concilio. i.° Intorno alla prò-
FER 99
cessione dello Spirito Santo, a.*
L'addizione FiUoque fatta al sìm-
bolo. 3.° Il purgatorio, e lo stato
delle anime avanti il giudizio. 4-°
L' uso degli azzimi nei santi miste-
ri. 5.° L'autorità della santa Se-
de, e il primato del Papa. Quindi
si trattò del cerimoniale da osser-
varsi allorché si fossero i greci e
i latini trovati insieme : lunghe
discussioni produsse l'orientale sus-
siego, ma in fine si convenne.
La prima sessione tenuta nel
duomo , che fu la terza di questo
concilio, uniti i greci coi latini, fu
a' g di aprile. L' ordine delle sedi
fu cosi disposto : la destra della
chiesa e dell'altare fu data ai lati-
ni, tra' quali era il Papa , e la si-
nistra ai greci. Il trono papale sor-
geva quattro passi lungi dall'altare,
e appresso inferiormente quello del-
l' imperatore occidentale, o sia d'Al-
berto II re de' romani, succeduto in
quell'anno a Sigismondo , che mai
però non venne, e dietro a questi
le sedie proporzionate pei cardina-
li , arcivescovi , vescovi , abbati, ed
altri, secondo la loro anzianità di
grado : nove erano i cardinali, tra
il primo e il secondo cardinal ve-
scovo sedeva il patriarca di Grado.
A rincontro del Papa a sinistra era
assiso il monarca greco, e a destra
di lui più umilmente ed in uno
sgabello il despota di Morea ; a si-
nistra e di fronte al primo cardi-
nale si vedeva la sede del patriar-
ca di Costantinopoli , che per ca-
gion della podagra non comparve,
e in seguito quelle degli altri gre-
ci , cioè ne' quattro sgabelli presso
il patriarca presero luogo l'arcive-
scovo di Eraclea procu latore del
patriarca di Alessandria, l'arcivesco-
vo -di Efeso procuratore del pa-
triarca d' Antiochia , l' arcivescovo
ioo FER
Monembasiense procuratore del pa-
triarca di Gerusalemme, indi altri
sedici arcivescovi, dopo i quali suc-
cedevano sei crociferi della chiesa
di Costantinopoli, cosi detti perchè
portavano sopra al cappello una
croce, e per ultimo una venerabi-
le comitiva di monaci. Lungo sa-
rebbe il riferire le altre minute
particolarità che resero sorprenden-
te quella rispettabile ed augusta
assemblea : null'altro si fece allora
di notabile che dichiarare concor-
demente la legittimità ed univer-
salità di quel concilio. Vi si di-
chiarò per tanto che il concilio
ecumenico era aperto a Ferrara, e
si assegnarono quattro mesi per in-
tervenirvi a tutti quelli che erano
invitati; e come tali industrie non
trasse a Ferrara maggior numero
di soggetti, ne restarono poscia sor-
presi i greci, ignorando senza dub-
bio che i re e gli altri principi fa-
cevano allora tutti gli sforzi per
accordar i padri del conciliabolo
di Basilea con Eugenio IV, e che
per questo credevano di non do-
ver mandar nessuno a Ferrara. Si
esaminò in detta sessione di accor-
do co' greci la questione se il sen-
timento della Chiesa latina intorno
alla processione dello Spirito Santo
fosse ortodosso; e se con fondamen-
to si fosse aggiunto la particella
Filioque al simbolo , per dichiara-
re ch'egli procedeva dal Figlio.
Per secondare i greci si dovet-
tero differire a quattro mesi le al-
tre sessioni , a fine di attendersi i
lontani già invitati. Non si spese
però sì lungo tempo inutilmente :
si destinarono dodici eccellenti teo-
logi per cadauna parte, dice il gre-
co scrittore, ovvero sedici secondo
il latino, affinchè preparassero frat-
tanto privatamente le materie da
FER
decidersi, a tal fine, cominciandosi
a' 4 giugno, due volte alla settima-
na si radunarono nella chiesa di
s. Francesco , ove lasciato prima
libero l' ingresso a chiunque , sì
grande era il concorso , che fu
d'uopo in progresso disputare a
porte chiuse. Alcune conferenze an-
cor si tennero nell'anticamera del
patriarca, affinchè dal letto, ove la
podagra il tratteneva, potesse ascol-
tarle. Si resero poi pubbliche nel-
la cappella del palazzo del Papa,
tormentato anch' egli dalla poda-
gra, ove si trovò pure 1* imperatore
d'oriente. In questo tempo scrisse
Eugenio IV a' i5 giugno al prete
Janni, re ed imperatore d'Etiopia,
una lettera col titolo: Carissimo in
Chris to Jilio praesbyte.ro Joanni
regi ac imperatori Ethiopiae illu-
stri, ec, nella quale dandogli par-
te del concilio , e del motivo che
lo faceva celebrare, l'invitò ad in-
viarvi egli pure alcuni suoi vescovi
ben istruiti di lor credenza, per
farne un rincontro colla cattolica
romana, e di rettificarla in caso di
discrepanza fra loro, promettendogli
validi soccorsi per cacciar dall'Egit-
to i saraceni suoi nemici. Indi si
venne a celebrar la II sessione. Il
vescovo di Rodi fece un discorso
sopra i vantaggi della pace, il qua-
le occupò tutta la sessione. Nel-
la III e IV sessione Andrea di Co-
losso parlando pei latini, disse che
egli pregava i greci , che se gli
scappava qualche espressione un
po' dura , l'attribuissero piuttosto
all'argomento della disputa che al-
le persone che disputavano. La IV
passò in discorsi vaghi tra Marcan-
tonio di Efeso, e Andrea di Rodi.
Nella V sessione fu esposto qual
fosse la fede de' trecento dicciotto
padri che componevano il concilio
FER
Niceno, e fu Ietto il loro simbolo,
e le definizioni del concilio Calce-
donese, e del VI generale. I latini
produssero un ms. che assicura-
rono essere antichissimo del II con-
cilio Niceno, il VII generale, dove
sostenevano che si trovasse, che lo
SpiritoSanto procedeva dal Figliuo-
lo. Nella VI sessione Andrea di
Rodi fece vedere con un lungo di-
scorso, che quel che i greci pre-
tendevano, che fosse un'aggiunta,
non era né addizione, né mutazio-
ne , ma una semplice spiegazione
di ciò eh' è contenuto nel princi-
pio, da cui si deduce una necessa-
ria illazione ; il che provò egli colle
testimonianze de' padri greci, e tra
gli altri di s. Giovanni Grisostomo,
il quale dice, che il Figliuolo pos-
siede tutto ciò eh' è del Padre, tol-
tane la paternità. Nella VII sessio-
ne lo stesso vescovo continuò a
parlare della stessa materia, e rispo-
se alle autorità allegate da Marco
d'Efeso: mostrò egli che quando i
concili proibiscono di esibire a
quelli che abbracciano il cristiane-
simo una fede diversa da quella
eh' è proposta nel simbolo , non
proibiscono d' insegnare più chia-
ramente la stessa fede che in quel-
lo è compresa ; e che il II conci-
lio generale, chiamato di Costanti-
nopoli , avea aggiunto al simbolo
Niceno molte parole, e questo per
ispiegare contro i novelli eretici
certe verità di fede che non erano
espresse tanto distintamente.
Neil' VIII e IX, Bessarione di
Nicea parlò -pei greci , ed insistette
sempre su questo argomento, che
non era vietato di spiegar la fede,
ma ch'era proibito benM d'inseri-
re nel simbolo delle spiegazioni, e
che il III concilio generale di Efe-
so lo aveva divietato. Nella X ses-
FER xor
sione il cardinal Giuliano Cesari-
ni, ch'era stato presidente del con-
cilio Basileese sinché fu ecumenico,
fece delle osservazioni sodissime so-
pra la proibizione fatta dal conci-
lio di Efeso, e disse che bisogna-
va ridursi a un punto più essenzia-
le , vale a dire , al sentimento dei
latini intorno dello Spirito Santo.
- Imperciocché, se questo dogma è
*• vero, egli dice, si è dunque po-
» tuto metterlo nel simbolo per
» ispiegare un mistero, che si è
»» voluto impugnare ". Il vescovo
di Forlì appoggiò lo stesso argo-
mento , e sostenne , che non sola-
mente non v'era nessuna legge che
proibisse di aggiungere al simbolo
qualche spiegazione ; ma che non
poteva nemmeno esservi chi tal
divieto facesse alla Chiesa; che que-
sta proibizione risguardava i soli
privati, che di propria autorità vo-
lessero fare queste aggiunte. Nel-
la XI sessione il medesimo vescovo
osservò, che ciò che avea dato mo-
tivo a' padri d'Efeso di far que-
sto divieto , era il falso simbolo
de' nestoriani, condannato già dal
concilio ; che quel concilio non so-
lamente proibiva di aggiungere pa-
rola a nessun simbolo , ma di far
anco nuove sposizioni di fede , e
quindi , che se questa proibizione
dovesse estendersi alla Chiesa, e al
concilio, ne seguirebbe che la Chie-
sa non potesse più fare una nuo-
va esposizione di fede. Nelle ses-
sioni XII, XIII, XIV, e XV, si
disputò sopra lo stesso argomento:
i latini però persistettero in doman-
dare, che si esaminasse il fondo
della quistione, e che qualora fosse
stata messa in chiaro , essere evi-
dente che lo Spirito Santo proce-
deva dalla persona del Figliuolo ,
ci resterebbe nel simbolo l'addizio-
102 FER
ne, che se non si potesse dire che
egli ne procedesse , sarebbe tolta
l'aggiunta. Ma i greci si ostinavano
a domandare, che si cominciasse a
recidere dal simbolo 1' addizione
Filioque prima di esaminare il fon-
do della quistione, e quindi le par-
ti non poterono convenire. Delle
menzionate quindici sessioni, le tre
solenni erano state tenute nella
cattedrale, e le altre dodici nell'ap-
partamento del Pontefice.
Nella XVI ed ultima sessione,
il Papa propose all' imperatore di
trasferire il concilio a Firenze, per-
chè la spesa necessaria per mante-
nere tanti greci, e per continuarlo
a Ferrara era onerosa a lui, e per-
chè i greci cominciavano ad anno-
iarsi in questa città, quindi dacché
gli ultimi v'ebbero acconsentito, si
pubblicò questa traslazione a' io'
gennaio i43cj. Altri dicono che la
peste sopravvenuta in Ferrara fece
risolvere Eugenio IV di trasporta-
re a Firenze la continuazione del
concilio, nel qual caso i fiorentini
avrebbono somministrato il da-
naro di cui abbisognava. Altro mo-
tivo della risoluzione del Papa , si
fu il vedersi invase Bologna, Imo-
la , Forlì e Ravenna dal duca di
Milano Filippo Maria Visconti, e
perciò non sicuro, siccome circon-
dato dai nemici, comandati da Ni-
colò Piccinino generale del duca.
A quell' avviso si conturbarono i
greci , e mostrarono desiderio di
terminar l' affare ad ogni patto in
Ferrara; ma il Papa cominciò a
sospendere loro le pensioni, e nel-
lo stesso tempo promise , che se
fossero passati a Firenze non solo
si sarebbero esse sborsate , ma a-
vrebbe inviata altra somma a Co-
stantinopoli per mettere quella cri-
pitale in istalo di difesa, e sarcb-
FER
bcro state pronte due galee pel lo-
ro ritorno in oriente. A sì forti
stimoli e a quelli della peste, che
già avea rapito Dionigi vescovo di
Sardica, cessarono tutte le difficol-
tà, e fu allora celebrata la quarta
solenne sessione nella cattedrale ,
eh' è 1' ultima memorata. Agli 1 1
gennaio i43o, furono sborsati ai
greci gli assegnamenti sospesi, spe-
dironsi ventun mila fiorini a Co-
stantinopoli , e si fornirono i greci
stessi dell'occorrente pel viaggio di
Toscana. Il Papa ai 16 si ritirò di
nuovo a s. Antonio, ivi nel dì se-
guente celebrò la messa di sua fe-
sta, e si pose in nave, mentre per
Finale, Modena e Frignano per-
venne a Firenze, sotto la fida scor-
ta di Nicolò III, e delle milizie fer-
raresi. V. Basilea, e Firenze.
Frattanto l'Estense avea ricupe-
rato le Polesine di Rovigo, che
però inondò l'Adige con due gran-
di rotte. Volendo il duca di Mila-
no riposarsi nella sua senile età,
per la somma fiducia che avea iu
Nicolò III, lo pregò a fargli da vi-
cario, ond' egli lasciando Leonello
al governo di Ferrara passò a quel-
lo di Milano con titolo di gover-
natore. Mentre prosperava i suoi
amministrati, è fama che gli fosse
propinato per gelosia il veleno, e
morì in quella città a' 26 dicem-
bre 1 4-4 ! > coll'elogio di essere sta-
to uno de più gloriosi principi del-
l'inclita casa d'Este, e solo taccia-
to d' incontinenza : il suo corpo fu
portato a Ferrara, e sepolto pove-
ramente siccome aveva ordinato.
Leonello succedette al padre negli
stati, giacché Eugenio IV avea ap-
provato il disposto di Martino V, ed
avealo investito durante sua vita del
vicariato di Ferrara, per mille fio-
rini all'unno. Il marchese dichiarò
FER
successori, prima Leonello, poi
Boiso suoi naturali, indi Ercole e
Sigismondo legittimi , posponendo
questi per la loro tenera età, e
per non rinnovare nella casa d'E-
ste il proprio esempio della neces-
sità de' tutori, e quindi il pericolo
di tante rovinose conseguenze, quan-
te ne aveva egli sperimentate. Lguc-
cione da Milano portò in Ferrara
il triste annunzio, onde il giudice
de' savi avendo adunato il consiglio,
e posto Leonello a sedere in luogo
eminente, il Perondoli arcivescovo
di Ravenna, come uno de'più rag-
guardevoli cittadini, gli consegnò
il bastone del comando, il vescovo
di Ferrara Giovanni, col giudice
de' savi gli posero la berretta in
capo, indi cia-cuno gli prestò giu-
ramento , come il fratello Borso
lece prestale a quei di Modena e
di Reggio. Il duca di Milano Fi-
lippo Maria Visconti rinnovò con
Leonello i capitoli di alleanza con-
tratta col defunto, e altrettanto fe-
cero le repubbliche di Venezia e
di Fireuze ; di più il duca chiamò
Borso suo figlio adottivo, colla suc-
cessione al dominio di Novara, ciò
che non ebbe effetto. Leonello co-
me d'indole bella e generosa, lo-
devole anco per amor fraterno, ce-
dette a Borso alcuni dominii. quin-
di sposò Maria figlia naturale pri-
mogenita di Alfonso V re di Ara-
gona e Sicilia. Rizzarda da Saluz-
zo sdegnata di veder piefeiiti i
bastardi a'suoi figli legittimi, lascia-
ti questi a Ferrara ripatriò; ma per
politica i loro fratelli, col motivo
di educazione, li mandarono nella
corte di Alfonso. Nel 144" a& istan-
za del comune, Leonello fece de-
cretare leggi contro il rovinoso e
indecente lusso delle donne; e nel-
l'anno seguente mori il benemerito
FER io3
Lguccione Contrario ministro, vi-
cario ed arbitro del governo di
Nicolò III e di Leonello, giacché
da lui pendè più volte la sorte di
Ferrara, non che d' Italia. In egual
tempo Camilla figlia di Nicolò 111,
sposò Ridolfo Varano signore di
Camerino, il cui figlio Ercole pel
primo stabifi. in Ferrara la sua
cospicua famiglia. Sebbene lo sta-
to politico d' Italia fosse allora il
più torbido, Leonello col proprio
senno, e con quel di Borso si man-
tenne neutrale, non die mai pas-
so in fallo, e divenne come il pa-
dre, il punto d' unione degli altri
principi. Divenuto Papa Nicolò V,
richiamò all' ubbidienza Ferrara ,
che subito si mostrò divota alla
Chiesa; e morto il duca di Mila-
no, Leonello giovò allo Sforza di
Cotignola, che avea sposato la di
lui figlia ed unica erede Bianca, il
quale divenne signore di Milano.
Leonello dopo di avere riportata
da Nicolò V la rinnovazione d'in-
vestitura delle decime apostoliche
ne'suoi stati, morì nel 1 45o. Non
fu mai principe più desiderato e
pianto di questo, essendo giusto,
affabile, generoso, ed amantissimo
del bene de' sudditi. Nel suo pa-
lazzo eresse con singoiar magnifi-
cenza una cappella, e vi collocò io
suo servigio una compagnia di mu-
sici francesi. Sopra tutto fu enco-
miato per aver coltivato le lettere,
massime la poesia, e grandemente
protetto i letterati anche stranieri,
il perchè fu assai celebrato, e gli
si consagrarono diverse medaglie
onorarie.
Leonello lasciò oltre un figlio
naturale nomato Francesco, un le-
gittimo per nome Nicolò, al quale
i ferraresi credevano dovuta la suc-
cessione dello stato, mentre altri
**>4 FER
propendevano per Ercole e Sigis-
mondo figli legittimi di Nicolò 111;
ma a cagione della loro giovanile
età tutti si dichiararono per Borso,
di mirabil senno, di probità singo-
lare, amato dal popolo, e stimato
universalmente, e destinato dal pa-
dre successore di Leonello. Il po-
polo l'acclamò ad onta di sua ri-
pugnanza, ed allora cangiò l'abito
lugubre nel principesco ; indi Mo-
dena, Reggio, e gli altri dominii
Estensi seguirono l'esempio di Fer-
rara, e l'orso subito profuse a tut-
ti le sue beneficenze. A'i4 novem-
bre Nicolò V con breve d' investi-
tura convalidò in Borso e ne' suoi
figliuoli il vicariato e signoria di
Ferrara, per l'annuo censo alla ca-
mera apostolica di cinquecento fio-
rini d' oro ; e con altri brevi gli
confermò in vita i feudi di Massa-
Lombarda, Roncadello, Zeppa, Scan-
tamantelli, e s. Agata per una lib-
bra di argento puro, non che Ba-
gnacavallo, Barbiano, Cunio e Za-
gonara, coli' annuo censo di cento
fiorini d' oro. Sotto Borso l' isola
di s. Antonio fu compresa nella
città, e si prosegui alacremente il
gran campanile del duomo. Nel
i4^2 Borso ricevette in Ferrara
F imperatore Federico III, che in
compagnia del duca Alberto suo
fratello, di Ladislao suo nipote re
di Ungheria e di Boemia, di ven-
tidue vescovi, molti baroni, e de-
coroso seguito portavasi in Roma
a ricevere da Nicolò V la corona
d'Italia, e l'imperiale. Federico III
ricevette sontuosi regali, e la pre-
sentazione delle chiavi della città.
A' 9 maggio l'imperatore reduce
da Roma vi fece ritorno, trovan-
dosi a riceverlo quasi tutti gli am-
basciatori di tutti i principi d' Ita-
lia. Onorò singolarmente le nozze
FER
di Bartolomeo Pendaglia con Mar-
gherita Costabili, essendo allora il
palazzo Pendaglia considerato il più
bello di Ferrara, che poi divenne
conservatorio di s. Margherita. Qui
noteremo che Bartolomeo Penda-
glia ci die un opuscolo stampato in
Ferrara nel i563 con questo tito-
lo: Canti quattro in lode della sua
prosapia. Quindi Federico III e-
resse Modena e Reggio in feudi
dell' impero, e ne creò Borso pri-
mo duca, non che conte di Rovi-
go con cerimoniale sfarzoso e bril-
lante : a ciò fu mosso l' imperato-
re dal suo segretario Enea Silvio
Piccolomini, poi Pio II, parente di
Borso per la famiglia Tolomei, in
riflesso dell' ampiezza del dominio,
delle virtù, e della magnificenza
cui fu trattato dall'Estense; ne de-
scrive la bella e decorosissima fun-
zione il diligente Frizzi nel tom.
IV, pag. 19 delle sue Memorie per
la storia di Ferrara. L' istromen-
to di tal creazione lo pubblicò Mu-
ratori Antich. Estensi, cap. 9, non
meno che l'altro distinto d'inve-
stitura imperiale a Borso ed a'suoi
eredi, e legittimi discendenti ma-
schi primogeniti, o in mancanza,
ad un collaterale da nominarsi da
esso dentro di un decennio, del
ducato di Modena e Reggio, e
luoghi annesi, con titolo di princi-
pe del sagro romano impero, e
duca, con suprema giurisdizione, e
coll'uso dell' aquila imperiale nello
slemma, per l'annuo feudo di quat-
tro mila fiorini d' oro di ducati
veneti. Sono qui comprese la Gar-
fagnana, e molti luoghi del terri-
torio lucchese, parmigiano, e tor-
tonese, la contea di Rovigo, e quel
che è notabile Argenta, s. Alberto,
la Riviera di Filo, Comacchio, e il
Porto di Primaro, sui quali ultimi
FER
luoghi ha sempre impugnato ogni
diritto imperiale la Sede apostoli-
ca, come si può vedere al citato
articolo Comacchio. Sul porto di
Primaro sono a vedersi gii autori
che di esso scrissero, noverati nel-
la Bibliografia dello slato pontificio
a pag. i47> e nel Supplemento a
pag. 33. Quanto alla pensione fu
diminuita ad istanza dello stesso
Dorso, e poi abolita affatto. Partì
Federico III da Ferrala a' 1 9 mag-
gio, ed in Venezia alloggiò al pa-
lazzo Estense. Borso dopo ricevute
le ambascerie di congratulazioni da
quasi tutti i principi d'Italia, si
fece vedere ai due nuovi suoi du-
cati, che non è a dire con quali
affettuose e cordiali onorificenze fu
ricevuto dai modenesi e dai reg-
giani. Così gli stati Estensi gode-
vano pace, e fiorivano, mentre il
resto dell'Italia rimbombava dal fra-
gor delle armi, senza che Borso
per la sua saggia neutralità ne ri-
sentisse : fu egli che pel primo nel-
la zecca ferrarese battè moneta
d'oro, e la prima fu il ducato fer-
rarese.
Conquistata da Maometto II nel-
l'anno i453 Costantinopoli, il Pon-
tefice Nicolò V, e il successor Ca-
listo III fecero di tutto per porre
un argine alle conquiste ottomane.
Ma Pio li intimato un general
congresso a Mantova, vi si portò
nel i4^9- Ai 16 maggio pervenne
in barca a Ferrara, accompagnato
da dodici cardinali, e da mille cin-
quecento guardie a cavallo. IN'el dì
seguente da s. Antonio fece l' in-
gresso in città con grande solenni-
tà, onorato dal duca e principi di
casa d' Este, da altri signori, dalla
nobiltà, clero, e primari ferraresi.
Giunto il Papa al duomo, fu tol-
to e diviso al solito dalla plebe il
FÉ 11 io5
suo baldacchino, e dopo avere o-
rato, benedetto il popolo, e pub-
blicata l' indulgenza , fu condotto
ad alloggiare in corte per una sa-
lita simile a quella costruita per
Eugenio IV, passando i cardinali
a diversi palazzi privati. Ne' molti
giorni che Pio II restò in Ferra-
ra, più volte fu alla cattedrale ove
assistè ai divini uffizi cantati dai
suoi cantori ; e nel dì del Corpus
Domini, portato sopra il suo seg-
gio, accompagnò la funzione ; in
fine aJ a5 maggio, celebrata la
messa in duomo, e data la bene»
dizione al popolo da una loggia
del palazzo Estense, partì per Man-
tova ne' bucintori del duca, da cui
fu accompagnato sino ad Ostiglia.
Sostenne Borso tutte le spese non
solo del Pontefice, ma dei princi-
pi ed ambasciatori che in Ferra-
ra concorsero con sfarzosi corteggi.
In questa occasione chiese Borso a
Pio II di essere creato anche duca
di Ferrara, di cui a' 12 gennaio
eragli stala rinnovata l' investitura,
ed in oltre di essere liberato dal
censo annuo alla Sede apostolica ;
la seconda proposizione non piac-
que, e la prima fu differita. Tut-
tavia Pio II distinse Borso in più
modi, e quando entrò in Ferrara
portato in sedia dai suoi palafre-
nieri, essendo a piedi il duca e a
lui vicino, gli comandò di monta-
re a cavallo. D'altronde Borso in-
viò ambasciatore al congresso Ga-
rone suo fratello abbate di Nonan-
tola, ed esibì per la guerra tre-
cento mila fiorini d' oro. Di ritor-
no da Mantova il Papa in nave
ripassò sotto le mura di Ferrara
a' 17 gennaio 1460; lo trattenne
Borso in Castelnuovo un giorno
solo, indi lo servì fino ai confini
del Bolognese; ma quello che rese
io6 PER
vanno il congresso fu la guerra in-
sorta tra il re di Napoli Ferdinan-
do I, e i baroni del regno seguaci
del partito angioino. Ercole fratel-
lo del duca era divenuto in quel-
la corte non men grazioso e no-
bile, che prode nel maneggio delle
armi, ond'era chiamato il cavalier
senza paura. Malcontento del re
seguì il partito del suo emulo Gio-
vanni d'Angiò ch'era unito ai ba-
roni del regno, e nella strepitosa
battaglia del Sarno , affrontò lo
stesso re per imprigionarlo, ma gli
rimase in pugno un brano di sua
veste, che conservò per gloria. Nel
i46i Borso die principio alla ma-
gnifica ed ampia Certosa, che di-
venne vino de'principali ornamenti
di Ferrara ; e nel 1 463 ricevè di-
mostrazioni di stima dal soldano
di Babilonia, e dal re di Tunisi
cui era giunta la fama di sue ge-
sta. Nel medesimo anno richiamò
dal regno di Napoli Ercole e Si-
gismondo che fece governatori con
amplissime facoltà, il primo di Mo-
dena, il secondo di Reggio.
La peste in detto anno esercitò
il maggior furore, per cui l'univer-
sità fu trasferita a Rovigo. Nel
1464 contribuì il duca due galee
a Pio II, nella crociata che im-
prendeva contro i turchi ; ma mor-
to in Ancona il Papa sul punto
di partire colla flotta, i legni dei
collegati fecero ritorno alle loro
patrie. In questo tempo esercitò il
duca un tratto di sua munificenza
colla nobile famiglia Calcagnini
ferrarese, oriunda di Germania. Da
essa uscirono parecchi uomini il-
lustri, altri ebbero uffizi e cariche
nella corte degli Estensi: Eleonora
che sposò un Nicolò d'Este ; ed Al-
fonso che si congiunse in matrimo-
nio con Laura di Rinaldo d' Este;
FER
e Teofilo che propagò la famiglia, e
che per l'egregie sue qualità di-
venne il più caro tra i famigliari
di Borso. Questi lo creò cavaliere
a speron d'oro, indi suo gentiluo-
mo di camera, socio, e commen-
sale, cioè maestro di camera : gli
donò le castalderie o tenute di Ben-
vegnante e di Bellombra «/palaz-
zi in esse edificati ; e lo investì a
titolo di feudo nobile giurisdiziona-
le, co'suoi discendenti maschi legit-
timi in perpetuo, de' castelli di Cau-
riago, di Maranello e di Fusigna-
no. Tuttociò fece il duca la notte
di Natale del i465 in duomo, e
tornato al palazzo vi aggiunse con
diploma a parte le più ampie esen-
zioni e privilegi. Nel 1468 l'im-
peratore Federico III portandosi a
Roma fu di passaggio per Ferra-
ra, e vi ritornò nell'anno seguen-
te, sempre magnificamente trattato
da Borso : dispensò l' imperatore
molti titoli e privilegi a diversi
ferraresi, massime a 'Teofilo Cal-
cagnini. Per la congiura che i Pii
signori di Carpi tesero nel 1469
contro di Borso, si rese immorta-
le Ercole d'Este, perchè ad onta
della signoria di Ferrara, e delle
più lusinghiere promesse che gli si
fecero, se voleva farne parte, non
solo abborrì tal misfatto, ma si-
mulando di acconsentirvi scuoprì
tutto al fratello, volle in mani le
prove del tradimento, e ne seguì
memorabile punizione. Mentre Pao-
lo II faceva guerra ai signori di
Rimini, Maometto II il primo im-
peratore de'turchi, estendeva le sue
conquiste, laonde pensò meglio a
pacificar con Borso i principi ita-
liani, per poscia opporli al conqui-
statore, nemico del nome cristiano.
Quindi riconoscendo Paolo II nel
duca un principe di esteso domi-
I ER
nio, di gran senno, e benemerito
della Chiesa, manifestò a' cardinali
in un concistoro la sua intenzione
di cambiargli il titolo di -vicario
in quello di duca di Ferrara. Bor-
so di ciò avvertito e invitato a
Roma, consegnando il governo ad
Ercole, Sigismondo e Rinaldo suoi
fratelli ec. fra le lagrime di con-
solazione de' suoi ferraresi parti ai
i3 marzo i^ji con decorosissimo
seguito, ed accompagnamento di
gran signori per la capitale del
mondo cattolico , ove da Cesena
sino a Roma d' ordine del Papa
l'accompagnò l'arcivescovo di Spa-
latro, governatore della Marca di
Ancona, e tesoriere della camera,
supplendo a tutte le spese. All'en-
trare ed all'uscire dalle città, Bor-
so gettava monete d'argento al po-
polo.
Approssimandosi a Roma fu in-
contrato dalle famiglie del Pa-
pa, de' cardinali e degli ambascia-
tori ivi residenti, ed in perso-
na dai cardinali Zeno nipote del
Papa, e Gonzaga, i quali presolo
in mezzo, nel di primo di aprile
1 47 ' 1° introdussero a' piedi di
Paolo II. Questi dopo la più be-
nigna accoglienza trattenne Borso
nel proprio palazzo di s. Marco, e
fece a spese della camera ricovrar
gli altri in vari luoghi. Cadde la
solennità di Pasqua a' 14 di quel
mese, e in tal giorno inviatosi il
Pontefice a s. Pietro, Borso in abi-
to lungo fino a' piedi di drappo
d'oro cremesino , gli sostenne die-
tro il lembo del piviale. Nella gran
messa allorché fu cantata l'epistola,
Borso fu condotto dagli arcivescovi
di Milano e di Candia avanti al
Papa, ed ivi fece il giuramento di
fedeltà. Si cantarono in seguito le
litanie , e queste terminate, fu da
FEB 107
Paolo II creato cavaliere di s. Pie-
tro col dargli la spada uuda in
mano, cui gli cinse Tommaso Pa-
leologo despota della Morea e fra-
tello dell' ultimo imperatore greco,
mentre Napoleone Orsini generale
di s. Chiesa, e Costanzo figlio di
Alessandro Sforza signor di Pesaro
gli calzarono gli sproni. Fatto l'of-
fertorio due cardinali lo presenta-
rono di nuovo al Papa che lo
ammise al bacio della pace. In se-
guito preceduto dai due arcivesco-
vi, e seguito da Alberto suo fra-
tello, da Teofilo Calcagnini, e da-
gli altri del suo corteggio, baciò
ed abbracciò tutti i cardinali. Poi-
ché fu compiuta la comunione,
Borso die l'acqua alle mani al Pa-
pa, e allora fu che questi lo creò
duca di Ferrara con facoltà di te-
stare, e dispor del ducato. Reci-
tando Paolo II la forinola, contem-
poraneamente gli porse 1' abito du-
cale, cioè un manto di brocca-
to d' oro soppannato di vai con
un bavaro alto, ed una berret-
ta a cupola e ad orecchie pen-
denti, ornata di molte gemme e
singolarmente di un balascio di
mirabil bellezza, le quali tutte con
altre assai aveva poco prima re-
galato Borso stesso al Pontefice.
Inoltre questi gli porse nella destra
una verga d'oro, e al collo una
collana parimenti d' oro sparsa di
pietre preziose. Al fine della mes-
sa, fatti dal Papa alcuni cavalieri,
e data a Borso la benedizione, fu
questi accompagnato da tutti i car-
dinali alle sue stanze. Nel susse-
guente lunedi, Borso accompagnò
in abito ducale il Papa a s. Pie-
tro, e nella sagra funzione sedette
tra il cardinal di s. Maria in Por-
tico, e quello di s. Lucia. Com-
piuta la messa il Papa pronunziò
ioS FER
IVIogio di Borso, e della gloriosa
stirpe Estense, quindi i due cardi-
nali di s. Maria in Portico, e di
Monferrato guidarono il duca al
soglio, e qui Paolo II gli clonò la
rosa d'oro benedetta tempestata di
gemme del valore di cinquecento
ducati d'oro. Ei la rimise in mano
del Pontefice, ma gli fu da esso
riconsegnata all' uscir del tempio ;
onde con essa in mano, preceduto
da quindici cardinali, e spalleggia-
to dal cardinal vice-cancelliere, e
dal cardinal di Mantova, cavalcò
per Roma fino a s. Marco, ove gli
fu fatto godere un lautissimo con-
vito.
Altri onori e distinzioni ricevet-
te il duca nel suo soggiorno di un
mese circa in Roma. Di una gran
caccia data a suo riguardo, raccon-
ta il Bellini, Monete di Ferrara
pag. i ?.8, se ne perpetuò la me-
moria in una medaglia di bronzo.
Vi fu anche una sfarzosa giostra
nella quale combatterono i ferra-
resi divisi in due squadre: de'giuo-
ehi poi che si solennizzarono dal
popolo romano, e d'altro ne trat-
ta Michele Cannesio in Vita Pali-
li If, pag. g5. Se fu il Papa cosi
munifico con Borso, è facile im-
maginare quanto lo fosse il duca
verso la corte pontifìcia, dicendosi
che impiegò quattro mila ducati
in mancie. Dopo un colloquio se-
greto col Papa di quattro ore, ric-
co di privilegi e grazie spirituali
(il Novaes t. V, p. 73g aggiunge,
che i regali fatti dal Papa al duca
nel valore superarono otto mila
scudi), si avviò verso Ferrara,
scortato e provveduto, come prima,
a spese della camera apostolica per
tutto lo stato ecclesiastico, pel qua-
le passando visitò il santuario di
Loreto. V. il Pigna, De principibus
FER
dtestìnis lib. 8, ad an. 1 47 » , pag.
6, 7; il Muratori, De antupiitali-
bus Atesùnis par. II, cap. g, pag.
7.7.3 ; il Quirini, Vindiciae Pauli
IT, cap. IV; ed il Ciacconio, Vit.
Pontìf. Già /e nuove di quanto ac-
cadde in Roma erano giunte pri-
ma a Ferrara , e s' erano quivi
fatte pubbliche allegrezze, quando
Borso ai 1 8 di maggio, incontrato
alla villa di s. Nicola dal fratello
Ercole, e da folla grande di popo-
lo rientrò in città, e potè ciascun
che volle, baciargli la mano a rad-
doppiar la pubblica letizia. Aveva
Borso sofferto nel viaggio, che fece
sempre a cavallo, dicendo che il
cocchio era per le donne e pei
fanciulli, laonde ammalò e fece te-
mere di se a' 26 maggio, e mori
non a'27 di questo mese, ma ai 19
di agosto, mentre i partiti si erano
posti in allarme, chi tenendo per
Nicolò figlio legittimo del bastardo
Leonello, chi per Ercole figlio le-
gittimo di Nicolò III. Le lodi di
Borso non si possono in poche li-
nee racchiudere : formò la felicità
de' sudditi, onde poi si disse per
proverbio : non e più il tempo di
Borso. Vestiva d'ordinario di broc-
cato o tela d' oro , e portava una
collana del valore di settantamila
ducati : piena di lusso era la sua
corte, tenendo nella scuderia circa
settecento cavalli. Assai spese nell'e-
rigere fàbbriche , e grandemente
protesse, premiò, e fece amplissime
donazioni in favore di chi fedel-
mente lo serviva, e per quelli che
meritarono la sua grazia e rico-
noscenza, ricolmandoli pure di pri-
vilegi. Di tanta liberalità godettero
non poca parte anche i letterati,
e fu tenuto per uno de' maggiori
mecenati delle lettere , che pure
coltivò. Non pigliò moglie per non
FER
perturbare ad Ercole suo fratello
il legittimo diritto di succedergli.
Ercole dunque nelle solite for-
me fu salutato signore di Ferrara,
e con pubblica cavalcata per la
città fu condotto alla cattedrale,
scortato da due mila provigionati
cbe portavano banderuole in ni ano
coli' insegna del diamante legato in
un anello, propria di Ercole I. Giu-
rò sull'altare l'osservanza della giu-
stizia, e l'amor del popolo, e rice-
vette dal giudice, da' savi, e dagli
ordini della città lo scettro d'oro,
e il giuramento di fedeltà; quindi
mandò ambasciatori al Papa Sisto
IV per omaggio ubbidenziale. A
Nicolò d'Este cb' erasi rifugiato in
Mantova, in segno di generoso per-
dono Ercole 1 spedì i lugubri pan-
ni, ma inutilmente; indi il du-
ca si die a beneficare il comune
ed il popolo ; confermò a Sigis-
mondo suo fratello la luogotenenza
di Reggio, ed a Teofilo Calcagnini
le cariche cbe teneva presso Borso.
All' altro fratello Alberto che per
lui • erasi adoperato coi ferrare-
si, donò il palazzo di Schifanoia
con vane tenute e terre ; indi
perdonò ai suoi contrari, ed inco-
minciò a palesare le sue passioni
per i viaggi, per le fabbriche che
spesso faceva e distruggeva, e per gli
spettacoli. Rizzarda da Saluzzo, ve-
dendo il proprio figlio signore di
Ferrara, a questa città fece ritorno.
Nel i4"72 Sisto IV concesse la rin-
novazione d'investitura ad Ercole
I, col titolo di ducato per esso, i
figliuoli, e i nipoti legittimi e na-
turali di retta linea fino alla terza
generazione, col censo annuo di
sette mila fiorini di camera, ri-
spetto a Ferrara, salva la ritenzio-
ne di mille fiorini a titolo di pro-
vigione, e di una libbra di argen-
FER 109
to rispetto a Massa-Lombarda, B_on-
cadello, Zeppa, Scantamantello, s.
Agata, Bagnacavallo, Cunio, Bar-
biano, e Zagonara, e colla facoltà
di usar nello stemma, come si è
detto, le chiavi pontificie. Intanto
rappacificatisi Ferdinando I re di
Napoli col duca, die a questi in
isposa la sua primogenita Eleono-
ra, colla dote di ottantamila du-
cati, ed in passando la sposa per
Roma, Sisto IV, e il cardinal Pie-
tro Riario suo nipote fecero tale
sfarzoso accoglimento, e gli dierono
sì stupendi spettacoli che destaro-
no la più alta meraviglia, e sem-
brarono incredibili a tutta l'Eu-
ropa quando se ne sparse la de-
scrizione. La stretta unione , che
passava tra Sisto IV , e Ferdinan-
do I die motivo ad una lega che
per cauzione gli contrapposero i
veneti, i fiorentini, il duca di Mi-
lano, e quello di Ferrara, nel i^j5.
Questo contegno di Ercole I sem-
bra che non dispiacesse né al Pa-
pa, né al re, giacché il primo nel
i4y6, mentre nella cattedrale cele-
bravasi messa solenne, gli fece pre-
sentare da monsignor Pasi faenti-
no un cappello di seta adorno di
perle, ed una preziosa spada ; men-
tre il re gli spedì l'ordine cavalle-
resco di Arminio da lui istituito.
In detto anno la duchessa die alla
luce un maschio che fu chiamato
Alfonso, per memoria del celebre
bisavo della sposa, e ne furono pa-
drini le repubbliche veneta, e fio-
rentina. Nicolò di Leonello non a-
vea mai deposta la speranza di sa-
lire alla signoria di suo padre, co-
me nato legittimo da illegittimo.
Fomentato dal cognato Lodovico II
marchese di Mantova , e dal duca
di Milano, profittando che Ercole I
stava a Belriguardo ; s5 introdusse
no FÉ R
armata mano in Ferrara , e alla
puerpera Eleonora, in camicia, col
neonato principe, e le bambine Isa-
bella e Beatrice, gli riuscì di fug-
gir dal palazzo Estense per la via
coperta fatta dal duca nel castel-
lo, ov' era in guardia il cognato
Sigismondo, ed Alberto rifugiato.
Indi questi due dopo alzato i ponti
montarono a cavallo, e raunarono
gente che unissi a quella raccolta
dall'altro fratello Rinaldo, e gri-
dando i trombettieri Diamante, Dia-
mante , insegna del duca, assaliro-
no i veleschi seguaci di Nicolò , i
quali furono parte morti e parte
fugati , ed in una palude presso
Bondeno Nicolò fu preso. Ercole I
appena saputo il trambusto corse
a raccoglier gente, ma entrò nella
città quando era tutto terminato,
e co' fidi fratelli portossi a ringra-
ziar Dio. I principali ribelli furono
impiccati, e nel castello furono de-
capitati Nicolò^ ed un Azzo d'Este;
il primo fu sepolto cogli onori del-
la famiglia a s. Francesco nell' ar-
ca rossa, sepolcro degli Estensi. Al-
berto per gravi sospetti fu esiliato
a Napoli, e confiscato il palazzo e
le possessioni. Di queste, e di pri-
vilegi il duca invece arricchì Lo-
dovico Fiaschi della nobile famiglia
oriunda di Milano, e detta anche
de' Mori, avendolo dichiarato suo
compagno, o maestro di camera, e
cavaliere; gli donò 1' elegante e
bel palazzo presso s. Giustina, che
avea confiscato a Matteo dall'Erbe
milanese, per essere stato uno deVe-
leschi, ed onorò le di lui nozze
con Margherita Perondoli. La pace
d'Italia nel 1478 fu turbata dalla
congiura de' Pazzi in Firenze: ne
fu conseguenza la guerra dal Papa,
dal re di Napoli, dal duca d'Urbi-
no , e dai sanesi mossa contro la
FER
repubblica fiorentina. Questa però
contrappose Bona duchessa di Mi-
lano, il re di Francia, i veneziani.
il Benti voglio predominante in Bo-
logna, l'Estense, i IVlalatesta, ed
altri; onde i collegati elessero ca-
pitano generale il duca Ercole I,
collo stipendio annuo in tempo di
pace di quarantamila scudi, e di
sessantamila in tempo di guerra.
Fu meraviglia di vedere il duca
contro il suocero, e si vuol ciò de-
rivato dal veleno che questi vole-
va propinargli. Per la massima del-
l'equilibrio già in uso, diversi po-
tentati s'indussero alla guerra per la
crescente potenza dei Riari e dei
Rovereschi parenti di Sisto IV. Il
duca parti colla sua gente per Fi-
renze, lasciando il governo nelle
mani della duchessa Eleonora , la
quale egregiamente lo esercitò.
Allora il Papa scomunicò la le-
ga, ed il re di Napoli rimandò a
Ferrara Alberto d' Este, insinuan-
dogli di porre in iscompiglio la cit-
tà ; ma egli saggiamente andò tut-
to a raccontare al fratello, che l'al-
loggiò nel proprio palazzo eh' era
quello de' Pazzi , da dove lo man-
dò a Castelnuovo di Tortona, men-
tre Eleonora avea dato alla luce il
terzo figlio Ippolito, essendo stato il
secondo Ferdinando o Ferrante.
Dopo varie guerresche vicende fu
fatta la pace, e nel 1480 la du-
chessa die alla luce Sigismondo. I
più felici tempi del governo Esten-
se furono per Ferrara quelli di
Leonello , di Borso , e di Ercole I
sino al 1 48 1, dopo la qual epo-
ca alla pace, all'opulenza, e ad o-
gni nobile coltura, nonché ai conti-
nui deliziosi e magnifici spettacoli
e divertimenti, succedettero gli or-
ribili disastri d'una delle più fu-
renti guerre, cioè di quella veneta,
fé a
pei le conseguenze fatali ai ferra-
resi, ed alla casa d'Este. Il tribu-
nale veneto del visdomino in Fer-
rara, per controversie giurisdiziona-
li, spesso fu argomento di disgusto
tra i due governi; ma esso crebbe
dopo il maritaggio di Ercole I con
Eleonora figlia di un loro nemico,
mentre si può aggiungere con al-
cuni storici, che aspirando sempre
la repubblica al dominio di Fer-
rara avea divisato dare al duca
una gentildonna veneziaua , forse
per ereditarne un giorno le ragio-
ni, come avevano fatto i medesimi
veneti col re di Cipro Giacomo.
Quindi rinnovandosi i punti di di-
scordia, ed essendo maggiori le dif-
ficoltà di sedarle, nel i&n Ercole I
soppresse 1' esenzioni che pretende-
vano goder i veneti abitanti in Fer-
rara e sobborghi, anzi avvi chi crede
che nel 1 47^ il duca si dichiarò di
non voler più ricevere il visdomi-
no, né di ricevere più il sale dai ve-
neti, giacché nel Ferrarese se ne
aveva a buon mercato. Terminò di
rompere la reciproca armonia, quan-
do alcuni fanti della repubblica in-
seguirono in Ferrara un faentino
colpevole di delitto, per non dire
di altre cose finanziarie, e persino
di lesa giurisdizione ecclesiastica ,
per cui si ritirò a Venezia il vis-
domino. Nel punto che speravasi
una riconciliazione Girolamo Riario.
per l'autorità che gli concedeva lo
zio Sisto IV , compose in Venezia
una lega contro Lodovico il .Moro
reggente di Milano , ed Ercole I ,
perché questi era amico dei Medici
nemici del Papa, e perchè Girolamo
ai dominii d'Imola e di Forlì ne vo-
leva aggiungere altri. Incomincia-
rono i veneti sui confini del Pole-
sine di Rovigo a ledere i diritti
del duca nel 1481, mentre gli a-
FEU in
mici del duca fecero capitano ge-
nerale del loro esercito il valoroso
Federico duca di Urbino. Finalmen-
te a' 2 maggio 1482 il senato ve-
neto dichiarò con pubblico decreto
la guerra ad Ercole I, quindi i ve-
neti presero Adria e Comacchio,
mentre dalla parte di Romagna il
loro alleato Malatesta .dovette limi-
tarsi alle devastazioni. Il duca sul-
le prime liberò Ficarolo, antemu-
rale di Ferrara, di essere superato,
con strage de' nemici, e si pose in
grado di trattenere la flotta veneta ri-
tirata a Ravale ; tutta volta ai ripetu-
ti assalti il castello di Ficarolo cad-
de in potere del generale Roberto da
Sanseverino capitano de' veneti, cosi
fu pure espugnato Rovigo capitale
del Polesine, onde i circostanti luo-
ghi vennero agevolmente in potere
del nemico.
Comacchio fu ripresa dai suoi
abitanti, ed il duca non poteva ri-
cevere soccorsi dal re di Napoli suo
principale alleato, perchè l'armata
condotta dal suo figlio Alfonso duca
di Calabria, e composta di quat-
tromila cavalli, dopo avergli im-
pedito il conte Riario d'avanzarsi ,
era stata interamente battuta a
Velletri da Roberto Malatesta, co-
mandante delle milizie papali. In
Ferrara mori il duca di Urbino
generale della lega , la quale poco
soccorreva Ercole I, e gli fu sosti-
tuito Sforza Visconte milanese, ri-
putato militare. Intanto in Ro-
ma morì il Malatesta, e in Ferra-
ra la peste e la fame accresceva le
sciagure, oltre la grave malattia in
cui cadde il duca, ma la duches-
sa con eroica intrepidezza assunse
il governo, bene assistita dal Revi-
lacqua giudice de' savi. Della fa-
miglia Revi'acqua, oltre il Frizzi e
lo Zazzera ne trattano altri auto-
ii2 FER
ri, fra' quali Valerio Seta nella Ge-
nealogia della famiglia Bevilacqua,
ed aggiunta sino ai tempi nostri
da F. agostino Superbi , Ferrara
1626. Nel 1606 ivi il Seta aveva
pubblicato il Compendio istorìco di
questa nobile famiglia. 11 citato
Frizzi ne ba trattato ancbe a par-
te, nelle Memorie storiche ec., Par-
ma 1779. Il furore marziale vene-
to si rallentò per le perdite fatte,
e per le difese cbe l'Estense oppose.
Però non andò guari cbe il San-
severino pose di nuovo lo spaven-
to a Ferrara coll'avvicinarsi sino a
Confortino. 11 popolo suonò le cam-
pane per uscir contro i nemici ;
ma il Bevilacqua <on eloquente
ragionamento lo persuase a tratte-
nersi alla più sicura difesa delle
mura. La duchessa mandò in sal-
vo i figli a Modena, e fece convo-
car il magistrato , ed ogni ordine
del popolo. Ad alta voce espose
le compassionevoli circostanze del
consorte, i meriti della casa d' Este,
le conseguenze d' un cangiamento
di principe, in una parola infiam-
mò tutti per modo, che unanime
fu il gridò : Diamante, Diamante ,
difesa 3 difesa : o casa d' Este o
morte. Indi fu distribuito il popo-
lo sulle mura dalla parie del ne-
mico, da Rinaldo fratello naturale
del duca; ma i veneti non si avan-
zarono, limitandosi a saccheggiare
e malmenare le circostanti ville,
mentre nella città arrivavano ga-
gliardi soccorsi degli alleati, si ac-
crescevano le fortificazioni, e s'im-
plorava il divino aiuto. Riuscì fi-
nalmente agli ambasciatori de' col-
legati di scuotere il sacro collegio
sul pericolo che Ferrara cadesse
nell'estero dominio, come di vin-
cere con promesse il conte Girolamo
Riario, laonde fu conchiusa la pace
FER
tra il Papa da un lato e il re di
Napoli dall'altro co' suoi alleati, e di
più riuscì a condurre Sisto IV nel-
la lega contro la repubblica di
Venezia , ciò che con gran tripu-
dio de' ferraresi fu notificato nel
dicembre 1482. Da Pietro Cyrneo
abbiamo Commentarla de bello
ferrariensi ab anno 1482 usque ad
annum i4<H» exstat inter Rerum
italicar. script. Muratori, tom. XXI.
Sanuto Marino, Commentari della
guerra di Ferrara tra li veneziani
ed il duca Ercole d'Este nel 1 482,
Venezia 1829. La guerra tra fer-
raresi e veneziani nel 1482, Fer-
rara i843. Questo è un poemetto
storico d'autore vivente nel secolo
XV, con annotazioni dell'ab. Anto-
nelli sullodato.
Sisto IV spedi un vescovo a Ve-
nezia ad intimar alla repubblica di
desistere dalle ostilità, e di rende-
re l'occupato, colla minaccia della
scomunica : ciò fu inteso con repu-
gnante sorpresa , ed in vece i ve-
neti di arrendersi, raddoppiarono il
fervore per proseguir la guerra ,
mentre giunse in Ferrara il cardi-
nal Gonzaga legato di Bologna e
dell'esarcato, per assistere il duca
d' ordine del Pontefice , e poscia
Alfonso duca di Calabria con rag-
guardevole armata, il conte di Pit-
tigliano generale de' fiorentini , e
Virginio Orsini generale del Papa
con buon numero di cavalleria e
fanteria. Ristabilitosi Ercole I , re-
se Ferrara pressoché imprendibile,
e munitissima di viveri e di mu-
nizioni, rendendosi perciò inutili gli
ulteriori tentativi del nemico. In-
tanto a' 2.5 maggio si pronunziò la
scomunica contro la repubblica ve-
neta con una lunga forinola, che poi
fu stampata in Roma nel 1606.
Contemporaneo fu il diversivo del
FER
duca di Milano, e del marchese di
Mantova di attaccare i veneziani in
quelle parti. Nel Ferrarese il duca
riportò qualche vantaggio, ma mag-
giore fa quello degli alleati nelle
parti superiori. Dopo alcuni tenta-
tivi di pace Sisto IV rinnovò la
scomunica contro i veneziani, e i
loro aderenti : pesava a tutti la
guerra, ed ognuno ne bramava il
fine. A' 7 agosto 1484 fu conchiu-
sa la pace , restituendosi tutto al
duca, meno le Polesine di Rovigo,
e ripristinandosi in Ferrara le pre-
rogative godute dai veneziani. Al-
l' annunzio di questa pace, Sisto I\
essendo infermo, gli si aggravò dal
dispiacere il male, che ne mori ai
1 3 agosto. Il nuovo Pontefice In-
nocenzo VIII, vedendo che i vene-
7Ìaiii oltre le Polesine di Rovigo
ritenevano Adria, ed alcuni luoghi
del territorio ferrarese, e perciò di
ragione della Chiesa, sospese la sot-
toscrizione della pace. Tuttavolta
Ercole I per le promesse di alcu-
ni collegati fece pubblicar la pace
nella sua capitale, che fu ricevuta
con universal mormorazione. Alber-
to ripatriò, e in premio di essersi
ricusato di unirsi a' nemici, s'ebbe
il perdono, comoda provvigione, e
il palazzo Pasini poi de' Bentivo-
glio. La guerra, la fame, e la pe-
ste, si vuole che costasse al Feria-
rese centomila persone, e cinquan-
tamila trecento e più case. L'uni-
versità si riaprì, e il veneto visdo-
mino ripigliò in Ferrara le sue
funzioni , avendo Innocenzo Vili
assoluta la repubblica veneziana
dalle censure.
Ercole I mandò ambasciatori a
fare omaggio al Pontefice, e restò
neutrale, ammaestrato dal passato,
nella guerra tra lui, e il re di Na-
poli. In questo tempo la poesia
VOL. XXIV,
FER n3
teatrale italiana ricevette nobile in-
cremento, massime in Ferrara ; ed
il duca fu benemerito della poesia
drammatica. Portandosi il duca a
s. Giacomo di Galizia per iscioglie-
re un voto, ciò spiacque a diversi
gabinetti sospettando qualche trat-
tato, laonde a Milano ricevette or-
dine da Innocenzo VIII di retroce-
dere, commutandogli il voto nella
visita della basilica vaticana. Ubbi-
dì il duca , ed entrò in Roma ai
22 maggio 1487; e ne' i3 giorni
che vi si trattenne fu servito a spe-
se della camera apostolica, riportò
la rinnovazione dell' investitura del
ducato di Ferrara, e pacificò diver-
si potentati col Papa, il quale sod-
disfatto dell'ubbidienza di Ercole I
gli concesse altre grazie, e riconob-
be il di lui figlio Ippolito per ar-
civescovo di Strigonia , per nomi-
na fatta dal cognato del duca Mat-
tia re d' Ungheria , ad onta della
tenera età del principino. Dedito il
duca a frequenti viaggi, e a dispen-
diosi spettacoli, le cose del gover-
no non camminavano troppo bene;
omicidii , ingiustizie , ed estorsioni
n'erano le principali conseguenze ,
e le spese delle doli per le sorelle
e fighe costrinsero il duca ad im-
porre una gravissima tassa sui sud-
diti. Eletto Alessandro VI Borgia
nel i4<P> il duca gli spedì a ren-
dergli omaggio il primogenito Al-
fonso con altri ambasciatori. In que-
st' anno in Ferrara s' introdusse il
giuoco del lotto, che allora diceva-
si ventura, e per essere stati espul-
si dalla Spagna gli ebrei, si accreb-
bero quelli che vi erano, ed ebbe
origine nelle loro scuole quella di-
stinta col nome di spagnuola, co-
me poi si dissero portoghesi quelli
venuti dal Portogallo. Intanto il
duca sfogavasi senza freno iu eri-
8
n4 FER
gere edifizi , cooperando in questo
tempo all' unione dell' abbazia di
Pomposa co' benedettini dì s. Giu-
stina di Padova . Penuriando in
Ferrara le case a proporzione de-
gli abitanti, Ercole I credendo che
sempre più dovessero aumentarsi ,
nel i497 prese la grande risolu-
zione di ampliare la città a più
del doppio, a seconda della descri-
zione che ne fa il Frizzi tom. IV,
pag. i5a, e dice che ciò riuscì gra-
ve a tutti i sudditi, mentre a pag.
i5q parla della salubrità dell'aria
e della fertilità delle campagne pro-
curata col disseccare, e col rimove-
re le paludi tanto dal duca, che
dal suo predecessore Borso. Riuscì
a Lodovico il Moro duca di Mila-
no, di fare entrare nella lega che
avea fatto col Papa e co' veneti il
duca Ercole I, ma senza esposizio-
ne, mentre Ippolito venne creato
cardinale, e mentre agli ir ottobre
i493 moriva la duchessa Eleono-
ra, che meritò i più grandi elogi
dai letterali , ch'essa beneficò in
modo singolare.
Alla venuta in Italia di Carlo
Vili re di Francia per la conqui-
sta del regno di Napoli, essendo
morto Ferdinando I, e successogli Al-
fonso cui erano uniti Alessandro VI
e i fiorentini, il duca di Milano, se-
guendo Carlo VIII nominò suo
luogotenente nel ducato Ercole I ,
per la sua neutralità. Ma per la
lega che fu fatta contro il re di
Francia , questi precipitosamente
rientrò nel suo regno , perdendo
quello di Napoli ricuperato da Fer-
dinando II figlio di Alfonso. Si aprì
il passaggio Carlo Vili nella pia-
nura del Taro colla nota strepi-
tosa battaglia, con sagrifizio di gran
parte del suo esercito, e del ricco
bottino fatto in Italia, la quale
FER
peto dovè deplorare la perdita di
molti de' suoi.
Nel 1496 per morte del vesco-
vo, il duca amò che si dasse a
successore il figlio cardinal Ippoli-
to, ma invece Alessandro VI a sì
pingue benefizio vi destinò suo ni-
pote cardinal Giovanni Borgia. Er-
cole I s' impossessò delle entrate
della mensa, ciò che fu cagione
dell' interdetto mandato dal Papa
alla città e che gli ecclesiastici dai
6 di settembre, sino agli 1 1 giugno
dell' anno dopo si astennero d' in-
tervenir alla cattedrale, ed alle al-
tre chiese ai divini uffizi ed ai fu-
nerali. A Carlo Vili successe Lo-
dovico XII, il quale vinto Lodovi-
co il Moro, conquistò il ducato di
Milano, nella cui città entrò trion-
fante a' 6 ottobre i499> co" Er-
cole I al fianco, e promise in iscrit-
to ad ogni evento la sua protezio-
ne alla casa d'Este, per cui i fer-
raresi divennero più che prima
portati pei francesi. Quindi il re
volendo pur conquistare il regno
di Napoli, per rendersi amico Ales-
sandro VI, dichiarò il di ini diletto
figlio Cesare Borgia duca di Va-
lentinois nel Delfìnato, indi gli spe-
dì molta soldatesca, per procacciarsi
il principato di Romagna. Soldatesca
che passando pegli stati Estensi, ben-
ché amici, vi commise insopportabili
iniquità, massime in Argenta, in
Bondeno, ed in s. Agata. Cesare oc-
cupò Imola, Forlì, Cesena, ed altri
luoghi, sospendendo i suoi progres-
si 1' abbandono de' francesi , a cui
Lodovico avea ritolto Milano. In
questo tempo gli Estensi divenne-
ro signori della metà dì Carpi, re-
stando l'altra ai Pii. Ma imprigio-
nato e vinto Lodovico dai france-
si, questi tornarono a favorire Ce-
sare Borgia che spogliò delle loro
..*
FEIi
città i feudatari di Romagna, e del-
la Marca, e ne fu preservato il
Ferrarese all' ombra della Francia.
Tuttavolta volendo il Papa mag-
giormente nobilitare la sua famiglia,
divisò di dare in moglie al vedovo
Alfonso erede di Ercole I la pro-
pria figlia, la famosa Lucrezia Bor-
gia, che in olio anni era stata mo-
glie di tre mariti. Essa allora avea
venticinque anni, assai bella, e di mol-
lo spirito, ed era stata investita dal
padre delle signorie di Sermoneta,
Bassiano, Ninfa, Cisterna , ed altre
terre, tolto il tutto alla casa Cae-
tani , non che dichiarata govei na-
trice di Spoleti ; anzi dovendo il
Pontefice Alessandro VI nell'anno
1 5o i partir da Roma per far guer-
ra ai Colonnesi , la lasciò nel pro-
prio appartamento al governo se-
colare della capitale. Sulle prime
Ercole I ed Alfonso vi ripugnarono,
ma a cagione dei potenti mediato-
ri, e nel riflesso di fatali conseguen-
ze, per volere della Francia vi ac-
consentirono. Allora il Papa conces-
se loro la riduzione del censo, e
1' ampliazione dell' investitura di
Ferrara, la donazione di Cento, e
della Pieve di Cento, e la dote di
ventimila ducati in oro e gemme,
e di centomila in contanti, pel gran-
de amore che portava alla figlia.
Ciò stabilito il Papa annunziò al
concistoro il matrimonio a' 4 set-
tembre i5oi, col continuo scarico
delle bombarde di Castel s. Angelo,
e a' 2 settembre si pubblicò in Fer-
rara a suon di trombe e di campa-
ne. Il Papa con bolla sottoscritta
da ventitre cardinali esaltò i meri-
ti di Ercole J, e gli estese l'investi-
tura del vicariato, e di quello di
Massa-Lombarda, Conselice, Ronca-
della, Zeppa, Scantamantello, Ba-
guacavallo , Saulagata , Barbiauo ,
FER n5
Cunio, e Zagonara, dalla terza ge-
nerazione a cui solo era prima con-
ceduta, ad omnes praefati Hercn-
lis ducis descendentes in -perpe-
tuimi, con l'ordine però di primo-
genitura; indi confermò loro il tito-
lo di duchi di Ferrara, nel cui du-
cato restarono cosi per la prima
volta inclusi i luoghi qui mentova-
ti, che prima venivano dati per inve-
stitura a parte ; poi ridusse il cen-
so di questo feudo dai quattromila
ducati annui, a soli cento fiorini fin-
ché fossero vissuti Ercole I ed Al-
fonso, ed i maschi che fossero nati da
Lucrezia sua moglie , dopo i quali
pei successivi chiamati doveva cre-
scere fino a mille fiorini soltanto.
In seguito con moto-proprio Ales-
sandro VI approvò la cessione fatta
nel 1 42 * dall'arcivescovo di Raven-
na al marchese IN'icolò III, e le suc-
cessive investiture delle terre di Ar-
genta.
Le nozze furono celebrate con
quello sfarzo da ambe le parti che
la compiacenza del Pontefice, eia
magnificenza del duca potevan pro-
durre, tulto descritto dal Frizzi a
pag. 1 89 e seg., in un al grandio-
so equipaggio, e nobile cavalcata
colla quale fu presa la sposa in
Roma, alla testa della quale era-
no il cardinale, e gli altri fratelli
di Alfonso: furono incontrati da
Cesare Borgia, dai cardinali, e dagli
ambasciatori, venendo agli Esten-
si dato albergo nel palazzo apo-
stolico. Il cardinale ebbe dal Papa
iu dono un palazzo in Roma, e
poi lo nominò all' arcivescovato di
Capua ; d. Ferrante sposò Lucre-
zia a nome di suo fratello, pre-
senti il Papa e i cardinali. Nei
primi di gennaio 1D02, tutti par-
tirono da Roma colla sposa, la qua-
le portava seco un valore di cento di-
n6 FER
ciassetle mila ducati in gioie non
comprese nella dote, ed un pro-
porzionato corredo di vestiti ed al-
tro. Il cardinal di Cosenza legato,
il duca Valentino, il cardinal Bor-
gia, e diversi altri signori, e gran
numero di familiari formarono lo
accompagnamento di Lucrezia, che
in un al ferrarese formava una
comitiva di seicento persone , le
quali per tutto Io stato furono trat-
tate a spese dalla camera aposto-
lica. Incontrata la sposa da Alfon-
so e dal duca, il primo restò in-
cantato della sua avvenenza , indi
a' i febbraio, segui in Ferrara la
solenne entrata, incedendo Lucrezia
sotto baldacchino in mezzo al coiv
sorte, e al suocero, in modo il più
splendido e festevole, che lungo sa-
rebbe a riportare, come le feste e
gli spettacoli che ebbero luogo, con
incredibile sfarzo e spesa, alla qua-
le dovettero concorrere i sudditi
Estensi. Reciproci e molteplici furo-
no i regali; il redi Francia donò
ad Ercole I la terra di Cotignola ,
già della casa Sforzale il Papa rega-
lò per un vescovo l'Estense Alfonso
di ricca berretta ducale, che gli fu
posta con solennità in duomo, con-
cedendo per quell' anno a' ferraresi
una proroga al carnevale, e come
scrive il Frizzi, sino alla domenica
lactare. Abbiamo da Nicolò Cagnolo,
la Relazione dell'ingresso in Ferrara
di Lucrezia Borgia sposa d'Alfonso
d? Estefioìogaa. 1 84 1 , pubblicata per
cura dell'abbate Giuseppe Antonel-
li. Per 1' eccidio che Cesare Borgia
fece della famiglia nobilissima Vara-
no signora di Camerino, essa in det-
to anno si trapiantò in Ferrara.
Cadde gravemente malata Lucrezia
per un aborto, ed il Papa gli mandò
il proprio medico vescovo di Ve-
nosa, benché fosse curata dal fer-
FE U
rarese Carri: il primo la die per
morta; il secondo la guarì. Nel
i5o3 Ercole 1 dovette cedere alla
amicizia colla corte di Francia, e
prender parte nella guerra che so-
steneva nel regno di Napoli cogli
spaglinoli , e nel Milanese con tre
cantoni svizzeri. A' 18 agosto morì
Alessandro VI, e successe il cam-
biamento di scena per l' insaziabile
Cesare Borgia, e il termine delle
sue iniquità , sollevandosi tutti i
luoghi da lui con iniqui mezzi oc-
cupati. Il nuovo Papa Pio III, Pic-
colomini, fece vescovo di Ferrara il
cardinal Ippolito, seguendo le di-
sposizioni del predecessore; ma do-
po pochi giorni morì, e gli succes-
se Giulio II. Questi si pose in a-
nimo di ricuperare alla Chiesa ciò
che aveale usurpato Cesare Borgia,
che per salvezza erasi rifugiato a
modo di prigione in Castel s. An-
gelo, ed anco quanto altri sotto
qualunque titolo avessero occupato.
Intanto disperando i ministri del
duca Valentino in Romagna di con-
servargli le rocche ad essi affidate,
tentarono salvargli i suoi tesori, col-
l' inviarli alla sorella in Ferrara,
ma i bolognesi li predarono; e co-
sì spogliato il duca Valentino di
ogni indegno acquisto, tradotto ad
una carcere nella Spagna, e di là
fuggito, mentre militava sotto il
suo cognato re di Na varrà restò
ucciso.
La guerra di Lodovico XII re
di Francia, con Ferdinando V re
di Spagna, terminò col restare a
questi il regno di Napoli. Vuoisi
che allora Lodovico XII meditasse
compensarsi sui veneziani, al mo-
do che poi stabilì nella famigerata
lega di Cambrai; e non straniero
a tale scopo fu il viaggio intrapre-
so da Alfonso a Parigi, a Biusselles
FER
ed in Inghilterra. Nei primi del
i5o5 passò all' altra vita Ercole I,
di cui fanno ampio elogio gli stori-
ci, per la sua pietà addimostrata
nelle chiese e monasteri da lui
fondati, nell'assistenza a' divini uf-
fici, nella lavanda che faceva di
centinaia di poveri nella settimana
santa ec. ; pel suo coraggio nelle
imprese militari; per la sontuosità
delle cnccie e di altri spettacoli;
per l'amore ch'ebbe pei sudditi;
per la munificenza usata co' suoi
famigliari ed amici, non con titoli
vani e sterili pergamene, ma con
belli palazzi e pingui possessioni ;
pel favore accordato al commercio,
alle arti ed all'agricoltura; per la sua
magnificenza, e per la protezione che
accordò agli uomini di lettere, che
egli pure amò e coltivò; per diversi
atti di clemenza, e per altre egre-
gie qualità. Nel dì stesso di sua
morte si portò il giudice de' savi
in Castello, e colle cerimonie con-
suete presentò al duca Alfonso I il
bastone e la spada, ed il popolo
lo riconobbe per suo signore . Il
duca si portò con nobile cavalca-
ta in mezzo al vescovo cardinal Ip-
polito, e al visdomino de' veneti, ed
i\i (ccc al primo il solito giura-
mento. L'esaltazione di Alfonso I,
fu seguita da una catena non in-
terrotta di tristi avvenimenti, es-
sendo il primo una general carestia,
cui successe una mortalità epidemica.
La duchessa Lucrezia ritiratasi a
Rovigo di nuovo abortì, e l' uni-
versità si chiuse, intimandosi ferie
ai tribunali. I danni del terremo-
to, le spese del passaggio di trup-
pe e i precedenti disastri obbliga-
rono il duca ad imporre tasse che
produsse malcontento. Dedito il nuo-
vo duca alle arti meccaniche del
torno, della fonderia dei metalli,
FER 117
massime delle artiglierie, delle ma-
nifatture d'acciaio, e nel dipinge-
re le maioliche, divenne in esse ec-
cellente . Trattando sempre fami-
liarmente cogli artefici, non si rego-
lava con quel contegno proprio
della sua dignità, mentre il fratel-
lo Ferrante educato nella fastosa
corte di Napoli concepì il reo di-
segno di usurpare il potere. Face-
va a ciò ostacolo il temuto cardi-
nal Ippolito, che col fratello duca
eia legato con particolare affetto,
per cui deliberò di disfarsi d'am-
bedue, profittando dell' accecamen-
to prodotto dal cardinale all' altro
fratello Giulio, pe' motivi che nar-
ra il Frizzi al tom. IV, pag. 206.
Più volte Ferrante, d' accordo col-
lo sdegnato Giulio, tramò congiure
per uccidere gli altri due loro fra-
telli, finché il cardinale se ne av-
vide, avvertendone il duca. Tutti
i complici perderono la testa, e fu-
rono squartati. Ferrante e Giulio
mentre aveano salito il palco nel-
la corte del castello per essergli
troncato il capo, impietositosi il
bel cuore del duca, fece loro gra-
zia, commutandogli la pena in per-
petua carcere separata , e i beni
loro confiscati li donò a"* suoi fa-
migliari. Dal pericolo evitato, Al-
fonso I prese una saggia lezione,
cangiò affatto contegno, e tutto si
dedicò agi' interessi dello stato.
Molestando i veneziani il Ferra-
rese, fermo Giulio II di ricupera-
re i dominii della Chiesa, intimò
ad essi la restituzione di Ravenna,
e degli altri luoghi da loro occu-
pati, mentre il duca si die a ri-
sarcire le fortificazioni di Ferrara.
Nel i5o6 Giulio II in persona si
portò a Perugia, e la tolse a Gio.
Paolo Baglioue, ed assediata Bolo-
gna la tolse a Giovanni lì Ben--
ri8 FER
tivoglio; dovendo il duca di Fer-
rara come vassallo prestar soccorsi
al Papa; e più tardi il cardinal Ip-
polito debellò sul Panaro il Benti-
voglio che andava a tentar la ri-
cupera di Bologna . Nei primi del
i5o8 Alfonso I grandemente con-
corse alla benefica istituzione del
monte di pietà in Ferrara, ed ai
4 aprile Lucrezia die alla luce il
primogenito, che fu Ercole II . La
repubblica di Venezia colla formi-
dabile sua potenza avendo ingelo-
sito i gabinetti di Europa, fu age-
vole ai re di Francia, di Spagna,
ed all'imperatore l'unirsi col Pa-
pa nella massima di piombar sui
veneti per rivendicar ciascuno quan-
to a loro aveangli tolto, e diminuir-
ne la possanza , il perchè fu sti-
pulata dalle parti una lega in Cam-
brai, lasciandovi luogo ad entrarvi
al marchese di Mantova, e ai du-
chi di Savoia e di Ferrara, al qua-
le Giulio II per mezzo del vesco-
vo d' Adria nel duomo gli avea
fatto dono della rosa d' oro bene-
detta. A ciò aggiunse Giulio II la
promessa della restituzione delle
Polesine di Rovigo, l'abolizione del
visdomino veneto in Ferrara, e la
liberazione degli antichi patti col-
la repubblica; di altrettanto lo assi-
curò Lodovico XII re di Francia.
Alfonso I non attendendo all'esem-
pio del genitore, dall' esca restò sa-
grifìcato, perchè s' invischiò tra fie-
ri disastri, e dal Papa venne di-
chiarato gonfaloniere della Chiesa
inviandogliene lo stendardo , che
colle dovute solennità gli venne pre-
sentato nel duomo. Nell'aprile del
i5og Giulio II intimò ai venezia-
ni di dimettere le città della Ro-
magna, sotto pena di scomunica. I
francesi intanto aprirono la cam-
pagna, colla celebre sconfitta dei
FER
veneti a Ghlaradadda, quindi com-
parve in scena il duca di Ferrara,
dopo aver licenziato il visdomino
veneziano Francesco Doro, die fu
l'ultimo residente nella città per la
repubblica; mentre nella Romagna
Francesco Maria della Rovere du-
ca di Urbino , e nipote del Papa
qual generale della Chiesa era com-
parso con un esercito; ma non fu
d'uopo di usarne, perchè i veneti
ubbidirono al pontificio monitorio,
cedendo senza contrasto i luoghi di
Romagna. Le armi spagnuole ed
imperiali nel regno di Napoli e in
lombardia ebbero pure felice suc-
cesso. Volendo allora Alfonso I ri-
cuperar le Polesine di Rovigo, tro-
vandosi in armi da quindicimila
uomini, gli fu facile il ricupero, in-
sieme ad Este e Monselice, oltre
Rovigo : i due primi luoghi poco
dopo andarono perduti, mentre Lu-
crezia dava alla luce Ippolito poi car-
dinale. L' imperatore Massimiliano
dopo aver rinnovato ad Alfonso I
le antiche investiture d'Fste e di
Montagnana, collo sborso di qua-
rantamila ducati , fece ritorno in
Germania.
I veneziani 6i chiamarono adon-
tati pel contegno del duca di Fer-
rara, per cui formalmente gl'inti-
marono la guerra. Alfonso I allo-
ra vide il turbine che gli sovra-
stava, richiamò le forze dal Pole-
sine, e le impiegò alla difesa del
Ferrarese, onde le Polesine venne-
ro occupate dai veneti, che fecero
avanzare pel Po la loro flotta, che
sulle prime affrontarono il duca e
il cardinale, e questi con molta in-
telligenza e valore, qualità che a-
vea in altri fatti d'armi addimo-
strato. Comacchio fu preso e sac-
cheggiato, quando Alfonso I spedì
per soccorsi al Papa il celebre poe-
FER
ta Lodovico Ariosto, e n'ebbe pur
di Francia, e d'altre parti, per cui
col cardinale raddoppiarono i loro
sforzi, riportando gloriosa vittoria
sulla flotta veneta scompigliata e di-
strutta, colla perdita di circa quat-
tromila uomini , e questa fu la
famosa battaglia della Policella. I
veneziani con uno de' più illustri
esempi di loro connaturale saga-
cità e prudenza, delusero le mag-
giori potenze d'Europa congiurate
ad annientarli . Compresero che
Giulio II era il loro più potente
contrario, si umiliarono a lui, e do-
mandarono pace, e l'assoluzione della
scomunica. Considerando il Papa che
il suo nella Romagna era stato ricu-
perato, e che lo stesso aveano ottenu-
to i principali collegati, il pericolo
cui si esponeva l' Italia, con l' in-
grandimento di altri principi, e la
perdita che si faceva colla repub-
blica di un valido antemurale con-
tro i turchi, nel febbraio i5io mo-
strandosi padre comune capitolò
colla repubblica per la pace. Su di
che può consultarsi Ippolito d'E-
ste, Storia della vittoria del duca
Alfonso sopra V armata navale dei
veneziani^ Ferrara, Selli da Carpi
i5io; questa operetta tradotta in
latino da Celio Calcagnine trovasi
a pag. 4$4 delle di lui opere,
stampate a Basilea i544- Tra le
condizioni che riguardano Ferrara,
fu dichiarata libera la navigazione
per l'Adriatico ai sudditi della Chie-
sa ed ai ferraresi, e di più tolto
il tribunale del visdoraino in Fer-
rara, come città dell'alto dominio
della Chiesa, e aboliti gli antichi
patti fra i veneziani e i ferraresi,
che furono sorgente di continue
discordie, ma del ripromesso Po-
lesine non se ne fece motto. Lo-
dovico XII si chiamò offeso di sì
FER 119
fatta pace conchiusa senza sua in-
telligenza, ne l'assenso de'confede-
rati; ma il Papa non prendendo ciò
in considerazione, procurò di stac-
cargli l'imperatore, di concertargli
contro l' Inghilterra , e i genovesi,
e a danno del duca di Milano
strinse lega cogli svizzeri. Tuttavol-
ta i francesi, gl'imperiali, e i fer-
raresi mossero contro i veneti le lo-
ro forze, e restituirono al duca le
Polesine di Rovigo. In questo men-
tre Giulio li intimò ad Alfonso
I, che, come feudatario e gonfalo-
niere della Chiesa, desistesse di mo-
lestare i veneziani amici della Chie-
sa stessa, di separarsi dai francesi,
di non fabbricare sale in Comac-
chio in pregiudizio delle saline di
Cervia ritornate alla Chiesa, com'e-
ragli vietato quando esse stavano
sotto i veneziani. 11 duca per di-
verse ragioni non vi aderì, ricu-
perando frattanto anche Este e
Monselice.
Venuto il giorno di s. Pietro,
ricusò il Papa di ricevere il pa-
gamento del feudo che gli fece al
solito presentare il duca, uè volle
ascoltar rimostranze , indi intimò
al cardinal Ippolito di separarsi dal
fratello e di portarsi in Roma, ma
in vece passò a Parma. Da qui
ebbero principio le lunghe ed a-
spre guerre tra Giulio II, e il du-
ca, che licenziandosi dal campo fran-
cese ed imperiale pensò a premu-
nirsi dalle future contingenze, tol-
se alcuni dazi per affezionarsi il
popolo, e sospese la fabbricazione
del sale in Comacchio per guada-
gnarsi il cuore del Papa. Questi in
vece ordinò al duca di Urbino di
marciare colle milizie pontificie, che
s'impadronirono delle principali ter-
re del Ferrarese; e non volendosi
il duca separare dai francesi risol-
lao FER
vette difendersi a tutto potere, in-
vocando l' aiuto di Lodovico XII,
che gli mandò più, di diciassette
mila combattenti. A'9 agosto i5io
Giulio II scomunicò il duca di Fer-
rara, lo dichiarò decaduto dal du-
cato, e lo privò del gonfalone di
s. Chiesa. 11 duca di Urbino col
cardinal legato di Bologna occu-
parono Modena, e la rocca di Lu-
go, mentre i veneti alleati del Pa-
pa ripresero le Polesine di Rovi-
go ed altri luoghi. Dopo la pre-
sa di Carpi, ed altri luoghi, il
duca d'Urbino occupò Bondeno,
ed avanzossi verso Ferrara, nel-
l'atto che i veneti spinsero una flot-
ta a Francolino. Resa pubblica la
scomunica in Ferrara si chiusero i
sagri templi, cessarono i divini of-
fici, tacquero le campane, e i mor-
ti si seppellirono in luogo profano.
Ferdinando V re di Spagna ab-
bandonò la lega, e si uni a Giu-
lio II, che volendo ad ogni costo i
francesi fuori di Italia, passò a Bo-
logna . Allora riuscì ad Alfonso I
d' impadronirsi d'Adria, di Rovigo
e del Polesine; e i veneziani alle-
stita altra flotta, invitarono qua-
lunque privato a farne parte, pro-
mettendogli il conquistato, e si di-
vise in tre parti pel Po, ma senza
successo. Però i veneti avendo da-
ta una rotta ai francesi invasero
nuovamente il Polesine. Lodovico
XII volle continuare la guerra con
più rigore, il perchè inoltrandosi i
francesi nel Modenese, l'infermo Giu-
lio II s'indusse a trattar con loro la
pace : accertato però del soccorso del
re di Spagna insano, e non volle più
trattare la concordia, fulminando
un monitorio di scomunica contro
i francesi, se avessero continuato ad
aiutare il duca di Ferrara. Intanto
l'imperatore avendo fatto valere le
FER
ragioni dell'impero, i papalini gli
cedettero Modena a condizione elio
non la dasse al duca. Vedendo
questi che Giulio II voleva avan-
zarsi contro la città, arringò il po-
polo, animandolo alla difesa, laonde
tutti, e persino i frati e i preti si
portarono a fortificar le mura della
città. Differì il Papa d'inoltrarsi, e
in vece rivolse le sue forze ad as-
sediar la forte città di Mirandola,
difesa dai francesi, stimolato dal ce-
lebre letterato Gio. Francesco Pico
che n'era stato cacciato dal fratel-
lo : colla presenza del Papa, che
agiva come un valoroso generale,
siccome è noto a tutti, la piazza
cadde ne' primi di gennaio i5ii.
La consegnò al detto Gio. Fran-
cesco, e ritornò a Bologna, donde
per sicurezza passò in Ravenna ;
indi inviò il vescovo di Carinola con
un esercito alla Bastia, ma calan-
do all'improvviso il duca lo sba-
ragliò compiutamente, senza che
Giulio II restasse punto smarrito.
Bologna fu presa da' francesi, e
siccome il cardinal legato Alidosio
ne incolpava il duca di Urbino ,
questi l'uccise, onde il Papa tutto
amareggiato ritornò in Roma. Al-
lora Alfonso I riprese Cento, Lu-
go, e il resto della Romagna fer-
rarese, come fecero i francesi della
Mirandola, indi Carpi e le Pole-
sine di Rovigo caddero nelle forze
ferraresi. Il re di Francia tuttavia
ordinò al Triulzio maresciallo di
Francia suo generale, che astenen-
dosi dal molestargli stati della Chie-
sa, cogl' imperiali continuasse la
guerra a danno de' veneti. Giulio
li intanto depose alcuni cardinali
scismatici, che avevano osato con-
vocare un conciliabolo a Pisa, ed in
vece intimò il concilio generale la-
teranense V, e fermo nel cacciar
FER
dall' Italia i francesi , come di an-
nichilare il duca di Ferrara, unì
alla lega Enrico Vili re d'Inghil-
terra. I veneti rientrarono nelle Po-
lesine, e l'esercito pontificio sotto
il comando del cardinal Giovanni
de' Medici, poi Leone X, e del
general Fabrizio Colonna riprese
l'offensiva nel i5ì2, ma non gli
riuscì prendere Bologna , ad onta
che Ira papalini e spagnuoli fosse
composto di ventimila uomini. In-
di i francesi colle artigliere di Al-
fonso I si diressero ad assediar Ra-
venna, che difesa da Marc' Anton io
Colonna vigorosamente, mille e cin-
quecento nemici vi restarono ucci-
si, per gli aiuti dati al Colonnese
dal viceré di Xapoli Raimondo Car-
dona, e dal cardinal de'Medici col
resto dell'esercito pontifìcio e spa-
guuolo, oltre la morte di Sciatti-
gliene della casa di Coligny. Allo-
ra Gastone di Foix governatore di
Milano, per mancanza di viveri si
vide costretto a battersi, ed affi-
dandosi al suo straordinario ardi-
re collocò nella sua vanguardia il
duca di Ferrara colle sue artiglie-
rie, e seguitato dal cardinal Fede-
rico Sanseverino legato del conci-
liabolo di Pisa, nello stesso giorno
di Pasqua andò ad attaccare il ne-
mico. Il Cardona fermo ne' ripari,
si difese con tal valore, che il Foix,
massimamente perchè le artiglierie
ferraresi miravano troppo alto, era
già per cedere. Avvedutosene Al-
fonso I, levò le artiglierie dalla
froute, e fatto un giro andò ad
appostarle ad un fianco, ed alla
coda de' nemici in luoghi opportu-
nissimi, e di là dirigendole alle gam-
be di essi , li obbligò a stendersi
col petto a terra. In sì fatta po-
sizione non potendo i medesimi com-
battere, anzi soffrendo numerose
FER i2t
uccisioni, uscirono per disperazione
in campo aperto seguendo l'esem-
pio di Fabrizio Colonna. Quivi ri-
cominciò la battaglia con. tal fu-
rore, che poche ad essa possouo
paragonarsi, ed Alfonso I si dipor-
tò valorosamente, giacché dopo cir-
ca sei ore di arrabbiato combatti-
mento, la vittoria si dichiarò pei
francesi, e al duca di Ferrara se
ne diede il merito principale. Fra
l'ima e l'altra parte si contarono
circa dieciottomila morti, con molti
uflìziali, e lo stesso Fois. con ram-
marico de* francesi. Fabrizio Co-
lonna si diede al duca con patto
di non essere consegnato a' fran-
cesi. Terminata la battaglia il du-
ca intimò la resa alla città di Ra-
venna che fu accordata, e contro
i patti soggiacque al sacco il più,
iniquo e crudele, non risparmian-
dosi le chiese e i monisteri. Il car-
dinal de'Medici dovette lavila al
coraggio d' un suo famigliare, che
con un fendente tagliò la mano
di quello che aveva afferrato le
redini del cavallo turco che caval-
cava, per farlo prigioniero, salvan-
dosi a Modena. Conseguenza della
vittoria si fu, che molte città del
Papa in Romagna si dierono ai
vincitori, i quali non profittarono
di essa pel loro numero diminui-
to, e per mancanza di generale. In
tanta prosperità chi non avrebbe
presagito a Lodovico XII pieno
trionfo, e ad Alfonso I una lunga
sicurezza e riposo? Ma già dall'In-
ghilterra, dalla Spagna e dagli sviz-
zeri ad istanza di Giulio li e dei
veneziani si minacciava la Francia,
e il ducato di Milano. Massimilia-
no erasi distaccato dalla lega di
Cambiai , ed il Papa col re di
Spagna ricomposero l'esercito di
Romagna, ciò che costrinse i fran-
122 FER
cesi a partir da essa ed accorrere
alla difesa del Milanese, ed Alfon-
so I ad accrescere le fortificazioni
della sua capitale. A cagione delle
esorbitanti spese della guerra, di-
minuì il duca quelle della corte,
pigliò denaro a frutto, impegnò le
cose preziose, le gioie di Lucrezia,
gli argenti di tavola, supplendo col-
le maioliche fabbricate e dipinte di
sua mano. I francesi perderono il
Milanese, e Parma e Piacenza; le
quali città eransi date al Papa ,
quando il duca di Urbino nel mag-
gio avendo ricuperato l'alta Roma-
gna rientrò nel Ferrarese e in Bo-
logna , per cui i Ben ti voglio per
sempre si ritirarono in Ferrara, es-
sendo Annibale marito di Lucre-
zia figlia di Ercole I, sorella di Al-
fonso I. V. il Sansovino, Orìgine
e fatti delle famiglie illustri d'I-
talia, Della famiglia Benlivogli. Ri-
mase dunque Alfonso I tra due
fuochi, il Papa da un lato, i ve-
neti dall'altro ; la sua rovina era
imminente, e la sola magnanimità
che lo distingueva potè salvarlo.
Grato Fabrizio Colonna dell'amo-
revole suo trattamento qual pri-
gioniero, e della sua liberazione, si
offri di riconciliarlo con Giulio II,
il quale fece sospendere le sue ar-
mi, e permise che Alfonso I si por-
tasse in Roma a trattar la pace ,
lasciando al governo di Ferrara il
cardinal Ippolito. In pieno conci-
storo il duca chiese perdono a Giu-
lio II della passala condotta, gli
furono sospese le censure, e si de-
putarono sei cardinali a concertar
una composizione. Essa non ebbe
effetto perchè il Papa voleva il
ducato di Ferrara devoluto alla
santa Sede , ed ogni altro feudo
deHa Chiesa, qual pena legittima
di ribelliouej e solo a grazioso corn-
FER
penso esibì la città di Asti. Ve-
dendosi il duca mal sicuro in Ro-
ma, e che l'esercito pontificio con-
tinuava le conquiste, col favore dei
Colonnesi con pena gli riuscì di
fuggire travestito or da cacciatore,
or da frate, or da famiglio nell'ar-
mata che Prospero Colonna con-
duceva in Lombardia. Pervenne il-
leso a Ferrara, e trovò che solo
Argenta e Comacchio erangli ri-
maste de' suoi dominii. Allora Giu-
lio II raddoppiò il mezzo delle ar-
mi per conquistare il duca , chia-
mò il cardinal in Roma, mentre gli
spagnuoli raffreddandosi fu colto
dalla morte a' 2 1 febbraio 1 5 1 3,
restando Alfonso I così liberato da
ogni timore, ricuperando pronta-
mente vari luoghi. L'assunzione al
pontificato del cardinal de' Medici
che prese il nome di Leone X rad-
doppiò le contentezze e le speran-
ze del duca. Come vassallo della
Chiesa spedì subito a tributargli
omaggio e a chiedere la liberazio-
ne dall'interdetto alcuni ambascia-
tori, i quali furono ben accolti, ed
anco pei Bentivogli impetrarono
l'assoluzione dalle censure. Avendo
il Papa esternato desiderio di ve-
der presente alla sua coronazione
Alfonso I, questi si recò in Roma
con bella compagnia ; e nella gran
solennità agli 1 1 aprile addestrò il
cavallo del Pontefice, cioè quello
stesso in cui un anno prima nel
medesimo giorno era stato fatto
prigioniero, ed in abito ducale por-
tò lo stendardo della Chiesa come
suo gonfaloniere, benché di quella
dignità lo avesse spogliato Giulio II.
Il Cancellieri nella Storia de' pos-
sessi, parlando di questo di Leone
X, racconta che il duca montò sul
cavallo del Papa, lo cavalcò per
provarlo alquanti passi, e poi smou-
*»
FER
tato tenne la staffa a Leone X, gli
assettò i paramenti, condusse per
alcun tratto il cavallo, e passò a
prender luogo tra i due ultimi car-
dinali diaconi vestiti de' sagri pa-
ramenti, cioè Sigismondo di Man-
tova, ed Alfonso di Siena. A' 27
aprile pieno di lusinghe il duca
partì per Ferrara, restando in Ro-
ma il cardinal Ippolito suo fratello
con sontuosa corte, per giovare ai
di lui negozi.
Intanto si collegarono i fran-
cesi coi veneziani, i quali conces-
sero al duca una tregua , men-
tre l' Italia continuò ad essere dal-
la guerra travagliata. Alfonso I
estraneo ad essa, si diede a fabbri-
car la delizia di Belvedere, che
molti scrittori credettero che riu-
scisse senza paragone. Leone X, nel
1 5 1 4- assolvette il duca e suoi ade-
renti dalle censure, annullò la con-
fisca di Ferrara fatta da Giulio II,
approvò la riduzione del censo ac-
cordata da Alessandro VI pel vi-
cariato, pose il duca nell' intero
suo diritto sopra Cento e Pieve, lo
prese co' suoi successori sotto la
protezione della Sede apostolica, e
gli promise restituirgli Reggio, pre-
via la rinunzia di Alfonso I sulle
saline di Comacchio, che fu effet-
tuata; ma Modena fu venduta al Pa-
pa dall'imperatore Massimiliano che
ì'avea in suo potere, per quaranta
mila ducati d'oro. Ciò addolorò l'a-
nimo del duca, perchè dal mede-
simo imperatore eragli stata con-
fermata l'investitura di Modena.
Leone X tuttavolta promise al car-
dinal d' Este, che l' avrebbe resti-
tuita, tosto che ne avesse conse-
guito il possesso. Eguali speranze
ebbe in Milano da Francesco I re
di Francia, che avea riconquistato
quel ducato^ ma senza effetto^ bcu-
FER ia3
che offrisse il duca la restituzione
al Papa della somma sborsata , e
certo compenso di spese: Parma e
Piacenza furono riunite al Milane-
se. "Nel i5i6 la duchessa partorì
Francesco, e il cardinale concepì
l' idea di far scrivere la storia di
Ferrara, e di casa d'Este, dando-
ne l' incarico a Celio Calcagnini ,
ma non si hanno prove che l'ef-
fettuasse: Peregrino Prisciani con
immensa fatica ne avea preparati
i materiali. Nel io 18 morì Lucre-
zia Borgia d'anni quarant' uno per
un aborto , e fu sotterrata nella
chiesa interna del Corpus Domini.
L'amarono egualmente il marito
e i sudditi per le graziose sue ma-
niere, e per la pietà alla quale la-
sciate le mondane pompe cfrasi de-
dicata : in essa soprattutto spiccava
la liberalità verso i poveri ed i
letterati, impiegava la mattina in
orazioni, e la sera invitava le gen-
tildonne in più, partite ad eserci-
tarsi a vicenda nel ricamo, in cui
riusciva più. che eccellente. Quin-
di divenne imperatore Carlo V re
di Napoli e di Spagna, e sovrano
de' Paesi-Bassi ; mentre il cardinal
Ippolito rinunziò al nipote di egual
nome e d'anni dieci il pingue arci-
vescovato di Milano, riservandose-
ne l'entrate finché viveva. Narrano
parecchi storici che Leone X se-
gretamente non fosse amico degli
Estensi, e che bramando dare alla
sua famiglia Medici Ferrara e gli
altri luoghi, lasciò sempre inadem-
pite le promesse fatte ad Alfonso
I, che anzi fu in qualche pericolo
di vedersi occupata la capitale dal
vescovo di Ventimiglia Fregoso, o
da Uberto Gambara. Nel i520
terminò i suoi giorni in Ferrara il
cardinal Ippolito ; e neh' anno se-
guente vedendo Alfonso I gli ar-
124 FER
rnamenti di Leone X, e scopren-
done le mire, e l'eccidio che di lui
si meditava, die di piglio alle ar-
mi, mentre l'esercito pontifìcio per
maggior danno del duca riprese
Parma e Piacenza, e cacciati i Iran-
cesi da Milano, fu dato a France-
sco Maria Sforza. Ma nel declinar
del i52i Leone X dopo aver man-
dato l' interdetto a Ferrara mori,
e subito il duca ricuperò alcuni
luoghi da ultimo occupali dalle
sue armi, come il duca di Urbino
riprese il suo stato. Eletto in suc-
cessore Adriano VI, sebbene dimo-
rante nella Spagna, subito Alfonso
I gl'invio un ambasciatore per pre-
stargli omaggio, informarlo di sua
causa, e chieder giustizia, che il
nuovo Papa promise di fare. Nel
mese di luglio sospese al duca ed
a Ferrara Y interdetto, onde si ri-
presero nella città l' ecclesiastiche
funzioni. Giunto Adriano VI in
Roma vi si portò pure Ercole pri-
mogenito del duca , e benché di
soli quattordici anni, davanti al Pon-
tefice ed al sagro collegio recitò
una perorazione in favore del pa-
dre nella lìngua latina che posse-
deva perfettamente, con tanto spi-
rito che sorprese, e venne in sin-
goiar modo accarezzato. Di poi riu-
scì agli ambasciatori Estensi di ot-
tenere l'assoluzione de' precedenti
interdetti, la conferma in Alfonso
I e successori dell' investitura di
Ferrara ne' termini di quella di
Alessandro VI, e che ogni anno il
duca somministrerebbe al Papa cen-
to armati a cavallo, metà balestrie-
ri e metà archibugieri per sei mesi
a spese del duca, e che questi non
farebbe mai più. sale in Cornac -
chio.
L' imperatore Carlo V per ab-
battere meglio i francesi in Italia,
FER
volle togliergli l'aderenza co' vene-
ziani e coli' Estense, il quale per
procacciarsi la protezione imperia-
le, senza disgustare Francesco I,
promise di non procedere mai con-
tro Carlo V, e di accordare allo
sue milizie il passo ne' propri stati,
ed ebbe in vece la promessa che
gli sarebbe reso Modena e Reggio
collo sborso di cento cinquanta mi-
la scudi d'oro. Indi il duca permi-
se ai bolognesi che mettessero l'al-
veo del Reno sotto a Cento. Vo-
lendo Adriano VI ricuperare Ri-
mini dai Malatesta, ordinò ad Al-
fonso I di mandarvi le lassate mi-
lizie, che colle aggiunte artiglierie
facilitarono la spedizione, ma non an-
dò guari che il Papa a'i4 settembre
i5i3 cessò di vivere, e il duca ri-
cuperò Reggio, mentre in Roma fu
creato Clemente VII Medici, cugino
di Leone X ed antico nemico dell'E-
stense, a cui domandò la restituzione
di Reggio, ed ingelosito della gran-
dezza di Carlo V, segretamente si
attaccò a Francesco I. Questi nel
i5i5 fu dagl'imperiali fatto pri-
gione a Pavia, e sebbene il duca
per secondare il genio del Ponte-
fice lo avesse soccorso , ai 29 giu-
gno Clemente VII ricusò il cen-
so di Ferrara. Intanto nel i5i(j
successe in Cagnach la santa lega.
fra il Papa, i veneziani, i fiorenti-
ni, i re d' Inghilterra e di Fran-
cia, e lo Sforza per abbassar l'im-
periai possanza, gareggiando le par-
ti nel trarre al loro partito Alfon-
so I. Il Papa gli offrì il comando
di sue armate, la restituzione di
Modena, la sicurezza di ciò che
possedeva; e Carlo V offersegli pu-
le il comando delle sue armi in
Italia, la protezione de' suoi stati,
e le nozze di Margherita sua na-
turale col primogenito Ercole. Sul-
FER
le prime il duca si accostò al Pa-
pa, poscia passò dalla parte dell'im-
peratore, che lo dichiarò capitano
generale, gli promise ammetterlo
in tutte le leghe, di riconciliarlo
col Papa, rinnovandogli l' investi-
tura degli stati che riconosceva dal-
l'impero; indili duca ricusò altri
patti vantaggiosi offertigli da Cle-
mente VII. Penuriando di viveri
e denaro il duca di Borhone, il
principe Filiberto di Oranges, il
marchese del Vasto, e Giorgio Fran-
sperg, generali imperiali sparsi nella
Lombardia, si accordarono di pro-
cacciarsene negli stati della Chiesa e
di Firenze. Vuole il Guicciardini
che allora Alfonso I per liberarsi
dalle contribuzioni , ad un tempo
stesso abbattere chi cercava la sua
oppressione, consigliasse il general
cesareo a portarsi a saziar la sua
brama fin dentro Roma. Al contra-
rio il Muratori accerta che invi-
tato Alfonso I dal Borbone a se-
guirlo in Toscana, se ne scusò, e
che solo trattò della metà di Car-
pi cedutagli dall'imperatore, per-
chè confiscata ad Alberto Pio ri-
belle all' impero, ed eterno noce-
volissimo nemico degli Estensi. Il
Borbone prosegui il suo viaggio
per Roma; nell'assalto cadde mor-
to , ma sottentrò al comando del-
l'esercito il principe d'Oranges, ed
a' 6 maggio la capitale del cristia-
nesimo fu presa ed orrendamente
saccheggiata, rifugiandosi il Papa
coi cardinali in Castel s. Angelo.
Tra quelli che profittarono dell [av-
venimento fuvvi il duca che s' im-
padronì di Finale e di Modena ,
mentre i veneti presero Ravenna
e Cervia, dicendo conservarle al
Papa.
La lega santa si rafforzò, e Fran-
cesco I spedi in Italia un formi-
FER ii5
dabile esercito comandato da Odet-
to di Foix signore di Lautrec. In-
vitato dal cardinal Cibo, e dagli
ambasciatori Alfonso I ad unirsi
alla lega, colla minaccia di dichia-
rargli guerra, vedendosi in pericolo,
con pena cedette, facendo ciò co-
noscere all' ambasciatore di Carlo
V residente in Ferrara. Si promi-
se al duca l'investitura di Ferra-
ra, e di altri luoghi a nome del
Papa, senza sborso alcuno ; l'abo-
lizione delle precedenti convenzio-
ni sopra il sale di Comacchio , e
la libertà di fabbricarne a suo pia-
cere, purché noi mandasse ne' do-
mimi de' confederati contro loro
voglia ; la rinunzia del Papa ad
ogni pretesa su Modena, Reggio e
Castel di Novi, e sopra il rimbor-
so dello speso da Leone X per la
compra di que' luoghi; il cappello
cardinalizio e il vescovato di Mo-
dena al suo figlio Ippolito ; la re-
stituzione di Cotignola , allora in
potere de' veneti, e de' palazzi E-
stensi di Venezia e di Firenze;
le nozze di Renea figlia di Lodo-
vico XII col primogenito Ercole ;
la mallevadoria della ritenzione del-
la conseguita metà di Carpi ; pri-
vilegi, ed onori senza fine. In vece
il duca si obbligò contribuire alla
lega cento corazze, e seimila scudi
d'oro ad ogni mese per un seme-
stre. Il tutto fu approvato in di-
cembre, mentre Clemente VII fug-
gì da Castel s. Angelo ad Orvieto,
ove il duca spedì un ambasciatore
a far le sue congratulazioni, indi ne
inviò un altro perchè risiedesse pres-
so di lui. Ma il Papa px-otestandosi
debitore di sua salvezza, non alla
lega, ma ai sagrifizi fatti di grandi
somme, ed al rischio della fuga e
di aver promesso nella capitolazio-
ne dì non essere più contrario a
ia6 FEll
Carlo V, negò di approvare il con-
cordato di Ferrara, persuaso che
il duca losse stato l'istigatore del
Borbone al sacco funesto di Roma.
Ciò non dispiacque gran fatto ad
Alfonso I restando libero di adem-
piere allo stipulato, e sperò con-
servarsi la grazia di Carlo V cui
avea mandato le sue giustificazio-
ni. Nell'Italia intanto nel i528 si
rinnovarono gli orrori della guerra.
Sulle prime i francesi prevalsero ,
ma tolto Lautrec dalla peste, che
in un alla fame desolava gl'italiani,
la fortuna cangiò loro faccia : la
peste rapì al Ferrarese più di ven-
timila persone, mentre il duca man-
dò ad effetto il matrimonio di Re-
nea cognata di Francesco I, ed il
suo figlio Ercole ebbe in dote due-
cento cinquantamila scudi d'oro,
proporzionato corredo, il ducato di
Chartres, per cui ne prese il titolo,
e fu pur dichiarato visconte di Caen,
Follese e Bajusa. Il suocero spedi
a Pienea in Parigi, ove celebraron-
si gli sponsali, un regalo di gioie
del valore di centomila scudi d'oro.
Quando i fiorentini intesero la
prigionia di Clemente VII, licenzia-
rono i Medici, e riassunsero il go-
verno democratico, eleggendo per
capitano generale Ercole, che si fe-
ce da altri rappresentare. Quindi
Clemente VII strinse pace e con-
federazione con Carlo V, ciò che
al vivo ferì Alfonso I, perchè il
secondo promise al primo la ma-
no di Margherita d'Austria ad A-
lessandro de' Medici, e la restitu-
zione di Modena, Reggio e Ru
biera senza pregiudizio delle parti,
e con essi luoghi Cervia e Raven-
na tenute dai veneti. Inoltre Carlo
V promise al Papa aiuto affine di
levar il ducato di Ferrara all'E-
stense considerato come ribelle della
FER
santa Sede. Nò men dolorosa riu-
scì al duca la pace che a' 5 ago-
sto i52g il re di Francia stabilì
coll'istesso imperatore; lasciandosi
tuttavia luogo di entrarvi ai ve-
neti , fiorentini , e ad Alfonso I.
Per tal modo rinnovaronsi gli e-
sempi di quelle leghe , al fin delle
quali il sagrifizio è de' collegati mi-
nori. In questo tempo portandosi
Carlo V in Bologna per abboccarsi
col Papa, il duca lo fece trattare
magnifìcentissimamente in Reggio
ed in Modena ove si portò ad os-
sequiarlo, e tanto fece con lui e
co' suoi ministri che gli riuscì di
guadagnarli, e l'imperatore promi-
se la sua mediazione con Clemen-
te VII ; e sino ai confini di Bolo-
gna l'Estense fu sempre al fianco
di Carlo V, indi per ammollire il
Papa fece rinunziare ad Ercole il
generalato de' fiorentini. Il risulta-
to del congresso di Bologna si fu,
per parlare di quanto appartiene
al nostro proposito , che si rista-
bilisse in Milano il duca France-
sco Maria Sforza con investitura
imperiale; che i veneziani restituis-
sero all' imperatole 1' occupato da
essi nel regno di Napoli, e al Pa-
pa Ravenna e Cervia ; e che fos-
se lega perpetua tra il Papa, l'im-
peratore, il re d'Ungheria, i ve-
neziani, i duchi di Milano e di
Savoia, e i marchesi di Mantova
e Monferrato, con abilitarvi il du-
ca di Ferrara a prendervi luogo ,
qualora però fossero le sue verten-
ze col Papa composte, punto che
incontrò maggiori difficoltà d' ogni
altro, per i motivi che si leggono
nel tomo IV, pag. 291 del dotto
e accurato Frizzi ; né fu concesso
ad Alfonso I di trovarsi presente
alle coronazioni che fece Clemente
VII su Carlo V in Bologna. Tut-
FER
tavolta riuscì all'imperatore che nel
marzo i53o il Papa permettesse
al duca di portarsi a loro. Dopo
lunghe dispute si venne ad un
compromesso sulle vicendevoli pre-
tese di Modena, Reggio, Rubiera,
Ferrara e Cotignola nel giudizio
di Carlo V, ed intanto che questi
fosse il depositario di Modena. Ivi
si portò l' imperatore , e il duca
gliene fece la consegna, indi l' ac-
compagnò a Mantova ove dichiarò
duca quel marchese, ed ottenne per
centomila ducati d' oro l' investi-
tura di Carpi, negata sebbene ri-
chiesta dal Papa ad Alberto Pio,
che poscia mori privato in Parigi.
V. Giovanni Boscharini, Piae stir-
pi s procerum elogia his lorica, Fer-
rariae 1672. Giorgio Marchesi, La
galleria dell' onore ec. della città
di Ferrara, ove si dà conto delle
famiglie dei Pii.
Frattanto nel castello di Mode-
na dai rappresentanti delle parti
s' incominciò il processo per rischia-
rar i fatti e le ragioni del Papa e
del duca; e quando fu terminato
si spedì all'imperatore. In Gand,
nel primo aprile i53r, Carlo V
pubblicò il laudo o decisione della
gran lite, la quale conteneva in
sostanza: che Alfonso I fra due
mesi chiedesse perdono al Pontefi-
ce d'ogni commessa mancanza ; che
pagasse annualmente settemila du-
cati d'oro alla camera apostolica a
titolo di censo per il ducato di
Ferrara, in luogo del tenue censo
impostogli da Alessandro VI; che
se ne dovesse a lui rinnovare l'in-
vestitura , pagando egli per essa
centomila ducati simili dentro un
anno; che Modena rimanesse in de-
posito all'imperatore fino all'adem-
pito pagamento, indi si rendesse
liberamente al duca; che questi
FER 17-
fosse assoluto dalla restituzione che
da lui pretendeva il Papa di Reg-
gio, Rubiena e Cotignola, e da
ogni altra richiesta a lui fatta ; che
si osservasse nel resto la conven-
zione del ID24 fra il Papa e il
duca. Ne giunse la fausta nuova a
Ferrara a' 3 maggio: furono fatti
pubblici ringraziamenti a Dio, in-
di il duca ricevuto il laudo spedi
all' imperatore un ambasciatore per
ringraziarlo vivissimamente. Inviò
in pari tempo in Roma Ghellino
vescovo di Comacchio, che a' 1 9
giugno fece l'atto di umiliazione
col Papa, prostrato a' suoi piedi, e
venne al duca accordato e a' suoi
aderenti il perdono, purché fossero
salvi i diritti della santa Sede, ed
osservasse Alfonso 1 i doveri di
buon vassallo. Rinnovate poscia le
formalità in concistoro, il Ghellino
richiese l'investitura di Ferrara nei
termini prescritti nel laudo. Allora
il Pontefice in altro tuono rispose,
che non aveva accettato, né accet-
terebbe giammai il laudo finché
fosse vissuto. Dopo questa disgusto-
sa risposta seppe il duca che in
vari luoghi si radunavano armati
per restituir Carpi ad Alberto Pio,
onde il duca guarnì colle sue fa-
mose e tremende artiglierie le mu-
ra di Ferrara, Modena, Reggio e
Carpi, ciò che fece cangiar pensie-
ro a chi proponevasi aggredirlo.
Frattanto Carlo Y fece consegnare
Modena al duca ; Renea avendo
partorito Anna, il duca pregò Cle-
mente VII di tenerla al sagro fon-
te, e non seppe negarglielo ; ma
in vece d' Ippolito d'Este, fece ve-
scovo di Modena Giovanni Moro-
ne , mentre Carlo V dichiarò du-
ca di Firenze Alessandro de' Me-
dici.
Alfonso I per far cosa grata al
128 FER
Papa od all'imperatore, nel i532
spedì un corpo di truppe contro i
turchi die minacciavano l'Unghe-
ria; ma Clemente VII nella pub-
blicazione della bolla In Corna
Domini, espressamente vi comprese
il duca di Ferrara come usurpato-
re alla chiesa di Modena e Reg-
gio, ed alle lagnanze dell'impera-
tore si rispose con parole evasive.
Nel dicembre il duca accolse splen-
didamente iti Modena Callo V ,
che passò in Bologna per un se-
condo congresso con Clemente VII.
In esso a' 27 febbraio restò con-
chiusa la lega tra il Papa, l'impe-
ratore, il re di Ungheria, il duca
di Milano, i genovesi, i sauesi, ed
i lucchesi per conservare la quiete
d'Italia, ed invitatovi Alfonso I se
ne scusò per le pendenti vertenze.
La scusa produsse il desiderato ef-
fetto, giacché Carlo V se non potè
indurre il Papa ad accettar il lau-
do, ottenne parola di non far al-
cun passo con tra il duca per die-
ciotlo mesi, purché il duca entras-
se nella lega, ciò che fece. In que-
sto anno mori in Ferrara il cele-
berrimo poeta Lodovico Ariosto;
poscia Renea partorì a' 22 novem-
bre Alfonso li. Mentre stava per
terminar la tregua, la morte di
Clemente VII, avvenuta a' 25 set-
tembre 1 534 , tolse il duca d'in-
quietudine, e gli successe Paolo III
Farnese, con grande suo piacere ,
ch'ebbe termine colla vita nel dì
ultimo ottobre. L' acume , la de-
strezza, la probità, il bel cuore, la
giustizia, la clemenza, il coraggio ,
la perizia nelle armi, la fortezza
nelle avversità, massime nelle di-
verse congiure ed inondazioni , ac-
compagnarono la vita di questo
principe, fornito di altre belle qua-
lità di sopra rammentale, e di al-
FER
tre molte, per cui fu degno de' più
alti encomi. Dal giudice de' savi
nel dì seguente fu inaugurato il
primogenito del defunto Ercole II,
mentre al padre si die sepoltura
nella chiesa interna del Corpus
Domini. Il nuovo duca a mezzo
del suo ambasciatore in Roma co-
minciò a far pratiche perchè si
accettasse il laudo di Carlo V, e
per terminarle vi si portò a' g ot-
tobre i535, Dicendo la solenne en-
trata alcuni giorni dopo. Gli furo-
no dati sette cardinali per trattare,
ma insorsero gravi difficoltà. Sen-
tendo il duca giunto in Napoli Car-
lo V, andò ad inchinarlo, e ne
riportò la rinnovazione dell'inve-
stiture imperiali di casa d' Este ,
mentre Renea die alla luce Lu-
crezia. La duchessa benché saggia,
pia e dotta prevaricò nelle massi-
me religiose. Si dedicò al prestigio
dell'astrologia ancora in voga, e
volle istudiar teologia dal più ce-
lebre novatore che infestasse a quel
tempo l'Europa, Giovanni Calvino,
che sotto altro nome era occulto
nella sua corte, il quale presto la
imbevcrò delle pestilenti sue dot-
trine. L'inquisizione lo scuoprì, ma
gli riuscì fuggire a Ginevra, come
fuggirono gli altri prevaricatori fran-
cesi della corte. Renea come figlia
di Lodovico XII, più facilmente
cadde nell'orrore, pel mal umore
che aveva contro la santa Sede;
ma il marito acerbamente la ri-
prese, e l' indusse a ripigliar le
pratiche della cattolica credenza.
Nel i536 si portò in Roma Car-
lo V, ed oltre a' suoi interessi trat-
tò quelli di Ercole II, sebbene sen-
za conclusione. Chiamato l'impera-
tore a succedere al ducato di Mi-
lano, si risvegliarono in Francesco
1 le antiche pretensioni; ma gh.e-
FER
sempi de! padre e dell'avo furono
al duca di ammaestramento a non
seguire in casi simili alcun par-
tito, e nel caso presente fu facile
a disimpegnarsi come cognato del
re, e feudatario di Carlo V . Indi
ebbe in Romagna una conferenza
con Pier Luigi Farnese figlio di
Paolo III, e gonfaloniere della Chie-
sa. 11 rimettere l'erario lasciato e-
sausto da Alfonso I, ed il riparare
ai disordini interni dello stato, fu
dal duca giudicato di maggior pro-
fitto che il rnercar gloria militare.
All'antico pregiudizio del duello,
per la falsa idea dell'onore caval-
leresco avevano prestato fomento
gli Estensi col l'accordar a chiun-
que campo aperto in Ferrara. Ma
Ercole 11 abolì tale abuso, come
il far la battaglinola i fanciulli.
Frattanto a' 19 giugno i537 Re-
nea partorì Eleonora ; mentre con-
tinuandosi in Roma le trattative
il duca vi spedi il fratello Fran-
cesco a fine di perfezionarle, ed in
Ferrara ne giunse il favorevole an-
nunzio della convenzione stipulata
tra Paolo III, ed Ercole II nel gen-
naio i539, quando la corte tripu-
diava per aver dato Renea alla
luce Luigi. Condotto il Papa alla
pace universale, e mosso dalle me-
diazioni di Carlo V, di Francesco
I, della repubblica di Venezia, e
del suo nipote cardinal Farnese
camerlengo, promise di rinvestir il
duca e suoi discendenti maschi le-
gittimi e naturali per linea di pri-
mogenitura, finché ve ne fossero
stati, del ducato di Ferrara, e del-
le sue pertinenze, coll'annuo censo
di settemila ducati d' oro in oro ,
del valore d'uno scudo d'oro e di
dieci quattrini per ciascun ducato,
e il duca promise in più termini
sborsar alla camera apostolica cen-
VOL. XXIV.
FER 129
tottantamila ducati simili per pre-
teso compenso di danni, e soddisfa-
cimento di condanne alle quali fos-
s' egli tenuto, e di ricevere ad uno
stabilito prezzo della camera ven-
timila sacchi di sale ogni anno, ri-
mettendosi le parti, quanto al ri-
manente, all'investitura di Alessan-
dro VI , ed ai capitoli di Adriano
VI, senza farsi il minimo cenno
del laudo di Carlo V, derivato dal
compromesso di Clemente VII, che
si pretese invalido per mancanza di
consenso per parte del sagro col-
legio. Il tutto fu dalle parti veri-
ficato, e corroborato con pontificia
bolla, indi Paolo III creò cardinale
Ippolito d' Este fratello del duca
ed arcivescovo di Milano. Nel i54o
mori in prigione lo sventurato Fer-
rante d' Este , indi Ercole II in.
Copparo edificò una delizia con
vasto palazzo. Il duca si recò a
Peschiera ed a Lucca per osse-
quiare Carlo V, ed incontrandosi
due volte con Cosimo I duca di
Firenze, Ercole II si prese la drit-
ta, ed ebbe la precedenza quando
l' imperatore si lavò le mani, per
cui di tutto volle che se ne faces-
se rogito, ciò che dispiacque a Co-
simo I, ed ebbe origine la fiera
lite di precedenza. Nel i543 por-
tandosi Paolo III a Busseto, passò
per Modena e per Reggio trattato
a spese del duca, e per suo invito
recossi in Ferrara per un nobilis-
simo bucintoro. A Bondeno entrò
in carrozza col duca, pernottò al-
l'isola di Belvedere, ed a' 22 a-
prile fece il Papa il suo ingresso
in Ferrara, con un seguito di cir-
ca tremila persone , tra le quali
circa venti cardinali, quaranta ve-
scovi, e molti ambasciatori di prin-
cipi. Alla porta di s. Giorgio, il
duca in un bacile d'oro gli pie-
i3o FER
sento le chiavi della città, gli ba-
ciò i piedi, e gli recitò un'orazio-
ne. Il Papa lo benedì, e lo baciò
in fronte, indi portato su maesto-
sa sedia, e sotto nobilissimo bal-
dacchino, preceduto dal duca a pie-
di, a cui egli però comandò che
salisse a cavallo, e passando sotto
cinque archi festivi, entrò in duo-
mo, apparato coi tappeti o arazzi
ducali, quattro de' quali si valuta-
vano sessantamila scudi d'oro. Pao-
lo III fu alloggiato in castello, ed
il seguito nelle case de' privati; e
poscia il dì 24, dedicato a s. Gior-
gio protettore di Ferrara, celebrò
pontificalmente la messa nella cat-
tedrale, ove donò la rosa d'oro, lo
stocco e il cappello benedetti al
duca. Finalmente dopo quattro gior-
ni di permanenza , il Papa partì
per Bologna regalando Renea di un
diamante, e di un flore pur di
diamanti di grandissimo valore, ol-
tre altri diversi generosi doni di-
stribuiti alla corte. Poscia il duca
tornò a trattar Paolo III, quan-
do passando pe' suoi stati, fece ri-
torno a Busseto per abboccarsi con
Carlo V.
Nel i544 ebbe origine il primo
conservatorio di zitelle in Ferra-
ra, e nel i5^6 il duca ampliò il
circuito di Modena, ove essendovi
nel i548 vi capitò il già re di Tu-
nisi Muleasse , che pur recossi a
Ferrara ospitato dal medesimo du-
ca. Nel settembre i549 scoppiò in
Ferrara violenta pestilenza , e si
arrestò il male con provvidenze ri-
gorose ; e per morte di Paolo III,
gli successe Giulio 411, che Ercole II
andò in Roma a venerare. Bramo-
so Alfonso, principe ereditario, di
militare, fuggì in Francia, ove fu
fatto capitano con pingue pensione;
ma ciò dispiacque estremamente al
FER
genitore, anco nel timore che Car-
lo V lo giudicasse parziale della
Francia, essendo sempre guardingo
dal dare sospetti. Continuando Re-
nea segretamente a seguir 1' eresia,
perchè troppo temeva il marito, ge-
losissimo di conservar la cattolica
religione ne' suoi stati, ai tempi in
cui il calvinismo e il luteranismo
faceva progressi , il duca venne a
discoprire , che gran numero dei
primi di lei famigliari erano infet-
ti di tali errori, e diede loro il ban-
do. Allora la duchessa mostrandosi
disgustata si ritirò nel palazzo E-
stense di Consandalo; ma nel can-
giar stanza non cangiò il cuore ,
continuando occulte corrispondenze
col suo Calvino, e facendo alunni
nella vicina terra di Argenta. Fi-
nalmente il duca, vinto ogni riguar-
do, la fece trasportare nella stan-
za del cavallo, dell'antico palazzo
d' Este, con due sole donne, men-
tre le tre figlie vennero custodite
nel monistero del Corpus Domini.
Renea astutamente si finse conver-
tita, e rientrò in grazia del mari-
to, che gli riconsegnò le figlie. In
questo tempo il duca si riconciliò
col figlio Alfonso, che dopo essersi
trovato in diverse azioni nella guer-
ra di Fiandra si restituì in Ferrara.
Eletto nel 1 555 Marcello II, il du-
ca si portò a Roma con solenne
cavalcata per fargli omaggio, ma a
cagione di sua morte attese l' ele-
zione del successore, che fu Paolo 1 V,
per adempire un tal debito come
vassallo della santa Sede. Ne'due con-
clavi il fratello cardinal Ippolito
fu vicino al pontificato contrasta-
togli dagl'imperiali, perchè racco-
mandato dalla Francia di cui era
protettore. Dopo la peste che afflis-
se Ferrara, l'Italia fu sossopia [.el-
la leea contralta da l'aolo IV col
FER
re di Francia Enrico II, contro Fi-
lippo II re di Spagna figlio di Cal-
lo V. Vinto Ercole II dalle minac-
ele del Papa, e dalle preghiere del
cognato duca di Guisa, fu obbliga-
to ad allontanarsi dal suo sistema
di pace, e die il suo nome alla le-
ga, coll'appannaggio e grado di ca-
pitano generale , di luogotenente
generale del re in Italia, e la ces-
sione di Cremona conquistata che
fosse, dovendo intanto prestare al
re di Francia settecentoventi mila
tornesi. Prevenne intanto i colle-
gati il duca d'Alba vice-re di Na-
poli per Filippo II, per invadere al-
cune città pontificie nel i55y. Pao-
lo IV pel suo cameriere conte Ales-
sandro Sacrati rimise ad Ercole II
uno stocco riccamente guarnito, ed
un cappello di velluto nero , inse-
gne del generalato, di cui solenne-
mente l' investi nel duomo il car-
dinal legato Caraffa nipote del Pa-
pa , e reduce da Venezia. Indi il
duca cominciò a fortificare Ferra-
ra, ed assoldò gente , il perchè fu
costretto d' imporre gravezze , e di
appropriarsi le rendite dell'univer-
sità che fu chiusa; questa fu l'u-
nica occasione che il buon duca
dovette aggravare i sudditi. Consi-
gliato il duca dai veneziani neutra-
li, non fece gran cosa, scuoprendo
le mire de' collegati, limitandosi a
poche imprese, ed a fornir di aiu-
ti i francesi e i papalini, scusan-
dosi per una congiura intentata
contro la sua vita, di non partire
da' suoi stati, insieme a motivi di
salute ed altro. Allora il Papa ve-
dendo mancare anche 1' appoggio
della Francia conchiuse onorevole
pace, lasciando esposto il duca per-
chè non compreso ; ma dopo alcu-
ni fatti d' armi, per la mediazione
dei veneti , e del duca Cosimo I,
FER i3i
Ercole II fu riconciliato cogli spa-
gnuoli , e tutto si restituirono le
parti quanto avevano occupato, in-
di ebbe luogo lo sposalizio di Lu-
crezia figlia di Cosimo I con Al-
fonso primogenito del duca , che
poco dopo partì per Parigi lascian-
do la sposa a Firenze.
Dopo breve malattia a' 3 otto-
bre iòooy mori Ercole II: le sue
lodi di cui sono piene le carte non
possono essere più giuste. Pruden-
te, pio, colto, generoso, introdusse
in Ferrara l'arte di fabbricar gli
arazzi all' uso di Fiandra , e l'ab-
bellì in modo che per lui conservò il
vanto di una delle più colte e più
belle città d'Italia. Rimasero di
Ercole II figliuoli legittimi e natu-
rali Alfonso II, Luigi, Anna, Lu-
crezia, ed Eleonora, oltre ad altra
Lucrezia naturale, monaca : alcuni
dicono anche un Cesare naturale
detto Trotti. Alla morte del duca
il cardinal Ippolito era in concla-
ve, ed Alfonso II principe eredita-
rio trovavasi col fratello Luigi a
Parigi. Assunse il governo la du-
chessa Renea, e spedì l'avviso del
caso funesto al figlio Alfonso, che
partì dalla Francia con l'annua
pensione di ventimila scudi d'oro,
e giunse a Ferrara incognito a' 20
novembre. Incominciò il suo gover-
no con magnanima azione, pemen-
do in libertà Giulio d' Este fratel-
lo di Alfonso I, che da cinquanta-
trè anni era prigione nel castello,
ove, come dicemmo, era morto Fer-
rante suo fratello. Il giubilo di
Giulio , e T applauso dei pubblico
fu immenso; Giulio morì poi ai
■24 mano i56i. Alfonso II ricevet-
te lo scettro dal giudice de' savi.
Subito inviò al nuovo Papa Pio IV
un ambasciatore , acciocché unitosi
coli' ambasciatore ordinario in Ro-
i32 FER
ma gli facessero omaggio, impetras-
sero in unione del cardinal Ippo-
lito e di altri il cardinalato pel
fratello Luigi; indi dovessero con-
chiudere un cambio di quel piccolo
tratto di territorio ravennate che sta
a sinistra della foce di Primaro,
con altro terreno a destra, onde poter
munire di argini il primo a difesa
delle valli di Comacchio, il che non
si vide mai ottenuto, perchè in ra-
gion politica non avrà mai voluto
il Papa privarsi del dominio di
ambe quelle sponde che lo costi-
tuivano padrone di tutta la foce
del fiume ; in fine l'accomandasse-
ro il gran negozio delle acque bo-
lognesi in cui ebbe già mano Pio IV,
quando come cardinale Gio. Angelo
de' Medici ne fu incaricato da Paolo
III. Alla clemenza successe nel nuovo
duca 1' amore delle scienze , riaprì
1' università , accrebbe la biblioteca
Estense, e protesse i dotti. A' i4
febbraio i56o fece il solenne in-
gresso in Ferrara la duchessa Lu-
crezia de' Medici, indi nell'aprile il
duca volle portarsi a baciar il pie-
de a Pio IV: questi fece doglianze
perchè Renea si mostrava pertinace
negli errori di religione, il perchè
tornato Alfonso II in Ferrara inli-
mò alla madre o di cangiar sistema,
odi allontanarsi. Renea elesse il se-
condo partito, e con una corte di
trecento persone si ritirò nel suo
castello ora città di Montargis nel-
l'Orleanese, che divenne il rifugio
degli ugonotti, che tenevano in ri-
volta il reame. Nel i56i regnò in
Ferrara una crudel carestia, ed ai
26 febbraio il fratello del duca
Luigi fu da Pio IV creato cardi-
nale. Non ostante tal flagello nel-
la città fu corte bandita per tre
giorni , con due tornei esprimenti
fatti romanzeschi ; ma a' 2 1 apri-
FER
le morì la duchessa Lucrezia, che
poco gradita era al marito pei dis-
sapori tra le case d'Este, e Medici,
massime per la dispula di prece-
denza. Da quel punto sì fatte ga-
re vennero in moda anco tra gli
ambasciatori esteri , in quasi tutte
le corti di Europa, e dierono per-
sino disturbi al concilio di Trento.
La Francia, Paolo III ed altri ave-
vano dato la preferenza all' amba-
sciatore ferrarese sul fiorentino;
ma poi quel Papa die la prece-
denza a quel di Cosimo I. Indi Fi-
lippo If, e l'imperatore Ferdinando I
dierono la precedenza al ferrarese,
e il secondo avocò a sé la causa ,
mentre Pio IV la voleva decidere
lui, ed intanto nelle pubbliche fun-
zioni in Roma , 1' ambasciatore di
Ferrara per evitare contestazioni si
fingeva incomodato. Sotto Massimi-
liano II riuscì al duca di Ferrara
nel i568 di trasportar la causa da
Roma a Vienna; ma s. Pio V final-
mente, tutto propenso per Cosimo I,
nel 1569 Io dichiarò gran duca di
Toscana, e gli concedette persino la
corona reale , intendendo per tal
guisa di decider tacitamente.
Nel i562 il terremoto, le inon-
dazioni, la fame, e la siccità fla-
gellarono in un al morbo epide-
mico il Ferrarese. La generosità
di Alfonso II non fu minore di
quella di Borso e di Ercole I in
rimunerare con ragguardevoli doni
in contante, in possessioni, ed in
altro molti suoi cortigiani. Nel
i564 Alfonso II si portò a Lione
da Carlo IX re di Francia per rea-
lizzar il suo credito di un milione
e mezzo d'oro, ma non riportò che
promesse; indi s'incominciò la bo-
nificazione delle Polesine di s. Gio.
Battista, ed a cagione dell'estenuato
erario Estense il duca aumentò le
FER
pubbliche gramezze, ciò che dimi-
nuì l'amor de'ferraresi verso il prin-
cipe, ove in passato fra i popoli
d' Italia erano notati per singolari
in quella virtù. Alfonso II sposò
l'avvenente Barbara sorella dell'im-
peratore Massimiliano II, colla dote
di centomila fiorini del Reno, ed
a' 5 dicembre i565 la duchessa
fece la sua solenne entrata in Fer-
rara , cui seguirono splendidissime
feste. Verso questo tempo il gran
Torquato Tasso entrò nella corte
del duca col titolo di gentiluomo;
venne provveduto di tutto, e non
gli s' impose obbligo alcuno, affin-
chè potesse attender con comodo
a' suoi studi, e specialmente al poe-
ma della Gerusalemme liberata ,
già incominciato da più. anni. Il
suo padre Bernardo era stato se-
gretario di Renea, poi passò nella
corte del cardinal Ippolito lì , indi
del duca di Mantova con egual
qualifica, avendo prima fatto entra-
re in grazia della corte di Ferra-
ra il figlio Torquato. Massimiliano
li nel i566 invitò il cognato ad
aiutarlo contro i turchi , onde il
duca si portò in Ungheria colle sue
truppe, e non potè recarsi in Ro-
ma a baciar i piedi al nuovo Pon-
tefice s. Pio V, inviandole in vece
lo zio Francesco. Al campo impe-
riale Alfonso II per la sua magni-
ficenza e lusso superò ogni altro
principe, e recò stupore: però si
fatto lusso, che pur dovevano se-
guire i suoi gentiluomini, era ca-
gione ne' ferraresi di malcontento ,
perchè rovinava le famiglie, e le
costringeva a vendere le possessio-
ni, ed a far debiti. Nel i56o, Car-
lo arciduca d'Austria fu in Ferra-
ra a trovar la sorella , ed ebbero
luogo diverse feste. Neil' anno se-
guente Lucrezia sorella del duca
FER i33
sposò Francesco Maria della Rove-
re primogenito del duca di Urbino.
La sposa colla sorella di Alfonso
II Eleonora si salvarono per prodi-
gio dal terremoto, giacché Eleo-
nora, donna coltissima e di molto
spirito, per certo affettato stoicismo
vantava di non temer punto la
morte, e non voleva colla sorella
muoversi dal suo appartamento
presso il castello; crescendo il pe-
ricolo appena uscite le principes-
se rovinò il tetto ed uccise tre fa-
migliari. All' ampiezza delle stra-
de e de' giardini riconobbe il popo-
lo la sua salvezza , alla quale ac-
correndo il duca, il medesimo po-
polo gli restituì in parte la sua af-
fezione. Tal flagello si ripetè per
nove mesi quasi ogni giorno , e
qualche volta ne' successivi anni,
cessando del tutto nel i5gi: non
si mancò di ricorrere al divino a-
iuto ; in quanto poi alla rovina
delle fabbriche non è possibile far-
ne la descrizione.
Il duca nel 1573 si avviò in
Germania per congratularsi coll'im-
peratore suo cognato, dell'elezione
di Ridolfo suo primogenito in re
de' romani , nel quale anno morì
la buona duchessa Barbara, che fu
seguita dal cardinal Ippolito morto
in Roma. La singoiar attitudine ai
negozi di gabinetto, il genio straor-
dinario, unito alla liberalità verso
i letterati , e la magnificenza cui
non ebbe pari, diedero all'immor-
talità il nome del defunto, detto il
cardinal di Ferrara, a distinzione
di Luigi detto il cardinal d' Este:
fu egli che edificò la famosa villa
d' Este in Tivoli, tuttora dell' au-
gusta famiglia Estense. Nel i5y3
Alfonso II andò a Roma per adem-
piere con Gregorio XIII i doveri di
vassallo ; e nell' anno seguente pas-
i34 FÉ 11
so ad Innspiuck a far visita all'ar-
ciduca d'Austria, lasciando il gover-
no a sua sorella Eleonora, ed indi
prese il titolo di altezza in vece
dell' eccellenza, usando anche il se-
renissimo, titoli che dappoi assun-
se anche qualche altro principe d'I-
talia. Vacato il trono elettivo di
Polonia, Alfonso li vagheggiò d'oc-
cuparlo , per cui fece delle prati-
che co' magnati elettori , ma pre-
valse il Battori principe di Tran-
silvania. Enrico III re di Francia,
il cardinal Boncompagni nipote del
Papa , e i duchi di Savoia e di
Mantova onorarono di loro presen-
za Ferrara, per non nominare al-
tri grandi personaggi, tutti trattati
con sovrana magnificenza. Nel i5j5
mori Renea, la corte prese il bru-
no , ma non gli celebrò funerale ,
siccome pertinace nell' eresia. Ma-
terie di nuovi disgusti al popolo
diedero gli editti del 1577 intorno
alle caccie, e le sproporzionate pe-
ne de' contravventori. Intanto Tas-
so colla vivacità e colla nobiltà dei
versi tutti sorprendeva, e si guada-
gnò un luogo distinto nelle grazie
del suo signore, e delle principesse
sorelle Lucrezia ed Eleonora. La
gloria letteraria, e il favore de'gran-
di non gli mancò, ma i suoi amo-
ri per Lucrezia Bendedei , e per
Eleonora Sanvitali, e soprattutto il
carattere sospettoso, e la tetra ma-
linconia che abitualmente l'agitava
lo strascinarono per una carriera
infelicissima: molti nemici ebbe in
Ferrara, e in corte, il cui numero
era ingrandito dalla sua fantasia
fervida, che lo fece credere in dis-
grazia del duca, perseguitato dall'in-
quisizione , ed avvelenato, ad onta
delle ragioni che gli amici si affa-
ticarono portargli per liberarlo dal-
la fissazione.* Fa vedere il Serassi
FER
nella vita di lui che sono baie gli
arditi suoi amori con Eleonora d'E-
ste , per i quali si è creduto che
meritasse la prigione. Alfonso II
procurò in più modi sollevarlo, ma
inutilmente, e Torquato fuggì da
Ferrara nel luglio 1577. Vi ritor-
nò ben accolto, e poi scomparve ,
dopo aver detto parole sconvene-
voli contro la corte.
Mancava il duca di prole , spe-
rò di ritraila da un terzo matri-
monio, sposando Margherita Gon-
zaga figlia del duca di Mantova.
Ritornando il Tasso a corte pro-
ruppe pubblicamente in maledizio-
ni contro il duca, e i suoi cortigia-
ni, laonde Alfonso II pensò di far-
lo curare , facendolo rinchiudere
nell'ospedale di s. Anna. Nel i58o
passò per la seconda volta per Fer-
rara il cardinal s. Carlo Borromeo,
e il duca per fargli cosa grata so-
spese i divertimenti carnevaleschi ;
indi il male catarrale del castrone
infierì nella città, che nel seguente
anno perde la principessa Eleono-
ra, che visse virtuosamente e riti-
rata. Ella protesse al pari della so-
rella Lucrezia il Tasso, il quale la
ritrasse poi sotto il nome di Sofro-
nia nella Gerusalemme. Piansero i
poeti la sua morte, con varie poe-
sie alla cui raccolta fu dato il ti-
tolo di Lagrime ec. quando furono
stampate. Proseguendo il duca le
fortificazioni di Ferrara , per tali
lavori scrisse Orazio della Rena
che Ferrara e Padova erano dive-
nute le più forti città d'Italia; e
che la prima con un presidio di
dieciottomila persone , avrebbe po-
tuto resistere a qualunque assedio.
Intanto Alfonso zio del duca con-
chiuse il matrimonio del suo figlio
d. Cesare, con Virginia de' Medici
figlia del gran duca Cosimo I, col-
FER
la Jote di centomila scudi d'oro,
effettuandosi il matrimonio a' 6
febbraio i586. Dovendo poi Alfon-
so II spedire a Roma un ambascia-
tore pel solito complimento al nuo-
vo pontefice Sisto V, scelse lo stes-
so d. Cesare. Procurò il duca di
sollevare il Tasso , che fu visitato
da molti persouaggi, che apposita-
mente recaronsi a Ferrara, e per
interposizione di vari principi , di
Sisto V, e dell' imperatore Ridolfo,
essendo il sublime poeta migliorato
nel fisico e nel morale, lo lasciò
in libertà consegnandolo al princi-
pe ereditario di Mantova nel lu-
glio di detto anno. In Mantova
trovò cortesie ed onori quanti ne
meritava, ma nauseato di quel sog-
giorno andò vagando per molte
città, ed in fine mori in Roma nel
i5g5 nel convento di s. Onofrio,
nella cui chiesa è sepolto, ed ora
il eh. scultore cav. Giuseppe Fabris
è avanzato nel compiere un mar-
moreo mausoleo, che in suo onore
vuoisi ivi eretto. Un sensato ed e-
i udito articolo sulla prigionia del
Tasso neir ospedale di s. Anna, asi-
lo destinato ai poveri infermi, ed
anco alla custodia de' pazzi e fre-
netici, e delle cause che gli fecero
soffrire tante sventure , si legge in
quello che il eh. Celestino Masetti
inserì nel tomo IV dell'Album, di-
stribuz. 2. In detto anno a' 3o di-
cembre terminò pure i suoi giorni
il cardinal Luigi d'Este, zelante
della religione , munifico coi lette-
rati , e prodigo co' poveri. Colla
speranza che non andò fallita di
riempire quel vuoto, Alessandro
d' Este fratello di d. Cesare, a' 7 a-
prile dell'anno i587 prese l'abito
clericale; ma questi due fratelli il di
primo novembre perdettero il loro
genitore Alfonso marchese di Mon-
FER i35
(occhio , salito in fama per valore
militare.
A sciogliere un voto al santua-
rio di Loreto, visi portò nel i58g
Alfonso II. Vedendosi senza prole ,
cominciò a riflettere seriamente sul-
la scelta di un successore. E da
premettersi che dopo l'investitura
conceduta, come si disse, da Paolo
III al duca Ercole II l'anno i53g,
ristretta ai soli discendenti suoi le-
gittimi e naturali, stabilirono per
via di bolle i Pontefici s. Pio V
nel 1067, Gregorio XIII nel 1571,
e Sisto V nel i586, che in avveni-
re le città, terre e castella dalla Se-
de apostolica concedute in feudo,
se avvenisse caso di linea estinta
degli investiti, avessero a devolve-
re , né più si potessero ad altri
concedere. Mancata dunque che
fosse in Alfonso II la linea di Er-
cole II, si prevedeva che la santa
Sede in vigore di quelle bolle a-
vrebbe dichiarato devoluto a lei il
ducato di Ferrara. Rimanevano
bensì vegete due altre linee Esten-
si, quella cioè di Sigismondo di
Nicolò III che fu detta de' marche-
si di s. Martino in Rio , e quella
di Alfonso nato da Alfonso I e da
Laura di rara beltà, insieme ad Al-
fonsino, in istato libero, il primo
de' quali ebbe dal padre Montec-
chio castello del Reggiano, che poi
fu eretto in marchesato, ed il se-
condo ebbe la signoria di Castel
Nuovo fra Reggio e Brescello. Fu-
rono questi due figli naturali di
Alfonso I, al dire del Muratori le-
gittimati dal cardinal Gbo con
privilegio imperiale e pontificio, e
nel testamento Alfonso I legittimol-
li, coni' egli si esprime, di se solu-
to tt una soluta. Oltre a ciò non
mancano scrittori che affermauo
che Alfonso ed Alfonsino divenis-
i36 FER
sero legittimati dal matrimonio di
Alfonso I con Laura, seguito nel
i534 poco prima ch'egli morisse;
ma autori parimenti di chiaro no-
me hanno impugnato il fatto, e
quindi ne risultò una lunga dispu-
ta, che per le conseguenze che da
essa si facevano dipendere, fu una
delle più strepitose tra le storiche
e le politiche, comesi può appren-
dere dai voluminosissimi scritti pub-
blicati sopra di essa , il di cui ca-
talogo voleva riportare il Frizzi nel
tomo V delle sue Memorie per la
storia di Ferrara, e poi noi oltre al-
le succitate opere , e a quelle che
citeremo, parlammo delle ragioni
prò e contra, cóme delle analoghe
scritture , all' articolo Comacchio.
Ma comunque potessero le linee
de' marchesi di s. Martino, e di
Mon lecchi o pretendere come prete-
sero poi di avere ragioni derivate da
più antiche investiture , e di non
aver avuta parte nella transazione
fatta da Paolo HI cqn Ercole II pri-
mogenito di Alfonso I, ciò non o-
stante sulla scelta del successore il
duca Alfonso II voleva andar più
sicuro, e troncar le radici ad ogni
futuro contrasto, il perchè mandò
nel i58g il suo segretario Monte-
catino a Sisto V a fine di procu-
rare un'investitura per persona da
nominarsi da esso duca , ma non
venne concessa.
Nel i5c)o l'Italia fu desolata da
una tremenda carestia, ed il Fer-
rarese e gli altri domimi Estensi
provarono gli effetti della pruden-
za e generosità di Alfonso II. Man-
cato a' viventi Sisto V, e poco do-
po il suo successore Urbano VII,
salì sulla veneranda cattedra di s.
Pietro Gregorio XIV della nobile
famiglia milanese Sfondrati. Spedì
il duca a rendergli omaggio ed ub-
FER
bidienza Filippo di Sigismondo
d'Este marchese di s. Martino, ma-
rito della sorella del duca di Sa-
voia, e fratello di Sigismonda d'E-
ste vedova del barone Paolo Sfon-
drati fratello del Papa . Per tal
cagione il duca in quella circostan-
za chiamò a Ferrara il marchese
Filippo , Io ammise ai segreti del
suo gabinetto, e gli diede negozi
da trattarsi in quella ambasceria ,
fra' quali il procurare il cardinala-
to al giovanetto Alessandro d' Este
fratello di d. Cesare marchese di
Montecchio, e l'altro più importan-
te della successione al ducato di
Ferrara, giacché al duca venivano
sempre meno le speranze di prole.
Aveva egli più che sufficienti indi-
dizi dell' ottime disposizioni di quel
Pontefice, ed uno fu che nella con-
ferma che Gregorio XIV colla bol-
la Romanus Ponti/ex , data a' 19
dicembre, fece delle precedenti bol-
le di s. Pio V, Gregorio XUI, e
Sisto V, dichiarò che le medesime
non si dovessero intendere estese
a' feudi non ancor devoluti , se u-
na evidente utilità della Chiesa
lo consigliasse. Intanto Alfonso II
nel 1 59 1 ad istanza del Papa
estirpò certi banditi che infestava-
no il Ferrarese ed altri luoghi ;
per guadagnarne l'affetto fece ogni
possibile cortesia alla vedova co-
gnata di Gregorio XIV, quando
passò per Ferrara nel condursi a
Roma, oltre altre cose per raggiun-
gerne lo scopo che sembrava propi-
zio. Ed è perciò che il duca di-
cendo di portarsi ai santuari di
Loreto e di Assisi, passò con ma-
gnifico corteggio in Roma , ove il
marchese Filippo operava lentamen-
te. Fu incontrato da molti cardi-
nali e principi romani, e fu con-
dotto ad alloggiare nel palazzo
FER
slesso del Papa a t. Marco , con
una guardia di cinquanta alabar-
dieri : questa lo accompagnava per
Roma , contro il solito in casi si-
mili, col seguito di dodici palafre-
nieri pontifìcii , e di molte carroz-
ze, che talora arrivarono a cento;
ed ebbe da tutti il titolo di altez-
za, fuori che dall'ambasciatore di
Spagna. A' 12 agosto e qualche altra
volta ancora pranzò solo col Papa
ad una tavola separata, ed a' i5
nella cappella dell'Assunzione della
B. Vergine, che dal Papa si tenne
nella chiesa d'Aracoeli, sedette fra
i due ultimi cardinali diaconi. Si
venne poscia al grande affare , pel
quale il Pontefice nel concistoro dei
diciannove deputò una congregazione
di tredici cardinali ad esaminare se
il caso di Alfonso li fosse compre-
so nella bolla di s. Pio V. Ke ri-
cercò anco il parere del tribunale
della rota, e dall' una e dall'altra
u ebbe risposta affermativa. Propo-
se allora il dubbio : se per cagione
di evidente utilità o necessità po-
tesse il Papa concedere in feudo i
beni della Chiesa , e la risposta fu
parimenti affermativa , ma colla
condizione che tal necessità o van-
taggio apparisse. Chiese inoltre , se
a provar questa, l'asserzione del
Pontefice bastasse, e fu involuta la
risposta fra molte distinzioni. 11 Pa-
pa a liberarsene, di autorità asso-
luta in altro concistoro dichiarò il
caso del duca non compreso nella
bolla Piana, ed ordinò l'estensione
della bolla d' investitura.
Pareva il negozio ridotto a buon
termine, quando due gravi difficol-
tà gli si attraversarono. 11 duca non
era contento di un moto-proprio
semplice, e non sottoscritto dai car-
dinali, e il Papa desiderava che il
successore si uomiuasse fin d'allora.
FER i37
La sua lusinga era che tal nomi-
na cadesse in Filippo d'Este mar-
chese di san Martino, parente della
famiglia Sfondrati, e raccomandato
dal re di Spagna , e dal duca di
Savoia suo cognato; ma Alfonso II
nel segreto del suo cuore mirava
a d. Cesare suo cugino, in favo-
re di cui stava il gran duca di
Toscana Ferdinando suo cognato,
che assai potente presso i cardina-
li, muoveva ogni pietra per impe-
dire la nomina del marchese di
s. Martino. Fece anche il duca di
Ferrara offerte di ragguardevoli
compensi alla Sede apostolica, ma
non furono dai cardinali accettate,
mentre morì Gregorio XIV nella
notte de' i4 ottobre. 11 duca che
abbattuto nelle speranze si era già
ritirato a Caprarola, pervenne a' 16
a Ferrara, ove gli si accrebbe il
malcontento nel sentir eletto Inno-
cenzo IX Facchinetti di Bologna ,
ch'era stato uno de' tredici cardi-
nali contrari all' investitura. E ben
manifestò il nuovo Pontefice gli
stessi sentimenti, allorquando a' 4
novembre confermò la bolla di s.
Pio V, e rivocò la dichiarazione di
Gregorio XIV. Parve però un rag-
gio benigno ad Alfonso II la rapi-
da mancanza d' Innocenzo IX , e
l'esaltazione del cardinal Ippolito
Aldobrandino nato in Fano, ed
oriundo di Firenze, avvenuta a' 3o
gennaio \5qi, col nome di Clemen-
te Vili. Imperciocché sebbene que-
sti fosse stato delia medesima con-
gregazione, nacque lusinga che po-
tesse avere qualche riguardo alla
casa d' Este benemerita di sua fa-
miglia, perchè il di lui padre Sil-
vestro, celebre giureconsulto, era sta-
to uditore del cardinal Ippolito II,
consigliere del duca Ercole li, ed
uditore generale in Ferrara al car-
,38 FER
dirmi Accolti arcivescovo di Raven-
na , ed abbate commendatario di
s. Bartolo. In Ferrara furono edu-
cali i suoi figliuoli Ippolito che sa-
lì al pontificato, Tommaso che ser-
vì in corte al nominato cardinal
d' Este , Elisabetta che fu madre
del cardinal Cinzio Passeri Aldo-
brandini, Giovanni che fu laurea-
to nell'università ferrarese poi car-
dinale, Pietro che divenne avvoca-
to concistoriale, ed intimo segreta-
rio di Paolo III. Tali lusinghe e
speranze sparirono, quando Clemen-
te Vili a' i4 febbraio confermò
colla costituzione Ad Romani Pon-
tificis, presso il Bull. Rom. tom. V ,
par. I, pag. 334, 'a bolla di s. Pio
V, e rivocò di nuovo la dichiara-
zione di Gregorio XIV. Ad onta
di questo non potè a meno Alfon-
so 11 d'inviargli il consueto omag-
gio per mezzo di d. Cesare suo cu-
gino , senza che questi facesse pa-
rola dell'affare. Allora il duca po-
se in dimenticanza il grave nego-
zio, e non pensò che a procacciar-
si continui piaceri , che il lodato
Frizzi descrive nel tom. IV, a pag.
4' 3 e seg., con corti bandite, giuo-
chi, spettacoli, musiche di suoni e
canti, danze, cavalcate, caccie, di-
vertimenti ginnastici^ tornei, giostre,
festini, commedie, mascherate, di-
spute letterarie , gite alle diverse
ville e delizie ducali : il suono e
il canto giunse al fanatismo, per
cui dame e semplici donne, nobi-
li e plebei cantavano e suonava-
no, e molti per eccellenza a segno
che il genio armonico si trasfuse
fino ne' monasteri di monache, ed
alcuno disse che Ferrara era dive-
nuta un teatro musicale.
Nel i5o,4 Eleonora sorella di
d. Cesare sposò Carlo Gesualdo
principe di Venosa nel regno di
FER
Napoli , mentre Ippolita altra di
lui sorella si congiunse in matri-
monio con Federico Pico principe
della Mirandola : indi a' 27 marzo
a d. Cesare nacque Luigi che poi
divenne generale de' veneziani. Sem-
pre Alfonso II tenendo rivolto 1' a-
nimo a d. Cesare, già destinato suo
erede, lo ammise ai segreti del ga-
binetto, indi riportò dall' impera-
tore Rodolfo II con diploma degli
8 agosto, l' investitura di Modena,
Reggio, Carpi, Este e Rovigo a se-
conda delle antiche, e per persona
da nominarsi, sborsando perciò più
di trecentomila scudi all' impera-
tore che ne aveva bisogno per la
guerra contro il turco, premiando
decorosamente chi vi aveva coo-
perato, e ringraziando il re di Spa-
gna che in ciò l'avea protetto. Fi-
nalmente Alfonso II fece testamen-
to a' 17 luglio i5g5, nominando
suo successore ed erede in man-
canza di figliuoli propri d. Cesare
d'Este. Per tanti segni di predi-
lezione avendo la città cominciato
a corteggiar d. Cesare, il duca cu-
gino gl'intimo d'incedere più di-
messo, e gli prescrisse i gentiluomi-
ni di compagnia. Nel i5qj Alfon-
so li cadde infermo, indi convocò
i nobili, e principali cittadini, fece
aprite il testamento e pubblicò l'e-
rede ; ed il Laderchi come primo
ministro vi aggiunse un' esortazio-
ne a quel consesso a conservarsi
fedele alla casa d'Este, ed a rico-
noscere d. Cesare per suo principe;
il che seguito, al declinar del gior-
no 27 il duca rese l'anima al crea-
tore. Copiosi furono gli encomii ,
che giustamente si resero ad Al-
fonso li, quinto ed ultimo duca di
Ferrara. Geloso custode dell'eredi-
taria religione cattolica, non la per-
donò a Renea sua madre, ed ebbe
FER
Jotle di pio , perchè favori le fon-
dazioni di vari orfanotrofi, dispen-
sò dotazioni , prese cura degli or-
fani, e represse gli abusi de' tutori.
Fu temperante nel vitto, e ne' co-
stumi casto ; si distinse per acutez-
za di mente, e per maturità di
consiglio; nello splendor della cor-
te superò i predecessori , massime
ne' trattamenti coi forestieri. Ince-
deva sempre con numeroso corteg-
gio, e sceglieva pel suo servigio e
per l'ambascierie belle persone. Suf-
ficientemente colto, possedeva una
naturale eloquenza, essendo giudice
competente nell' architettura mili-
tare. Amava sopra tutto beneficare
le persone di lettere, delle quali se-
guitò Ferrara ad essere all'età sua
dolce ricetto. Alfonso II fu bello, e
robusto di corpo ; mirabile nello
sguardo , i suoi occhi esprimevano
il sentimento dell'animo; maestoso
nel portamento , fu di affabili ma-
niere , e di amena conversazione.
Fra i suoi difetti principalmente
gli viene rimproverato l' accresci-
mento de' dazi, e d'altri pesi , che
al dir del Muratori disgustò i sud-
diti cogli Estensi ; cosi viene accu-
sato di soverchia ambizione del pro-
prio merito , d' invidia all' altrui
grandezza, d' iracondia, e di nutri-
re risentimento. Con Alfonso II ter-
minò in Ferrara il dominio dell'in-
clita casa d'Este, e quanto a'suoi
principi debba il Ferrarese, si po-
trà dedurre da quanto compendio-
samente riunimmo in questo articolo,
e dai tanti suoi storici.
Mancato il duca, il conte Ca-
millo Rondinelli giudice de' savi
provvide alla sicurezza della città,
e lettosi il testamento del defunto
egli decretò che l'erede d. Cesare
fosse riconosciuto per duca di Fer-
rara, il che notificato al popolo
FER i39
al suon di tromba fu applaudilo
colle pubbliche acclamazioni. Egli
per primo suo atto inviò il fra-
tello Alessandro a pigliar in suo
nome possesso di Modena e Reg-
gio. Indi a'29 ottobre il magistra-
to si recò in castello, e coll'usate
cerimonie presentò lo stocco e lo
scettro al nuovo priucipe, che po-
scia recossi al duomo in cavalcata,
ove fu benedetto dal vescovo Fon-
tana, e dalla pubblica rappresen-
tanza ricevè il giuramento di fe-
deltà. Nel giorno dopo Cesare in-
viò la partecipazione del suo esal-
tamento per mezzo di ambasciato-
ri a quasi tutte le corti d'Europa.
Intanto Clemente Vili informato
minutamente di quanto accadeva
in Ferrara per fide corrisponden-
ze, e per vari ferraresi ch'erano
nella sua corte, il primo de'quali
era il maggiordomo Tassoni, e se-
guendo i principii di Giulio II, e
di altri suoi predecessori di ricu-
perare alla vacanza gli antichi stati
infeudati dalla Chiesa, e ritenendo
che Cesare d' Este non avesse giu-
sto titolo di succedere a quello
di Ferrara, si accinse tosto ad e-
spellerlo dal ducato. Nel concisto-
ro de' 2 novembre tutti i cardina-
li applaudirono la sua risoluzione,
meno il cardinale Sfondrato paren-
te degli Estensi. Indi giunse in
Roma l'ambasciatore di Cesare ,
notificò al Papa la morte di Al-
fonso II, e lo supplicò a riconoscere
Cesare per successore nel ducato
di Ferrara; ma Clemente Vili ri-
spose che d. Cesare Jasciasse im-
mediatamente lo stato, altrimenti
sarebbe stato trattato da usurpa-
tore, punito colle censure, e cac-
ciato dalla forza. L' ambasciatore
conte Girolamo Gigltoli volle insi-
stere perchè almeno fosse prima
140 FER
discusso ulteriormente quel punto,
e fu replicato che prima si con-
segnasse Ferrara alla Sede aposto-
lica, e poi si producessero quante
ragioni si pretendesse avere sopra
di essa, e in questi risoluti termi-
ni l'inviato ebbe congedo. Dichia-
rò poscia il Papa formalmente nel
dì 4 devoluto il ducato di Fer-
rara alla Chiesa, intimò a Cesare
la dimissione sotto pena di scomu-
nica, e gli assegnò quindici giorni a
comparire in Roma, a produrre in
persona le sue prelese. Il monito-
rio si affisse tosto a' luoghi pubbli-
ci in Roma , e fu spedito e pub-
blicato in seguito in Bologna ed
in Cervia. Partirono nel tempo
stesso da Roma tre prelati col ti-
tolo di nunzi apostolici straordi-
nari, destinati a portarsi divisamen-
te a diverse corti cattoliche per
informarle dell'avvenuto, e si ordi-
nò una sollecita recluta di milizie
sì nello stato che fuori.
I comacchiesi alla voce sparsa
del pubblicato monitorio in Cer-
via, si levarono contro il governato-
re ducale; altrettanto accadde in
Cento. Cesare intanto non si sgo-
mentò, sapendo di essere compreso
nelF investitura di Alessandro VI
ad omnes descendentes di Ercole
I suo proavo ; credeva tolta di
mezzo abbastanza l'apposta fellonia,
e la confìsca fulminata da Giulio
11, e da Leone X contro Alfonso
I suo avo, per mezzo del laudo di
Carlo V, e della transazione fra
Ercole li, e Paolo III; intendeva
poi che questa non potesse nuoce-
re a lui parente trasversale di Er-
cole II, e non concorso colla sua
linea in quella transazione; si per-
suadeva iti fine di provare la le-
gittimità de natali del proprio ge-
nitore Alfonso. Per tutte queste
FER
ragioni, comunque fossero di quel-
le che poteva avere anche l'altra
linea Estense, allora sussistente, dei
marchesi di s. Martino. Cesare si
determinò di voler sostenere le pro-
prie. Coll'appoggio dunque del car-
dinal Tarugi , e dell' ambasciatore
della repubblica di Venezia , alla
quale stava a cuore il tener lou-
tano dal proprio confine il Papa,
principe più potente dell'Estense,
e d'impedire che si eccitassero tur-
bolenze capaci di tirar armi stra-
niere in Italia, fece proporre a
Clemente Vili: che la controver-
sia si rimettesse al giudizio di
qualche sovrano, o di qualche tri-
bunale confidente; che si sospen-
desse intanto la scomunica; che si
fosse accresciuto il censo di Ferra-
ra, anche al doppio del solito;
che fosse ceduta alla santa Sede
la Romagna ferrarese, con Cento,
Pieve, Comacchio, e altra porzione
degli stati Estensi, oppure che di
essa ne facesse Cesare un feudo
in favore di Gio. Francesco Al-
dobrandino nipote del Papa; che
Cesare oltre a ciò sbottasse al Pa-
pa una somma, non però maggiore
di cinquecentomila scudi ; che per
ultimo si stabilisse matrimonio tra
una figlia di Gio. Francesco sud-
detto e il primogenito di Cesare.
Ma Clemente Vili immobile dis-
se di non voler giudici sopra di
lui, e di non essere per dar ascollo
a proposizioni se prima non gli
veniva consegnata Ferrara. Tolta
adunque per tal modo a Cesare o-
gni speranza della negoziazione , e-
gli si determinò a resistere, ed a
premunirti, benché l'erario fosse e-
sauslo, ed un numeroso partito di
ferraresi bramasse di cangiar pa-
drone, per gli accennati malcon-
tenti ravvivati dall'editto sulle cac-
FER
eie, e da Cesare rinnovato. Questi
non pertanto proseguì le fortifica-
zioni, aumentò j presidii de'Iuoglii
forti , rendendo con tal apparato
manifesta la sua intenzione di op-
porsi al Pontefice , il quale in ve-
ce affrettò 1' allestimento del suo
esercito, a cui concorse con denaro
e gente tutto lo stato , e chiamò
ad unirvisi dodicimila fanti , e
mille cavalli , che avea spediti in
Ungheria sotto Aldobrandino suo
nipote, ed in un mese potè met-
tere in armi circa trentacinquemi-
la uomini. Il generale cui affidò
l'esercito con due brevi segnati li
8 novembre, fu il cardinal Pietro
Aldobrandino suo nipote, giovane
di ventisei anni, il quale ponendo-
si in viario coi caoitani e coll'e-
sercito, prese alloggio in Faenza.
Fu veduto intanto il 12 novembre
affisso alle porte del duomo, né si
seppe per qual mano , 1' interdetto
pontifìcio, ma fu tosto da alcuni le-
vato.
Per fuggire le inquietudini e i
pericoli, Eleonora si ritirò in Na-
poli presso al marito, e Marghe-
rita vedova di Alfonso II si ritirò
a Mantova. 11 cardinale si avan-
zò coli' esercito, e nacque qualche
scaramuccia, mentre Cesare lusin-
gandosi di pacifica composizione,
spedì in Roma a' 2 3 dicembre il
conte Ercole Rondinelli con una
supplica riportata dal Fausti ni. Ma
in quel giorno stesso Clemente Vili
avea già in s. Pietro pubblicata
la scomunica colle maggiori solen-
nità, e colle più ampie forinole.
Allora i comacchiesi di nuovo ri-
bellaronsi, intanto che Cesare co-
noscendo di aver circa trentamila
uomini in Ferrara atti alle armi,
scelse dodici nobili , che chiamò
caporioni, pei diversi quartieri del-
FER 141
la città, e diede severi ordini per-
chè non fosse introdotto alcun do-
cumento dell'emanate censure, con-
tando su di estraneo soccorso. Ma
Clemente Vili di vasta mente, ve-
nerato e temuto, avea ben saputo
guadagnar il favore o l'indifferen-
za de' gabinetti in questo affare;
Ridolfo II era minacciato da'turchi,
ed Enrico IV re di Francia era
disposto di difendere i diritti della
Sede apostolica colle armi, il che
però la prudenza del Papa non
credè accettare. Filippo II re di
Spagna si mostrò indifferente, e la
repubblica veneta poco fece: il gran
duca di Toscana, e i duchi di Ur-
bino e di Savoia non vi presero
parte. Intanto la scomunica ovun-
que si pubblicava, ed una congiu-
ra s'intentò contro Cesare, che già
ne avea scoperta altra. In tal fran-
gente Cesare domandò consiglio al
suo teologo p. Palma gesuita, che
lo persuase ad evitar una guerra
con evidente pericolo , di temer
gli effetti delle ecclesiastiche cen-
sure, e serbarsi in pace il ducato
di Modena e Reggio, ed a rimet-
tere al favore del tempo le sue ra-
gioni. A tali saggi suggerimenti
Cesare si attenne, ed inviò la du-
chessa d'Urbino Lucrezia sorella di
Alfonso II a Faenza, per concerta-
re col cardinal Aldobrandino un
accordo men dannoso che fosse pos-
sibile: tale scelta non fu lodata,
perchè Lucrezia era nemica di
Cesare. Ad onta del rigore, la sco-
munica fu consegnata al vescovo
di Ferrara, il quale a' 3i dicem-
bre i5g7 la pubblicò senza timore
nel duomo, e fece affiggere alla por-
ta maggiore. Lucrezia giunse al
cardinal Aldobrandino, e lo trovò
col cardinal Bandini legato di Ro-
magna datogli per assistente. Si
^!K1 FER
■vuole che Lucrezia d' Este avesse
istruzione di salvare almeno la
Romagna ferrarese, e l'artiglierie,
l'ima come allodi della casa d'E-
ste acquistati col proprio denaro,
l' altre come costrutte in maggior
parte da Alfonso I di sua mano
e col proprio erario, mentre si di-
ce che il cardinale aveva inten-
zioni moderate.
L'armistizio, la spedizione in
Faenza del principe Alfonso figlio
di Cesare d'anni sette in qualità
di ostaggio, e la deposizione da far-
si da Cesare nelle mani del ma-
gistrato di Ferrara dell' insegne del
ducato ferrarese, furono i capitoli
preliminari . In esecuzione di ciò
Cesare licenziò gli operai delle o-
perazioni, a' q gennaio rinunziò
al magistrato i simboli della si-
gnoria che da lui aveva ricevuti ,
e spedi il figlio a Bologna; men-
tre Clemente Vili a suppliche del-
la città di Ferrara compresa nella
scomunica, facoltizzò il cardinal ni-
pote di assolvere que' ferraresi che
si fossero staccati dal partito di
Cesare, e l' interdetto fu sospeso a
a tutto il mese di gennaio. La co-
pia della concordia che si veniva
concertando in Faenza si dovette
più. volte portare a Ferrara per-
chè Cesare fece de' cangiamenti; in-
fine concordati i quindici capitoli da
ambe le parti, Clemente Vili con
breve de' io gennaio autorizzò il
cardinale ad accettarli, il che seguì il
1 2 o 1 3 con solenne istromento sti-
pulato in Faenza. I capitoli li riporta
il Frizzi, nel tom. V, p. 12 e seg.,
de' quali si contenteremo darne un
sunto. Che d. Cesare sia assoluto
in forma amplissima da tutte le
censure in un ai suoi successori e
aderenti, rilasciando però il pos-
sesso del ducato di Ferrara colle
FER
sue pertinenze di Cento, e della
Pieve, e de' luoghi di Romagna. Che
sua Santità piglia sotto la prote-
zione della Sede apostolica d. Ce-
sare e i suoi successori, e non la-
scierà molestare i suoi stati impe-
riali. Che sia permesso a d. Cesa-
re mandar fuori di Ferrara tutte
le gioie, ori, argenti, ed altre cose
preziose, i sali, i grani, le biade,
le farine, e i mobili e semoventi,
ed altrettanto a chi lo seguirà ;
che le carte e le scritture sarebbe-
ro separate, e date alle parli quel-
le che gli appartenessero, e le
artiglierie e munizioni esistenti in
Ferrara ed altri luoghi si divide-
rebbero tra le parti. Che a d . Ce-
sare e successori rimanessero tutti
i beni allodiali, con privilegio di
immunità, e volendoli comprare la
camera apostolica se gli diano a
giusto prezzo. Che d . Cesare possa
riscuotere tutti i crediti che si tro-
verà avere in Ferrara, e ne' luoghi
che si lascieranno: rimangono a lui
e successori il gius patronato della
preposilura di Pomposa, e quello
della Pieve di Bondeno. Che sua
Santità faccia dare a d. Cesare tut-
te le possessioni delle lame del
Carpigiano colle loro case ed edili-
zi. Che la camera apostolica dia
ogni anno a d. Cesare e suoi ere-
di quindicimila sacchi di sale nei
magazzini di Cervia pel medesimo
prezzo e misura che dava ad Al-
fonso li, e che pel Po e ducato
ferrarese lo possa trasportar via
senza pagamento di dazio. Che d.
Cesare ritenga i gradi, prerogative
e preeminenze per grazia speciale,
che avevano i principi d' Este
mentre possedevano il ducato di
Ferrara. Che per li beni precariati
della badia di Nonantola, sua Sali-
tila si degni concedere alla città di
FER
Modena, e a quei di Nonanlola
conforme alla Bonifaciana, o alme-
no conceda poterli appropriare come
liberali della detta badia al cinque
per cento a stima de' periti. Che
in grazia di d. Cesare il Papa fac-
cia Carpi città. Che il cardinal Al-
dobrandino né altri per la sede
apostolica possa entrare in Ferra-
ra prima del 29 presente mese,
e che le sue robe rimaste gli
si manderanno. Che il cardinale
ed altri per la Sede apostolica
dopo il detto termine entrino in Fer-
rara pacificamente, e provveda che
niuno ne riceva danno. Che quel-
li che seguiranno d. Cesare pos-
sino godere in un agli eredi, be-
ni mobili , ed immobili come se
abitassero in Ferrara ec. ec. V.
Convenzioni e capitoli fatti nella
restituzione del ducato di Ferrara
Ira N. S. ed. Cesare df Este al-
ti i3 gennaio i5g8 in Faenza,
Bologna e Cesena 1598; Gaspare
Sardi oltre le Historie ferraresi,
Ferrara i556, ci ha pur dato, il
Libro, delle storie ferraresi aggiun-
tivi di più quattro libri del dott.
Faustini sino alla devoluzione del
ducato di Ferrara alla santa Sede,
Ferrara 1646. Il suo continuatore
fu il detto Agostino Faustini, che
ci die \' Aggiunte alla Storia di
Ferrara, libri IV, co' quali giunge
appunto alla devoluzione del ducato
alla santa Sede. Il Blavio tratta del
ducato di Ferrara, nel suo Thea-
trum orbis terrarum , come nel
Thealrum civitatum. Giovanni Ghi-
ni, Defensio /unum Sedis apostoli-
cae prò responsione ad manifestum
pubblicatimi ex parte ducis Mu-
tinae super praelensa occupa tione
ducalus Ferrariae.
Qui però noteremo, che sebbene
gli storici affermino essere stata con-
FER .43
chiusa la pace tra Clemente VIII
e Cesare d'Este in Faenza , pure
si legge nell' Album del 1843, pag.
289 un erudito articolo su Sola-
rolo (di cui parleremo all'articolo
Ravenna, Fedi), castello di Roma-
gna, del dotto e eh. professore Igna-
zio Montanari, in cui egli dice, che
Lucrezia duchessa d'Urbino, man-
dataria di Cesare Estense duca di
Ferrara, trattò la cessione di quel-
la città al pontefice coi cardinali
Aldobraudini e Bandini legati di
Clemente VIII in Solarolo; ed ag-
giunge, che se deve darsi credenza
a voce che ancor si mantiene, l'at-
to di cessione fu scritto sotto le
mura a un tiro di moschetto, so-
pra un ponticello che ancora man-
tiene il nome di ponte degli atti.
Non si deve inoltre tacere , che il
più recente faentino che compilò la
storia patria, cioè il eh. Bartolomeo
Righi nei lodati suoi Annali della cit-
tà di Faenza, all'anno 1598, narra
che d. Lucrezia in recarsi a Faen-
za per la convenzione in discorso ,
fu molto onorevolmente accolta dai
due cardinali , che con numerosa
comitiva di cavalli l' incontrarono
fino a Solarolo; e che ricevuta in
città (Faenza) dagli anziani e dal
rimanente dell'esercito papale, ven-
ne pomposamente al pubblico pa-
lazzo; quivi, continua l'annalista, a'dì
i3 gennaio 098 fu conclusa e pub-
blicata la pace, intorno a che eb-
bero luogo in Faenza due iscrizio-
ni, l'uua nella facciata della catte-
drale a cura di monsignor vescovo
De Grassi, e l'altra nella sala mag-
giore del pubblico palazzo per ope-
ra del governatore.
Adempito ch'ebbe Lucrezia alla
sua legazione si restituì a Ferrara,
ed il cardinale da Faenza andò
a Bologna. A Cesare fu di con-
i44 TER
forto Ir rinnovazione dell'investi-
tura, che gli fece l'imperatore Ri-
dolfo IT, di Modena, Reggio, ed
altri luoghi che la sua casa rico-
nosceva dall'impero. A' 17 gennaio
giunsero in Ferrara monsignor Mat-
teucci arcivescovo di Raglisi per
la divisione delle scritture , e Ma-
rio Farnese generale delle artiglie-
rie pontificie per la divisione del-
le artiglierie e munizioni da guer-
ra: queste in numero di settanta-
due stavano nel magazzino, e fu-
rono divise a sorte e in peso e-
guale. V'erano tra loro quattro can-
noni famosi allora e per la gran-
dezza e per l'artefice che fu Al-
fonso I, appellati il gran diavolo
ed il terremoto che toccarono al
Papa, e la regina e lo spazzacam-
pagna che rimasero al duca di
Modena. In quello stesso giorno
Clemente Vili spedi bolla sotto-
scritta da tutti i cardinali, colla
quale ratificò la convenzione, rivo-
cò affatto la scomunica, e deputò
il cardinal nipote a prendere pos-
sesso di Ferrara a nome della santa
Sede. Vari altri brevi fino a do-
dici dal Papa si emanarono poi,
dichiarando lo stesso nipote legato
a Intere del ducato di Ferrara ,
con amplissime facoltà. Cesare spe-
dilo a Modena il suo archivio pri-
vato e prezioso , e celebre tanto
per l'uso che ne fece poi il dottis-
simo Muratori nell'illustrare le an-
tichità de'bassi tempi, e la sua non
men pregevole biblioteca, e il museo,
colle artiglierie e i mobili di sua
pertinenza, nel dì 28 gennaio en-
trò nella cattedrale ove 1' arcive-
scovo Matteucci celebrando la mes-
sa lo ribenedì. Passò poscia nel
castello, e di là preceduto dalla
moglie e figliuoli, e dalla corte in
numerose carrozze, egli soloinun'al-
FER
tra, scortato da seicento cavalleg-
gieri, duecento archibugieri a ca-
vallo, e trecento soldati di fante-
ria, senza levar mai gli umidi oc-
chi da una lettera che leggeva, at-
traversando il giardino detto del
padiglione, si avviò verso la por-
ta degli Angeli, ed ivi rammen-
tandosi de' carcerati delle prigioni
del castello, e di quelle comuni
del podestà sotto il palazzo del-
la Ragione , mandò a liberar-
li, meno uno reo di enormissimi
misfatti. Dato questo ultimo coman-
do Cesare s' incamminò pel suo du-
cato di Modena, seguito dal suo se-
gretario di stato Laderchi. Al du-
ca fu mandato in Modena il figlio
Alfonso da Bologna, dove il duca
di Poli Lotario Conti n'era stato
il custode.
Appena fu partito Cesare da Fer-
rara i due notali che fecero il ro-
gito della convenzione faentina, la
presentarono al magistrato della
città, e gli notificarono l'assoluzio-
ne pronunziata dal cardinal legato
della scomunica che aveva sospesa.
Il magistrato che aveva spedito
fino dal giorno 17 alcuni amba-
sciatori a Bologna a far compli-
mento a nome del pubblico al
cardinale, altri ne deputò in que-
sta occasione a portargli i pubbli-
ci ringraziamenti. Dagli uni e da-
gli altri accompagnato, mosse final-
mente lo stesso legato nel giorno
19 gennaio 1598 alla volta di
Ferrara , preceduto e seguitato da
dodicimila cavalli, e ottomila fan-
ti . Giunto al confine ferrarese
fece alcuni alti possessorii per ro-
gito de' mentovati notali; ed alla
vista di Castel Tedaldo il magi-
strato col corteggio del collegio dei
dottori, e de' corpi delle arti gli
conseguo le chiavi delle porte della
FER
città e delle prigioni. Egli salì so-
pra una superba chinea, e sotto
un baldacchino sostenuto da ven-
tiquattro giovani cittadini in vaga
divisa, entrò per quella porta, den-
tro la quale si trovò incontro il
vescovo con l'uno e l'altro clero,
e passando per le vie adorne di
tre archi trionfali e di tappeti,
fra il suono di molti strumenti,
e lo strepito delle artiglierie delle
mura, entrò nella cattedrale, fece
gettare al popolo dalla loggia che
pn quella porta maggiore
duecento scudi in piastre, e in fi-
ne si ricovrò nel castello. I detti
sostenitori del baldacchino furono
creati cavalieri aurati , date loro
due medaglie allusive all'acquisto di
Ferrara, l'una d' oro, l'altra di ar-
gento, e gli fu assegnato alloggio
e pensione di scudi dieci mensili,
qualora si fossero portati ad abi-
tare in Roma. Si fecero per tre
notti continue pubbliche illumina-
zioni dai cittadini. La relazione di
questa entrata fu stampata in Ro-
ma dalla tipografìa camerale l'an-
no stes-*> 1 5t)8. Nel secondo gior-
no si accrebbe il peso del pane,
si spiegarono alle quattro torri del
castello gli stendardi del Papa, e
fu permesso col carnovale l' uso
della maschera, in quell'anno non
ancor permessa. Fu sollecito il le-
gato di spedire diversi prelati a pren-
dere possesso de' principali luoghi
del ducato, come di Comacchìo,
fìondeno , Cento, Pieve, Ragnaca-
valio, ec Nel solennizzare l' anni-:
versano della coronazione di Cle-
mente Vili riformò gli antichi da-
zi , molti minorandone tino alla
metà meno, molti togliendoli affat-
to; di altri dazi soppressi, e del
nuovo sistema di finanza , il Friz-
zi ne tratta al tomoli, pag. a3i
vot. xuv.
FER 145
e i3i. Sei ambasciatori inviò il
magistrato a Roma, a prestar o-
maggio al nuovo immediato sovra-
no. Intanto il legato chiamò a sé
il diritto antichissimo statutario del
magistrato di eleggere il proprio
podestà, lasciando la scelta del vi-
cario al magistrato; presto restò
abolita la carica del podestà e dei
giudici subalterni, e come si disse
vennero introdotti i luogotenenti;
ed a' 7 febbraio prestò il magistra-
to a nome del popolo il giuramen-
to di fedeltà al nuovo sovrano.
Non solo Clemente Vili colla bol-
la Sanctissimus , data 19 gennaio
1598, Bull. Rom. tom. V, par.
II, pag. ao5, dichiarò formalmente
il ducato di Ferrara ricaduto alla
sauta Sede, come soggetto alla co-
stituzione di s. Pio V di non alie-
nare i beni della Chiesa, ma lo
consegnò perpetuamente al patroci-
nio dei ss. apostoli Pietro e Pao-
lo mediante la bolla medesima.
La duchessa di Urbino Lucrezia
mori a' ia febbraio, senza che si
fòsse effettuato il conferimento del
titolo di duchessa di Bertinoro pro-
messogli. Istituì suo erede univer-
sale il cardinal Aldobrandino, tras-
curando il proprio cugino duca di
Modena, ed il marito duca d'Ur-
bino, egualmente da lei abboniti.
Alla perdita che fece il duca di
Modena di sì pingue eredità, si
unirono le pretese che gli promos-
se contro il cardinale, ch'ebbe in
compenso diecimila scudi sui cre-
diti di Francia, e sessantamila scu-
di in tanti beni nel Ferrarese. In
pari tempo Auna Estense, altra so-
rella di Alfonso II , già duchessa
di Guisa ed allora di Nemours,
prelese i beni e credili della casa
d'Este in Francia, importanti un
milione e mezzo d oro , ed il par-
10
i46 FER
lamento di Parigi decise in SUO fa-
vore. Oltre ad un legato a Intere,
destinò il Papa al governo della
provincia di Ferrara un prelato
con titolo di vice- legato, ed il pri-
mo fu monsignor Alessandro Cen-
turioni arcivescovo di Genova; in-
di furono pubblicati i bandi gene-
rali sopra le materie criminali, e
la costituzione di riforma del foro
civile, il tutto colle stampe. Ma la
compiacenza di Clemente Vili per
l' incruento acquisto di Ferrara non
era completa se non veniva a ve-
derla, ed a mettervi l'ordine in per-
sona. Egli annunziò dunque agli
i i febbraio in concistoro la sua
determinazione d' intraprendere con
gran seguilo questo viaggio, in cui
varie altre ragioni politiche notò il
cardinal d'Ossat nel tom. Ili delle
sue Lettere. Comunque fosse, la ri-
soluzione del Papa non piacque a
parecchi cardinali , sì per le spese
e gì' incomodi particolari eh' erano
per sostenere nell' accompagnarlo,
come pel dispendio della camera
apostolica stessa ; ma niuno aperta-
mente si oppose. Mentre il gran se-
guito ed equipaggio si allestiva, il
Papa dichiarò uditore di rota mon-
signor Sacrati ferrarese, indi inviò a
Ferrara, ove giunsero a' 1 4 marzo,
i monsign. Tassoni ferrarese, e Mal-
vasia bolognese in qualità di forieri
a preparare l'occorrente per la sua
venuta. In fine preceduto dalla ss.
Eucaristia (V. Eucaristia che pre-
cede i Papi ne' viaggi , ove pure
si dice di quella del presente con
analoghe notizie, cioè a pag. 169
del voi. XXII del Dizionario), il
Papa uscì da Roma li 12 aprile,
ivi lasciando con sommi poteri il
cardinal Innico Avalos d* Aragona.
Il cardinal Aldobrandino gli si por-
tò incontro sino a Macerata con
FER
molti nobili ferraresi , ma per la
penuria degli alloggi dovettero fer-
marsi a Ravenna. A Rimini Cle-
mente Vili ricevette gli ossequi del
duca di Modena, e di Alessandro
suo fratello, e li tenne alla sua ta-
vola; ed a Ravenna gli baciarono
il piede i mentovati ferraresi , fa-
cendo loro il Papa le migliori ac-
coglienze, e promise ricompense ed
avanzamenti ai ferraresi nella cor-
te di Roma, ed intanto fece cava-
lieri alcuni deputati della Roma-
gna ferrarese , che si avanzarono
colà a prestargli omaggio : per quel-
la parte Clemente Vili entrò nel
Ferrarese tra i viva e i festeggia-
meli li dei tripudiane suoi novelli
sudditi.
Nella villa di s. Nicolò gli fu
incontro il vice-legato con altri fer-
raresi, ed a' 6 maggio il ss. Sagra -
mento accompagnato dal sagrista
fr. Angelo Rocca agostiniano, che
di questo viaggio ci die minuta
descrizione , pervenne alla chiesa
suburbana di s. Giorgio, incontra-
to con lumi processionalmente dal
clero. A quel monistero di Olive-
tani giunse il Papa nella sera se-
guente, ed ivi prese riposo nella
notte. Nella mattina degli 8 cele-
brò la messa , e dopo il pranzo si
pose sotto una loggia nobilmente
eretta sulla piazza; allora il magi-
strato uscì dalla porta s. Giorgio,
e per mano del giudice de' savi gli
consegnò le chiavi della città; com-
piuta la qual cerimonia assunse il
Papa gli abili pontificali ed il tri-
regno , e cominciò il suo maesto-
sissimo ingresso per detta porta, e
coli' ordine seguente. Prima di tut-
ti precedettero ottantacinque muli
con rosse gualdrappe; indi due cor-
rieri; quattro compagnie di lancie-
ri e archibugieri; i cavai leggieri
FER
del Papa; i mazzieri de' cardinali
a cavallo colle valigie de' padroni.
e loro famiglie; i curiali laici , il
barbiere e sartore del Papa, con
dodici palafrenieri con altrettante
cbinee bianche a mano nobilmente
guarnite, col maestro di stalla; sei
trombetti; i caudatari de' cardinali ;
gli scudieri del Papa con vesti ros-
se ; i camerieri extra muros colle
vesti rosse; due aiutanti di came-
ra del Papa con due valigie di vel-
luto rosso; tre avvocati concisto-
riali col procuratore fiscale, e i se-
gretari con cappucci paonazzi; i cu-
biculari apostolici del collegio par-
tecipanti; i cappellani segreti del
Papa; i nobili ferraresi e forestie-
ri ; i camerieri di onore e segreti
del Papa, quattro de' quali porta-
vano i cappelli pontificali; i segre-
tari apostolici; gli abbreviatoli; gli
accoliti; i chierici di camera; gli
uditori di rota nell'abito loro ne-
gro, con rocchetto e mantelletta; i
suddiaconi apostolici con vesti pao-
nazze e rocchetto; i baroni, titola-
ti, principi, duchi, marchesi, con-
ti; l'ambasciatore di Bologna solo;
gli ambasciatori di Francia, Venezia
e Savoia del pari; altri sei trombet-
ti; i principi del soglio pontifìcio;
il vescovo col clero di Ferrara a
piedi; i mazzieri pontificii a caval-
lo; i maestri delle cerimonie; due
maestri ostiari virgo, rubea; il cro-
cifero del Papa suddiacono aposto-
lico in abito pontificale colla croce;
due chierici della cappella con lan-
ternoni accesi, e venti di essi con
torcie accese accompagnando il ss.
Sagramento portato sotto baldac-
chino da una bianca chinea, le cui
aste sostenevano otto preti con cot-
ta; monsignor sagrista colla ferula
in mano, e i monaci di s. Gior-
gio ; i principi che sogliono sedere
FER li-
nei banco de' cardinali qui avreb-
bero dovuto cavalcare. Incedevano
quindi ventisette cardinali sopra
mule; monsignor tesoriere che get-
tava danaro da ogni canto di stra-
da; un palafreniere colle chiavi
della città; trenta paggi ferraresi
riccamente vestiti. Il sommo Pon-
tefice in sedia gestatoria portato da
otto palafrenieri sotto un baldac-
chino che sostenevano i dottori le-
gisti, e medici della città, fra due
ale numerose di guardie svizzere;
il maestro di camera del Papa con
due camerieri segreti, cioè il cop-
piere e il segretario d' ambasciata ;
il medico, il caudatario, e gli aiu-
tanti di camera del Papa pure a
cavallo. Noteremo che il p. Gatti-
co, Ada caeremonialia, pars se-
cunda, pag. 193, De itinere Cle-
mentis FUI Ferrariam versus, et
de ejus reditu ad urbem, ec, dice
che i cardinali cavalcarono dopo il
Papa colle cappe e cappelli rossi,
sopra le mule pontificalmente or-
nate. In fine cavalcavano un gran
mimerò di prelati con mantelloni,
cappelli, e nude pontificalmente or-
nate , fra' quali quaranta fra pa-
triarchi, arcivescovi e vescovi, pri-
ma quelli vestiti in pontificale ,
poi gli altri ; indi i protonotari
apostolici , i referendari di segna-
tura, ed altri togati. Per le vie
della Ghiaia, di s. Pietro, del Sa-
raceno, di s. Francesco, della Gio-
vecca, e per la piazza del duomo
il Papa pervenne in questo. Quan-
to sfoggiassero i ferraresi nell'ador-
na re le loro case lungo le nomi-
nate strade con tappeti , arazzi,
pitture ed archi può ciascuno im-
maginarlo. Dalla cattedrale Clemen-
te \ III passò al castello, e il nu-
meroso corteggio fu distribuito fra
le migliori abitazioni.
i48 FER
Per Ire notti fu illuminata tuffa la
città, ma nella seconda a cagione di
un fuoco artificiale festivo, acceso da
un bombardiere anconitano papalino
sulla torre del castello della Mar-
chesana, ove al presente sta l'oro-
logio pubblico , rimase essa nella
estremità tutta consunta dalle fiam-
me. Accorsero i ferraresi alla solita
chiamata della campana , e i no-
bili singolarmente a cavallo con
armi bianche secondo l'uso di quei
tempi, e gli artigiani come prescri-
ve lo statuto di Ferrara: si mise-
ro in armi pure le scorte militari
del Papa, e tutta la città fu piena
di spavento. Il sospetto di una sol-
levazione consigliò il Pontefice nel
bisbiglio senza attendere schiarimen-
ti di fuggire a piedi con pochi fa-
migliari fuori del castello, e andò
al palazzo del vescovo. Ivi tutti
dormivano , e se vegliava alcuno
era preso da egual timore, onde
per quanto si bussasse , mai fu
aperta la porta. Allora Clemente
Vili per la scala del cortile duca-
le salì all'appartamento della de-
funta duchessa d'Urbino, dove rag-
giuntolo il cardinal legato, lo in-
formò della vera cagione del disor-
dine, e gli rese la calma, aiutando
poi con limosine le famiglie di quel-
li ch'erano periti per l'incendio,
i quali suffragò con una messa.
Nello spazio di sei mesi e mez-
zo circa di sua dimora in Ferrara,
il Papa si applicò principalmente
a stabilire nuovo ordine di gover-
no, avendo in vista, da quel grafi-
d* uomo eh' egli era, il passato, la
magnifica corte Estense, le preva-
lenti passioni, e calcolò pure l'am-
bizione, gli onori e l'interesse dei
feria resi. Colla costituzione detta
Centumvirale, pubblicata a' i5 giu-
gno, creò un consiglio stabile da
FER
rinnovarsi però ad ogni tre anni,
composto di cento cittadini , nel
quale ripose la generale rappresen-
tanza del popolo. Lo divise in Ire
ordini: nel primo circoscritto a ven-
tisette luoghi, pose altrettanti no-
bili scelti da quelle famiglie che
poterono allora somministrare in-
dividui per l'età e prudenza capa-
ci di reggere i pubblici negozi: volle
che ad ogni rinnovazione fosse riser-
vata a sé ed a'suoi successori la lo-
ro elezione, sebbene poi aggiungen-
dovene egli stesso nel 1601 aldi
cinque, ed i Pontefici che vennero
dopo fino a Clemente XII, altri
ventotto, ascendessero fino a ses-
santa, e fossero confermati di trien-
nio in triennio finché vivessero e
sino a che durò il consiglio. Nel
secondo ordine collocò cinquantacin-
que altri soggetti indistintamente
nobili , ed onorati cittadini , e ne
lasciò la rinnovazione triennale al
consiglio medesimo. Compose l'or-
dine terzo di dieciotto tra mercan-
canli ed artefici, de' quali lasciò sin
da principio la nomina agli stessi
corpi delle arti, che limitò a quel-
le de' Setaioli, drappieri, mereiai,
banchieri, aromatari, fabbri, ed ore-
fici , sebbene poi i banchieri nel
1 7^7 ne fossero levali, coli' essere
resi capaci dell'ordine secondo.
Colla stessa costituzione Clemen-
te Vili istituì un magistrato de-
cemvirale da trarsi annualmente
dai consiglieri medesimi , dal loro
corpo; uno cioè dal primo ordine
coli' aulico titolo di giudice de' sa-
vi, sette dal secondo e due dal ter-
zo col titolo parimenti usalo in
addietro di savi. Fra questi corpi
divise le facoltà di provvedere ai
bisogni pubblici, con subordinazio-
ne però a' cardinali legati, senza la
intelligenza e l'approvazione dei
FER
quali in sostanza nulla si lasciasse
eseguire. Ivi aggiunse ancora varie
entrate all'erario della comunità, le
quali furono calcolate a ventisei-
mila scudi. Dichiarò ancora inclu-
se uel ducato e legazione di Fer-
rara la città di Cotnacehio, e le
terre di Cento, di Pieve e della
Romagna bassa. La costituzione
Centumvirale produsse mirabilmen-
te gli sperati effetti : ogni ordine
del popolo si trovò interessato nel-
le elezioni de' propri rappresentan-
ti e ministri pubblici, nel maneg-
gio del pubblico patrimonio , nel
regolamento dell'annona, dell'uni-
versità, de' fiumi, e nell'esercizio di
altri diritti, che prima era serbato
in gran parte al duca: cosi fu prov-
veduto alla vanità di molti, e le
immagini e lagionameuti de' tempi
Esteusi a poco a poco svanirono
dalla mente de' ferraresi. Maggior-
mente assodò la loro affezione al
nuovo sovrauo, e specialmente dei
nobili e facoltosi, la conferma che
fece Clemente \ 111 di tutti gli an-
tichi loro privilegi, ed esenzioni di
pubblici pesi personali , reali, mi-
sti ec. , ampliandoli anche ad al-
cune famiglie benemerite della san-
ta Sede. L' argomento delle acque
e de'lìumi, che da settanta anni te-
neva i ferraresi in discordia co' vi-
cini bolognesi e ravennati, fu preso
dal Papa in considerazione al mo-
do che descrive il più volte citato
Frizzi a pag. 27 e seg. del tomo V.
In mezzo a si gravi occupazioni,
Clemente Vili nella dimora in
Ferrara ricevè i complimenti degli
ambasciatori de'principi, come dei
principi sovrani che enumera il
' Frizzi a pag. 29, i quali vi si re-
carono con splendido corteggio. Ten-
ne ivi il Papa anche concistori,
creando in uno vescovo di Baguo-
FER i49
rea il ferrarese Trotti, e in quello
de' 3 1 luglio accettò la rinunzia
del cardinalato da Alberto arcidu-
ca d'Austria; in altro fece vescovo
d'Alife il ferrarese Gavazzi il se-
niore, francescano conventuale. A' 19
agosto Clemente \1II in lettica ac-
compagnato da sette cardinali e da
molli nobili ferraresi, si fece portare
alla delizia Estense di Behiguardo,
donde a'24 recatosi a celebrar la mes-
sa a Voghiera, si restituì alla città.
Ai 2 3 settembre fece una gita alla
Mesola , e di là a Comacchio, cui
accordò privilegi, gli donò tre di
quelle valli camerali, colFobbligo di
provvedere quattro prebende della
cattedrale, e di sovvenir l'ordina-
rio. Tra le sagre funzioni che si
videro in Ferrara nella dimoia del
Papa, oltre la frequenza della chie-
sa di s. Cristoforo de' baslardini, le
più. solenni furono cinque, in cui
con solennità vi presero parte tutta
la corte e curia romana numero-
sissima.
La prima fu per la pace con-
clusa tra la Francia e la Spagna
a sua cooperazione , per cui Cle-
mente \IH dopo aver detto messa
bassa nella cattedrale, intuonò il
Te Deum. Vi ritornò il seguente
giorno cou maestosissima proces-
sione dal convento di s. Francesco,
vestito pontificalmente e in sedia
gestatoria, indi assistè alla gran
messa, ascoltò analoga orazione, e
fece vescovo d'Adria Girolamo dei
conti di Porzia. La seconda fu per
la solennità del Corpus Domini,
nella quale il Pontefice benché po-
dagroso, a piedi nudi portò il ss.
Sagramento nella processione, sotto
una dirottissima pioggia. La terza
fu quando a' 29 gnigno il duca
di Sessa, ambasciatore di Spagna
a Roma, dal palazzo de' Diamanti
i5o FÉ II
o v'era alloggiato si portò ad offri-
re al Papa il tributo consueto della
chinea pel regno di Napoli ; ma
essendo Clemente Vili in letto per
la podagra, in duomo ne fece le
veci il cardinal di Verona. Nella
stessa chiesa seguì la quarta fun-
zione a' i 4 ottobre , pel sontuoso
funerale del defunto Filippo II re
di Spagna. Ultima e maggiore di
ogni altra solennità fu la celebra-
zione de'- due matrimoni, l'uno di
Filippo III re di Spagna con Mar-
gherita d' Austria, l'altro di Alber-
to d'Austria già cardinale con Isa-
bella figlia del defunto Filippo II.
Non vennero a Ferrara il re e la
sorella, ma furono rappresentati
l'uno dall'arciduca Alberto, l'altra
dal duca di Sessa. L'arciduca pro-
veniente da Vienna colla nipote
Margherita, avea un seguito di
quattromila persone fra militari ,
ministri, donne, e servi, e per la
porta degli Angeli fecero il loro
pubblico ingresso con pompa sor-
prendente, e coli' intervento di die-
cinove cardinali vestiti di colore
paonazzo, molti prelati, ambascia-
tori ec. Pranzarono col Papa, ad
una mensa per altro diversa, ed
a' i5 novembre seguirono i due
sponsali per mano di Clemente
Vili, ed ebbero luogo diverse fe-
ste, partendo da Ferrara ai 18. Il
Novaes aggiunge nella vita di Cle-
mente Vili, ch'egli donò la rosa
d'oro benedetta a Margherita ar-
ciduchessa d'Austria, e che ivi in
concistoro pubblico e con distin-
zione ricevè il cardinal de' Medici,
che poi il successe col nome di
Leone XI, reduce di Francia, che
nella pace di Vervins avea pacifi-
cata colla Spagna. Diede finalmen-
te il Papa gli ordini perchè si
preparasse l'occorrente per la sua
FER
partenza; e fatta la rassegna degli
abitanti di Ferrara, furono trovati
senza gli ecclesiastici, i forastieri,
ed altri circa quarantaduemila per-
sone, mentre gli ecclesiastici, e gli
ebrei ascendevano ad ottomila. Cle-
mente Vili raccomandò al consi-
glio centumvirale la fedeltà e la
quiete, annunziandogli il suo vicino
ritorno in Roma, che fu stabilito
pel giorno 27. Disceso in quel dì
il Papa alla cattedrale, benedì il
popolo, e per la via di Cento si
diresse per Bologna con tutta la
corte romana : la porta di Castel
Tedaldo, donde il Papa uscì, venne
tosto chiusa per sempre fino a che
fu smantellato quel castello. Al go-
verno della legazione in luogo del
cardinal Aldobrandino, che ritenne
bensì la dignità e titolo di legato,
ma ne fu quasi sempre assente ,
rimase col titolo di collegato il car-
dinal Francesco Blandrata de' conti
di s. Giorgio. Di questo viaggio
ne fanno la descrizione il Vittorelli
nelle Addizioni al Ciacconio, tom.
IV, col. 256 e seg. ; il Piatti nella
Storia de Pontefici, tom. XII, pag.
25 e seg. ; la Lettera che raggua-
glia l'entrata in Ferrara di Cle-
mente Vili, Roma 1 598 ; ed I-
sabella Cervoni , Orazione sopra
V impresa di Ferrara dedicata a
Clemente Vili 3 Bologna 1598.
Abbiamo pure da Domenico An-
cajani, De Ferrarla sub Fcclesiae
Rom. ditione feliciter recepta, ora-
tio, Romae i5gg.
Giunto Clemente Vili in Roma
con grande applauso de' romani
per sì lieto avvenimento a' 20 di-
cembre, volle che della felice im-
presa di Ferrara si rinnovasse ogni
anno la rimembranza nel giorno
dell'ingresso del cardinal Aldobran-
dino nella città, con messa solenne,
FER
visita e offerte de' conservatori, prio-
re de' caporioni, e senatore di Ro-
ma alla Chiesa di s. Eustachio
(Fedi), con altre offerte alla Chie-
sa di s. Maria d ' Aracoeli (Vedi),
e con un corso di cavalli nel car-
novale. Oltre quanto in proposito
dicemmo ai due citati articoli, si
può leggere nel p. Casimiro da
Roma, a pag. 4^7, Memorie ec, di
s. Maria in Aracoeli, l'offerta ad
essa decretata per l' universale al-
legrezza sentita in Roma per la ri-
cupera di Ferrara , che anzi nel
calice d' argento d'offerta si doves-
sero coli' insegne del popolo roma-
no scolpir le parole : ob ferrabiam
recuperatasi. Inoltre nel palazzo del
Campidoglio il senato romano col-
locò a memoria dell' avvenimento
una marmorea iscrizione. Aveva il
cardinal Aldobrandino appostati al-
cuni cannoni sopra i tre baluardi
di Alfonso li a mezzodì, rivolgen-
doli contro la città ; ma Clemente
Vili volendo rendere sicuro que-
sto ricuperato dominio, perchè me-
glio fòsse guardato, ordinò nel par-
tire che si fabbricasse una compiu-
ta e regolare fortezza. Si diede
dunque principio all'edilizio nella
quaresima del 1^99, nell'angolo
della città fra mezzogiorno ed oc-
cidente, dov' era Castel Tedaldo, e
fu quindi destinata alla rovina una
delle più fabbricate e popolose por-
zioni della città, risarcendosi i dan-
ni a quelli che ne avevano soffer-
to. La pianta pentagona si stese
parte dentro, parte fuori della cit-
tà, ma richiese nove anni il com-
pimento del lavoro. De' luoghi de-
moliti ne là il novero il Frizzi ,
loco citato, pag. 36, comprensiva-
mente a diverse chiese, delizie, ed
il famoso Castel Tedaldo. Prose-
guendosi i baluardi sino sotto Paolo
FER r 5t 1
V, per lo che nel centro della piaz-
za d'armi gli fu eretta una statua
colossale di marmo, poi decapila
ta, rovesciata, e sepolta neh' inva-
sione francese del 1796. A quel
Pontefice per aver condotto a ter-
mine la fortezza, gli furono conia-
te due medaglie, e sotto Urbano
Vili ne' torbidi di guerra si ag-
giunsero le mezze lune che copro-
no le cortine. II JVovaes dice che
questa fortezza costò due milioui
d'oro.
Il nuovo ordine di governo del-
la provincia ferrarese , portò seco
la riforma ancora del metodo nel-
la pubblica economia. Finché visse
Clemente Vili non cessò di dispen-
sar grazie ai ferraresi. Con breve
del primo marzo 1599 accordò lo-
ro la prerogativa di tenere in Ro-
ma un ambasciatore ordinario, che
aveva luogo nella cappella pontifi-
cia, e in ogni altra funzione a cui
intervenissero gli ambasciatori del-
le corone. E perchè quello che vi
aveva con egual privilegio la città
di Bologna, mosse tosto pretese di
precedenza, fu deciso che il primo
luogo nelle funzioni lo avessero
questi due a vicenda. Si pose to-
sto io possesso dell'onorifico diritto
Ferrara, col l'eleggere il conte Gi-
rolamo Giglioli, e col sostituirglie-
ne senza interruzione altri venti-
sette, che realmente risiedettero,
ed esercitarono la carica nella cor-
te romana sino alla metà circa del
secolo XVIII, nel qual tempo a solo
motivo di volontaria economia ne
furono sospese le elezioni , e fu
supplito con un provvisionale re-
sidente, finché terminò ancor que-
sto, quando cessò Bologna di no-
minai l'ambasciatore. L' ultimo re-
sidente interino, in tutto il ponti-
ficato di Pio VI fu monsignor Clau-
i5a FER
dio Tedeschi. Il Cancellieri ne' suoi
Possessi, parla dell'ambasciatore di
Ferrara a pag. 209, 210 e 281;
e noi in vari luoghi del Diziona-
rio, massime nel volume V , pag.
3 02. Nel Diario Ferrarese non so-
lo è riportata l'istituzione ed in-
terruzione dell'ambasciatore di Fer-
rara in Roma, ma evvi il novero
di tutti gli ambasciatori e residen-
ti presso di essa. Sotto il pontifi-
cato di Leone XII fu ripristinata
una rappresentanza della provincia
di Ferrara , e la prima persona
che l'assunse ebbe il titolo di de-
putato, nel quale ufficio fu nomi-
nato monsignor Carlo Emmanuele
Muzzarelli. Nella promozione de' 3
marzo Clemente Vili creò due fer-
raresi cardinali, cioè Ronifazio Be-
vilacqua patriarca di Costantino-
poli, ed Alessandro d'Este fratello
del duca di Modena. Inoltre Cle-
mente Vili concesse alla città di
Ferrara la singolare ed onorevole
prerogativa, che nel celebre e be-
nemerito tribunale della sagra ro-
mana rota, sempre vi fosse un po-
sto pei ferraresi, come si dirà me-
glio all'articolo Uditori di Rota
{Vedi). Al presente meritamente è
uditore di rota ferrarese monsignor
Carlo Emmanuele de' conti Muz-
zarelli, il cui nome è splendido e-
logio nella repubblica letteraria. 11
Frizzi nel tom. Ili delle sue Me-
morie, nelle annotazioni all' albero
della famiglia Estense, pag. 25, n.
2 3, dice che una Bianca di Gu-
rone Estense fu maritata nel i573
al nobile Annibale Muzzarelli fer-
rarese; che la famiglia Muzzarelli
è antica e originaria di Bologna,
e nelle fazioni di quella città, e
nelle pubbliche cariche di quel co-
mune viene molte volte nominata.
Aggiungo il chiaro storico, che da
FER
un albero genealogico di essa ap-
parisce che Lippo, Giovanni, e Bat-
tista Muzzarelli verso il i/^ti di-
ramarono la loro famiglia in Fer-
rara, ove ebbe tosto e conserva al
presente luogo tra le patrizie, ed
ha prodotti uomini assai chiari per
dignità, per valore, e per lettere,
nelle quali da ultimo cotanto si
distinse il canonico Alfonso, autore
di famigerate opere, ed il conte
Gaetano di cui si hanno alle stam-
pe eleganti poesie.
Un benefizio di gran conseguen-
za apportò a Ferrara l'erezione che
fece il Papa Clemente "Vili del tri-
bunale della rota, composto di cin-
que uditori da pagarsi dalla ca-
mera apostolica, con quella giuris-
dizione che si contiene nella co-
stituzione che Clemente Vili pub-
blicò in forma di breve a' 29 mag-
gio. Questo rispettabile tribunale
esistette sino agli ultimi anni del
secolo decorso , e compone vasi di
cinque avvocati uditori, de' quali
l'uno per turno era pretore : l'ul-
timo eletto entrava nel terzo anno
del quinquennio , e proseguiva a
tutto il secondo anno del nuovo
quinquennio. Il pretore della rota
avea la precedenza su tutti gli al-
tri giudici della città e ducato; ed
era giudice di seconda istanza di
tutte le cause de' secolari della pro-
vincia. L'intiera rota era giudico
di terza ed ulteriore istanza ; le
cause si decidevano per pluralità
di voti, ed il ponente non votava
se non in caso di parità per diri-
merla. V. Erectio et constilutionex
almae Rotae Ferrariae , ejusque
ducatus auditorii a Clemente Vili
promnlgatae , Ferrariae 1^99. Con-
sdii centumviralis magìstralus de-
cemvirum et Rotae auditorii Fer-
rariae instilutioj a Clementi Vili
FER
P. pracscripta , cui sitbjunguntur
diplomala varii generis, Ferrarne
jbo4- Con breve de' 12 giugno
ìlioo Clemente Vili confermò i
privilegi dell'università, ed accreb-
be quelli tle' professori e degli sco-
lari. Aveva il Papa dichiarato il
giudizio della rota ferrarese inap-
pellabile, ad eludere i cavilli in-
sorti , con breve de' 14 ottobre
1600, e poi da Urbano Vili con
breve de' io marzo 1625, in più
chiari termini si proibirono le ap-
pellazioni in Roma, così nelle cau-
se criminali, che nelle civili, eccet-
tuate però le camerali e le eccle-
siastiche. Indi diedero a che fare
multo al nuovo governo pontifi-
cio il Po glande, e il Po di Pri-
maro; e persino le milizie ferra-
resi ebbero da Clemente Vili pri-
vilegi.
Paolo V confermò legato il car-
dinal Aldobrandino , e collegato il
cardinal Blandrata, indi fece legato
nel 1606 il cardinal Orazio Spino-
la, e nel 161 5 il cardinal Giaco-
mo Serra. Gregorio XV nel creare
cardinale il ferrarese Sacrati,, il pri-
mo uditore di rota dopo la con-
cessione di Clemente Vili elevalo
alla porpora , nell' uditorato gli
surrogò monsignor Merlini forlivc
se cittadino di Ferrara per privi-
legio. Molte grazie e privilegi ac-
cuidò Gregorio XV a'ferraresi, ol-
tre la conterma di quelli dispensati
da Clemente Vili e Paolo V; elesse
un generale delle truppe residente in
Ferrara, ed alla tortezza prepose
per primo castellano il cav. Sci-
pione Anzidei di Perugia, e riunì
in Ferrara delle truppe per le guer-
re della Valtellina. Urbano Vili
nel 1623 dichiarò legato il cardi-
nal Ippolito Aldobrandino, cui poi
fu sostituito il cardinal Francesco
FER i"J3
Cennini de'Salamandri ; indi il ter-
remoto afflisse il Ferrarese) e orren-
damente la terra di Argenta. Con-
tinuando le vertenze della Valtel-
lina, Urbano Vili armò un corpo
di truppe e destinò loro per piazza
d' arme la città di Ferrara sotto
il comando del nipote d. Taddeo
Barberini generale. Decretò quel
Papa per via di un breve de' 17
novembre 1620, che il luogo oc-
cupato allora fra gli avvocati con-
cistoriali dal conte Antonio Mon-
tecatino, dovesse sempre in avve-
nire conferirsi ad un ferrarese, che
il magistrato aveva da nominare;
ma questa nomina non fu sempre
libera, e spesso si prevenne con
rinunzie degli avvocati attuali a
determinali soggetti prima delle va-
canze del posto, e senza che ne
avesse notizia, o lo potesse impe-
dire il magistrato. Attualmente è
avvocato concistoriale di Ferrara il
degno e rispettabile conte Tom-
maso cav. Gnoli ferrarese decano
del suo collegio, coadiutore dell'av-
vocato de' poveri, ed avvocato del-
l'inclito popolo romano. Nel 1627
Urbano Vili fece legato il cardinal
Giulio Sacchetti, e nel 1629 per la
successione degli stati di Mantova
e Monferrato aumentò il presidio
di Ferrara; indi la peste desolò il
Ferrarese. Per la nomina del cardi-
nal Antonio Barberini nipote del
Papa in legato a Lilere nelle tre
Provincie di Ferrara , Bologna e
Romagna, il cardinal Sacchetti di-
venne collegato, cui successe nel
i63i col titolo di legato il cardi-
nal Giovanni Battista Pallolta. Nel
i634 Urbano V 111 conferì la lega-
zione al cardinale Stefano Durazzo,
e nel 1637 al cardinal Ciriaco Roc-
ci, nel quale anno rimase preda del
fuoco uno de' più rari musei che
1 54 f i«: r
fossero allora in Europa, si pel nu-
mero, come per la preziosità delle
pitture eccellenti, delle medaglie, e
monete antiche, de' bronzi e marmi
eruditi, degli originali disegni e ma-
noscritti d* illustri pittori e scrit-
tori , e di ogni altra classe di ri-
cercate anticaglie, che Roberto Ca-
nonici nobile ferrarese con molto
discernimento e a proprie spese
avea riunito in sua casa, e tra-
mandato agli eredi. Nel i63o, il
cardinal Matteo Ginnetti fu fatto
legato da Orbano Vili. Intanto
Ira questo Papa, e il duca di Par-
ma Odoardo Farnese feudatario
della Chiesa, sovrano di Parma e
Piacenza scoppiò la guerra. Nota-
bile fu il numero de' ferraresi che
si angolarono nelle milizie papali, e
i confini del Ferrarese andarono
muniti. Il duca di Parma con tre-
mila cavalli entrò nello stato, e
giunse sino ad Acquapendente con
tal sfrenata soldatesca , che ovun-
que spargeva il terrore, ne da que-
sto andò esente Roma, e in modo
che il Papa ritirassi al Vaticano
per essere pronto al bisogno di ri-
fugiarsi in Castel s. Angelo. Per
tali trambusti, e perchè in Ferra-
ra eravi debole guarnigione, Fran-
cesco I duca di Modena trovandosi
armato per sì latte vicende , si av-
visò che quello fosse un momento
propizio per ricuperare ciò che ave-
va perduto Cesare suo avo. Se ne
avvide il cardinale Ginnetti legato,
prese opportune provvidenze, e di-
scopertosi tutto, il duca cangiò di-
visamente. Nel i643 avendo Urba-
no Vili armato poderoso esercito
per affrontare il Farnese, questi si
ritirò per Modena ne' suoi stati ,
dopo aver soggiogato Orvieto. L'in-
segni I esercito papalino temendo
per Rologua e per Ferrara, il per-
FER
che di nuovo nel 1641 fu fatto il
cardinal Barberini legato delle tre
provincie col richiamo del cardinal
Ginnetti.
Andato a vuoto a Francesco I
duca di Modena il meditato colpo
di mano sopra Ferrara , si rivolse
ai maneggi. Fece stendere in for-
ma di manifesto le ragioni che pre-
tendeva di avere sopra questa pro-
vincia, e sopra gli antichi allodiali
di sua casa passati alla camera apo-
stolica, e lo fece spargere in varie
corti; principalmente spedi a pro-
moverle a Roma il marchese di
Guilia suo maggiordomo , ma non
ne riportò risposte concludenti. Il
cardinal Barberini domandò di
passare colla truppa sino al Par-
migiano , onde comprendesse che
Urbano Vili non solo era in gra-
do di difendere Ferrara, ma di ri-
cuperare Parma e Piacenza : dopo
alcune scritture si pose all' affare
silenzio. Nel 1 643 il duca Farnese,
che si poteva considerare collegato
co' veneti, saccheggiò orrendamente
Bondeno, per la codardia del fran-
cese Valencé maestro di campo pon-
tificio, che avea forze da imporre
al nemico, come dell'altro codar-
do Muricone napolitano, coman-
dante la guarnigione di Bondeno,
perciò decapitato. Indi il Farnese
con un corpo di truppe veneziane
prese la fortezza della Stellata di-
venendo padrone del Ferrarese da
quella parte, ed i veneti avanzaro-
no le loro conquiste, manometten-
do i nemici i circostanti territorii,
massime Codigoro e il Cesenatico.
Per lare un diversivo i papalini in-
vasero alcuni luoghi del Parmigia-
no e del duca di Modena, che in
cento modi agiva come fosse stato
altro collegllo del Farnese, il per-
chè questi co' veneti volevano fare
FER FER i55
altrettanto sul Bolognese, però non gistralo romano, cavalcò d. Ascanio
gli riuscì , anzi i papalini riporta- Pio di Savoia, ambasciatore presso
rono dei vantaggi, ma a Nonanto- la santa Sede della città di Ferra-
la furono respinti, passando poi in ra , al quale il defunto Pontefice
vece a depredare le Polesine di Ro- erasi esternato con sensi di grati-
vigo, per cui i veneti inutilmente tudine e promesse di beneficenze
tentarono di unire a loro i duchi pe' mali sofferti dal Ferrarese. An-
di Modena e di Parma per com- zi va qui notato che Urbano Vili
battere 1' inimico comune. Nella accordò al magistrato la nomina
Toscana, nel Bolognese, e nel Mo- semestrale de' governatori, che fa-
denese pure lungamente si conti- cevasi dalla sagra consulta , dei
nuò con grande ardore a com- luoghi principali della provincia ,
battere, sebbene con vicendevole che poi furono cangiati in mi-
fortuna; ma col i644 venne la pa- nori.
ce che tulli bramavano, massi- Innocenzo X nel 1646 mandò
me il Papa , che sebbene in età legato in Ferrara il cardinal Bene-
decrepita contornato da parenti, e detto Odescalchi, che nel 1676 di-
dai loro partigiani, fu capace di venne Papa col nome d'Innocenzo
poter vedere nel loro vero aspetto XI. Intanto continuando per tutto
le cose, quali a lui le rappresentò lo stato l'armamento per la guer-
il cardinal Bichi , il quale come ra che si riaccese col duca di Par-
plenipotenziario della Francia non ma, e che produsse Fincameraruen-
temeva riguardi , ne si potè chiù- to di Castro e Ronciglione , non
dergli l'accesso al Papa, che ven- che l'atterramento del primo, sul
ne a conoscere che immensa rovi- Ferrarese come sul Bolognese si
na portava allo stato ecclesiastico mandarono milizie pontifìcie. Nel
la guerra, specialmente al Ferrare- i65i il cardinal Odescalchi fu con-
se, e da quante menti inesperte era sagrato vescovo di Novara nel duo-
regolata, sacrificando intere popò- mo, e lo successe nella legazione il
lozioni. La pace fu dal cardinal cardinal Alderano Cibo, cui Inno-
Donghi conchiusa a Venezia a' 3i cenzo X nel i654 gli die a succes-
marzo, in conseguenza di che Bon- sore il cardinal Giovanni Battista
deno e la fortezza della Stellata fu- Spada. Nel i655 divenne Papa A-
rono dal Farnese restituiti al Papa, lessandro VII Chigi, che dal 1629
e questi rilasciò Castro e Ronciglio- al 1 634 eia stalo vice-legato di Fcr-
ne al duca di Parma : i forti eret- rara, per cui ad essa si mostrò bo-
ti nei confini dai papalini, dai ve- nefìco. In questo tempo la celebre
neti, e dal duca di Modena si do- regina di Svezia Cristina passò per
vettero distruggere. In detto anno Ferrara nel condursi a Roma, e fu
il cardinal Giovanni Stefano Don- ricevuta con tutti gli onori. Qui av-
ghi fu dato legato a Ferrara, men- vertiremo, che se si dovessero regi-
tre poco dopo mori Urbano VIII , strare quanto riguarda l'altare delie
e per la morte del cardinale Ben- acque del Po, del Reno, di altri fiu-
livoglio ferrarese restò agevolata mi e torrenti, usdressimo dal nostro
F elezione d' Innocenzo X Parnphi- compendioso scopo, e di assai si di-
ly, nel possesso del quale, dopo gli lungheressimo. Suppliscano in parte
uditoli di rota , ed avanti al ma- le opere citate, e le taule altre che
i56 FER
sopra s\ grave punto furono stam-
pate. Calcolandosi a cento mila scu-
di annui il sollievo, che Alessan-
dro "VII portò alle pubbliche casse
ferraresi in più. modi, il magistra-
to nel 1659 gli decretò un pubbli-
co monumento di gratitudine, nel-
l'erezione di una statua di bronzo
sedente e più grande del naturale,
la quale fu collocata nella piazza
davanti al duomo, sopra un gran
piedistallo ornato d' inscrizioni in
tavole di bronzo. Però nel 1675 la
statua fu trasferita sulla piazza nuo-
va, e poi nel 1796 i furibondi re-
pubblicani la spezzarono con quel-
le di Borso e di Nicolò III d'Este.
Mentre n'era legato il cardinal Lo-
renzo Imperiali abolì la lira mar-
chesina, ideale moneta ch'ebbe ori-
gine nel i386, e prescrisse invece
a cagione dell' ulteriore suo nota-
bile decrescimento, il conteggiare a
scudi, baiocchi e denari romani: di
questo argomento ne tratta a pie-
no il Bellini. Al cardinal Lorenzo
Imperiali fatto legato nel 1657, fu
dato in successore il cardinal Gia-
como Fransoni nel 1 660 ; indi nel
1662 Alessandro VII fece senatore
di Roma il conte Giulio Cesare
Nigrelli ferrarese, che nell' anno
precedente avea terminato il corso
di sua ambasceria ordinaria per la
patria in Roma ; ed in lui il Papa
cangiò ne' senatori il titolo d'illu-
strissimo in eccellenza, che in quel-
l'età era giustamente dato con mol-
ta parsimonia. Nelle differenze in-
sorte tra Alessandro VII, e il re
di Francia Luigi XIV , che colla
legge del più forte invase Avigno-
ne e il contado Venosino, dominii
della sanla Sede in Provenza, non
mancò il Papa di far allestire un'ar-
mata per guarnire Bondeno ed al-
tri luoghi del Ferrarese. Nella pa-
FER
ce che segui poi a Pisa a' in feb-
braio 1 664 , cora' erasi fatto nella
precedente de' Pirenei, s'innestò an-
co l'affare delle pretese su Comac-
chio di Alfonso IV duca di Mode-
na. Si stabilì dunque, che quella
città colle sue valli rimanesse alla
camera apostolica ; che questa si
addossasse il monte Estense, già for-
mato in Roma a carico de' duchi
di Modena , ascendente allora fra
capitale e frutti non pagati a tre-
cento cinquantamila scudi; che si-
milmente il Papa sborsasse al du-
ca di Modena quarantamila scudi ,
ovvero gli cedesse , come appunto
fece, un palazzo in Roma; che di
più confermasse alla casa d' Este i
giuspatronati dell' abbazia di Pom-
posa, e dell' arciprelura di Bonde-
no ; che in fine il duca di Mode-
na rinunciasse a qualunque altra
pretesa contro la camera apostoli-
ca. Ma il Papa fece poi una pro-
testa nella quale impugnando l'ac-
cordo di Pisa, disse di esservi sla-
to indotto dalla violenza delle cir-
costanze, che minacciavano pregiu-
dizi alla religione, e guerra all'Ita-
lia. Anche il duca di Modena si
dimostrò malcontento, mostrandosi
enormemente leso nella convenzio-
ne, dappoiché la camera apostolica
traeva dalle pesche comacchiesi
quarantamila scudi annui. Nel i6G5
divenne legato il cardinal Girola-
mo Buonvisi ; e nel 1667 gli suc-
cesse il cardinal Nereo Corsini fio-
rentino. Clemente X nel 1670 fece
legato il cardinal Nicola Acciaino-
li ; e poi nel 1673 conferì eguale
incarico al cardinal Sigismondo Chi-
gi nipote di Alessandro VII ; indi
nel 1676 al cardinal Galeazzo Ma-
rescotti, sotto del quale e nel pon-
tificato d' Innocenzo XI i ferraresi
furono afflitti dalle inondazioni ,
FER
massime del Reno, da carestia, e
da mortalità d'uomini e di bovi.
Nel 1680 per la seconda volta fu
latto legato il cardinal Nicola Ac-
ciainoli. Alessandro Vili nel 1690
gli die in successore il cardinal Giu-
seppe Renato Imperiali. Innocenzo
Xll tolse a Ferrara una gabella,
e vedendo parecchie armate in Lom-
bardia aumentò per ogni buon fi-
ne il presidio della città. Nel 1696
tu promosso a questa legazione il
cardinal Ferdinando d'Adda, e nel
1699 vi fu surrogato il cardinal
Fulvio Astalli, nel qual anno il
Papa pei timori della guerra spedi
in Ferrara altra truppa.
Coli' elezione di Clemente XI
nel 1700, per la morte di Carlo II
re di Spagna ebbe principio la fu-
nesta guerra di successione di quel-
la monarchia fra Luigi XIV che
sosteneva il testamento del defun-
to in favore del duca d'Angiò suo
nipote, poi re Filippo V, e l'im-
peratore Leopoldo I per le ragio-
ni dell'arciduca Carlo suo figlio,
poi imperatore Carlo VI , le cui
conseguenze le provò il Ferrare-
se più di qualunque altra parte
dello stato pontifìcio. Siccome di
ciò ne trattammo al volume XV ,
pag. 36 e seg. del Dizionario, mas-
sime per ciò che riguarda Comac-
chio, anche de' seguenti pontificati,
così qui ci limiteremo ad un cen-
no delle cose più principali. Le
corti di Madrid e di Parigi trasse-
ro dal loro partito i duchi di Man-
tova e di Savoia , e questo fecero
generalissimo dell'armata d'Italia,
mentre l'imperatore oppose loro il
celebre principe Eugenio di Savo-
ia, le cui truppe subito danneggia-
rono diversi territorii del Ferrare-
se, occupando i gallo-ispani Reg-
gio e Modena, per cui il duca Ri-
FER iJ-
naldo, che nel 169^ ei-a successo a
Francesco II, fuggi a Rologna. Do-
po diverse violazioni di confini , e
depredazioni de' suoi sudditi vitti-
me delle parti belligeranti , nel
1704 Clemente XI vedendo che il
suo stato diveniva il teatro della
guerra non sua, prese il tuono di
sovrano , e a mezzo del cardinal
Astalli fece intimar ai generali del-
le parti che partissero dal Ferra-
rese, altrimenti avrebbe fatto uso
della scomunica, e delle proprie ar-
mi. Tutto fu promesso, quasi nul-
la eseguito ; anzi ad onta della neu-
tralità di Clemente XI, ritenendolo
gì' imperiali loro male affetto e fa-
vorevole ai gallo-ispani , perchè a
Ficarolo il general Paolucci coi pa-
palini era stato costretto dai fran-
cesi ad unirsi a loro, contro di lui
si rivolsero all' esaltazione di Giu-
seppe I. Ciò a Vienna fu preso per
tradimento, e il Papa stesso non
ne dubitò, per cui lo fece arresta-
re in un agli altri capi; ma poi si
conobbe essere stato piuttosto in-
considerato che malizioso il loro
procedimento, pel processo che fe-
cegli il tesoriere generale monsi-
gnor Lorenzo Corsini, poi Clemen-
te XII, mandato dal Papa per tali
emergenze a Ferrara. Morto Leo-
poldo I gli successe il figlio impe-
ratore Giuseppe I, che dimostrando
del mal umore colla corte di Ro-
ma, ne richiamò l'ambasciatore, fa-
cendo altrettanto il Pontefice del
suo nunzio di Vienna ; mentre i
fiumi portarono ai ferraresi grandi
calamità, sebbene maestri, anche a
giudicio degli esteri, nell' infrenare
i fiumi, benché inferiori a tutti di
situazione, che è quanto dire con-
dannati dalla natura a sostenere
unito il carico di tante acque su-
periori.
i58 FER
Nel 1706 la prosperità ritornò
nelle armi austriache , né più. da
loro si divise fino al terminar del-
la guerra. Inviandosi i tedeschi nel
1706 pel Ferrarese a Torino, sac-
cheggiarono case e chiese per dove
passarono , e ne' quartieri d' inver-
no dovette soffrire il peso di allog-
giare la cavalleria, e i soldati non
solo pretesero colla forza il vitto
per loro e pei cavalli, ma anco le
vestimenta ; tutto in somma era
trattamento da nemico, sehhene
non vi fosse guerra dichiarata. Man-
dò il Papa a Milano dal principe
Fugenio l'abbate Riviera per un
procedere sì aspro con potenza neu-
trale, e riuscì nel febbraio 1707
di ottenere promessa di ritiro di
truppe, e di compensi pei danni
sofferti. Però in Roma ed in Vien-
na fu disapprovato l'accordo, e poi
dopo qualche tempo ratificato. In-
tanto per (juello fatto tra gli au-
striaci ed i borbonici , i primi ac-
quistarono il ducato di Milano, e
allora e per sempre, a cagione di
essere stati fautori della Francia e
della Spagna^ benché feudatari del-
l' impero, perdendo Ferdinando Gon-
zaga ì\ suo principato di Castiglione,
e Francesco Pico il suo ducato della
mirandola, che fu venduto al du-
ca di Modena Rinaldo , e Ferdi-
nando Carlo Gonzaga il suo ducato
di Mantova. Agli acquisti fatti in
Italia, l'imperatore desiderò unire
il regno di Napoli che si teneva
dai francesi e dagli spagnuoli per
Filippo V. Mentre si domandava al
Papa il passaggio per gli stati del-
la Chiesa, il conte Daun destinato
all'impresa se lo prese anticipata-
mente, mentre nel dicembre 1707
i\i latto legato di Ferrara il cardi-
nal Lorenzo Casoni. Il fermento
tra le corti di Vienna e di Roma
FER
crebbe per violazioni di diritto sul
ducato di Parma e Piacenza, e sul
regno di Napoli ; i ministri di quel-
le di Parigi e di Madrid eccitaro-
no con minacce e promesse Cle-
mente XI a prendere qualche ener-
gica misura, ed inutilmente i car-
dinali Colloredo ed Acciaiuoli fecero
conoscere non essere caso quello
da procedere colle brusche, trattar-
si di contrasto col più forte, essere
priva la santa Sede di sufficienti
ufficiali e soldati, poter mancare i
decantati soccorsi, come si verificò,
non esservi danaro sufficiente a sos-
tenere una guerra, e doversi ten-
tare tutte le vie possibili de' trat-
tati e delle interposizioni. Comin-
ciarono dunque nel maggio 1708
a ricomparire dalla parte del Mo-
denese nel Ferrarese gli imperiali,
colla scusa di procurarsi sussisten-
za, ma con altre mire. Continuava
la casa d' Este a nudi-ire la spe-
ranza di riacquistare il ducato di
Ferrara, e il duca di Modena Ri-
naldo cognato dell' imperatore e
suo aderente nella guerra , giudi-
cando propizia l'occasione, implorò
la di lui protezione, e per conse-
guirla si studiò di persuadere Giu-
seppe I che la città di Comacchio
colle feconde sue paludi, che frut-
tava allora alla camera apostolica
annui scudi trentaduemila, fosse di
antichissimo sovrano diritto dell'im-
pero, da cui gli Estensi, e non dal-
la santa Sede l'avevano avuta in
feudo, e che Clemente Vili non
per altro la facesse sua , che per
averla confusa col ducato di Fer-
rara; conquistata che fosse dall'im-
peratore , si credeva il duca quasi
certo di riportarne da lui l'inve-
stitura : tenne la corte di Vienna
1' invito, e non tardò a profittarne.
I nominali tedeschi comandali
FER
da A al mai od e da Boneval $ av-
viarono alle valli di Comacchio
chiedendo pane e vino, e passaggio
per Trieste, ed in vece entrarono
nella città in aspetto di conqui-
statori a bandiere spiegate, ed a
tamburo battente, e con editto dei
3i mastio il conte di Valmarod
co
dichiarò di aver preso possesso di
Comacchio e delle sue valli a no-
me dell imperatore, a cui fece in
seguito che giurassero fedeltà i
pubblici rappresentanti; e nello spa-
zio di due settimane si occuparono
Ostellato, Argenta, Vaccolino, Lon-
gaslrino, Codigoro, s. Giovanni
detto s. Zango, Massafiscaglia, Mi-
gliaio, Portomaggiore, Filo, s. Bia-
gio, e s. Alberto, benché non ap-
partenessero queste terre e ville
al distretto di Comacchio. Altissi-
me querele contro siffatta sorpre-
sa fece giungere il Papa a A ienna
in più guise, senza risultalo. Vo-
lendo quindi Clemente XI far pra-
va delle sue armi temporali ingros-
sò i presidii dello slato, mise in
piedi un' armata di ventimila uo-
mini sotto il comando del conte
Luigi Ferdinando M arsigli, che i
politici nou giudicarono a propo-
sito. Ferrara e Faenza si destina-
rono piazze d'armi. Quindi Roma
impugnò un'arma più a lei fami-
liare delle spade e de'cauiiuni, nel
maneggio della quale ebbe sempre
iiunieiosi ed abili professori, e fu
la penna. Monsignor Giusto Fon-
tanini, e monsignor Lorenzo Zac-
cagna preselo a difendere con mol-
ta forza l'aito dominio della Sede
apostolica in Comacchio. Lodovico
Antonio Muratori, con altrettanto
impegno prese a dimostrarlo spet-
tante a)!' impero. i\e uscirono per-
ciò da ambe le parti assai stima-
bili scritture a stampa e scritte a
FER 09
mano, le quali se non valsero in-
teramente a far decidere con pace
il punto controverso, giovarono al-
meno alla letteratura co'molli no-
velli lumi che sparsero sulla tene-
brosa storia degli infimi tempi; ed
all'articolo Comacchio è riportalo
il novero di tali opere. Del guer-
resco apparato del Papa non ebbe
gran timore Giuseppe I, ma bensì
delle moleste conseguenze che po-
teva produrre. Prese per unissi ma
di non entrar in guerra aperta col
Papa, ma solo di stringerlo in cir-
costanze che dovesse essere il pri-
mo a chiedere di concordarsi. Il
Pontefice mandò ottomila uomini
a Ferrara delle sue recenti reclu-
te, continuò l' armamento, perchè
non si fidava delle pacifiche inten-
zioni dell'imperatore, risoluto di
non lasciar passare per lo stato
armi straniere, e di sgombrarlo da
quelle che vi erano entrate. In-
tanto i banditi e contrabbandieri
della provincia di Romagna infe-
starono i tedeschi, e molti ne ta-
gliarono a pezzi. Ma Ostellato fu
distrutto e massacrato dal nemico,
per cui le terre de' dintorni, come
Codigoro, Massafiscaglia ed altre,
procurarono comprarsi la quiete
dal general Boneval. Bondeno fu
preso e saccheggiato ad onta delta
gloriosa dilèsa che ne fece il co-
lonnello Francesco Maria Medici di
Camerino, che in premio ebbe la
carica perpetua di governatore del-
ie armi di Ferrara.
Seguitò la sorte di Bondeno il
forte della Stellata , ed il barone
di Regal pubblicò un editto in tuo-
no di governatore della provincia
di Ferrara in nome dell'imperato-
re, e nello stesso tempo la notte
de* 4 novembre 1708 cominciò a
cingere di largo blocco la città ,
1lSo FER
mentre il general Daun oon sei-
mila cavalli avea occupato Cento,
bloccato il forte Cibano, entrando
in Bologna con bandiere spiegate
e tamburo battente, e in tal modo
proseguì sino a Jesi. Tratlavasi la
pace in Roma, ma la frastornava
la Francia con promesse e minac-
ce. Conobbe il Papa cbe v'era ne-
cessità in Ferrara di un esperto e
non dipendente direttore degli affari
della guerra, ed elesse perciò col
titolo di generale Anton Domenico
Balhiani piemontese, il qual ripu-
tato militare, vestito da villano po-
tè entrar nella città, cbe ben pre-
sto ebbe rovinati i borghi di s.
Luca e di s. Giorgio, e si sentì in-
timare tre volte la resa, sebbene
l'istruzioni di Vienna erano di non
impegnarsi colla forza nel conqui-
sto. Mentre ciò accadeva nel Fer-
rarese, l'esercito germanico di Je-
si teneva i romani in agitazione,
e già il Papa pensava a ritirarsi
in Castel s. Angelo, oppure fare
una gita in Avignone, quando la
pace fu sottoscritta a' i5 gennaio
1709. Le condizioni furono che il
Papa avrebbe ridotto tutte le trup-
pe dello stato a cinquemila tra
cavalli e fanti , com' erano prima
della guerra; che avrebbe levati i
presidii posti in quell'occasione; che
le truppe alemanne sarebbero u-
scite dallo stato ecclesiastico, salvo
il passaggio al regno di Napoli; che
le pretese dell'Estense si sarebbero
giudicate in Roma da una congre-
gazione in forma giudiziaria; che
le imperiali, riguardo a Comacchio,
Parma e Piacenza, si sarebbero di-
scusse estragiudizialmcnte coll'am-
basciatore Saint-Prie ; cbe Comac-
chio fino a ragione decisa sarebbe
rimasto in potere de' tedeschi : sen-
za nominare altri articoli segreti
FER
concernenti il risarcimento al Papa
de' danni sofferti, del trattamento
regio per l' arciduca Carlo, senza
pregiudizio degli spaglinoli e fran-
cesi, i cui ministri inutilmente pro-
testarono. 11 duca di Modena non
rimase punto contento dell'accordo,
ed incominciatasi la discussione di
sue pretese su Ferrara e Comac-
chio, mai se ne vide il fine. Fer-
rara fu lasciata libera, ma il Bo-
neval esercitò in Comacchio, nelle
città e ville occupate all'intorno
delle valli un pieno dominio, e poi
ribellandosi al suo sovrano, rinegò
il cattolicismo e divenne bassi» tur-
co. Nel 17 io il cardinal Tomma-
so Ruffo fu preposto alla legazio-
ne di Ferrara, e con esempio nuo-
vo anche a quella di Ravenna.
Nel 171 1 sembrava sicura la re-
stituzione di Comacchio alla Sede
apostolica, salvo il diritto dell'im-
pero, per la qual causa non ci
convenne Clemente XI. Seguì la
morte di Giuseppe I, gli successe
Carlo VI, e il negozio restò sospe-
so per molti anni.
Nel 1714 divenne legato il car-
dinal Giulio Piazza ; enei 1 7 18 per
sospetto di parzialità del Papa ver-
so i francesi egli spagnuoli, Carlo VI
ruppe la buona armonia con Roma,
nel qual anno il cardinal Giovan-
ni Patrizi ebbe la legazione. Dive-
nuto Papa Innocenzo XIII nel
1722, die all'imperatore Carlo VI
la tanto contrastata investitura dei
regni di Napoli e Sicilia, de' quali
il monarca n' era in possesso, me-
diante il consueto tributo, e si di-
venne alla ricupera di Comacchio
dietro diverse condizioni, la cui e-
secuzione restò nel 1724 sospesa
per la morte del Pontelìce, cui gli
successe Benedetto XIII. Sotto di
questi ebbe dunque termine l'affa-
FER
re di Cornacchie», mediante accordo
col quale non s'intese tolta o ag-
giunta alle parti contraenti, ne alla
casa d'Este ragione alcuna a quel-
le che avessero avute sopra quella
città e sue valli prima che fosse
in potere dell'imperatore; che tali
ragioni si dovessero in seguito di-
scutere e decidere; che la came-
ra apostolica seguita la restituzio-
ne di Comacchio dovesse rilasciare
a quella di Vienna i quattordici
mila scudi depositati in Ferrara,
a fine di pareggiar qualunque pre-
tesa della stessa camera imperiale
sopra quelle valli, appalti, ripara-
zioni, ed altro fatto a loro van-
taggio; e che tornassero al Papa le
artiglierie che vi aveva prima, e
nel 1725 Comacchio fu consegna-
to a monsignor Fabrizio Serbello-
ni vice-legato di Ferrara . Mentre
il cardinal Patrizi con nuovo esem-
pio fungeva il terzo triennio della
legazione, mori in Ferrara nel
1727. Egli fu il primo legato che
lasciò le sue ossa in questa città,
ed ebbe in successore lo stesso ve-
scovo cardinal Tommaso Ruffo, già
legato della medesima, che tenne
splendidissima corte, ov' erano ca-
valieri gerosolimitani, mori, e suo-
natori d'istromenti da fiato: siffat-
ta munificenza 1' esercitò pure coi
poveri. Nel 1780 salì al pontifica-
to Clemente XII, il quale fece il
nuovo legato nella persona del car-
dinal Alessandro Aldobrandino. Nuo-
va cagione di guerra e di sciagu-
re pullulò pel Ferrarese nel 1 733,
per la successione del regno di Po-
lonia , sostenendone i pretendenti
varie potenze, laonde ebbero luo-
go passaggi di truppe, e qualche
conflitto. A' i4 agosto 1734 mori
il cardinal Aldobrandino, succedu-
to dal cardinal Agapito Mosca.
vol. xxiv.
FER 161
Divenuto Carlo infante di Spagna
re di Napoli, e duca di Toscana,
e di Parma e Piacenza, per la pa-
ce seguita tra l' imperatore e la
Francia questo ducato con quello
di Milano fu ceduto all'Austria, e
quello di Toscana a d. Francesco
già duca di Lorena e di Bar, i cui
dominii erano stati uniti alla Fran-
cia, giacché era morto il grandu-
ca Gio. Gastone de' Medici privo
affatto di discendenza. Non com-
portando il re di Spagna Filippo
V che al suo figlio fossero tolti
i ducati di Toscana, e di Parma
e Piacenza, venne a guerreggiare
coli' imperatore , per cui lo stato
pontificio fu inondato di truppe.
Si ordinò da Roma ai legati di ne-
gar ad esse foraggi e viveri , ciò
che eseguendo il solo legato di Fer-
rara, il Ferrarese soggiacque lun-
gamente a discrezione della solda-
tesca austriaca, che commise sac-
cheggi e violenze continue.
Nel 1788 fu ricevuta con tutti
gli onori in Ferrara Maria Amalia
figlia del re di Polonia, che an-
dava a Napoli sposa del re Carlo.
Nel conclave per l'elezione di Be-
nedetto XIV fi*. Bonaventura da
Ferrara cappuccino , di cognome
Barberini al secolo, uomo di vir-
tù singolari , e di non mediocre
dottrina , già generale del suo or-
dine e da ventidue anni predica-
tore del palazzo apostolico, riportò
nove voti pel pontificato, con raro
esempio , come notammo altrove.
Benedetto XIV nel 1740 si deter-
minò a nominare legato di Fer-
rara il cardinal Rainiero d' Elei
che aveva rinunziato a lui questo
arcivescovato, il quale venne confe-
rito al lodato p. Barberini. L' e-
stinzione della linea maschile della
nobilissima casa d'Austria, avvenu-
1 1
r62 FER
la fino dal giorno 20 ottobre 1740
per la morte dell'imperatore Carlo
VI, fu l'annunzio di nuova guer-
ra all' Europa, perchè alla di lui
eredità ed all' unica figlia Maria
Teresa regina d'Ungheria e di Boe-
mia, e moglie del suddetto France-
sco granduca di Toscana, fecero
guerra Federico III re di Prussia,
Carlo Alberto elettore di Baviera,
e Lodovico XV re di Francia, non
che il re di Spagna Filippo V, per
ricuperare i ducati di Milano, di
Parma e Piacenza. In tal modo si
vide di nuovo esposto il Ferrarese
al passaggio sempre rovinoso delle
truppe, e ad altre non calcolabili
conseguenze, tenendo le parti degli
spagnuoli Francesco III duca di
Modena, la quale fu occupata dai
savoiardi nel mese di giugno. Nel
1743 si ristabilirono i confini tra
i torri toni di Bologna e Ferrara
stabiliti nel 1^79; ed il terremoto
fece non pochi danni alla città.
Nel 1744 il cardinal Marcello Cre-
scenzi successe al migliore delega-
ti, il cardinal d' Elei, e poi diven-
ne arcivescovo di Ferrara stessa,
quando a sua vece venne fatto le-
gato il cardinal Camillo Paolucci.
A' 29 giugno del 1748 Benedetto
XIV con applauso de'ferraresi pub-
blicò la bolla pel commercio libe-
ro delle provincie pontificie, che
essendo stata poi sospesa, nel pon-
tificato di Pio VII si ripristinò.
Neil' anno seguente si rinnovò lo
stabilimento de' confini veneti e
papalini, ed ebbe luogo la pace
universale, restando assicurati alla
casa di Borbone lo stato di Parma
e Piacenza, coi reami di Napoli e
Sicilia, ed alla casa di Lorena di-
venuta austriaca , i ducati di Mi-
lano e di Mantova, e il gran du-
cato di Toscana: così restò libera
FER
1' Italia da truppe straniere. Nel
1751 intraprese la sua legazione
il cardinal Gio. Battista Barni, e
vi morì a' 25 gennaio 1754. Fu
destinato a succedergli il cardinal
Gio. Francesco Banchieri. V. il
Trattato fra la santa Sede, e sua
maestà l'imperatrice regina sopra
lo stabilimento de limiti, ed altre
controversie privale miste, vertenti
fra il Mantovano e il Ferrarese,
Mantova 1757.
La laguna di Comacchio^ rino-
mata tanto per l'ubertà e squisi-
tezza di sua pesca, e costituita dal-
la natura agli abitatori delle iso-
lette sparse per essa in luogo di
territorio, soleva da più secoli con-
cedersi in locazione da chi domi-
nava in Ferrara , a profitto della
camera fiscale. Avvegnaché ren-
desse agli Estensi cinquantaduemi-
la scudi del valore antico, pure
deteriorata per varie cagioni sul
principio del secolo XV III non ne
dava che ventimila circa de' cor-
renti, e nel 1749 si dovè conce-
derla all'appaltatore Carlo Ambro-
gio Lepri milanese per soli dieci-
mila settecento ventiquattro. Si po-
se in animo il Lepri di renderla
più. fertile per via di lavori dispen-
diosi, e di nuovi artifizi, e vi riu-
scì a meraviglia in due novenni
di sua condotta. A maggior gua-
dagno poi la camera apostolica nel
1755, e negli anni dopo, obbligò
con autorità assoluta quella comu-
nità, e que' privati che possedevano
le porzioni di essa laguna, anzi le
paludi ancora non pescabili , ma
solo produttrici di canne e pasco-
lo di bovi, e di adiacenza del Po-
lesine di s. Giorgio , a cederle al-
la medesima camera a titolo di valli
da nasse , o da terra , giacché tali
porzioni restavano anticamente divi-
FER
se dalle valli camerali per mezzo di
argini, detti Cavallaro di s. Lon-
gino, e del Mantello ; ma logori i
medesimi dal tempo, e dalle per-
cosse delle acque in burrasca, fino
dal i6o3 più non apparivano. E
siccome esse valli erano il ricetta-
colo delle acque dolci di quel Po-
lesine, cos'i la temperatura che na-
sceva delle acque dolci colle salse
rendeva più fecondo e insieme più
squisito il loro pesce, e di più
traeva a sé il pesce della laguna
della camera, che non era divisa
fuorché da linee di pali fìtti nell'ac-
qua. Aumentati per tal guisa agli
appaltatori i vantaggi, si potè nel
1772 locare la laguna di Cornac-
chie per annui cinquantacinquemi-
la scudi, nel 1781 per sessantami-
la, e nel 1790 per sessantaunmila
duecento sessantuno , oltre ai pesi,
regali, e condizioni non poche di
gran rilevanza, in prò della came-
ra e del suo ministero. Avendo
il ducato di Ferrara molti privile-
gi per 1' estrazione del frumento ,
Benedetto XIV volle esaminarli, e
a questo fine mandò in quella città
due deputati, i quali avendo rac-
colti detti privilegi, li presentarono
alla camera, ed il Papa colla bolla
Circutnspecla, data a' 22 gennaio
1754, ne confermò alcuni, altri li
restrinse, principalmeute quelli che
ad alcuni particolari famiglie era-
no concessi, non solo pei beni che
di presente godevano , ma anche
per gli altri da acquistarsi. Cle-
mente XIII accordò la proroga di
altro triennio al cardinal Banchie-
ri nella legazione. Fra gli allodiali
beni che nel i5o,8 furono ricono-
sciuti di pertinenza della casa d'E-
ste nel Ferrarese, aveva il primo
luogo la Mesola, vasta tenuta di
cui si è data breve coutezza in
FER i63
principio di questo articolo ; ma
nel 1759 il duca di Modena Fran-
cesco III la vendette all'imperatore
Francesco I, il quale a mezzo del
suo residente in Ferrara, consiglie-
re e questore Joannon de Saint-
Laurent lorenese suo amministra-
tore, introdusse co' vasti suoi lumi
in quella amena solitudine alcune
arti e manifatture , ed innalzovvi
nel 1778 una chiesa, che poi stral-
ciata nel 1787 dalla cura di A-
riano, divenne parrocchia, e cosi
rese quel luogo popolato e alquan-
to mercantile e commerciale.
Nel 1761 Clemente XIII fece
legato di Ferrara l'arcivescovo del-
la medesima cardinal Crescenzi, già
altra volta legato, e tenne la le-
gazione altri cinque anni, come
grande amico del Papa. Indi no-
minò successore nel 1766 il car-
dinal Nicolò Serra , che nel me-
desimo anno passò all'altro mon-
do, venendo eletto in suo luogo il
cardinal Girolamo Spinola, che
stava terminando la legazione di
Bologna. Nel 1768 il duca di Mo-
dena incominciò a far segreti pre-
parativi per tentai* la ricupera di
Ferrara; ma Clemente XIII ne ac-
crebbe i presidii, e col mezzo del-
l' imperatrice Maria Teresa fece
cangiar pensiero al duca. V. la Re-
lazione del cardinal Conti visita-
tore delle acque delle provincie di
Bologna, Ferrara e Romagna a
Clemente XIII, Roma 1764. Nel
1769 divenne Papa Clemente XIV,
indi a' 29 maggio passò per Fer-
rara, reduce da Roma, l'imperatore
Giuseppe II avendo preso il titolo di
conte di Falchenstein. Sotto il nuo-
vo Pontefice, e per lo zelo del fer-
rarese monsignor Riminaldi, l'uni-
versità, come si disse, fu riforma-
ta con nuove leggi, prerogative e
]G4 FER
vendite; quindi nel 1772 fu no-
minato legato il cardinale Scipione
Borghese. Nel 1775 fu sublimato
al triregno Pio VI che confermò
il legato in questa legazione, e nel-
1' anno 1777 fece arcivescovo di
Ferrara monsignor Alessandro Mat-
tei romano. Nell'anno seguente eb-
be la legazione il cardinal Fran-
cesco Caraffa, ch'era stato già vi-
ce-legato dal 1748 al 1754. Nel-
l'anno 1782 a' 27 gennaio passò
per Ferrara Paolo Petrowitz, allo-
ra granduca ereditario delle Rus-
sie, con Maria di Wùrtenberg sua
moglie, sotto il privato nome di
conti del Nord. Avendo stabilito
Pio VI di recarsi in detto anno a
Vienna dall' imperatore Giuseppe
II, parti da Roma a' 27 febbraio;
a' 7 marzo giunse a Bologna, da
dove per la via di Cento giunse
ai 9 a Ferrara. Nel Diario che
di questo viaggio fece monsignor
Dini prefetto delle cerimonie pon-
tificie, e pubblicato nel medesimo
anno colle stampe, si legge quanto
segue. Pio VI giunse a Ferrara ad
ore 22, e scese dalla carrozza alla
porta della chiesa di s. Domenico,
ricevuto dal cardinal Caraffa lega-
to, da monsignor Mattei arcive-
scovo , e dal tesoriere marchese
Antonio Gnudi, non che dal clero,
magistrato, e nobiltà, ricevendo la
benedizione col ss. Sagrameli to dal
p. priore de' religiosi domenicani.
Passato ad alloggiare nel contiguo
convento, ammise all' udienza e al
bacio del piede tutti i nominati
personaggi ed individui. In questo
tempo giunse da Vienna una guar-
dia nobile imperiale ungherese, con
lettera di Giuseppe 11, in cui fra
le altre cose pregava il Papa a pren-
dere alloggio nella sua capitale den-
tro il palazzo imperiale a tal fine
FER
preparato. Pio VI die pronta ri-
sposta accettando la gentile offerta.
Nel dì seguente, ch'era la (piatta
domenica di quaresima, il Papa
assistè alla messa nella cappella in-
terna del convento, ed alle ore do-
dici salutato da cento cinquanta
tiri di cannone partì da Ferrara,
servito dal cardinal legato sino a
Ponte Lagoscuro alla riva del Po.
Ivi ascese il bucintoro preparato
nobilmente, vi ammise alcuni dei
principali del suo seguito, passando
il rimanente nelle altre barche, e ad
un'ora di notte sbarcò a Chioggia.
Dipoi partito Pio VI da Vien-
na, e dopo essere stato a Venezia,
pernottò a' 19 maggio a Padova,
e quindi nel dì seguente giunto a
Canaro confine dello stato veneto, si
trovarono ivi a riceverlo il cardinal
Delle Lanze per commissione del
re di Sardegna, che in partire da
Ponte Lagoscuro l'avea fatto osse-
quiare dal suo ciamberlano conte
Bianchi , non che il cardinal Ca-
raffa legato di Ferrara, scortato dai
cavalleggieri della legazione. Alle
ore 23 giunse il Papa nella città,
salutato da una triplice salva di
artiglieria, ed al convento di s. Do-
menico fu ricevuto dal cardinal
Boncompagno legato di Bologna,
da monsignor Mattei arcivescovo,
da d. Abbondio Rezzonico senato-
re di Roma, e dalla nobiltà ferra-
rese. In questo alloggio nella sera
ammise all'udienza i nominati per-
sonaggi , ed altri distinti signori,
mentre la città si vide, come nella
sera seguente, tutta splendidamente
illuminata. Martedì 21 maggio l'io
VI celebrò messa nell'annessa chiesa
di s. Domenico, ornata con magni-
ficenza, indi nella sagristia ammise
al bacio del piede le dame. Accom-
pagnato poi dai nominati cardìna*
F E R
li. senatore, corte pontificia e no-
biltà, scortato dalle guardie a pie-
di ed a cavallo, il Papa si portò a
visitare la cattedrale, ove alla por-
ta lo ricevette monsignor arcive-
scovo ed il suo clero: da dove es-
sendo asceso nel palazzo arcivesco-
vile, ivi ammise al bacio del piede
tutto il capitolo, molti ecclesiastici
e regolari , e nobiltà , dando poi
dalla loggia corrispondente sulla
piazza la benedizione al numeroso
popolo. Passato dipoi al vicino ca-
stello, residenza del cardinale lega-
to, ivi ancora il Pontefice si com-
piacque di ammettere al bacio del
piede altra nobiltà , e dalla gran
loggia magnificamente ornala die-
de altra benedizione al popolo. Ser-
vito quindi di carrozza a sei ca-
valli dal cardinal legato, con que-
sti e col cardinal Delle Lanze lece
ritorno ai convento di s. Domeni-
co , ove con tutti i contrassegni
di c.emenza ammise ali udienza il
magistrato della città, i professori
dell'uni versila e molti individui del
clero secolare e regolare. tVel gior-
no medesimo Pio VI fece intende-
re con particolare avviso a' cardi-
nali Delle Lanze, Boncompagno e
Caraffa, che nella mattina seguen-
te nella sagrestia della metropoli-
tana avrebbe tenuto il concistoro
segreto. In fatti vi si recò alle ore
i3, e con particolare allocuzione
significò ai cardinali che intendeva
dichiarare e pubblicare cardinale
di s. Chiesa monsignor Alessandro
Mattei arcivescovo di Ferrara, che
a\ea già creato cardinale e r
vato in petto sino dai 12 luglio
1779, *utn interpose il consueto
decreto. Compito l'atto concistoria-
le, il Papa passò nella chiesa , \i
ascoltò la messa , e ritornando in
^stid , culle cousuete formalità
FER i65
fece F imposizione della berretta
rossa al novello cardinale. Qui no-
teremo che nel numero 7-4 del
Diario di Roma si dice che la ri-
serva in petto del cardinalato di
Mattei, fu nel concistoro de' 2 3 giu-
gno 1777. Indi Pio VI prendendo
seco iu carrozza i cardinali Caraf-
fa e Boncompagno, partì da Fer-
rara per Sammartina e per Bolo-
gna , ed in Imola die il cappello
cardinalizio, Fanello e il titolo al
cardinal Mattei.
La gran tenuta della Mesola fu
acquistata da Pio VI per la came-
ra apostolica, ed alla legazione se-
gnalata e memorabile del cardinal
Caraffa , nel 1 786 Pio VI gli die
il cardinal Ferdinando Spinelli. Nei
giorni 6, 7 e 8 aprile 1791 si eb-
bero in Ferrara Ferdinando IV ìe
di Napoli con la regina Maria Cri-
stina sua moglie, e Luigia Maria
loro figlia; e Pietro Leopoldo im-
peratore, co' principi suoi figli, cioè
Ferdinando granduca di Toscana,
Alessandro e Carlo arciduchi. Scop-
piata era in questo tempo la trop-
po famosa e malaugurata rivolu-
zione in Francia, donde ne venne
la nuova forma di costituzione de-
mocratica , la quale in quel regno
proclamata li 22 settembre 1702
diede incominciamento all'era re-
pubblicana francese; avvenimento
strepitoso le cui tremende e disgra-
ziate conseguenze ancora deploria-
mo. Primo effetto che ne provò
F Italia e lo stato ecclesiastico fu il
gran numero de'( secolari ed eccle-
siastici che per non aver giurato,
dovettero ivi cercarsi un asilo. In-
tauto nel 1795 fu preposto alla
ferrarese legazione il cardinal Fran-
cesco Piguattelli . Rapidissimi pro-
gressi facea quindi la rivoluzione
francese, e dilatandosi era già uscita
166 FER
in molte armate divisa dai propri
confini ; s'era inoltrata a portar l'al-
bero simbolico dell'effimera libertà
nelle Fiandre austriache , e nella
Olanda; avea oltrepassato i Pirenei,
e varcato il Reno erasi affacciata
alle Alpi Cozie. Sforzate le porte
d' Italia , ed occupato il Piemonte,
gli altri popoli italiani cominciaro-
no a temere di loro sorte; ed il
Papa non potè dubitare che i suoi
stati sarebbero soggetti alle comu-
ni vicende. Non ostante tentò, ben-
ché senza profitto, la via di qual-
che trattato e maneggio onde sal-
var i sudditi dall'imminente procel-
la; mentre i legati di Bologna e
di Ferrara vedendo le due provin-
ole per le prime esposte, presero
quegli espedienti che giudicarono
migliori . Quando agli 8 maggio
1796 comparve in Ferrara Erco-
le III Rinaldo duca di Modena, il
quale inviato prima per il Po a
Venezia il ragguardevole suo teso-
ro, correva in compagnia di due
principali suoi ministri a mettersi
in salvo in quella capitale, giacché
i commissari francesi in Eeggio ed
in Modena aveano intimato una
contribuzione a que' popoli. Final-
mente a' 18 giugno una colonna
di francesi entrò a Bologna, e ne
armò la piazza, venendo licenziato
quel cardinal legato Vincenti con
tutto il ministero. Indi a' 1 1 giu-
gno un uffiziale francese recò let-
tere del suo generale al cardinal
legato , al giudice de' savi, ed al
castellano della fortezza, nelle qua-
li col più ristretto e risoluto laco-
nismo intimava loro , che si tro-
vassero sul mezzogiorno in Bolo-
gna, ad intendere la volontà del
medesimo generale. Per prudenza
il cardinale vi si recò col giudice
de' savi e col castellano, il quale
FER
nella fortezza non aveva che un
tenuissimo presidio, e mancava di
istruzioni per farsi rispettare. Giun-
ti che furono alla presenza del ge-
nerale in capo Napoleone Bonapar-
te, fu intimato al cardinale e al ca-
stellano di non far più ritorno a
Ferrara, onde 1' uno dopo qualche
giorno fu lasciato partire per Ro-
ma, e l'altro dichiarato prigioniero
di guerra, ebbe poi facoltà di ri-
tirarsi sulla parola alla sua patria.
Il solo giudice de' savi fu riman-
dato immediatamente a Ferrara,
con ordine di preparare alloggi e
viveri ad un corpo di truppa fran-
cese destinato per questa città, e di
imporre al consiglio il giuramento
di fedeltà ed ubbidienza alla re-
pubblica francese, a nome della
quale il generale in capo promise
salvezza alla religione, alla vita, ed
alla proprietà delle persone. Nel Dia-
rio Ferrarese è riportato l' elenco
dei castellani della fortezza , come
dei prelati vice-legati, e de' cardi-
nali legati.
Al ritorno in Ferrara del giu-
dice de' savi , sul far della notte
monsignor vice-legato partì per Ro-
ma, mentre la soldatesca del presidio
della città , della fortezza , di Co-
macchio e della Stellata prese la
fuga. Rimasta per tal guisa Ferra-
ra senza governo, e senza forza ar-
mata, meno i birri , il magistrato
s' incaricò di vegliare al buon or-
dine sino all'arrivo de' francesi. Nel
giorno 11 i centumvirali consiglie-
ri presero 1' accennato giuramento
colla clausola promessa dal gene-
rale, il che poi fecero gli altri cor-
pi municipali, i giudici, i ministri,
e l'uno e l'altro clero pei loro rap-
presentanti. Ricevuto eh' ebbe Na-
poleone in Bologna il documento
dell'atto consigliare, nel dì 25 fece
FER
uiarciaie per Ferrara dodici dragoni,
e circa cinquecento uomini di fan-
teria, i quali occuparono le porte,
la piazza di s. Crespino, e la for-
tezza , ed agli stemmi del Papa si
sostituirono gli emblemi della li-
bertà francese , spiegandosi il ves-
sillo repubblicano a tre colori, ros-
so, bianco ed azzurro. Tuttavolta
avendo poi voluto Lugo e Cotigno-
la opporre resistenza al nemico, fu-
rono segno di stragi, di saccheggio,
d' incendi ed altre rovine vera-
mente deplorabili. Intanto Pio VI
vedendo che non si potevano ar-
restare le vittoriose armi francesi,
eh' era inutile resistere ad una for-
za che 1' opinione e le circostanze
mostravano invincibile, a* iZ giu-
gno medesimo 1 796 fece conchiu-
dere un armistizio , i cui articoli
sebbene gravosi ed umilianti, fu-
rono nondimeno creduti indispen-
sabili da Pio VI, e dalla sua con-
gregazione cardinalizia di stato di
piena ratifica. Oltre la perdita e
sagrifizio di gran parte de* suoi stati,
cioè della legazione di Bologna, di
questa di Ferrara, e della città di
Faenza, ed oltre alla richiesta pur
umiliante di dover chiedere scusa al
direttorio di Parigi per la morte del
francese Basville , trucidato in Ro-
ma dal popolo per le sue gravis-
sime provocazioni rivoluzionarie,
dovè Pio VI anche soggiacere ad
altre dure obbligazioni. Indi a' 9
luglio Bonaparte riunì in una sola
le due repubbliche da sé prima
formate , Cispadana e Traspadana,
poscia regno d' Italia , di cui poi
fu coronato re nel i8o5; e per
meglio sistemarla, e maggiormente
ingrandirla, vi fece riunire le le-
gazioni di Ferrara e di Bologna,
come pure l'Emilia ed altri popo-
li, proclamando cosi la nuova re-
FER 167
pubblica indipendente. I direttori
di essa credendosi autorizzati a fer-
ia riconoscere per tale dalle poten-
ze, ebbero l' impudenza di spedire
a Roma un ministro coli' opportu-
ne credenziali, perchè fosse ricono-
sciuta da Pio \ I come potenza in-
dipendente, e fu obbligato riguar-
darla per tale; in contraccambio in-
viò quindi un suo pontificio rap-
presentante colla qualifica d' invia-
to della santa Sede, nella persona
del maggior Bussi , divenendo il
Ferrarese il dipartimento del bas-
so Po.
Non mancando di pretesti i fran-
cesi per compiere l' intera occupa-
zione dello stato pontificio, e ilde-
tronizzamento di Pio VI , questi
volendo esaurire l' obbligo di so-
vrano, oppose la forza alle loro ul-
teriori esigenze ; ma siccome più
potenti e forti, facile fu il superar-
la a Faenza (Vedi), seguendo im-
mediatamente 1' invasione del resto
dello stato. Allora Pio VI costret-
to da imperiosa necessità doman-
dò la pace, coli' influente mediazio-
ne del cardinal Mattei arcivescovo
di Ferrara, assai stimato dal for-
tunato conquistatore Napoleone ,
onde dessa fu conchiusa e sotto-
scritta a' 19 febbraio 1797 a To-
lentino, dovendo il Pontefice sotto-
porsi ad incredibili privazioni e
sommi sagrifizi, come a rinunzia-
re formalmente i suoi sovrani diritti
sopra Avignone, il contado Veno-
sino , e sopra le tre legazioni di
Bologna, di Ferrara e di Roma-
gna. Il cardinal Mattei come il
primo de' plenipotenziari pontificii,
sottoscrisse 1' accordo contenuto in
ventisei articoli che si ledono nel
Beccattini, Storia di Pio VI, tom.
IV, pag. 69 e seg. Ciò non per-
tanto nell'anno seguente i repub-
168 FÉ li
blicani francesi, profittando della
uccisione del general Duphot, ef-
fettuarono l' intera invasione dello
stato della Chiesa, ed a'20 febbraio
1798 fecero prigioniero Pio VI, e
lo portarono in Francia, morendo
in Valenza nell'agosto 1799.
Ma ritornando a Ferrara e sua
provincia, essa soggiacque a tutti gli
onori che vi commisero i repub-
blicani con ruberie, imposizioni, e
proscrizione di qualunque culto re-
ligioso, persecuzione degli ecclesia-
stici , non che alla coscrizione o
leve d'uomini per l'esercito fran-
cese, per cui molti giovani prefe-
rirono l'abbandono della patria,
che far parte di sanguinose guer-
re. Nell'aprile 1799 però incomin-
ciarono le ostilità tra gli austriaci
e i gallo-cisalpini ne' dintorni di
Verona, e siili' Adige, ove i secon-
di furono vinti, e i vincitori en-
trarono in Milano; indi altre cit-
tà e luoghi della Lombardia cad-
dero in potere degli austriaci o
de' russi ad esso loro collegati, e
combattenti in modo che nel Fer-
rarese si riteneva prossima la ve-
nuta degli austro-russi ; giacché ave-
vano occupato Reggio e Modena
cacciandone i gallo cisalpini. Allora
i francesi per cattivarsi la benevo-
lenza del popolo ripristinarono il
pubblico esercizio del culto religio-
so, mentre non tardarono gli au-
stro-russi ad impadronirsi del Fer-
rarese, del Lughese, e del Rave-
gnano territorio nel mese di mag-
gio, colle solite conseguenze che
portano le truppe, sebbene vanti-
no di liberare i popoli dall'altrui
oppressione. Il presidio cisalpino di
Lugo affrontò gli austriaci, ma fu
sbaragliato, ed intanto a' 3o luglio
Mantova cadde in potere dei me-
desimi austriaci, cui segui la presa
FER
di Ancona. Nel mese di marzo
1 800 , e nel conclave di Venezia
venne eletto il Pontefice Pio VII;
ma dopo la memorabile battaglia
di Marengo gli austriaci dovendo
ritirarsi dietro la linea del Mincio,
i francesi d' un tratto divennero si-
gnori di Genova, Savona, Coni, Ce-
va , Torino , Tortona, Alessandria ,
Milano, Pizzighetlone, Arona, della
Liguria, del Piemonte, e della re-
pubblica Cisalpina, per cui i pa-
triotti partigiani della repubblica
di nuovo eressero gli alberi della
libertà nel Ferrarese.
Dopo aver fatto il Ferrarese
parte del regno italico, debellato
dalle potenze alleate Napoleone
Bonaparte, il Ferrarese nel 1814
fu occupato dagli austriaci , ed in
forza del celebre congresso di Vien-
na del 181 5 desso colle altre le-
gazioni fu restituito al pieno do-
minio della santa Sede, ed a Pio
VII. Questo Pontefice nel 1800 era
stato reintegrato de' suoi domimi ad
eccettuazione delle legazioni e di
altre provincie, che descrivemmo al
volume XIX, pag. 206 del Dizio-
nario; ma avendo gì' imperiali fran-
cesi occupato i medesimi di nuovo,
nel 1809 l'avevano imprigionato e
condotto in tal modo in varie par-
ti, finché nel 1814 riebbe lo stato,
e fece ritorno gloriosamente in
Roma. Qui va notato che nella re-
stituzione della provincia di Fer-
rara, come superiormente si disse,
quella parte che a lei spettava,
posta sulla riva sinistra del Po ,
restò all'Austria; e si convenne
che quella potenza tenesse guarni-
gione nella fortezza di Ferrara, ed
in Comacchio. Il cardinal Consalvi
a' 5 luglio 18 1 5 partecipò in no-
me di Pio VII alle legazioni il de-
creto di restituzione del congresso
FER
alla santa Sede; indi a' 18 dello
stesso mese il barone Stefanini le
rimise nelle mani dei delegati apo-
stolici. Neil' anno seguente Pio "VII
delle tre provincie di Ferrara, Ra-
venna o Romagna, e Bologna for-
mò tre legazioni , al modo che
dicesi all' articolo Delegazioni apo-
stoliche (Vedi) , e per quarta fece
Forlì: ivi è pure riportato quanto
riguarda il riparto, e la forma di
governamento sì di Leone XII, che
del regnante Gregorio XVI. A le-
gato di Ferrara Pio VII vi prepo-
se il cardinal Tommaso Arezzo, e
per vice-legato monsignor Alessan-
dro Giustiniani poi cardinale; e
Leone XII il confermò nella lega-
zione, nel qual tempo si stabilì in
Ferrara la residenza dell'ordine e-
questre gerosolimitano, trasferitovi
da Catania nell'agosto 1826. Po-
scia questo nobilissimo ordine nel
luglio i834 fissò la sua residenza
in Roma nella persona del suoba-
lio luogotenente del magistero fra
Carlo Candida eletto dal Papa, e
deprimali membri dell'ordine. Pio
Vili nel i83o die in successore al
cardinal Arezzo il cardinal Dome-
nico De Simone; facendo vice-le-
gato monsignor Fabio Asquini, avan-
ti che il primo lasciasse la lega-
zione. Intanto essendo in detto an-
no a' 3o novembre morto il Papa,
il cardinal De Simone si portò in
Roma al conclave, laonde il sagro
collegio inviò in Ferrara per pro-
legato monsignor Paolo Mangelli
Orsi, al presente cardinale, ritiran-
dosi monsignor Asquini ad Udine
sua patria con permesso del sagro
collegio. Durante la pro-legazione
scoppiò la rivoluzione in Bologna,
che si propagò in diverse provin-
cie dello stato ecclesiastico , e in
Ferrara a' 7 febbraio i83i, iguo-
FER 169
raudosi in tali luoghi che a' 3 del-
lo stesso mese era in Roma stato
eletto in sommo Pontefice il re-
gnante Gregorio XVI.
In Ferrara monsignor Mangelli
fu forzato a partire, e si scelse un
governo provvisorio, di cui fecero
parte alcuni probi cittadini . Indi
si organizzò la guardia civica, e
fra gli alti tumultuari di quell'e-
poca infelice, non è da tacersi la
espulsione de' benemeriti gesuiti dal
loro collegio, di cui era degno ret-
tore il p . Giovanni Perrone, che
poi si è reso tanto celebre coli' o-
pera sulla teologia, della quale già
si hanno diverse edizioni e tradu-
zioni in più lingue; ma i gesuiti
col ripristinameuto del governo le-
gittimo, con plauso de' buoni, fu-
rono reintegrati del collegio. Anche
il resto della provincia ferrarese si
rivoluzionò per opera di alcuni,
ovvero si adattò al nuovo ordine
di cose. Fu breve però questa ri-
voluzione di alcune provincie dello
stato pontificio, ed in Ferrara durò
meno che nelle altre tre legazioni.
La santa Sede invocò il braccio
delle armate austriache , le quali
prima di avanzarsi nelle altre le-
gazioni, occuparono Ferrara, nella
cui fortezza già erano in guarni-
gione pel trattato di Vienna . In-
tanto il cardinal Bernetti segreta-
rio di stato, a mezzo del generale
in capo delle truppe tedesche ba-
rone Frimont, ordinò a monsignor
Asquini eh' era ancora in Udine,
di partire subito per Ferrara on-
de prendere le redini del governo
della provincia nella qualità di vi-
ce-legato, mentre le truppe austria-
che avrebbero occupato la città,
ciocché si verificò a' 6 marzo, co-
mandate dal tenente maresciallo
principe di Benlheim, che prese al-
lyo FER
loggio nel castello. 11 prelato giun-
se nella città la sera seguente, e
all' indomani si cantò nella catte-
drale il solenne Te Deum in rio*
graziameuto a Dio del ristabilimen-
to del governo pontificio, e della
elezione del nuovo Pontefice, ciò
che non potè prima aver luogo per
la seguita rivoluzione. V interven-
nero l' arcivescovo monsignor Fi-
lonardi , il principe di Bentheim,
il vice-legato , e le autorità. JNfel
breve intervallo che corse tra la
occupazione di Ferrara dalle forze
austriache, e l' arrivo del prelato,
alcuni cittadini coti intelligenza del
comandante, in nome del Papa as-
sunsero il governo, chiamandosi
reggenza pontificia della città e
provincia di Ferrara . Frattanto il
presidente del governo provvisorio
di Bologna, e delle così dette pro-
vincie unite italiane, fece una spe-
cie di protesta per l' occupazione
di Ferrara fatta dagli austriaci.
Il giorno 21 marzo il barone
Frimont principe di Antrodoco ,
fece il -suo ingresso in Bologna al-
le ore dodici meridiane; e le trup-
pe che si trovavano in Ferrara
col principe di Bentheim ancor esse
marciarono. I ribelli abbandonaro-
no la città e fuggirono verso An-
cona, conducendo seco loro come
in ostaggio il cardinal Benvenuti
legato a Intere. Tutto ciò produs-
se che V intera provincia di Ferra-
ra si sottopose al legittimo gover-
no di Gregorio XVI. Allora il car-
dinal Opizzoni arcivescovo di Bo-
logna fu dichiarato dal Papa lega-
to a Intere delle quattro legazioni,
e monsignor Asquini come vice-le-
gato governò Ferrara sotto la sua
dipendenza. Verso il mese di giu-
gno cessò il cardinale nella lega-
zione a lettere, e le legazioni si res-
FER
sero ciascheduna da sé col mezzo
di un pro-legato, e di una congre-
gazione governativa, gli uni e le al-
tre nominati dal Papa. In Ferra-
ra assunse perciò il titolo di pro-
legato monsignor Asquini, e con
tal dignità e titolo la governò sino
circa alla metà del i836: le altre
legazioni ebbero per pro-legali tre
signori secolari , dopo aver Ferrara
spedito a Roma, come fecero le altre
Provincie e luoghi insorti, deputa-
zioni a promettere al regnante Pon-
tefice fedeltà e sommissione. Il per-
chè il Papa fece pubblicare il ce-
lebre editto sui sedotti e sui se-
duttori, mentre 1' ambasciatore di
Francia presso la santa Sede pub-
blicò una nota, negando per parte
della Francia la protezione vanta-
ta dai ribelli. Avendo il governo
pontificio accresciuto notabilmente
la truppa di linea, gli austriaci do-
po alcuni mesi che occupavano le
legazioni, si ritirarono, stabilendosi
in pari tempo nelle medesime le-
gazioni d'ordine del Papa le guar-
die civiche. Intanto fu istituita la
legazione di Urbino e Pesaro, co-
me la legazione di Velletri nell'an-
no seguente; divenendo così sei le
pontificie legazioni. Si pubblicò l'e-
ditto sull'ordinamento delle comu-
nità e delle provincie. Camerino ,
Ascoli, Rieti e Civitavecchia furo-
no ristabilite in delegazioni : indi
fu pure pubblicato il regolamento
legislativo per l' ordinamento giu-
diziario, cioè il regolamento orga-
nico dei tribunali di Roma, e del-
lo stato; le prescrizioni per le cau-
se del fisco, per le cause ecclesia-
stiche, pei giudici che debbono giu-
dicarle; ed il regolamento organi-
co di procedura criminale e di pro-
cedura civile. Fu ripristinato il tri-
bunale di appello in Macerata ; e
FER
siccome Bologna si oppose agli ul-
timi regolamenti, venne punita. La
ritirata delle truppe tedesche, segui-
ta nel mese di luglio, fu dannosa
alle legazioni , dappoiché nelle tre
legazioni di Bologna, Ravenna e
Forlì, e nella Romagnola soggetta
alla legazione di Ferrara ebbero
luogo delle sedizioni, e quasi una
nuova rivoluzione, sebbene paten-
temente non si fosse dichiarato de-
stituito il governo pontificio.
Nel i832 essendosi concentrate
le truppe pontificie ai confini del-
le quattro legazioni, ebbero ordine
di marciare nelle medesime, onde
porre termine ai disordini delle le-
gazioni. Il cardinal Albani legato
di Urbino e Pesaro fu dal Papa
nominato commissario apostolico
straordinario delle quattro legazio-
ni di Bologna, Ferrara, Ravenna e
Forlì, quindi colle medesime trup-
pe incominciò il suo ingresso da
Forlì. Ivi nacque grave trambusto,
il perchè il cardinal commissario
si vide costretto di richiamare le
truppe austriache a coadiuvare le
papali. Quelle tanto dalla parte di
Modena, che di Ferrara ove eran-
si concentrate , entrarono nelle le-
gazioni , e così venne dato riordi-
namento alle cose pubbliche. Ciò
non pertanto venendo Ancona agi-
tata da molti ostinati ribelli, a' 2 1
giugno contro questi fu pubblicata
la scomunica maggiore; laonde di-
poi vi rientrò il delegato pontificio
nella persona di monsignor Gaspa-
re Grasselli ni, mentre venne posto
in esecuzione il nuovo regolamento
sui delitti e sulle pene. Nel com-
missariato delle legazioni era suc-
cesso monsignor Giacomo Brignole
ora cardinale, quando nel 1 833 fu
latto commissario straordinario pel
governo delle legazioni al di là di
FÉ II 171
Pesaro il cardinal Ugo Pietro Spi-
nola s continuando nelle rispettive
legazioni i prò- legati secolari, cioè
in Bologna il conte Cesare Alessan-
dro Scarselli, in Forlì il marchese
Paolucci de Calboli, ed in Raven-
na il cav. Gio. Battista Codronchi
Ceccoli , mentre in Ferrara conti-
nuò ad essere pro-legalo monsignor
Asquini. Fu in quest'anno che la
segreteria di stato fu divisa in due
segreterie, l'una propriamente det-
ta segreteria di stato, l'altra segre-
teria per gli affari di stalo interni,
e ad ambedue si die un cardinale
per segretario. Nel 1 834 ne"e le-
gazioni furono istituiti i volontari
pontificii, specie di corpi di guar-
die civiche, e s'incominciò a pub-
blicare la raccolta delle leggi e di-
sposizioni di pubblica amministra-
zione. Nel i835 venne pubblicata
la nuova tariffa delle monete, e se-
guì la coniazione di tutte le mo-
nete in proporzione decimale nel-
le zecche di Roma e Bologna : il
cardinal Vincenzo Macchi successe
nel commissariato al cardinal Spi-
nola.
Ritornando a Ferrara , monsi-
gnor Asquini fu fatto delegato apo-
stolico di Ancona , succedendogli
nella pro-legazione monsignor An-
ton Maria Cagiano de Azevedo.
Monsignor Asquini durante il suo
governo in Ferrara, mediante pie
elargizioni, fu il principal fondato-
re della casa di ricovero ed in-
dustria per le fanciulle che pri-
ve di mezzi di sussistenza , o ab-
bandonate dai parenti, facilmen-
te cadevano nei lacci del mon-
do. Prima si prese una casa a fit-
to , poi alla partenza de' membri
dell'ordine gerosolimitano per Ro-
ma , il Pontefice concesse allo sta-
bilimento il convento o locale di
i72 FER
s. Gio. Battista che spettava al no-
minato ordine equestre. Vi fu sta-
bilito a presidente il preside pio
tempore della provincia, a vice-pre-
sidente il gonfaloniere, ed alcuni
cittadini in deputati al suo gover-
namelo; e già numerose sono le
fanciulle ricovra te, perchè fiorisce.
Fra i suoi insigni benefattori no-
mineremo a cagione di onore il
marchese Alessandro Fiaschi, ed il
cav. Silvestro Camerini che forma-
no parte de' superiori deputali del
medesimo, ed eziandio il beneme-
rito prelato pro-legato, a cui fu
«•etto nello stabilimento una rico-
noscente marmorea iscrizione, ed
un busto di marmo opera dell' e-
gregio scultore Francesco Vidoni ,
di cui ne riporta l' incisione come
l' iscrizione, e 1' origine dello stabi-
limento, l' Album nel tom. IV, di-
stribuz. II, mediante l'articolo scrit-
to dal eh. Giuseppe Maria Bozoli.
Nella stessa pro-legazione di mon-
signor Asquini ebbe luogo l'erezio-
ne della statua colossale di Lodo-
vico Ariosto nella piazza per lui
delta Ariostea , scolpita in marmo
dal lodato Vidoni , che ci rappre-
sentò il gran poeta come inspira-
to dalle muse : nella colonna che
gli serve di base fu incisa questa
iscrizione : a Lodovico Ariosto la
patria. Finalmente a' i5 luglio
i836 fu dal Papa sciolto il com-
missariato di Bologna, e ristabili-
to nelle legazioni di Bologna, Fer-
rara , Ravenna e Forlì il governo
dei cardinali legati. Dopo poco più.
di un anno che monsignor Cagiano
amministrava la provincia, fu pro-
mosso a segretario di consulla, e ri-
mise il governo nelle mani del car-
dinal Gabriele della Genga arcive-
scovo di Ferrara ; quindi Grego-
rio XVI dichiarò legato aposloli-
FER
co in Ferrara il cardinal Giu-
seppe Ugolini, che meritò di esse-
re confermato dopo il primo trien-
nio, ed attualmente con zelo e pru-
denza governa la legazione. Oltre
i citati storici, scrissero la storia di
Ferrara i seguenti scrittori.
Girolamo Baruffa Idi il seniore,
Dell' istoria di Ferrara libri IX ,
dall'anno i655 sino al 17003 Fer-
rara 1700. Gio. Vincenzo Bonomi,
De sita, aauisy aere, et morbis etri'
deiniis Ferrariae disscrtatio, Ferra-
riae 1781. Pirro Ligorio, Dell' an-
tichità di Ferrara, Venezia 1675.
Questa opera venne tradotta in la-
tino , e per errore attribuita ad
Alfonso Cagnaccini con questo ti-
tolo : Fragmenlum historicum anli-
quitalis urbis Ferrariae , exstat in
Graev. Thes. antiq. et hist. Ital.
tom. VII, p. 1, 1676. Chronichon
Ferraiiense ab orìgine Ferrariae
adanno 1264, exstat inter Rerum
ital. script., tom. VIII. Compen-
diosa descrizione dello stato di Fer-
rara, ivi 1 663. Lettera di un fer-
rarese ad un suo amico in corre-
zione di alcuni suoi errori conte-
nuti nella storia di Ferrara di Gi-
rolamo Baruffaldi, Padova 1713.
Gio. Battista Minzoni, Riflessioni
sulla memoria pubblicata dal Pas-
seri intorno una lapide trovala in
Voghenza nel Ferrarese tanno 1671,
Venezia 1780. Dominicus Tuscus,
De Ferrariae civitatis, et ej'us sla-
tutis etc. in conci. Praet. ut Jur.
L. F. Giuseppe Bartoli, Stato di tut-
te l'entrate e spese della città dì
Ferrara, colla spiegazione, dell ori-
gine di ciascuno de' membri, Fer-
rara 1712. Antonio Musa Brasavo-
la. Opuscula varia h. e. de coena
et prandio, de temperie aeris Fer-
rariens. commentario, in prognosti-
ca etc. , liguri i5J5. 11 Baruffai-
\
FER
di ci die il Commentario dell'iscri-
zione eretta nello studio di Ferra-
ra in memoria di Antonio Afusa
Brasatoli, in cui si tratta della
famiglia Brasatoli. Alberto Pen-
na, Descrizione compendiosa dello
stato di Ferrara, ivi i663. Giu-
seppe Mani ni, Compendio della
storia sagra e politica di Ferra-
ra. Degli storici ferraresi ne trat-
ta il Frizzi nel tom. I delle sue
Memorie a pag. XII. Del sigillo di
Ferrara ne parla il Muratori al
tom. II, pag. ^i5 delle sue Disser-
tazioni.
Finalmente noteremo, che la cit-
tà di Ferrara ha per protettore
un cardinale, essendo l'odierno il
cardinal Giacomo Filippo Fransoni
di Genova per cui va letto l'opu-
scolo intitolato : Prose e rime de-
gli accademici A ri os tei, lette nel-
la solenne adunanza del 1 3 giugno
1 84 1 ì assumendo il prolettorato
della città di Ferrara t eminenlis-
simo cardinal Giacomo Filippo
Fransoni, Ferrara 1841, tipografia
di Gaetano, Bresciani. INel suppli-
mento al mini, 66 del Dia? io di
Roma del 1S42 si legge non solo la
descrizione delle feste fatte in Fer-
rara per il nuovo cardinal protet-
tore , e quelle per la conferma di
legato per altro triennio al cardi-
nal Ugolini ; ma sono enumerate
le beneficenze accordale dal regnan-
te Gregorio XVI alla città e pro-
vincia di Ferrara. Ivi si fa memo-
ria della sedia accordata ai giure-
consulti ferraresi nel tribunale di
appello di Bologna , dei cui giu-
dizi formano tanta parte gì' inte-
ressi privati del vasto e fertile ter-
ritorio ferrarese; le opere pubbli-
che e sontuose approvate , incorag-
gite ed aiutate; autorizzate ed aper-
te strade e ponti; agevolato, e gra-
FER i73
zie concesse all'abbellimento della
città, ed al commercio, con appro-
vazione di nuovi canali e naviga-
zione; condonazioni e concessioni al
comune; pronti e paterni soccorsi
nelle calamità ed inondazioni re-
centi ; distinzioni ed onori compar-
titi alle persone di parecchi tra i
suoi gonfalonieri al dimetter degli
uffici j conferma de' privilegi specia-
lissimi accordati ai professori della
sua celebre università; facoltà co-
muni con le università di prima
classe, ai collegi di questa ; istitu-
zione di una scuola speciale idrau-
lica, graziosamente restituita alla
città, che in queste discipline e ma-
terie tanto in ogni tempo si distin-
se; una scuola agraria per ultimo
esercitata nella città capo di un
territorio eminentemente agricola ,
per tacere di tanti altri benefizi ed
onorificenze.
Non si può stabilire con sicu-
rezza l'epoca dell'origine della se-
de vescovile di Ferrara, come del-
la predicazione del vangelo nel Fer-
rarese. Che Ferrara, dacché prese
forma e grado di città, non ricono-
scesse altro culto religioso fuorché
il cristiano, sembra cosa da non met-
tersi in dubbio. Sorla bensì questa
città in tempo incerto, ma tuttavia
con tutta la probabilità comparsa so-
lo ne'bassi secoli, trovò con tutta la
verosimiglianza dissipala in queste
contrade affatto la gentilesca super-
stizione, che vi aveva dominato
sotto i romani, e seguitò la religio-
ne di Gesti Cristo, che siccome lo
era in Ravenna , in Bologna , in
Comacchio , e nelle altre città al-
l' intorno più antiche di lei , così
in queste paludi doveva essere sta-
ta per tempo introdotta. Quindi
troppo giusta e ragionevole è sta-
ta <[uv.ìl' Apologia in difesa dell'ori-
174 FER
gine della città di Ferrara nata
cristiana di religione, e non idola-
tra come pretende il dottor Ber-
nardo Tanucci, di Girolamo Baruf-
faldi il seniore, exstat nel tona. VI
degli Opuscoli del Calogerà stani p.
del 1732. E un mero effetto del-
la voracità del tempo, come si e-
sprime il Frizzi nel tom. V, pag.
265, se non restano al giorno pre-
sente indizii e prove della vera re-
ligione tra i ferraresi stabilita, più
antichi dell'anno 858. Del 928 poi
ci si manifesta una chiesa al mar-
tire s. Giorgio consagrata , ed una
casa ad essa unita, le quali poi in-
numerabili documenti posteriori af-
fermano che furono l' una la cat-
tedrale, l'altra l'abitazione del ve-
scovo. Parlando il Frizzi nel luogo
citato", dell'antichità del culto dei
ferraresi a'ss. Giorgio e Maurelio, di-
ce che per 1' avvocazia di s. Giorgio
fu sempre dai ferraresi distinto il
giorno dalla Chiesa dedicato a que-
sto santo. Appresso s. Giorgio ve-
nerano i ferraresi per loro com-
protettore s. Maurelio: di lui, fuori
dell'antico culto, e della dignità
sua vescovile ferrarese, nulla si sa
con sufficiente certezza , ad onta
che varie leggende furono date di
lui alle stampe. Può forse aver s.
Maurelio governata la chiesa di
Ferrara fra il vescovo Costantino
dell' 861, e Viatore dell' 869, o
tra questi e Martino del q55 , o
tra Martino e Leone del 970 , o
tra Leone e Gregorio del 998, o
prima d' Ingone del io io, o di
Rolando del io3i, e cosi di qual-
che altro di quell' oscurissimo se-
colo. Ecco dunque , soggiunge il
Frizzi , senza la supposta necessità
di una cattedra in Voghenza, sal-
vato s. Maurelio , la sua sede epi-
scopale in Ferrara , e la pubblica
FER
divozione de' ferraresi. Di poi i ss.
Pietro, Pàolo, e Romano al pari
di s. Giorgio furono noverati fra i
protettori di Ferrara.
Quanti hanno parlato di Voghen-
za, villaggio posto nel centro del
Polesine di s. Giorgio, lungi da
Ferrara a levante dieci miglia, tan-
ti 1' hanno chiamato in latino or
per volerlo nobilitare Vicus Aven-
tinus, e Vicus Egonum, ora per re-
lazione di antiche carte Vicohaben-
tia e Ficoventia, e 1' hanno talora
con certezza, e talvolta con aspetto
di grande probabilità asserito città
un tempo, e sede di un antico ve-
scovato. Le due prime denomina-
zioni, dice il Frizzi nel tom. I, pag.
182, non si provano; le seconde
col titolo di città e coli' onorevo-
le prerogativa della sede vescovile,
colla solita sua profonda erudizio-
ne, e piena cognizione storica di
ciò che riguarda Ferrara, impren-
de ad esaminare, per cui noi solo
ci limiteremo a qualche cenno del
molto eh' egli narra . Egli sostiene
che siamo mancanti di prove, che
Voghenzr. essendo divenuta molto
popolosa meritasse nel IV secolo di
essere dichiarata città, e fatta sede
di un vescovo dal Papa s. Silve-
stro I, ad onta che lo affermino
parecchi storici ferraresi, il Rossi,
l'Ughelli, il Ciampini, l'Amadesi, ed
il Mani ni, il primo de' quali ebbe
gran parte all'errore. Dappoiché di-
ce essere intervenuto al concilio Ia-
teranense del 649 un Johannes Fi-
cohabentinus, dal medesimo storico
chiamato suffraganeo di Ravenna,
mentre gli atti sinceri di quel con-
cilio portano scritto un Johannes
Fico Sabincnsis ; così è manifesto
l' impegno del Rossi di far compa-
rire suffiaganeo di Ravenna il ve-
scovo di Ferrara cui Voghenza ap-
FER
partiene. Inoltre il fatto della rovi-
na di Voghenza e della traslazione
di quel vescovato a s. Giorgio fu
da vari scrittori creduto, ingannati
da una celebre bolla favolosa attri-
buita al Pontefice s. Vitaliano del
637, che pubblicò l'Ughellio parlan-
do de' vescovi di Ferrara, sulla
fede del quale noi al volume XV,
pag. 43 del Dizionario, credemmo
all' esistenza del seggio vescovile di
Voghenza o Vigovenza, non che per
quanto si legge neh' annalista Ri-
naldi all' anno 669, num. 1 . Vedi
il Muratori, Dissert. sopra le antichi-
tà italiane, dissert. 64, pag. 372,
il quale parla del preteso Marino
vescovo di Voghenza, e primo ve-
scovo de'ferraresi, allorché fu tras-
portata la sede a Ferrara, o Fer-
rariola, che anco s' intitola, con po-
co favorevole nome in vero, Mas-
sa Babilonica. Tal bolla la citaro-
no in buona fede per vera diver-
si Papi, mentre altri la tralasciaro-
no iucominciando da Alessandro III.
Il Guarini, il Libanori, il Maresta e
I' Ughellio giunsero a darci il cata-
logo di dodici vescovi di Voghen-
za, ed il Manini seguito da Fran-
cesco Leopoldo Bertoldi ne' Vesco-
vi ed arcivescovi di Ferrara, ivi
1818, ne esibisce quindici.
Le memorie certe de' vescovi di
Ferrara incominciano, come affer-
ma il Frizzi tom. II, p. 2 4, da
Costantino vescovo dell'858, avver-
tendo, che non per questo la sede
vescovile di Ferrara non possa es-
sere di una istituzione molto più
antica ; ed in fatto, secondo quello
che riporta il Manini, il primo ve-
scovo di s. Giorgio traspadano sa-
rebbe stato Marino che visse nel
607. Contemporanea è l'altra no-
tizia della fondazione del suburba-
no monastero di s. Bartolomeo det-
FER i75
to s. Bartolo, con autorizzazione dei
vescovo di Ferrara Viatore del-
l' 8-69, pei monaci benedettini. So-
no pure qui da riferirsi le prime
notizie dell'altro celebre monastero
ferrarese detto di Pompusa, di cui
parlammo di sopra e nel citato vo-
lume del Dizionario, a pag. ^.5 .
Egli è situato nella parte inferiore
del Polesine di s. Gio. Battista,
ove una volta era un'isola trian-
golare, formata in un lato dal Po
di Volano, in un altro dal Po di
Goro, e nel terzo dal mare. Chi e
quando il fondasse non si sa; solo
è noto che fin dall' anno 874 esi-
steva, come rilevasi da una lettera
di Papa Giovanni Vili all'impera-
tore Lodovico II, ed esistente nel-
la regione Comacchiese. Di poi tal
monastero si rese celebre fra i pri-
mi d' Italia per i tanti anacoreti
benedettini che vi abitarono, per le
sue ricchezze, privilegi, giurisdizioni,
magnifiche fabbriche, e pitture;
pei fatti storici e miracolosi ivi ac-
caduti, pel suo prezioso archivio, e
per le beneficenze di cui fu ricol-
mato dagli Estensi. All'anno io4o
il Frizzi parla del vescovo Rolando
e della cautela che usò in sotto-
scriversi senza inciampare nella pre-
tesa, forse fin d'allora promossa dagli
arcivescovi di Ravenna, di avere a
suffraganeo anco il vescovo di Fer-
rara. Pasquale II con una bolla del
1 106, diretta al vescovo Landolfo,
confermò i privilegi della chiesa di
Ferrara, fra i quali si è presa la
più antica prova dell' immediata di-
pendenza di questo vescovato dal
Papa, la quale fu confermata con
altre bolle dai romani Pontefici:
nella bolla di Pasquale II sono
pure enumerati i fondi del patri-
monio della chiesa di Ferrara. II
nominato Landolfo intervenne al
i76 FER
primo concilio lateranense generale
del ii23. Quattro anni dopo la
edificazione della nuova chiesa cat-
tedrale, rimanendo in mano di al-
cuni canonici, questa sede episcopale
■venne in forma solenne assicurata
dell'antico suo pregio d'indipen-
denza dall'arcivescovo di Ravenna,
e d'immediata soggezione alla Se-
de apostolica, per bolla d' Innocen-
zo li, data in Laterano a' 22 aprile
Ti 39, sottoscritta da ventitre car-
dinali. E siccome Gualtieri arcive-
scovo di Ravenna pretendeva con-
sagrare il successore di Landolfo
defunto, che i ferraresi avevano do-
mandato al Papa, questi consagrò
in vescovo di Ferrara Griffone car-
dinale del titolo di s. Pudenziana,
ed arciprete di s. Pietro. Mentre
Amalo era vescovo di Ferrara, A-
lessandro III con bolla data inRe-
nevento a' 18 aprile 1169, confer-
mò ai vescovo di Ferrara gli an-
tichi privilegi, diritti, e consuetu-
dini con vari ospitali, e vi si par-
la de' curati che il solo vescovo
avea diritto di deputare alle chie-
se inferiori, e di rimuoverneli.Non
avevano però queste chiese il bat-
tistero, che solo stava nella cat-
tedrale di s. Giorgio, e nella chie-
sa di s. Maria in Vado fin da
quando fu destinata in sussidio del-
la cattedrale antica, la quale rima-
neva oltre il Po a s. Giorgio, laon-
de anco al presente sole tali due
chiese hanno il fonte battesimale.
In alcuni documenti, che il Friz-
zi riporta all'anno 1181, in uno
si dice che il vescovo di Ferrara
è uno fra quelli che ad consecra-
fionem Romani Pontifici s speci ali-
ter pettinati; in altro si pone il
medesimo vescovo fra quelli sub
Romano Ponti/ice, qui non suiti in
alterius provincia comlìtuli. Risogna
FER
però supporre sbaglio, ove non o-
stante tali espressioni, il vescovato
di Ferrara si colloca dal primo
tra i suffraganei di Ravenna, e dal
secondo sotto la metropoli di Mi-
lano. Imperciocché, quanto all'es-
sere egli sempre stato esente dal-
la soggezione di Ravenna, il mo-
stra ciò che si è detto, e ciò che
si dirà quando parleremo del con-
cilio romano del 17^5; e quanto
al non aver mai avuto dipenden-
za da Milano, il prova non tanto
la protesta che intorno a ciò fece
in Roma nel i565 il vescovo di
Ferrai-a Rossetti contro le pretese
promosse da s. Carlo Rorromeo
arcivescovo di Milano , quanto la
espressione del Provinciale Eccle-
siarum della cancelleria aposto-
lica, ove si trova descritta la me-
tropoli di Milano co' suoi sulfraga-
nei sino al i56j, ma con queste
parole in fine: Placentinum Ferra-
riensem exemptos. Il terzo documen-
to contiene i diritti e proventi
della Chiesa romana nel Ferrare-
se. Della giurisdizione del vescovo
di Ferrara, come de' beni che go-
devano in Trecenta, Massa, Mela-
ra e Rovina, nel Comacchiese, nel
Rolognese e nel Modenese, ne trat-
ta il medesimo Frizzi alle pag. 71,
72, 109 e 2o3. Nel 1189 il Pa-
pa Clemente III ad esempio di
cinque suoi predecessori, confermò
a Stefano vescovo di Ferrara la
dipendenza immediata di questa
chiesa dai romani Pontefici, e tut-
ti gli altri suoi diritti e privilegi.
j\Tel tom. Ili, pag. 27 del Frizzi
è riportata l' enumerazione delle
chiese soggette in quel tempo ai
vescovi di Ferrara, oltre a quella
dille città componenti la loro dio-
cesi, ed alcuni luoghi anche col-
la giurisdizione temporale. A Ste-
FER
fimo verso l'anno 1190 successe
Ugo o Uguccione pisano, eccellen-
te professore di giurispruden7a ,
nella quale ebbe a discepolo Gio.
Lottarlo Conti poscia Innocenzo III,
il quale poi onorò molto e si ser-
vì del suo maestro, presso il qua-
le occorse che Azzolino Estense
nel 1208 fosse creato in un al suo
erede signore perpetuo di Ferrara :
fu benemerito anco per le previ-
denze da lui provocate contro gli
eretici patarini sive gazaros dimo-
ranti in Ferrara. Gli successe nel
vescovato Rolando, perchè il b.
Giordano Forzate benedettino per
umiltà non volle accettarlo. A Ro-
lando alcuni storici fanno succeder
Gravadino o Gravendino nel 1236.
Il vescovo Filippo Fontana nobile
ferrarese o toscano fu il primo che
venne a degli atti ostili contro Sa-
Iin"uerra li dominatore in Ferra-
ra, e nel gennaio 1240 con gente
armala si portò ad occupare i due
castelli di Bergantino e di Ronde-
no: nel 1246 Innocenzo IV con ti-
tolo di legato lo inviò con ampie
facoltà e mollo denaro al nuovo
re de' romani Enrico per sostener-
lo, indi fu trasferito alla sede ar-
civescovile di Ravenna. INel 1252
fa eletto a succedergli Giovanni
Quirini patrizio veneto, e dopo di
lui nel 1258 divenne vescovo il
b. Alberto Pandoni bresciano. Al-
berto ebbe delegazioni apostoliche,
ed a' suoi tempi segui il principio
dello strepitoso processo contro il
famoso eretico Pungilupo : morì
con fama di santità, ond' è che il
popolo intitolò lui beato, e vene-
rò le sue ossa, che or si conservano
nella chiesa di s. Giorgio sotto
all' altare della cappella al lato
dell'epistola dell'altare maggiore.
Guglielmo vescovo di Ferrara da
vol. xxiv.
FER 177
Gregorio X nel 12 ^4 Tenne di-
chiarato legato di Lombardia : nel
1281 sostenne una fiera traversia,
venendo privato del vescovato : ma
Martino IV a mezzo dell'arcidia-
cono del capitolo il ripose nella
sua sede, e ne cacciò l' intruso. Gli
successe nel 1290 Federico de' con-
ti di s. Martino, e già vescovo di
Ivrea, il quale esaurì diverse delega-
zioni pontificie per Bonifacio Vili,
che in di lui morte nel i3o3 gli
sostituì Ottobono dal Carretto dei
marchesi del Finale; ma avendo
rinunciato prima del possesso, Be-
nedetto XI nel i3o4 gli surrogò
fr. Guido dal Cappello de' conti di
Montebello di Vicenza, del suo an-
tico ordine domenicano. Morì in
Bologna per l'interdetto cui era
stata condannata Ferrara, e nel-
l'anno stesso 1 332, in cui Giovan-
ni XXII gli avea dato per coa-
diutore Guido di Filippo da Bai-
sio reggiano, già vescovo di Rimi-
ni. INel breve di elezione del Bai-
sio, dice il Papa al popolo e alla
università o sia comune di Ferra-
ra a cui lo dirige, che essendo
morto in Bologna poco prima
Guido vescovo di questa chiesa im-
mediatamente soggetta alla santa
Sede, ed avendo lo stesso Pontefi-
ce in passato riservate a sé le provi-
giouidi tutti gli arcivescovati e ve-
scovati delle terre spettanti alla Chie-
sa romana per un tempo a suo be-
neplacito, fissato però ad altri due
anni soltanto dalle calende di gen-
naio dell'anno suo XIV, cioè del
1329 in avvenire, così, poiché du-
rante tale riserva era vacata la
chiesa di Ferrara, né altri ch'egli
slesso aveva diritto ìlio, vice di
provvederla, vi trasferiva Guido ve-
scovo di Rimini, uomo di virtù e
e meriti segnalati. Da questo do-
12
i7» FÉ II
cumento resta confermalo il dirit-
to che avevano i ferraresi di eleg-
gere e nominare il proprio vescovo.
Il Baisio nell' aprile si portò a Fer-
rara e vi fu ricevuto con grande
onore: ancor egli abitò talvolta a
Bologna, ove i vescovi di Ferrara
avevano propria abitazione . Mori
nel i34g in Ferrara, e fu sepolto
nella cattedrale: Clemente VI gli
sostituì Filippo d' Antella genti-
luomo fiorentino, cappellano pon-
tificio, e preposito della chiesa di
Firenze, di cui fu eletto arcive-
scovo nell'anno i356. 11 vescovo
di Como Bernardo il successe nel-
lo stesso anno, cui verso il 1872
gli fu deputato in economo il car-
dinal Pietro di Stagno vescovo di
Ostia e camerlengo di santa Chie-
sa. A Bernardo, Gregorio XI die
per successore nel 1377 Aldo-
brandino Estense figlio di Rinaldo,
traslato dalla chiesa di Modena, ed
ebbe lode di buon vescovo. Gli fu
dato da Urbano VI nel i3»2 in
successore 1111 secondo Guido da
Baisio reggiano, che già l'aveva
succeduto al vescovato di Modena.
Vacata la sede di Ferrara il detto
Papa vi prepose a pastore Tom-
maso de' Marcapesei bolognese, ab-
bate di Nonantola. Passato egli a
miglior vita, il marchese Alberto
Estense impetrò nel i3g3 il vesco-
vato per Nicolò Roberti suo co-
gnato, giovinetto figlio di Cabrino,
la cui consagrazione segui con pom-
pa e splendidezza straordinaria.
-Nella congiura ordita nel i4oo con-
tro il marchese Nicolò III d' Este
si tenne per complice anche il ve-
scovo Roberti, per cui con decreto
apostolico restò privo della digni-
tà : l'Ughelli dice che nell'anno
seguente ebbe un altro vescovato,
.senza nominar quale.
FER
Nella sede ferrarese Bonifacio
IX in detto anno vi pose Pietro
Bojardi figlio di Selvatico signor
di Rubiera, che lasciò per tal ca-
gione quella di Modena, indi nel
1 43o o 1 43 1 rinunziò questa di
Ferrara nelle mani di Martino V.
11 marchese Nicolò III^ e il popo-
lo di Ferrara proposero tre sog-
getti per la successione, uno de' quali
fu s. Bernardino da Siena, che in
quel tempo erasi portato a predicare
in Ferrara, che costantemente per
umiltà si rifiutò, e gli altri due non
furono accettati. Intanto Eugenio IV
avendo destinato Fantino Dandolo
nobile veneto, canonista riputatis-
simo e protonolario apostolico in
legato in Bologna, il marchese gli
raccomandò due persone pel ve-
scovato, mentre il legato per spon-
taneo consiglio propose al Papa il
b. Giovanni da Tossi gnano d'Imo-
la, della famiglia Tavelli, già reli-
gioso gesuato, pel consiglio del qua-
le vuoisi che Gregorio XII rinun-
ziasse al triregno nel concilio di
Costanza. Trovavasi alla sua ele-
zione superiore del convento di s.
Girolamo de' gesuati in Ferrara
quando Nicolò III gliene recò l'av-
viso, e vi fu bisogno del comando
del Papa acciò accettasse. Dopo a-
vere intrapresa la visita apostolica
della diocesi , comprendendo in
essa con facoltà apostolica anche
i regolari, e dopo avere celebrato
un sinodo diocesano , il Tavel-
li nell'anno 1 433 si portò al con-
cilio di Basilea. Ma vedendo che
il Papa disapprovava gli atti con-
ciliari, avendo per otto mesi soste-
nuta la causa di lui se ne partì.
Nel 1439 pel dispregio e calunnie
cui il Tavelli fu posto presso il
popolo da un malvagio cappellano
del marchese Nicolò III, se n' an-
FER
dò a Firenze da Eugenio IV, al
quale l'Estense pentito di aver con-
tribuito a quella partenza ricorse
per riaverlo. Ma il Papa assai ri-
sentito rimproverò lui e i ferraresi
come indegni di avere un si lu-
minoso specchio della militante Chie-
sa, e protestò di volerlo serba-
re qual prezioso monile presso
di sé nel tesoro della religione.
Allora il marchese andò a Firenze,
e gli riuscì di ricondurre il vesco-
vo al suo gregge, ciò che altri du-
bitano per l'apologia sublime, che
dopo la morte del vescovo trovos-
si nel saccone di paglia ove dor-
miva. Il b. Giovanni fu presente
al concilio generale che Eugenio
IV celebrò in Ferrara, e dipoi a-
gli 8 luglio i446 terminò la sua
esemplarissima vita, e fu sepolto
nella detta chiesa di s. Girolamo.
Ebbe tosto dal popolo il titolo di
beato, ed il suo culto sempre fu
continuato. In suo luogo fu posto
Francesco dal Legname canonico
e gentiluomo di Padova, e came-
riere segreto di Eugenio IV; reci-
i tò 1' orazione funebre pel marche-
se Leonello d' Este, ma o per vo-
lersi impacciar nelle cose del go-
verno, o per la questione de' pesi
pubblici, Borso dEste lo condusse
seco in castello per metterlo in
salvo da ogni insulto, onde il Pa-
pa Calisto III lo rimosse, trasferen-
dolo alle chiese di Feltre e Bel-
luno. Dopo due anni di sede va-
cante, Pio II conferì questa chie-
sa nel 1460 a Lorenzo Roverelli
ferrarese oriundo di Rovigo, cano-
nico di Ferrara, datario e mediro
del Papa, il perchè stette qua-i
sempre a lui appresso, e sostenne
negativamente la questione di rei-
terare V Estrema Unzione [Vedi).
Impiegato questo vescovo in dif-
FER 179
ficili negoziazioni per la Sede apo-
stolica con grande reputazione ,
quando Sisto IV nel i474 '° de-
stinava governatore di Perugia mo-
ri in Monte Oliveto ; indi per cu-
ra de' suoi fratelli venne il suo cor-
po trasferito in Ferrara , e ripo-
sto nella chiesa suburbana di sau
Giorgio, essendo scultore del ma-
gnifico mausoleo Ambrogio da Mi-
lano.
Sisto IV destinò immediatamen-
te questo vescovato al suo nipote
Bartolomeo della Rovere savonese
francescano, e patriarca di Gerusa-
lemme, o d'Antiochia: morì in Bo-
logna nel i494> ed il suo corpo
fu trasportato in s. Giorgio fuori
di Ferrara. I libri corali scritti iu
pergamena e miniati che si con-
servano nella cattedrale furono o-
perali in gran parte mentre questi
reggeva la chiesa di Ferrara. Il
Zaccaria non ebbe difficoltà di an-
teporli ai tanto rinomali di Sie-
na. Km è vero che tali corali sie-
no dono del cardinal della Rove-
rella ; ma che furono eseguiti a
spese del capitolo di Ferrara, lo
dimostrano le ricevute che esistono
nell'archivio capitolare, le quali fra
non molto saranno pubblicate colla
slampa e con annotazioni artisti-
che. Il duca Alfonso I bramava
che il pingue benefizio fosse con-
ferito al figlio, cardinal Ippolito I,
ma il Papa Alessandro \ l lo con-
ferì al cardinal Giovanni Borgia
suo nipote nel i49"7s e questi mai
comparve in Ferrara : sotto di lui
alcuni scrissero che Alessandro A I
concesse a' ferraresi 1' indulto pei
latticini nelle vigilie di tutto fan-
no in perpetuo. Pio 111 nel 1 5o3
conferì il vescovato al cardinal Ip-
polito d Este, che Alessandro \ I
uvea già destinato amministratore
i8o FER
perpetuo del vescovato di Ferrara
in spirituale e temporale , e nel-
l'assenza del duca Alfonso I fece
in Ferrara le sue veci, e mori nel
i5io. Qui noteremo che alle bio-
grafie dei cardinali sono riportate
quelle de' cardinali vescovi di Fer-
rara , de' cardinali Estensi , e dei
cardinali ferraresi. Leone X gli die
in successore il proprio nipote car-
dinal Giovanni Salviati, non atten-
dendo alle istanze fattegli dal du-
ca in favore del cardinal Ippolito
II d'Este, quindi lasciò di vivere
nel i553. Gli successe il cardinal
Luigi d'Este, con pubbliche feste
in tutte le chiese, che durarono
tre giorni: per ragione però della
sua incapace età, Giulio III gli de-
putò due amministratori, nell' ec-
clesiastico il Rossetti vescovo di
Comacchio, e nel temporale il con-
te Nicolò Estense Tassoni, e nel
terminar del i586 terminarono
pure i suoi gloriosi giorni : ma si-
no dal i563 eragli succeduto il
detto Alfonso Rossetti, il quale con
fama di ottimo pastore morì nel
1^77, con riserva dell'annua pen-
sione di scudi seimila al cardinal
Luigi: peso cui soggiacque il suc-
cessore Paolo Leoni nobile pado-
vano, arciprete di Carpi, ed auto-
re stimabile di opera legale stam-
pala. Due proteste d'indipendenza
dalla sede di Ravenna abbiamo s\
del Rossetti, che del Leoni. Egli
impose a' i4 dicembre i583 la
berretta cardinalizia nella catte-
drale al celebre ferrarese cardinal
Canano. Questo buon pastore in
esecuzione del concilio di Trento
fondò nel 1 584 nell'antico moni-
stero e spedale di s. Giustina il
seminario pei chierici. Alcune ca-
lunnie tutlavolta il costrinsero nel
i583 e nel 1 586 a portarsi in
FER
Roma a giustificarsi ; ne riuscì
trionfalmente innocente, per cui
Gregorio XIII lo dichiarò prelato
domestico, lo che confermò Sisto
V. Ciò non ostante la sua grave
età, e le sofferte tribolazioni gli
resero necessario un coadiutore:
questi il duca Alfonso II procurò
che fosse fr. Francesco Panigarola
nobile milanese minore osservante,
e predicatore di tanto merito nel-
la conversione degli eretici, che fu
stimato un prodigio. Sisto V lo
consagrò vescovo di Nicopoli in par-
tibus iiifidelium. Il cardinal Luigi
gli assegnò una pensione, il duca
lo provvide di sagri arredi, e di
mobili, e pensava di procurargli
il cardinalato, quando caduto di
sua grazia fu improvvisamente esi-
liato da tutti gli stati Estensi a' 6
novembre i586; forse per aver
mosso secreto trattato col cardinal
de' Medici per succedere al Leoni
nel vescovato : il duca probabil-
mente avea egual intenzione , ma
voleva, che da lui si riconoscesse
il benefizio. Nel i5o,o il duca pro-
curò coadiutore al Leoni , e suc-
cessore con titolo in parlìbus di
vescovo di Sicopoli, Giovanni da
Villa Fontana del Modenese, già
vicario della badia di Nonantola
per s. Carlo Borromeo, suo vica-
rio generale in Milano , e cano-
nico di quella metropolitana , e
poco dopo morì il Leoni a' 7
agosto.
Nel 1 597 essendo morto Alfon-
so li duca di Ferrara, il suo cu-
gino d. Cesare si portò al duomo
ove fu benedetto dal vescovo Gio-
vanni Fontana, indi questi trovossi
alla ricupera che la santa Sede fe-
ce della provincia ferrarese, e rice-
vette Clemente Vili in Ferrara.
Morì questo vescovo a* 5 luglio
FER
16 il nella villa di Contrapò; il
suo governo non fu placido, né
gradito per eccessivo rigore; pub-
blicò nel i5gi un sinodo, che an-
dò poi corretto, come lesivo de' di-
ritti del clero. Ad onta delle sue
stravaganze viene lodato come ge-
neroso co' poveri, pio, vigilante, ed
infaticabile. Instituì le due preben-
de canonicali nella cattedrale , pel
teologo e pel penitenziere; e l'al-
tare de' ss. Ambrogio e Geminia-
no nel duomo, nel quale la pala
dipinta dal celebre ferrarese Scar-
sellino, serba nel secondo di quei
due santi l' effigie del fondatore.
Restaurò questa ed altre chiese,
restituì a tutte la decenza, e fu
il suo cadavere posto nel sepolcro,
che si era vivente fino dal 1608
preparato a pie del riferito altare.
Nel 1 6 1 1 Paolo V conferì il ve-
scovato al cardinal Gio. Battista
Leni romano suo nipote ; nel se-
guente anno si portò a Ferrara ,
visitò la diocesi, tenne un sinodo,
e nell'ottobre fece ritorno in Ro-
ma, movendo grave lite a' cittadini
ch'erano stati investiti delle deci-
me ecclesiastiche, per cui introitò
ventimila ducati di camera per
l'accordo fatto nel 1619. Fu qua-
si sempre assente dalla diocesi ,
nel 1625 inviò a Ferrara ad eser-
citare le funzioni pastorali il ca-
maldolese Lodovico Pasolini di Ra-
venna, e vescovo di Segni, coll'an-
nua provvisione di ottocento scu-
di: il Leni mori in Roma nel dì
7 di novembre 1627, e venne se-
polto nella basilica lateranense. Per
di lui morte Urbano Vili nel 1628
conferì il vescovato al cardinal Lo-
renzo Magalotti fiorentino, fratello
di sua cognata Costanza. Non solo
col legato, ma col magistrato ebbe
controversie : 1' una fu per la vio-
FER 181
Iasione d'immunità ecclesiastica nel-
la chiesa di s. Marco di Fossano-
va ; l'altra toccava la giurisdizio-
ne, che al giudice de' savi conce-
deva lo statuto di Ferrara sopra
gli ebrei. Nel i636 intraprese pel
primo la riedificazione della catte-
drale, che per l'antichità di cinque
secoli si trovava in istato minac-
cevole ; ma non ne rifece che il
presbiterio, perchè a' 19 settem-
bre 1637 passò all'altra vita, ed
Urbano Vili lo fece succedere dal
di lui nipote Francesco Maria Mac-
chiavelli fiorentino nel i638, com-
mendevole per l'elevatezza d'ingegno
e pietà singolare con cui aveva eser-
citato l'uditorato di rota, e la nun-
ziatura di Colonia. Indi a' iG dicem-
bre 1641 il Papa lo creò cardinale,
e morì giovane in Ferrara a' 2 1
novembre i653, con lode di zelante
pastore, amabile e cortese. Dopo
una lunga sede vacante, Alessan-
dro VII fece vescovo di sua pa-
tria il cardinal Carlo Pio di Sa-
voia. Qui noteremo che la casa Pio
aggiunse al coguome quello di Sa-
voia, dopo che Alberto Pio de' si-
gnori di Carpi, che fiorì alla me-
tà del secolo XV e nel i-i^o, Pei"
meriti militari lo riportò in dono dal
duca di Savoia Luigi, conservato
poi ne' suoi posteri. Fu consagra-
to il 5 settembre i655 nella cat-
tedrale dal cardinal legato Gio.
Battista Spada, e dai vescovi di
Mautova e Comacchio : fu buon
vescovo, amante della patria, e ge-
neroso protettore de' letterati ; ma
fatto protettore dell'impero, nel
1662 rinunziò la sede e si ritirò
in Roma, ove morì decano del sa-
gro collegio nel 1689. Alessandro
VII gli sostituì il cardinal Stefano
Donghi patrizio genovese, già le-
gato di Ferrara, e vescovo d'Imo-
ift FFR
la, che morì in Roma nel 16G9,
ov' erasi portato pel conclave.
Clemente IX fece vescovo il car-
dinal Carlo Cerri romano, che noti
si recò a Ferrara che nel 1673
dopo aver compita la legazione di
Urbino: portatosi in Roma pel con-
clave, vi mori a' i5 maggio 1690,
per cui Alessandro Vili assegnò
novemila scudi , cioè la metà Hi
questa mensa, per provvista del suo
nipote cardinal Pietro Ottoboni, da
ciò nacque che rifiutò il vescovato
il cardinal Marcello Durazzo quan-
do gli fu offerto , e rimase Ferra-
ra sei anni senza pastore. Inno-
cenzo XII nel 1696 lo conferì al
cardinal Domenico Tarugi nato in
Ferrara: co' primi saggi che diede
fece sperare vigilante ed esemplar
governo, quando la morte il rapì
a' 27 febbraio del medesimo anno.
A' 1.5 gennaio 1697 Innocenzo Xll
nominò vescovo Fabrizio Paolucci
di Forlì, che a' 22 luglio creò car-
dinale; ma nel 1701 rinunziò la
sede a Clemente XI che lo nominò
segretario di stato , ed in vece gli
nominò in successore il cardinal
Taddeo Luigi dal Verme piacenti-
no, già ottimo vescovo di Fano e
d' Imola. Si mostrò uno de' più de-
gni pastori, che reggessero la chie-
sa di Ferrara, e mori agli 1 1 gen-
naio 17 17. Da detto Papa gli fu
surrogato il cardinal Tommaso Ruf-
fo napoletano , già legato di Fer-
rara. Sotto di lui si estinse nel
1725 la gran lite tante volte su-
scitata dagli arcivescovi di Raven-
na contro i vescovi di Ferrara, per
la pretesa degli uni , che la sede
di Ferrara fosse suffraganea a quel-
la di Ravenna, e degli altri, che
fosse immediatamente soggetta alla
Sede apostolica, il perchè erano na-
ti diversi inconvenienti. Ma il car-
FER
di naie ricorrendo a Benedetto XIII,
il «piale in Roma avea aperto il
concilio provinciale, ad esso com-
mise questa causa. Il concilio delegò
una particola!- congregazione, che
a'2 1 maggio coll'approvazione del
Papa, decise che la chiesa di Ferrara
era immune da qualunque metropo-
litica soggezione, e che dipendeva
immediatamente dal sommo Pon-
tefice. Tuttavolta nel seguente pon-
tificato di Clemente XII tentando
monsignor Crispi arcivescovo di Ra-
venna di rimettere in piedi la già
decisa lite intorno alle pretensioni
sue sul jus metropolitico sopra il
vescovato di Ferrara , il cardinal
Ruffo a mettersi al sicuro per sem-
pre, impetrò da Clemente XII la
amplissima bolla, Paterna, data ai
27 luglio 1735, Bull. Rom., tom.
XIV, pag. 38, colla quale egli ed
i suoi successori vennero innalza-
ti al grado arcivescovile, in con-
siderazione che allora la diocesi
in cento parrocchie abbracciava
centomila anime, e la rendita an-
nua della mensa ascendeva a quat-
tordicimila scudi. Non è a tacersi,
che fin dal tempo di Gregorio XIII,
e di Sisto V aveva chiesto Io stes-
so il duca Alfonso II, ed era anche
riuscito di conseguirlo , ma forse
perchè si voleva di più levare alla
chiesa di Ravenna i suoi suffraga-
nei di Modena , Reggio e Comac-
chio, colla chiesa di Carpi, rimase
la cosa senza esecuzione : il cardi-
nal Ruffo però fu contento del so-
lo titolo e grado senza suffraganei,
e l'ottenne. Volendo il cardinal ri-
tirarsi in Roma nel 1738 rinun-
ziò l'arcivescovato a Clemente XII,
contentandosi di una pensione di
quattromila scudi, e della nomina
ai benefizi , dopo aver trasferito il
seminario al palazzo di Borgo nuo-
FER
vo, fornito di ulteriori entrate, ac-
crescendo i maestri e gli alunni, e
facendo del luogo di s. Giustina,
o v'era il seminario, un conservato-
rio di zitelle. Niuno seppe meglio
regolare gli ecclesiastici, e scegliere
i parrochi più del cardinal Ruffo:
non vi fu quasi chiesa che non
fosse da lui riparata, e provvedu-
ta del bisognevole. Nella villa di
Voghenza innalzò una nuova abi-
tazione per suo uso e dei succes-
sori; rinnovò il grandioso episcopio
di Ferrara , e ridusse a miglior
forma quello episcopale di Sabbion-
cello. Siccome poi il cardinal Dal
Verme aveva lasciato incompleto
per due delle tre parti il gran tem-
pio cattedrale, egli lo perfezionò
e lo consagrò nel 1728 a' i5 set-
tembre, giorno anniversario di sua
nascita ; morendo vescovo d' Ostia
e Velletri, e decano del sagro col-
legio nel 1753, lasciando in legato
preziosi arredi a questa sua anti-
ca chiesa.
Clemente XII gli die un succes-
sore, il quale se non fu magnifico
perchè non era ricco, divenne pe-
rò luminoso esempio d'ogni episco-
pale virtù, qual si fu il cardinal
Raniero d'Elei sanese. Mentre go-
vernava questa metropolitana, nel
1740 fu eletto Benedetto XIV, ed
a questi il cardinale la rinunziò
trovandosi mancante di mezzi per
soccorrere i poveri , e di premiar
co'benefizi i degni ecclesiastici, per
le riserve fattesi dal cardinal Ruf-
fo ; ma il Papa in compenso lo
fece legato, conferendo l'arcivesco-
vato al ferrarese p. Bonaventura
Barberini cappuccino, di cui par-
lammo superiormente , ed ambe-
due fecero a gara per beneficar la
diocesi e la provincia, massime il
legato coi maschi, e l'arcivescovo
Fi^R iS3
colle femmine, con pie e benefiche
istituzioni. Questi morì nel 1 74^
lasciando opinione di santità sin-
golare. Un altro ferrarese gli die-
de il Papa per successore in Gi-
rolamo conte Crispi, già arcidiaco-
no ed arciprete della cattedrale,
arcivescovo di Ravenna, e patriarca
in parlibus di Alessandria, quello
istesso che avea mosso la gran lite
sulla soggezione di Ferrara a Ra-
venna. Con attività straordinaria
egli governò questa sua nuova chie-
sa, e molte sagre funzioni v'intro-
dusse; ed a suo intuito molli cor-
pi ecclesiastici e regolari, alcune u-
niversità delle arti, il magistrato
della città, ed altri assunsero la spesa
per abbellire la metropolitana con
trentasei statue, parte di gesso, par-
te di marmo.
A proprie spese fece i due belli
angeli che sostengono i pili dell'ac-
qua benedetta: la morte gli im-
pedi 1' esecuzione di altri lodevoli
divisamene , operando alcuni can-
giamenti nelle parrocchie sia nel
numero, che nei confini. Lasciò di
vivere a'24 luglio 1 7 4^> dichiaran-
do erede la cattedrale, che perciò
ebbe molte sagre preziose suppellet-
tili, ed insigni reliquie. Le sue deci-
sioni rotali, e le sue opere, massi-
me l'ascetiche, provano la sua pie-
tà e coltura . Fu da Benedetto
XIV tolto dalla legazione di Fer-
ra, e trasportato a' 22 agosto a
questo seggio arcivescovile il car-
dinal Marcello Crescenzi romano,
il quale figurò meglio nel governo
ecclesiastico, che nel legatizio. Ai
24 agosto 1768, egli pagò l'uma-
no tributo, avendo amato tenera-
mente i ferraresi, che sovvenne lar-
gamente con limosi ne: molte chiese
pur soccorse, altre innalzò di nuo-
vo. Assiduo nelle sagre fuuzioni,
i84 FER
come negli esercizi di pietà, mo-
desto , esemplare , ameno , disin-
volto, tutto a tutti fu assai pianto.
Clemente XIII che l'amava, volle
clic colla mensa si pagassero i suoi
debiti. Clemente XIV tolse la ve-
dovanza a questa chiesa dandogli
a' i5 marzo 1773 in pastore il
cardinale Bernardino Giraud romano,
la qual seconda dignità però fu pub-
blicata nel concistoro de' 19 apri-
le. Non inclinato alle cure pasto-
rali, poco stette in Ferrara, ed e-
letto nel 1775 Pio VI lo ritenne
nel palazzo apostolico per pro-udi-
tore. Bramando egli rinunziar la
sede, ingenuamente confessò il suo
carattere non pienamente unifor-
mato ai rigidi doveri dell' episco-
pato, il perchè Pio VI a' 17 feb-
braio 1777 preconizzò arcivescovo
Alessandro Maltei romano, ammi-
rato per l' illibatezza de' costumi,
pel suo contegno tutto pio ed ec-
clesiastico; laonde meritò di esse-
re creato, e riservato in petto car-
dinale nel 1779- Quindi allorquan-
do nel 1782 Pio VI onorò di sua
presenza Ferrara, il pubblicò car-
dinale al modo narrato, converten-
do perciò la sagrestia della catte-
drale in aula concistoriale. Sotto il
suo vescovato accaddero quelle tri-
ste vicende politiche, le quali sog-
gettarono il Ferrarese al dominio
straniero, che ricordammo di sopra.
Nel concordato conchiuso tra Pio
VII e la repubblica italiana, ven-
ne stabilito che le chiese vescovili
di Mantova, di Comacchio, di A-
dria, e di Verona dalla parte del-
la repubblica italiana saranno suffra-
ganee dell'arcivescovato di Ferra-
ra ; ma collo scioglimento del re-
gno italico, restò Ferrara senza
Btiflraganei come prima. Al cardi-
nal Mattei degnissimo pastore sue-
FER
cessero i seguenti arcivescovi. Pio
VII nel concistoro de' 24 agosto
1807 fece arci vescovo Paolo Pa-
trizio Fava Ghislieri di Bologna
nato in Piacenza; ed in quello dei
io marzo 1823 il cardinal Carlo
Odescalchi romano, che rinunzian-
do alla porpora morì santamente
nella compagnia di Gesù. Leone
XII in luogo dell' Odescalchi, che
bramò ritornare in Roma, nel con-
cistoro de'3 luglio 1826 vi prepose
a pastore il suo elemosiniere Filip-
po Filonardi romano, arcivescovo
di Atene, uomo veramente aposto-
lico; ed in sua morte il regnante
Papa Gregorio XVI nel concisto-
ro de'23 giugno i834, dal titolo
arcivescovile di Berito, trasferì a
questa metropolitana Gabriele della
Genga Sermattei di Assisi, degno
nipote di Leone XII , che dipoi
nel primo febbraio 1 836 esaltò al
cardinalato. Alcun tempo funse e-
gregiamente anche l'uffìzio di le-
gato, e nel concistoro de'3o genna-
io i843 ebbe meritamente a suc-
cessore nell'arcivescovato l'odierno
pio, dotto e zelante pastore il cardi-
nale Ignazio Giovanni Cadolini di
Cremona, che nella cappella segreta
pontifìcia del palazzo vaticano, ri-
cevette il sagro pallio dalle mani
del sommo Pontefice. Antonio Li-
banori ci ha dato nella parte li
della sua Ferrara d'oro imbrunito
le vite e gli elogi di tulli i vesco-
vi della s. Chiesa di Ferrara, s la ti 1 -
paté ivi nel 1667. Lorenzo Ba-
roni, Serie de'vescovi ed arcivesco-
vi di Ferrara, ivi 1781, continua-
ta dalle Notizie di Roma. V. l'U-
ghelli, Italia sacra tomo II, pag.
5i3 e seg., ed ilManini nel Com-
pendio della storia sagra e poli-
tica di Ferrara.
Dagli annuali Diari ferraresi si
FER
apprendono veridiche ed erudite
notizie del governo secolare ed ec-
clesiastico della città e ducato,
principalmente su quanto andiamo
ad accennare della sola città di
Ferrara. Oltre tutto ciò che riguar-
da il capitolo e il clero secolare,
parla degli agostiniani della con-
gregazione di Lomhardia in s. Au-
drea; degli agostiniani scalzi di s.
Giuseppe; dei benedettini cassinesi
in s. Benedetto; dei canonici rego-
lati lateranensi in s. Gio. Battista;
dei canonici regolari di s. Salvato-
re in Ferrara, in s. Maria in Va-
do; dei cisterciensi ne' borghi ins.
Bartolo; dei certosini in s. Cristo-
foro; dei carmelitani della con-
gregazione di Mantova in s. Paolo;
dei carmelitani scalzi in s. Girola-
mo; dei cappuccini in s. Maurelio;
dei domenicani in s. Maria degli
Angeli; dei domenicani di stretta
osservanza in s. Domenico; dei
francescani minori conventuali in
s. Francesco ; dei francescani mi-
nori osservanti in s. Spirito; dei
francescani del terzo ordine in s.
Apollonia; dei minimi di s. Fran-
cesco di Paola in s. Croce; dei
fdippini in s. Stefano; dei giro-
lauiini del b. Pietro da Pisa in s.
Maria della Bosa; dei ministri de-
gli infermi, o crociferi della Ma-
donnina; dei missionari di s. Vin-
cenzo de Paolis alla missione; de-
gli Olivetani in s. Francesca ; degli
Olivetani de' borghi in s. Giorgio;
de' serviti in s. Maria; de'soma-
sclii in s. Nicolò; dei teatini in
s. Maria della pietà; de' frati del-
la penitenza di Gesù. Nazareno in
s. Croce; de' fratelli francesi delle
scuole cristiane, e de' gesuiti nella
loro chiesa e collegio. Le mona-
che e i monisteri di Ferrara, nel
Diario ferrarese sono noverali co-
FER i85
me appresso. Le monache agosti-
niane dei monisteri di s. Vito , di
s. Agostino, e di s Lucia , le be-
nedettine in s. Antonio abbate, ed
in s. Silvestro; le canonichesse la»
teranensi in s. Maria delle Grazie;
le cappuccine in s. Chiara; le car-
melitane in s. Gabriele ; le carme-
litane scalze in s. Teresa; le do-
menicane in s. Caterina da Siena,
in s. Monica, in s. Caterina marti-
re, ed in s. B.occo; le filippine di
s. Orsola; le francescane in s. Ber-
nardino, in s. Guglielmo, in s. Ma-
ria Maddalena, e del Corpus Do-
mini', le servite di Cabianca in s.
Maria Concetta; oltre le terziarie
francescane, conventuali, e servite.
Ecco poi il numero de' conserva-
torii secondo il citato Diario, sen-
za enumerar quelli del ducato. Il
conservatorio di s. Agnese, di s.
Apollinare , di s. Barbara, di s.
Giustina, di s. Margherita, e di s.
Maria della Rosa. Gli ospedali che
ivi sono registrati, hanno la deno-
minazione di s. Anna, de' Battuti
Bianchi, de' Mendicanti, degli Oria"
ni, degli Esposti, delle povere ve-
dove, de' pellegrini, e l'ospedaletto
di s. Lazzaro. Numeroso è il re-
gistro delle confraternite, onde ci
limiteremo a ricordar quelle della
morte, e delle scuole cristiane. I
pii luoghi che leggonsi nel Diario,
sono la casa de' catecumeni, 1 ope-
ra pia della dottrina cristiana, le
limosine dotali, il reclusorio di s.
Maria del Soccorso, e 1' opera pia
de' carcerati. Nel novero delle con-
gregazioni sono a ricordarsi quelle
dell' ahbondanza, la criminale, quel-
la dei pupilli, quella sulle strade,
quella della sanità, e quella dei
lavorieri. Nella categoria de' colle-
gi, oltre le arti collegiali di Fer-
rara, noteremo i collegi degli avvo-
i86 FER
cuti, de' dottori, de' teologi, de'dot-
tori di jus canonico civile, di fi-
losofia e medicina, de'procuratori, e
de' notari. Oltre il tribunal della
inquisizione, della rota, ed altri,
eiavi quello di segnatura, del qua-
le ecco ciò che si legge nel Diario
ferrarese. Ha la città e il duca-
to di Ferrara due tribunali egual-
mente supremi, e fra loro indipen-
denti, di segnatura di giustizia col-
le identifìcbe facoltà della segna-
tura di Roma. Presiede all'uno il
cardinal legato in forma pubblica,
avendo a destra monsignor vicele-
gato, ed il pretore della rota, ed
a sinistra l'uditore di camera. Pre-
siede all'altro monsignor vicelegato
in mantelletta, cui assiste a sini-
stra il suo uditore di camera. Vi
si propongono dai procuratori di
collegio coli' ordine di anzianità le
cause che decidonsi da chi vi pre-
siede. Conosce questo supremo tri-
bunale non il merito delle cause,
ma il solo ordine giudiziario, per
circoscrivere gli atti nulli, purgar
gli attentati, rigettar le appellazio-
ni, commettere le cause. È bensì
giudice sul merito per i privilegia-
ti che sono compresi nella /. Unic.
cod. Quando I/nper. se variano a
questo tribunale ; come lo è bene
anche de' curiali nelle cause passive,
in forza della nota bolla di Euge-
nio IV. I giorni ne' quali si tene-
va questo tribunale erano descrit-
ti nel calendario curiale del mede-
simo Diario ferrarese, eh' ebbe fi-
ne col secolo passato, come pure
lo ebbero la maggior parte delle
cose in esso registrate. Finalmente
nel Diario si leggeva la nota del-
le famiglie nobili di Ferrara , il
consiglio centumvirale, il novero
dei giudici, e delle milizie del Fer-
i arese come del presidio della città.
FER
La chiesa cattedrale e metropo-
litana, alla santa Sede immediata-
mente soggetta, è dedicata a Dio
sotto l' invocazione dei ss. Giorgio
e Ma urei io martiri, i quali come
dicemmo sono pure i patroni del-
la città, ed a quanto pur si disse
sul magnifico ed ottimo edifìzio
nulla aggiungiamo per brevità. Il
capitolo si compone di tre digni-
tà, la maggiore delle quali è l'ar-
ciprete, di tredici canonici colle
prebende del teologo e del peni-
tenziere, di vent' otto beneficiati, dì
nove mansionari!, compreso il mae-
stro di cerimonie, e di altri preti
e cheriei addetti all' udiziatura. Nel
Diario ferrarese sono registrate 1^
dignità dell'arciprete, del preposito,
dell'arcidiacono, del primi cero, del
custode, del tesoriere, e del decano.
Sette erano i canonici dell' ordine
presbiterale compreso il penitenzie-
re: tre i canonici dell'ordine dia-
conale ; e quattro i canonici dell'or-
dine suddiaconale, oltre i canoni-
ci coadiutori e i soprannumerari. I
raansionarii, quattro sono registra-
ti del primo ordine, due del se-
condo, ed altrettanti del terzo o
suddiaconale; il collegio de'benefi-
ciati era composto di quarantasei-
te individui, oltre tre maestri di
cerimonie. La cura d' anime an-
nessa alla cattedrale si esercita dal-
l'arciprete, assistito da due cappel-
lani curati a sua elezione. Ivi è il
fonte battesimale, varie insigni re-
lique, e corpi santi. L'episcopio è
prossimo alla metropolitana , ed è
un ampio e conveniente edifìzio.
Nella città oltre la cattedrale, so-
novi altre otto chiese parrocchiali,
in una delle quali soltanto vi è il
battisterio, come già si disse. Al
presente cinque sono i monisteri e
conventi dei religiosi, cioè di San*
FER
to Spirito de' minori osservanti, di
s. Maurelio de' cappuccini, di s.
Giuseppe degli agostiniani scalzi, di
s. Domenico dell'ordine de' predi-
catori, di f . Girolamo de' carmeli-
tani scalzi. I padri della compagnia
di Gesù hanno casa professa con
scuole, e i signori della missione
conservano un vasto fabbricato. E
sei i monisteri di monache, che
sono di sant' Antonio abbate, be-
nedettine cassinesi ; di s. Vito, mo-
nistero di agostiniane ; del Corpus
Domini, monache Clarisse; di s.
Chiara cappuccine; di s. Maria dei
Servi le orsoline; di s. Teresa le
carmelitane scalze. Avvi un picco-
lo monastero delle terziarie, dirette
dai minori osservanti: mentre i
conservatorii sono quelli pei maschi
de' mendicanti, e dei trovatelli ; per
le femmine quelli di s. Giustina, di
s. Barbara, di s. Apollinare, di s.
Pietro delle mendicanti, di s. Cri-
stoforo delle bastardine, di s. Ma-
ria della Consolazione per le peni-
tenti, e di s. Margherita da Cor-
tona per le puerpere. Vi è una
casa di catecumeni, e due ospeda-
letti per dodici povere vedove im-
potenti. Il collegio delle zitelle con
educandato presso s. Maria della
Rosa, è diretto dalla marchesa Gi-
nevra Canonici. Oltre a ciò vi so-
no altri pii stabilimenti, sodalizi ,
ospedali, monte di pietà, seminario
con alunni ec. Ampia è la diocesi,
contenente ottantaquattro parroc-
chie. La mensa ad ogni nuovo ar-
civescovo è tassata ne' libri della
cancelleria apostolica in fiorini mil-
le e trecento , proporzionatamente
alle rendite.
FERRARI o FERRERI Gio-
vani Bvttista, Cardinale. Gio-
vanni Battila Ferrari o Ferreri
nacque in Modena l'anno i/pi,
FER 187
da nobile e vetusta famiglia. Re-
o
catosi a Roma nella sua gioventù,
si applicò allo studio della legge ,
e fu ammesso alla corte del cardi-
nale Rodrigo Borgia, pel qual mez-
zo ottenne alcuni benefizi ecclesia-
stici e un canonicato nella catte-
drale di Bologna. In seguito ritor-
nato in Roma, si occupò negli uf-
fici di cancelleria , in qualità di
scrittore e sollecitatore delle lette-
re apostoliche, e da questo impie-
go fu eletto uno de' dodici abbre-
viatori. Esaltato al soglio pontifi-
cio il Borgia col nome di Ales-
sandro VI , Ferrari fu nominato
datario, reggente della cancelleria,
e nel i497 "vescovo di Modena. Lo
stesso Pontefice a' 28 settembre
i5oo lo creò cardinale di s. Gri-
sogono, e nel 1D01 arcivescovo di
Capua. Mori di veleno propinatogli
dal suo cameriere Pinzoni l'anno
1002, e dalla basilica vaticana fu-
rono le di lui ossa trasferite nella
cattedrale di Modena. Scrive il Car-
della, che il duca Valentino, della
cui rapacità era stato fautore, fosse
il principale movente della di lui
morte, invogliato dalla somma di
ottanta e più mila scudi d'oro, che
tenea presso di sé. L' eredità fu ap-
plicata al fisco, senza attendersi ai
reclami di suo fratello, a cui per
compenso fu dato il vescovato di
Modena. Quantunque si possa lo-
dare la esattezza di questo por-
porato nel disunpegnare le sue man-
sioni , pure non si può esentarlo
dalla taccia di avarizia , cosa che
gli mosse contro persino la collera
di Alessandro VI.
FERRARI Tommaso Maria, Car-
dinale. Tommaso Maria, nel batte-
simo nominato Pieragostino Ferra-
ri, nacque nel 1647 da mediocre
famiglia in Casalnuovo , presso O-
188 FER
tranto. Spiegò sino dalla gioventù
i più. fervorosi sentimenti di reli-
gione, in età di quindici anni sol-
tanto vestì l'abito di s. Domenico.
Egli principiava la sua carriera ,
quando, rapiti a' viventi due suoi
fratelli, venne fortemente tentato a
lasciare la religione; ma inaltera-
bile nel fermato proposito, rinun-
ziò ben di voglia a quanto se gli
promettea di agi e di ricchezze.
Compiuti con somma riputazione i
suoi studi , fu mandato in Roma :
ivi il generale dell'ordine, il p.
Roccaberti lo sottopose a rigidissi-
mo esame, e conobbe tosto la pro-
fondità della dottrina che possedea,
specialmente in riguardo alla iSb/;i-
ìiia di s. Tommaso. Lo spedì per-
tanto nel convento di s. Tommaso
di Napoli, dove per alcuni anni in-
segnò le filosofiche facoltà , e nel
1677, dopo di aver sostenuta una
pubblica conclusione , ebbe laurea
di dottore , e fu annoveralo fra i
maestri della sua religione. Nell'an-
no poi i685 venne destinato in Bo-
logna qual lettore di teologia. Men-
tre però con plauso universale cuo-
pria quella cattedra , non cessava
dallo esercitarsi nelle virtù proprie
del religioso, non uscendo di casa
che stretto dalla necessità, ed osser-
vando sempre un rigoroso silenzio.
11 legato d'allora il cardinal Pigriat-
telli, dipoi Papa Innocenzo XII, lo
volle a suo intimo amico, e molto
gli fu di vantaggio nel prosegui-
mento della sua carriera. Nel 1688,
resosi vacante il posto di maestro
del sacro palazzo , il Papa infor-
mato del preclarissimo di lui in-
gegno e singolare pietà , lo volle
innalzare a quella carica; ma non
avendo il danaro per supplire alle
necessarie spese , il' tesoriere Giu-
seppe Renato Imperiali, che fu poi
FER
cardinale, gli accordò tutta la sup-
pellettile del suo antecessore, e sup-
plì ancora alle spese. Nel tempo
stesso ebbe il Ferrari commissione
di supplire alle veci di predicatore
apostolico, e in tale occasione con-
ferì la laurea di teologia all' im-
mortale Prospero Lambertini, del-
la qual cosa quel grande uomo ne
Iacea spesso menzione, aggiungendo
le più distinte laudi alla somma
di lui dottrina. Innocenzo XII, assun-
al soglio pontificale, a' 12 dicembre
1 6g5 lo creò prete cardinale del ti-
tolo di s. Clemente, prefetto della
congregazione dell' indice, protettore
de' ministri degl'infermi; lo ascris-
se ancora alle altre primarie con-
gregazioni, e gli fece un dono del-
la argenteria di cui se ne serviva
prima del pontificato. La vita del
novello cardinale, non fu però can-
giata per sì eccelse dignità. Egli
celebrava la messa ogni giorno e
con grande commozione di affetti;
ogni mese amministrava la comu-
nione a' suoi familiari, e il giorno
prima li chiamava tutti a sé per
istruirli de' loro doveri di religio-
ne ; la sera, dopo la recita del ro-
sarioj impartiva loro la benedizio-
ne, e poi li rimandava alle proprie
case. 11 suo letto era quello di un
rigido penitente, la sua veste di la-
na inferiore, e l'abito cardinalizio
del panno il più mediocre. Si nar-
ra eziandio che avvertito del prez-
zo della sua veste talare , se ne
rammaricasse come di una spesa
eccessiva , e non volesse poi can-
giarla più per lo spazio di diciotto
anni. Digiunava spesso in pane ed
acqua, e si astenne sempre dalle
carni, tranne gli ultimi aìini della
sua vita, ma pel comando assolu-
to de' medici. La mattina si alza-
va per tempo e preudca per solita
FER
colazione una tazza di acqua di ci-
coria amarissima. La sua tavola
poi era spoglia d' ogni prezioso or-
namento, e non fu mai visto usa-
re che arnesi assai poveri. Parlava
di sé con molta disistima, e sapea
umiliarsi dinanzi alle virtù degli
altri. Se dovea correggere , il suo
labbro spirava tutta la mansuetu-
dine; se punire, vi accompagnava
sempre i sentimenti di fratellevole
carità. Era facile nell' ammettere
all' udienza, nudriva gran compas-
sione pe' poveri, soccorreva le ver-
ginelle indigenti, ed impartiva ge-
nerose limosine specialmente alle
famiglie decadute. Vegliava con as-
sidua cura sulle chiese delle sue
badie, le provvide e le ristaurò in
gran parte; né mai permise che
sulle fabbriche di sua proprietà o
sulle suppellettili vi si apponesse il
suo stemma gentilizio. Ebbe corri-
spondenza co' principi Leopoldo I,
Giuseppe I, Carlo VI, con Augu-
sto re di Polonia e con Giovan-
ni V re di Portogallo , i quali
tutti aveano di lui un'altissima sti-
ma. Predisse più volte il tempo
della sua morte, e infatti come l'a-
vea annunziato, spirò nel bacio del
Signore l'anno 17 16, pianto di cuo-
re da ciascuno de' buoni. Fu sepol-
to nel mezzo della chiesa di s. Sa-
bina, lasciata da lui erede univer-
sale de'suoi beni. 11 p. Daniello Con-
cilia, nella vita che scrisse in Iali-
no del cardinale Tommaso Maria
Ferrari) e stampata in Roma dal
Rarbiellini nel 1754, narra alcuni
fatti prodigiosi avvenuti per inter-
cessione di lui; così pure tesse l'e-
lenco delle sue opere manoscritte.
FERRATI ìM Bartolomeo, Car-
dinole. Bartolomeo Ferratini, di
ricca famiglia di Amelia, si dedicò
dai più verdi anui allo studio delle
FER
189
leggi in Roma, e così meritossi la
universale stima , che Pio IV , nel
1062, lo promosse al vescovato di
Amelia. Nove anni però dopo di
un felicissimo reggimento, lo rinun-
ziò nelle mani del Pontefice, e tor-
natosi a Roma, fu eletto vicario e
canonico della basilica vaticana ,
prefetto della fabbrica, reggente di
cancelleria , e presidente della se-
gnatura di grazia. Esercitò questi
uffici sotto il pontificato di nove
Papi successivi , e tal era la sua
speriei)7a ed avvedutezza , che i
voti di lui venivano ricercati an-
che da luoghi lontani. Paolo V agli
11 settembre 1606 lo creò prete
cardinale della S. R. C; ma due
mesi circa dopo, cessò di vivere in
Roma l'anno 1606. La spoglia mor-
tale fu trasferita in Amelia nella
cattedrale, dove fu eretto un magni-
fico epitaffio. 11 Ferratini fabbri-
cò in Roma un grande palazzo dal
quale prese anche il nome la vi-
cina contrada , detta poi Fratina,
divenuto poi 1' edifizio del collegio
urbano, come dicesi al volume XIV,
pag. 216 e 217 del Dizionario.
FERRE (le) Giovami, Cardi-
nale. Vedi Fabr?, Cardinale.
FERREOLO (s.). Dopo aver
servito l' impero qual tribuno mi-
litare, vivea a Vieuna, nelle Gallie,
professando occultamente la reli-
gione cristiana. Indispettito il go-
vernatore Crispino per non vedere
Ferreolo a prender parte alle ce-
rimonie del suo culto , volle esa-
minarlo , e trovatolo fermamente
risoluto di lasciare piuttosto la vi-
ta che la religione, lo fece battere,
caricar di catene e condurre in
prigione. Nel terzo giorno del suo
imprigionamento, Ferreolo si trovò
miracolosa mente sciolto dalle sue
catene, e vedendo la prigione a-
igo FER
perta e le guardie addormentate,
se ne fuggì- Passato il Frodano a
nuoto, e arrivato al fiume Geres,
fu raggiunto da quelli che gli fu-
rono spedili dietro, i quali legatolo
colle mani dietro il dorso, sei me-
narono seco, e non potendo frenare
il loro furore, invece di ricondurlo
a Vienna gli tagliarono la testa sul-
le rive del Rodano. Ciò avvenne ver-
so l'anno 3o4- Le sue reliquie
furono trasportate a Vienna nel
474» ove s- Mamerto aveagli fatto
costruire una chiesa. La sua fe-
sta è assegnata a' 1 8 settembre.
Vi sono due altri santi dello
stesso nome. Uno fu vescovo di
Limoges ; intervenne al secondo
concilio di Macon, che fu nazio-
nale, ed è nominato nel martiro-
logio di Francia a' 18 settembre.
L'altro, nato nel 52 1 nella Gallia
Narbonese, fu vescovo di Uzes; in-
nocentemente esiliato, ritornò alla
sua diocesi verso il 558. Morì nel
ventottesimo anno del suo episco-
pato, e lasciò una regola monasti-
ca stampata nella raccolta di Ol-
stenio. La sua festa è notata a' 3
gennaio; ma il suo nome non si
trova in alcun martirologio.
FERREOLO o Fepruzio, e Fer-
ruzione (ss.). Questi santi furono
mandati da s. Ireneo a Besanzo-
ne per annunziarvi la fede di Ge-
sù Cristo, circa l'anno 180. 11 loro
martirio si colloca nel 21 1 0212.
Essi avevano una messa propria in
un messale del quinto secolo, e la
loro leggenda riferisce che furono
dapprima flagellati per comanda-
mento di Claudio, presidente del-
la provincia Sequanese ; che fu lo-
ro mozzata la lingua, e che si con-
ficcarono loro delle lesine nelle
giunture così dei piedi come delle
inani, e dei grandi chiodi nel ca-
FER
pò. I loro corpi furono scoperti
il 5 settembre dell'anno 370 in
una grotta coperta di legno, mille
e cinquecento piedi lungi dalla cit-
tà ; per cui nel martirologio attri-
buito a s. Girolamo è posta a que-
sto dì la loro fèsta, sebbene ab-
biano sofferto il 16 di giugno. La
tradizione della chiesa di Besanzo-
ne prova che s. Ferreolo ne è sta-
to il primo suo vescovo.
FERRERI Guglielmo , Cardi-
nale. V. Ferrier.
FERRERI Antonio, Cardinale.
V. Ferrerio.
FERRERI Gianstefano, Cardi-
nale. Gianstefano Ferreri , de' si-
gnori di Galvanico, nacque l'anno
i473 nel castello di Bugella, feu-
do della sua famiglia, nella diocesi
di Vercelli. Fu abbate commen-
datario di s. Maria di Slaffarda e
di s. Stefano di Vercelli , e nel
1499 fu eletto da Alessandro VI ve-
scovo di questa città, dove celebrò
anche un sinodo con notabile uti-
lità dell'ecclesiastica disciplina. Nel
i5o2 passò al vescovato di Bolo-
gna, e nel i5o9, per elezione di
Giulio II, alla sede d'Ivrea. Die-
de commissione a Paride Grassi ,
vescovo di Pesaro, di scrivere un
trattato sul ceremoniale de' cardi-
nali. Sostenne la carica di uditore
di rota, e mentre fungea quest'uf-
fìzio venne ascritto al sacro col-
legio da Alessandro VI, col titolo
di s. Vitale, e pubblicato poi nel
i5o2, nella vigilia di s. Pietro, alla
presenza de' cardinali assieme rac-
coltisi pei primi vesperi di quella
solennità. Cessò di vivere nel i520,
ed ebbe sepolcro nella sua patria,
nella chiesa di s. Sebastiano dei
canonici regolari. Nella basilica poi
di s. Clemente si legge il suo epi
tatuo, nel quale vengono ricorda
FEK
te le distinte virtù del porporato,
e la profonda dottrina, e vasta eru-
dizione che lo rese uno de' lumi-
nari del suo tempo.
FERRERI Bonifacio, Cardinole.
Bonifacio Ferreri, savoiardo di Ver-
celli, fratello del cardinal Gianstefa-
no, uomo di acuto discernimento,
e di grande ingegno , per cui fu
arricchito nel 1 499 cn molte e pin-
gui ahbazie, e tra le altre quella
di s. Benigno di Frultuaria, indi
fu eletto da Alessandro VI, a vesco-
vo d'Ivica, dove restaurò dai fon-
damenti tre castelli di quella chie-
sa, poscia fu fatto amministratore
di Nizza, il cui episcopio notabil-
mente accrebbe. In seguito da Giu-
lio li, nel i5o9, trasferito alla sede
di Vercelli, Leone X nel primo lu-
glio j 5 1 7 lo creò prete cardinale
de' ss. Nereo ed Achilleo, e nel 1 53y
Paolo III gli conferì il vescovato di
Porto. Intervenne al concilio late-
ranense, e mentre da Vercelli si
conduceva a Roma pel conclave,
narra il Cardella nel tom. IV del-
le Memorie storiche de cardinali,
a pag. 22, che fu arrestato per
ordine di Francesco Sforza duca di
Milano, a cui il sagro collegio fece
intendere per mezzo del suo am-
basciatore in Roma, che se non a-
vesse sul momento rimesso in libertà
il collega Ferreri, ne avrebbe pre-
so conveniente e giusta snddisfazio-
ne, e per questo motivo fu prolun-
gato per otto giorni l'ingresso dei
cardinali in conclave. Dal medesi-
mo Paolo III fu decoralo della
legazione di Vicenza nel caso che si
fosse tenuto il concilio generale in
quella città, e poi nel i54o di
quella di Bologna , dove fondò il
collegio detto dal suo cognome dei
Ferreri, per mantenere agli studi
i giovani nobili , ma poveri , del
FER Kj.
Piemonte, la scelta de' quali volle
che spettar dovesse agli eredi di
sua famiglia. Tre furono i con-
clavi ne' quali il Ferreri diede il
suo voto, cioè di Adriano VI, Cle-
mente VII, e Paolo III. Mori nel
i543, universalmente compianto
per l'ottime di lui qualità, che splen-
didamente l'adornavano, massime
la pietà encomiata pure da Leone
X. Trasferito il suo cadavere a
Bugella, feudo di sua casa, nella
diocesi di Vercelli, ivi rimase se-
polto nella chiesa di s. Sebastiano
nella tomba de' suoi antenati.
FERPiERI Filiberto, Cardina-
le. Filiberto Ferreri, della famiglia
de' marchesi di Romagnano , fra-
tello del cardinal Pierfraucesco, e
nipote de' due cardinali Gianstefa-
no e Bonifacio, e zio del cardinal
Guido, uomo di profonda scienza
e di esimia pietà, ebbe dapprima
tre pingui abbadie , e nel i5i8
da Leone X venne promosso al
vescovado d'Ivrea, e spedilo nun-
zio al duca di Savoia. Paolo III
avuto riguardo a'meriti di lui, agli
8 aprile i54p lo creò cardinale col
titolo di s. Vitale. Mori dopo cin-
que mesi nello stesso i54p,j e tra-
sferito in Biella, fu sepolto nella
tomba della sua famiglia.
FERRERI Piepfp.a^cfsco, Car-
dinale. Pierfraucesco Ferreri, nac-
que in V eicelli, l'anno i5ot). Dap-
prima fu abbate di s. Stefano di
Vercelli e di Pinarolo, e nel 1 536
eletto vescovo della sua patria.
Resse quella chiesa con somma sa-
pienza, uomo com'era egli per o-
gni virtù, chiarissimo; vi fondò
nove benefizi, risiamo da' fonda-
menti il palazzo episcopale, eresse
il seminario, e molte altre opere
vi fece per cui il suo nome de-
v'essere sempre di cara memoria
icp FER
a' suoi concittadini. Fece fabbrica-
re eziandio la chiesa di s. Anto-
nio pei disciplinanti, e quelle di s.
Agata e di s. Margherita ad uso
delle monache, le quali passarono
dalla campagna in città. Venne
destinato alla vice-legazione di Bo-
logna, nel tempo in cui era ivi
legato il cardinal Bonifacio suo zio; si
recò al concilio di Trento, e scrisse
un diario di questo gran concilio,
il quale si conserva nella Vatica-
na. Paolo IV lo disegnò compa-
gno del cardinal Carlo Caraffa nel-
la legazione delle Fiandre , e Pio
IV gli commise la nunziatura del
senato veneto, nel qual tempo ai
26 febbraio i56i lo creò prete
cardinale di san Cesario. Nell'an-
no i562 fece rinunzia della sua
cbiesa a favore di Guido di lui
nipote, e compì la mortale carrie-
ra in Roma, nell'anno i566, nella
fresca età di cinquantasette anni. Le
di lui spoglie ebbero sepolcro nella
basilica Liberiana, dove sopra la
porla santa si vede in marmo il
suo busto, con una iscrizione po-
stavi dal cardinal Guido suo ni-
pote.
FERRERT Guido , Cardinale.
Guido Ferreri, figlio di Maddale-
na Borromeo, sorella di s. Carlo,
nacque in Vercelli l'anno \5Zj.
Crebbe sotto la disciplina del car-
dinal Pierfrancesco suo zio, e in
breve corse la carriera degli studi
con un progresso così rapido, che
tosto si attrasse la considerazione
degli uomini valenti nelle lettere e
nelle scienze. Ebbe sei pingui ab-
bazie, tra le quali quella di s. Be-
nigno di Fruttuaria , e nel i5G2
venne promosso al vescovado di
Vercelli, per rinunzia del cardina-
le suo zio. Molti e cospicui furono
i benefizi eh' egli compartì a qnel-
FER
la chiesa: fabbricò l'abitazione pei
chierici del seminario, già comin-
ciato dallo zio , e lo accrebbe di
rendite; ristaurò con immensa spe-
sa la contigua chiesa di s. Pietro ;
die fine ad una vecchia lite assai
molesta ai vescovi ed al capitolo;
fece lavorare con buon gusto i se-
dili del coro, e ne assegnò una ren-
dila perchè avessero compimento.
Trasferì anche le monache dalla
campagna alla città, e a quelle di
Biella vi fabbricò il convento, e
concesse loro la metà de' frutti di
s. Maria del Piano e dello speda-
le. Unì le monache di s. Pietro
martire a quelle di s. Margherita,
perchè vi fosse luogo a quelle di
Leuta; diede nuova forma alla chie-
sa de' ss. Pietro e Barnaba , e vi
istituì ancora le scuole della dot-
trina cristiana. Celebrò un sinodo
per la riforma dell'ecclesiastica di-
sciplina ; istituì due collegi , uno
pei gesuiti, che introdusse in Ver-
celli l'anno i58i, l'altro pei sedici
beneficiati addetti alla chiesa di s.
Eusebio. Fatta rinunzia di quella
chiesa, ottenne l'abbazia di No-
nantola, che resse con eguale sa-
pienza e zelo : ivi pure condusse a
fine l'arca di marmo che tuttora
adorna l'aitar maggiore della chie-
sa abbaziale, e visitò personalmen-
te le chiese soggette, lasciando in
ogni luogo il bell'esempio della sua
specchiata virtù. Avea conceputo
benanche il pensiero di unire in-
sieme i monaci benedettini del Pie-
monte, che viveano erranti, e dar
loro la regola dei monaci riforma-
li, e istituirvi un'accademia per la
loro istruzione e pel bene eziandio
della chiesa di Francia, che allora
venia turbata dal continuo infestar
degli eretici; ma tal disegno, co-
mechè utile assai, non gli venne
FER
fatto di mandarlo ad effetto. In-
tervenne al concilio di Trento, e
dopo fu incaricato della nunziatu-
ra al senato veneto, ed a' 12 mar-
io i565 creato da Pio IV prete
cardinale, benché assente, di s. Eufe-
mia. S. Carlo fu quegli che nella
metropolitana di Milano lo vestì
delle insegne cardinalizie, e lo eb-
be a compagno nel suo primo pro-
vinciale concilio; fu quindi desti-
nato assieme con lui ad accom-
pagnare in Italia le sorelle dell'im-
peratore Massimiliano d' Austria.
Gregorio XIII lo deputò alla cor-
rezione del decreto di Graziano ,
cosa ch'egli eseguì con molta di-
ligenza, e dipoi lo spedì legato del-
la Romagna , e anche di Spoleti ,
secondo quello che scrive il Cor-
bellini. Cessò di vivere in Roma
l'anno i585, rapito da una bre-
vissima malattia di sei ore, nell'età
di 4°" anni, e venti di cardinalato.
Ebbe il sepolcro nella basilica Li-
beriana, e sopra la porta santa si
vede la sua figura in marmo, con
una iscrizione di sommo elogio.
FERRERI Vivono Maria, Car-
dìnale. \ incenzo Maria Ferreri da
Nizza, nacque l'anno 1681. Pro-
fessò fino dagli anni verdi nell' or-
dine de' predicatori, e rapidamente
si avanzò nel sapere e nella pietà.
Fu dapprima lettore nella sua re-
ligione, e poscia ebbe una cattedra
di teologia nell'università di Tori-
no. Il marchese di Ormea, suo af-
fine, gli ottenne dal re di Sarde-
gna, nel '727, la nomina al ve-
scovado di Alessandria della Paglia,
che fu poi confermata da Benedet-
to XIII; e quindi gì' impetrò la
sacra porpora, ch'ebbe dallo stesso
Pontefice a' 6 luglio 1729, col ti-
tolo di s. Clemente , donde poi
passò a quello di s. Maria in ^ ia.
VOL. XXIV.
FER J93
Due anni dopo fu trasferito alla
chiesa di Vercelli, e gli furono ac-
cordate contemporaneamente tre
pingui abbazie, una delle quali non
potè mai possedere per causa di
alcune controversie insorte tra quel
sovrano e il Papa Clemente XII.
Venne ascritto alle congregazioni
del s. offizio, dei vescovi e regolari,
della disciplina, della immunità e
dei riti. Morì in Vercelli l'anno
1742, con lode di zelante e solle-
cito pastore, ed ebbe sepolcro in
quella cattedrale.
FERRERI O A.\to.\io, Cardina-
le. Antonio Ferrerio, nacque di po-
vera famiglia in Savona, ed otten-
ne nella sua gioventù la protezio-
ne del cardinale Giuliano della Ro-
vere, che fu poi Papa Giulio II.
Questo Pontefice, nel 1 5o4> lo eles-
se vescovo di Noli, e lo trasferì di
poi alla chiesa di Gubbio , dalla
quale passò alla sede di Perugia.
Venne quindi decorato della pre-
fettura del palazzo apostolico, crea-
to cardinale nel concistoro del pri-
mo dicembre i5o5, col titolo di
s. Vitale, quantunque ripugnasse il
sacro collegio pei molti vizi che
in lui discopriva, e specialmente per
l'arroganza e doppiezza di carattere.
Ebbe la carica di pro-datario., e la
legazione di Perugia, nonché quel-
la di Bologna, ottenuta da lui col
mezzo dei più scaltri artifizi. Ma
tali furono le tirannie, le crudeltà,
le ingiustizie commesse in quest'ul-
tima città, che il Pontefice lo fece
chiudere in Castel s. Angelo, e lo
multò di ventimila scudi. Da quel
castello però venne trasferito nel
convento di s. Onofrio sul Gianicolo,
dove oppresso dalla confusione mo-
rì l' anno 1 5o8. Fu sepolto nella
chiesa di s. Agostino senza alcuna
funebre cereraonia.
i3
i94 FER
FERRERÒ della Marmora Te-
resio , Cardinale. Teresio Maria
Carlo Vittorio nacque in Torino li
i5 ottobre 1757: furono suoi ge-
nitori il marchese Ignazio luogote-
nente generale nelle regie armate
di Emanuele IH re di Sardegna, e
Cristina San-Martino d'Aglié mar-
chesa di s. Germano, degna dama
di onore della principessa di Pie-
monte, la ven. Clotilde di Francia.
La famiglia del padre, illustre as-
sai, discendeva da quei Ferreri che
nel i5i 7 erano dalla principesca
famiglia Fieschi, sovrani conti di
Lavagna , chiamati alla successione
del principato di Masserano e Cre-
valcore (il quale essendo apparte-
nuto al dominio della santa Sede,
se ne tratta all'articolo Sovranità'
Pontificia ) , colla sostituzione ai
discendenti del pronipote Filiberto
da essi adottato , successione che
dopo 3 16 anni a' nostri giorni in
questa linea aveva luogo , di quei
Ferreri che in tanti nobili modi, e
con gloriosi fatti illustrarono nelle
storie italiane il proprio nome, e
dierono al sagro collegio i cardi-
nali che descrivemmo compendiosa-
mente avanti questi cenni biogra-
fici. Con tali esempli domestici al-
levato e cresciuto Teresio, fece pro-
gressi nei buoni studi in guisa che
nel 1779 ricevette dall'università
di Torino la laurea di dottore in
jus canonico e civile. Pel suo in-
gegno, e per le gentili maniere ven-
ne dai condiscepoli eletto nell'anno
seguente rettore di tale università:
e qui va notato, che solevasi allo-
ra insignire con simile dignità uno
dei giovani più distinti per nobiltà
e scienza , e questo era poi riguar-
dato qual principe dell'ateneo , es-
sendo l'elezione libera, e dipen-
dendo dal voto degli eguali; dap-
FER
poi fu associato al collegio di bel-
le lettere e filosofia , illustrato dai
pp. Ansaldi e Beccaria. Dedito allo
stato ecclesiastico, nel 1781 ascese
al sacerdozio, indi il re Vittorio
Amadeo HI lo ammise tra i suoi
elemosinieri di corte , ed avendolo
nel 1796 proposto a Pio VI per
la sede vescovile di Casale in Mon-
ferrato, con sua virtuosa ripugnan-
za ne ricevette in Roma l' episco-
pale consagrazione. Mentre da ze-
lante pastore del diletto suo greg-
ge impiegava ogni suo pensiero e
cura a di lui vantaggio, ad onta del-
la delicata sua complessione e dif-
ficoltà nel camminare , il di lui
cuore restò acerbamente trafitto dai
sanguinosi rivolgimenti di Francia
che allora turbavano l' Europa ;
quindi nel 1 798 dal torrente de-
vastatore fu pure invaso il Piemon-
te , crollò la monarchia sabauda ,
venne manomesso ogni ordine di co-
se, ed il Pontefice Pio VI fu ingiu-
stamente spogliato del regno e del-
la libertà, per cui esule prigioniero
nell'esser condotto in Francia at-
traversò la città di Casale, e le ter-
re della diocesi di Teresio. Questi
si recò ad incontrare il supremo
gerarca a s. Germano, lo accolse
nell'episcopio con ogni maniera di
profonda venerazione, indi lo ac-
compagnò in Torino, e nel sepa-
rarsi da lui provò indicibile dolore.
Disputavansi in quel tempo il Pie-
monte francesi ed austriaci, quan-
do alcune bombe lanciate dai pri-
mi in Casale furono causa che si le-
vasse il popolo a tumulto, minaccio-
so e furente contro di essi. In pre-
mio dell'aver Teresio sedato la som-
mossa colla sua autorità ed amo-
revoli parole, con iniqui modi fu
dai francesi condotto a piedi nella
cittadella di Alessandria. Qui non
FER
finirono le loro persecuzioni con-
tro il pio vescovo: più volte dopo
l' insigne vittoria delle armi fran-
cesi li i5 giugno 1800 riportata
sugli austriaci a Marengo, fu dal
ministro di polizia francese chia-
malo a Torino a discolparsi delle
gravi accuse contro di lui apposte,
ma ne riuscì innocente, intanto che
la sua salute vieppiù affievolitasi.
Succeduta a tanti trambusti la cal-
ma , rivolgevasi Teresio a rimar-
ginare le ferite recate ai suoi dio-
cesani , quando nel concistoro te-
nuto in Parici da Pio VII il primo
febbraio i8o5, per la nuova circo-
scrizione delle diocesi di Piemonte,
già fatta con pontificia bolla del
primo giugno i8o3, e successivo
decreto de'23 febbraio i8o5, dal
cardinal Caprara legalo a Intere,
fu dal Papa traslato al regime del-
le diocesi unite di Saluzzo e Pi-
nerolo , alle quali ben presto fece
sperimentare la sua paterna solle-
citudine. Quanto e quale poi fos-
se l' impegno in favore degli op-
pressi primari membri della santa
Sede, ben lo mostrò nel rendere
meno dura la condizione del car-
dinal Pacca ( il quale ne fa men-
zione nelle sue Memorie stori-
che, parte li, cap. II, pag. 1 68 ),
e di altri prelati romani rinchiusi
prepotentemente nel forte di Fe-
nestrelle, posto nella sua diocesi. Ri-
stabilito nel Piemonte dopo il 1814
l'ordine antico di cose, il re Vit-
torio Emanuele, lo creò gran cro-
ce dell'ordine de' ss. Maurizio e Laz-
zaro; riordinate poscia per pontifi-
lìcia bolla del 18 17 nello stalo pri-
mitivo le diocesi, il vescovo Teresio
spontaneamente rinunziò alla dioce-
si di Pinerolo, e all'amministrazione
di vari luoghi già spettanti ad anti-
che diocesi, e allora alla sua di
FER 193
Saluzzo unite. Finalmente oppresso
da lunghe e continue infermità, che
gli rendevano assai difficile l'eser-
cizio del pastoral ministero, otten-
ne dal Papa Leone XII di rinun-
ziare. In premio de' lunghi servigi
resi da lui alla Chiesa ed allo sta-
to, gli venne conferita l'antica e
pingue abbazia di s. Benigno di
Fruttuaria, e lo stesso Leone XII
nel concistoro de'27 settembre 1824
lo creò cardinale dell' ordine dei
preti , rimettendogliene la notizia
in un al berrettino cardinalizio ,
per la guardia nobile conte Gae-
tano Dionisi , e la berretta car-
dinalizia a mezzo dell' ablegato
monsignor Pietro Giuseppe Bar-
barono, figlio del conte allora mi-
nistro sardo di Roma. Nell'anno
seguente il re di Sardegna Car-
lo Felice conferì al nostro cardi-
nale il supremo ordine dell'An-
nunziata, di cui era già cancelliere
fino dal 1823. In sì eminente gra-
do si accrebbe la sua generosa ca-
rità; ma recatosi nell'autunno del
1 83 1 alla sua abbazia di s. Beni-
guo già altre volte posseduta da di-
versi cardinali e prelati del suo ca-
sato, fra 'quali dal celebre cardinal
Bonifacio , da Sebastiano e Ferdi-
nando de'Ferreri che vi coniarono
non poche monete (come si legge
nel eh. conte Litta, Famiglie cele-
bri italiane, in Ferrerò di Biella),
fu sorpreso da mortale infermità,
ed ai 3o dicembre morì, venendo
esposto e sepolto nella chiesa ab-
baziale di s. Benigno, senza essersi
potuto recare in Roma a ricevere
il titolo e cappello cardinalizio, ne
intervenire ai due conclavi ch'eb-
bero luogo lui vivente. La sua mor«
te dispiacque particolarmente a chi
ne conosceva l'esimie doti, e la
dottrina ed erudizione. Egli senza
i96 FER
trascurare i propri doveri, si eser-
citò nelle amene lettere e nelle
gravi scienze; la storia patria, la
araldica , la numismatica , furono
principalmente l'obbietto de' suoi
studi. Molti ne avea pur fatto in-
torno alle monete dei tempi di
mezzo, e di quelle sopra tutto che
uscirono dalle zecche delle repub-
bliche , dei marchesi , dei conti e
signori di molti feudi in Piemon-
te. Intera fu la serie per esso or-
dinata delle monete fatte coniare
in Massarano e Crevalcore , dai
marchesi indi principi di que' luo-
ghi, e si può dire compiuti i mate-
riali, che con assidue cure di ol-
tre trent'anni era riuscito a poter
raccogliere nell' intendimento che
avessero col tempo a servire per
]a compilazione di una storia di
quel principato. Molte sono altresì
le carte raccolte concernenti allo
scudo e alla zecca di Desana (su
di che è a vedersi il Gazzera, Me-
morie storiche dei conti di Desana).
Sì onorevoli studi gli avevano pro-
curato l'amicizia e la stima d'il-
lustri letterati, in ispecie dell'eru-
dito cav. di Priocca ministro ple-
nipotenziario del re di Sardegna in
Boma negli ultimi anni del decorso
secolo, del celebre monetografo con-
te Viani, e del cav. Ciampi, che al
nostro cardinale, prima che fosse
fatto vescovo , intitolò le pregiate
sue notizie della vita letteraria e
degli scritti numismatici del Viani.
FERRICI Pietro, Cardinale. Pie-
tro Ferrici di Coraentana o Concen-
lana, castello della Catalogna, ebbe i
natali nel 1 4' 3. Corse con l'elice pro-
fitto gli studi nell'università di Bo-
logna, ed uscitone laureato in am-
be le leggi, si recò a Roma. Ivi,
col favore del cardinal Barbo poi
Pontefice Paolo II, di cui era stato
FER
famigliare, fu eletto da Pio II
uditore di rota, uffizio che sosten-
ne assai bene; e nel 1464, dal
medesimo Paolo lì, vescovo di Tar-
ragona nel regno di Aragona. Ven-
ne destinato eziandio commissario
apostolico in Magonza , nell' Ale-
magna, per comporre una lite di
molto rilievo e tranquillare gli a-
nimi che s' erano piuttosto agi-
tati. Dopo di tutto ciò da Sisto
IV, nel concistoro de' 18 dicembre
1476, fu creato prete cardinale
di s. Sisto, e protettore dell'ordine
de*' predicatori. Va però avvertito
che Paolo II nel concistoro de' 16
dicembre 1468 avea creato segre-
tamente il Ferrici cardinale, con
altri tre , che però non pubblicò
mai; sebbene avea obbligato il sa-
gro collegio a riconoscerli per tali
in sua morte se non gli avesse pub-
blicati, non furono riconosciuti per
tali, nemmeno dal successore di Si-
sto IV , che però creò poi il Fer-
rici, e due dei nominati tre, esclu-
dendone 1' arcivescovo di Strigo-
nia. Il nostro cardinale compian-
to da tutti, cessò di vivere in Ro-
ma , l'anno 1 477 5 e fu deposto
nel chiostro di s. Maria sopra Mi-
nerva , in un avello lavorato con
gusto antico, avente la statua del
cardinale stesa stili' urna in abiti
pontificali. Il carattere del Ferrici
era assai dolce; manieroso di trat-
to , officioso co' principi , e molto
prudente nel rispondere a' consigli.
I sommi Pontefici del suo tempo
1' aveano in alta estimazione, e lo
consideravano come l'uomo di gran
valore nel maneggio de' più diffici-
li affari, laonde fu tenuto da tut-
ti il più oflicioso e diligente car-
dinale del suo tempo. I principi
ancora l'amavano, e se ne serviva-
no di lui nelle cose di grande in lo-
FER
resse. Il Muraioli, nell'opera degli
scrittori delle cose d' Italia , toui.
Ili, pag. 2, fa anch' egli degna
menzione del cardinale Ferrici.
FEHRIER oFERRERI Gugliel-
mo, Cardinale. Guglielmo Ferrier,
ovvero Ferrai , nacque in Proven-
za, oppure nella Spagna, come vuo-
le l'Aubery. Fu prevosto della chie-
sa cattedrale di Maniglia, e da s.
Celestino V nel settembre del i 294
creato prete cardinale del titolo di
s. Clemente. Lo stesso Pontefice Io
spedi legato in Francia per finire le
discordie insorte tra il re cristia-
nissimo, il re di Aragona, e Carlo
conte di Alencon e Valesia. Dalle
Gallie passò nella Spagna per ri-
cevere l' investitura de' regni di Va-
lenza e di Aragona a nome del re
Giacomo. Mori in Perpignano nel
1293, e fu sepolto nella chiesa dei
frati minori.
FERRO D'ORO, e Ferro d'ar-
gento , Ordine equestre . Isella
chiesa di Nostra Signora di Pari-
gi, l'anno i4'4> Giovanni duca di
Borbone figlio di Luigi II istituì
l'ordine cavalleresco de'cavalieri del
ferro d' oro, e degli scudieri del
ferro d'argento. Compose l'ordine
di soli sedici gentiluomini , parte
cavalieri, e parte scudieri, onde se-
gnalarsi coi fatti d' arme e per
acquistar la gloria. Tanto il duca
che i cavalieri obbligaronsi a por-
tare in tutte le domeniche alla
gamba sinistra un ferro da prigio-
niere pendente da una catena ; in
caso di dimenticanza pagavano quat-
tro soldi d'argento ai poveri. Il
KITQ de'cavalieri era d'oro, e quel-
lo degli scudieri d'argento. Giura-
vano di amarsi come fratelli, di
difendere il loro onore, e di pro-
cacciarsi vicendevolmente del bene,
come di battersi specialmente per
FER 197
le donne che da loro domandavano
soccorso. Il diritto di eleggere i
cavalieri ne'posti vacanti, si appar-
teneva al consiglio, ma l'ordine eb-
be corta durata. V. l'Heliot, Storia
degli ordini religiosi, tomo Vili, p.55.
FERRO, ossia Croce di Ferro,
Ordine equestre. Federico Gugliel-
mo III re di Prussia, ritirandosi
nel 181 3 dall'alleanza di Napoleo-
ne, e in vece strigneudola colla
Russia, e colle altre potenze éon-
tro la Francia , riflettendo , che
nelle inevitabili battaglie cui au-
davansi a guerreggiare faceva d'uo-
po di mantener vivo il coraggio
e la fedeltà ne' suoi soldati, con
sagace divisamento istituì l'ordine
cavalleresco della Croce di Ferro
a' io marzo , perchè servisse di
premio a' valorosi ed ai leali. Cogli
statuti lo compose di tre classi ,
cioè di gran croci, di cavalieri di
prima classe, e di cavalieri di se-
conda classe; niuno però può esse-
re cavaliere di prima classe, se pri-
ma non lo è stato della seconda.
La decorazione consiste in una cro-
ce di ferro sormontata da una co-
rolla, e sospesa ad un nastro ne-
ro con orlo bianco pei militari ;
essendo bianco con orlo nero pei
decorati civili. Lo stesso re Fede-
rico Guglielmo III nel 1806, già
aveva decretato pei soldati il pre-
mio militare d'un segnale di onor
militare, consistente in un nastro
color di perla con orlo rosso per
gl'insigniti di prima classe, e per
quelli di seconda un nastro nero
con orlo bianco. Di più nel 18 io
avea distribuito un altro segnale
di onore civile che consisteva in un
nastro bianco con orlo arancio; in-
di nel 1814 decretò una medaglia
civile con nastro biauco con orli
neri ed arancio, pei sudditi che
198 FER
nel precedente anno si erano di-
stinti con sagrifizi fatti pel re e
per la patria; finalmente nello stes-
so anno 18 1 4 stabilì Federico
Guglielmo III altra medaglia di
onore militare a ricompensa dei
soldati che valorosamente combat-
terono nelle guerre degli alleati,
sostenute nel 1 81 3 e 1814 contro
la Francia.
FERRO ELMO, Ordine equestre.
L'ordine militare dell' Elmo di ferro
fu istituito nel i8i4> dal grandu-
ca ed elettore di Assia- Cassel Gu-
glielmo I, per perpetuare la me-
moria del suo ritorno al possesso
de'paterni domimi di cui n'era sta-
to spogliato dal conquistatore fran-
cese Napoleone, per aver conserva-
to fedeltà al supremo capo dei
principi della Germania. Cogli sta-
tuti venne stabilito che l'ordine fos-
se limitato solamente ai tempi di
guerra, e fu diviso in tre deferenti
classi, cioè in gran croci, in cava-
lieri di prima classe, e in cavalieri
di seconda classe. Fu ancora decre-
tato che per conseguire la decora-
zione di prima classe , bisognava
appartenere alla seconda, e che la
gran croce dovevasi concedere a
quegli ofìiziali generali che avesse-
ro comandato le truppe assiane in
battaglia campale, e avessero ripor-
tato vittoria, presa o difesa una
fortezza considerabile. La decora-
zione dell'ordine dell'Elmo di ferro
consiste in una croce, la quale so-
spesa ad un nastro rosso con orlo
turchino si porta dalla parte sini-
stra del petto. Guglielmo II, poi-
ché nel 1821 successe nel gran
ducato, ricordevole de' grandi ser-
vigi prestati da' suoi sudditi nelle
ultime guerre, istituì una medaglia
per quelli che presero parte nelle
campagne del 181 4 e i8i5.
PER
FERRUZIO (•.). Fioriva nel quar-
to o quinto secolo, militò dappri-
ma nelle truppe dell'impero, che
aveano il loro quartiere a Magon-
za ; ma lasciò poscia quel servigio
per consecrarsi affatto a Gesù Cri-
sto. Il suo comandante, irritato, Io
fece rinchiudere, carico di catene,
in un castello al di là del Rena,
nel quale a cagione dei mali trat-
tamenti che se gli fecero soffrire,
in capo ad alcuni mesi morì. Di-
cesi che la santità di Ferruzio fu
attestata da molti miracoli, ed è
nominato nel martirologio romano
ai 28 di ottobre.
FERRUZIO o Ferreolo (s.). V.
Ferreolo e Ferruzione (ss.).
FERULA. Verga o scettro sen-
za dominio, e da alcuni confuso
col bacolo, o pastorale vescovile.
Nel dizionario delle Origini si cer-
ca quella di questo vocabolo, e si
dice che nella più remota antichi-
tà, si faceva uso di canne di feru-
la per trasportare il fuoco da un
luogo all'altro, perchè vi si con-
servava perfettamente, e il midollo
non si consumava se non che a
poco a poco, senza punto danneg-
giare la corteccia, per la qual cosa
questa, priva di midollo, poteva in
qaalche modo assomigliarsi alla
canna. Indisi parla delie ferule usa-
te in Sicilia e in alcuni luoghi del-
la Francia, delle ferule mitologiche
di Prometeo, di Bacco ec. , e che
la ferula per la sua leggerezza e
flessibilità divenne anche strumen-
to di correzione per i fanciulli, e
quindi si applicò talvolta come at-
tributo o segnale di autorità ai
maestri ed agli istitutori. Al pre-
sente la ferula si usa dal cardina-
le primo diacono di santa romana
Chiesa, cioè un piccolo bastone ili
legno ricoperto di velluto rosso, ed
FER
ornalo di argento, come insegna di
autorità , insegna che gli antichi
rituali concedevano al primicero
della scuola de' cantori, secondo lo
stabilimento fattone dal Pontefice
Stefano III detto' IV, il quale al
medesimo primicero concesse la pre-
rogativa di tenere un bastone in
mano nelle funzioni e messe che
cantavansi nella basilica di s. Pie-
tro, e nella stessa forma assistere
presso l'altare, ove si celebrava.
Nelle processioni, come in quella
della solenne coronazione del som-
mo Pontefice, cioè quando il Papa
ha terminato di assistere all'ora di
terza nella cappella Clementina del-
la basilica vaticana, si avvia all'al-
tare papale, dà segno al movimen-
to della processione il cardinal pri-
mo diacono, stringendo colla mano
destra la ferula , e dicendo con
voce intelligibile: Procedamus in
pace, a cui risponde il coro: In
nomine Christi. Amen. Indi dopo
avere il Papa recitate sull' aitar
papale le collette, il medesimo car-
dinale primo diacouo colla ferula
in manOj cogli uditori di rota, co-
gli avvocati concistoriali, ed altri,
processionalmente si porta alla con-
fessione dei principi degli apostoli
pel canto e recita delle orazioni
e litanie di cui si parla al volume
\ III , pag. 167 del Dizionario ,
mentre nel seguente volume , a
p;ig. 53, si dice come il cardinale
primo diacono presiede al defila-
mento ed ordine della processione
del Corpus Domini colla ferula in
linaio, vestito di dalmatica, e colla
mitra in testa. La formula Proce-
ihimus in pace è molto antica, ed
osserva il Catalani, Rit. Rom. tomo
lì, p. 174 e 179, che si usava in
tutte le processioni. II cardinal pri-
mo diacono la dice anche per la
FER 199
processione delle candele e delle
palme, come noteremo parlando di
quelle funzioni.
L' uso della ferula trovasi negli
antichi ceremoniali di parecchie
chiese, ne' quali si rileva essere sta-
ta questa ferula o bastone ornata
di argento, o in altro modo, ed
anche chiamata verga e baculetto.
Nella metropolitana di Milano vi
erano dieci ecclesiastici riguardati
come capi d' ordine , ciascuno dei
quali portava in mano una verga
detta appunto ferula , ornata di
cuoio in cima ed in fondo, la cui
forma si trova in vari monumenti
cristiani, uno dei quali si vede in
un marmo della chiesa di s. Ma-
ria in Bertrade di quella città. I
capi dei nominati dieci ordini sta-
vano nel coro, altri fuori di esso :
i primi erano l'arciprete, l'arcidia-
cono, il primicero dei suddiaconi,
il primicero di tutto il clero, os-
sia il primicero dei decumani, il
primicero dei notari, quello dei
lettori , il capo dei maestri delle
scuole , detti mazeconici o mazza-
conici, ed il cimiliarca, che aveva
sotto di sé i custodi della chiesa.
Gli altri due fuori del coro, erano
il maestro della scuola di s. Am-
brogio, detta dei vecchioni e del-
le vecchione, ed il visconte, il qua-
le era laico e regolava i laici. An-
zi va notato, che i sacerdoti della
città di Milano nel secolo XI por-
tavano in dito un anello, ed in
mano una verga polita, che in ci-
ma era rotonda, e nell'estremità
era chiusa iu una lamina, che ter-
minava con una punta: singolar-
mente però questo divenne un or-
namento e distintivo dei cento de-
cumani appellati perciò Cento ver-
ghe ( Cenluin ferulae ). Di altri in-
dividui e dignitari del clero di di-
aoo FÉ II
verse chiese, che usavano la verga
ferula, o Bacolo ed anche Bacchet-
ta (Fedi) di argento o altra ma-
teria, ne tratta il Macri nella No-
tizia dei vocab. eccl. , alla parola
BacitUis. Il Sarnelli nelle sue Me-
morie, a pag. 42, avverte che ha
spiegato la parola fenda pel baco-
Io pastorale, non perchè sia quello
curvo nella cima, come si usa dai
vescovi , ma un bastone dritto e
nodoso , che suole avere in cima
un globetto colla crocetta , il cui
uso è rimasto presso il solo som-
mo Pontefice, che non adoperando
bacolo pastorale curvo, quando bi-
sogna usa la detta ferula, come, se
consegrasse una chiesa, per iscrive-
re l'alfabeto e l'abbecedario, ed in
cose simili. Ma il p. Bonanni nel
suo erudito trattato della Gerar-
chia ecclesiastica, pag. 252, cap.
LXI, Se il sommo Ponte/ice usi il
pastorale, narra quanto segue.
Sebbene non si adoperi dal Pa-
pa il pastorale della forma usata
dai vescovi, fu per lo spazio di pa-
recchi secoli usato un bastone, chia-
mato dagli antichi rituali ferula, e
questo in segno della giurisdizione
pontifìcia. Tale rito si descrive nel-
l' ordine di Cencio camerlengo, il
quale fu poi Onorio III, scritto nel
pontificato di Celestino III nel de-
clinar del secolo XII. Ivi al num.
79 si legge : « Electus sedet ad de-
al xleram in sede porphiretica, ubi
» prior basilicae s. Laurentii de Pa-
« latio dat ei ferulam, quae est si-
» gnum regiminis et correctionis";
e poi soggiunge: » cum ipsa feru-
» la, et clavibus accedit ad alte-
>* rapo sedem, et tunc reddit eidem
» priori tara ferulam, quam eliara
» ipsas claves ". Lo stesso ritosi ac-
cenna al § 20 del Rituale di Caje-
tano , uipote di Bonifacio Vili, e
FER
da lui creato cardinale, ove dice,
che sedendo il Papa nel Laterano:
» Prior basilicae s. Laurentii dat
» ei ferulam, quae est signum cor-
» rectionis et regiminis ". Nel libro
delle sagre cerimonie pubblicato in
tempo di Leone X da Cristoforo
Marcello, al capo 3, ove si tratta
della coronazione del Pontefice, si
fa menzione della stessa cerimonia,
dicendosi che mentre siede il Papa
» Prior ecclesiae lateranensis acce-
» dit, et genuflexa dat Pontifici fe-
» rulam in inanimi, in signum cor-
» rectionis et regiminis ". Che tale
uso fosse nel secolo X , apparisce
da quanto è riportato nella vita di
Benedetto V , cioè che avendo sa-
puto l' imperatore Ottone I essere
slato eletto Benedetto V nel 964,
dopo la morte di Giovanni XII,
andò a Roma con l'esercito, e l'as-
sediò, e restituì nella dignità Leo-
ne VIII intruso , ed avendo radu-
nato un conciliabolo, Leone » pon-
» tificale pallium abstuiit Benedicto
» Papae , ferii la tnque ex. ejus ma-
« nu ablatam in frusta confregi t",
come si legge nel Ciacconio. Lo stes-
so fatto racconta Luitprando con
queste parole : » Post haec pallium
> sibi abstuiit , quod simul eum
> pontificali ferula, quam maini a-
gitabat, domino Papae Leoni red-
» didit, quam ferulam idem Papa
> fregit, et fractam populum osten-
. dit".
Fu talvolta questa ferula chia-
mata scettro pontificale , come si
ha dalla vita di Pasquale II, che
eletto Papa nel 1099, e condotto
a s. Giovanni in Laterano » ibi
» sceptrum pontificami manibus ge-
« rens, ea loca, quae solis Pontifi-
» cibus adjudicata suut invisit ".
Così scrisse il citato Ciacconio, rac-
contando la cavalcata del Papa al-
FER
la basilica lateranense. Conchiude il
Boriarmi che l'uso della ferula pre-
scritto dagli antichi rituali, non si
usa più da loro, ignorandosi il tem-
po ed i motivi della cessazione ,
dandosi al Papa, quando incorona-
to si trasferisce con solenne pompa
alla basilica lateranense pel posses-
so, le sole chiavi in segno della su-
prema autorità conferitagli da Dio
di aprire e chiudere 1' erario de' te-
sori celesti, su di che meglio è con-
sultare 1' articolo Chiavi pontificie.
Tuttavolta si studiò indagarne il
•vero tempo monsignor Ciampini ,
nell'erudita dissertazione su questa
materia pubblicata nel 1690. In
essa prendendo in considerazione
l'immagine di Gelasio 11 del 1 1 18,
prodotta dal Alacri alla parola Mi-
tra, la quale tiene nella destra un
bastone terminato nella cima da un
globo, e in secondo luogo le paro-
le d'Innocenzo III del 11 98, il
quale affermò che il romano Pon-
tefice non usava bastone, citando
la glosa cap. De sacra unctione, in
verbo Jllisticam, ove si dice : » Ro-
» manus Pontifex non utitur bacu-
» lo quia potestatetn a solo Deo
» recipit " ; e ne deduce la conclu-
sione , che nel tempo di circa ot-
tanta anni , che passò tra i due
Papi, potesse esser cessato l'uso del-
la ferula. 11 Bonanni riflette che
essendo la parola baculus equivo-
ca, e potendosi intendere per essa
l'uso del pastorale, e non ferula,
stima che tal conseguenza possa es-
ser fallace, e perciò aderì più vo-
lentieri alla riflessione che il Ciam-
pini fa a carte i3, dicendo che sic-
come nel secolo XVII nei diari
pontificii non si fa menzione alcu-
na di molti riti praticati nella ele-
zione del Papa precedentemente, e
prescritti ne' rituali antichi , così il
FER 201
rito di presentare la ferula al nuo-
vo Papa cessò con molti di essi ,
benché riferiti nel libro delle ceri-
monie pubblicato in tempo di Leo-
ne X, cioè nel secolo XVI. E seb-
bene con 1' uso della ferula si da-
va ad intendere anche la podestà
temporale del sommo Pontefice,
che perciò il Bullengero con ragio-
ne affermò, che il Papa come usa
la corona d'oro « ita et sceptrum
» aureum merito gestare potest " ,
e la ferula era equivalente allo scet-
tro, il quale dagli antichi si usava
della medesima forma ( V. Croce
pontificia e Scettro ), dicendo il
Fivizzani che se ora il Papa non
usa più l'insegna della ferula, usa
bensì la croce astata indicativa del-
la suprema dignità, onde con essa
si supplisce a qualunque insegna ,
mentre non mancano nelle solenni
funzioni altre insegne di mazze e
bastoni, e di verghe tutte indicati-
ve della potestà e giurisdizione pon-
tificale.
11 dotto Garampi nell' Illustra-
zione di un antico sigillo della
Garfagnana, parlando della funzio-
ne del possesso del Papa , secondo
i citati Ordini romani, dice che la
ferula non può esser la cambuta o
pastorale vescovile , come crede il
Papebrochio, Propyl. JMaji, pag.
32i, essendoché cambuta seti ba-
cillo pastorali non utuntur stimmi
Ponti fices , nec episcopi cardinales
in romana curia, come asserisce il
cardinal Cajetano Stefaneschi, Mus.
Italie, tom. II, pag. 288, e assai
prima di lui avvertirono Innocen-
zo 111, De Missa lib. I, cap. 62, e
nel corpo canonico, al titolo De sa-
cra unctione, s. Tommaso d'Aqui-
no, quaest. 3, dist. 24, lib. 4 •&«-
tent., e il Durando, Rat. dh>. offic. ,
lib. Ili, cap. i5. A houle di così
202 FÉ II
espresse testimonianze dalle quali
apparisce non essersi dai romani
Pontefici avuto 1' uso del Pastora-
le, Gambuta, o Bastone che ado-
prasi dagli alivi vescovi, sonovi pe-
rò stati degli eruditi di gran nome,
i quali hanno sostenuto il contra-
rio. Ciò determinò il Garampi a
restringere i loro argomenti , e a
farvi brevi riflessioni, per poi con-
chiudere se l' immagine di Gelasio
li nel codice vaticano ci rappre-
senti un simile pastorale; e gli uni
e le altre qui appresso andiamo a
riportare in analogia di quanto si
è detto. L' Altaserra adunque sul
libro 1, tit. V delle Decretali; mons.
Ciampini nella disseriazione An
Ponti/ex summus bacillo pastorali
utatur j il p. Catalani, Caerem.
Rovi. Eecl. tom. I, pag. 102, e for-
se anche monsig. Giorgi , Liturg.
Boni. Pont. tom. I, pag. 1 35, ad-
dussero varie antiche testimonian-
ze della ferula, che davasi al Papa
nell'atto del possesso del patriar-
chio lateranense, di cui parlano gli
Thdini romani del XIII e XIV se-
colo, e quindi alcuni di essi volle-
ro conchiudere che i romani Pon-
tefici anticamente facessero uso del
pastorale, come tutti gli altri vescovi.
Ma conveniva distinguere, continua
il Garampi, questa ferula, che servi-
va solamente per segnale di pos-
sesso temporale, in sigiami regimi'
nis et correctionis, e che perciò da-
vasi al Papa insieme colle chiavi
del patriarchio, dal pastorale eh' è
sagro ornamento de' vescovi nelle
ecclesiastiche funzioni. In fatti bi-
sogna ben credere che una tale di-
stinzione si facesse da Innocenzo III,
da s. Tommaso, dal Durando, e dal
cardinale Stefaneschi citati, i quali
a sì chiare note asserirono non
avere i Papi avuto giammai 1' uso
FER
del pastorale, quando al loro tem-
po istesso, e dopo ancora, si usò
la ferula nel solenne possesso del
patriarchio. Pertanto noi leggiamo,
che allorquando per opera di Ot-
tone I e di Leone Vili antipapa
radunossi nell'anno 964 un oonci-
lio di vescovi nel Laterano , per
degradare l' infelice ma vero Papa
Benedetto V, che fattosi venire ve-
stito pontificalmente, per fare l'in-
degna funzione con maggior solen-
nità, gli fu tolta di dosso la stola,
la pianeta e il pallio, e che final-
mente gli presero la ferula ponti-
ficale, che Leone Vili ruppe, e co-
si mostrò al popolo. Siffatta feru-
la, dice il Garampi, non fu che
quella del temporal possesso : im-
perciocché riguardo agli ornamenti
sagri, cioè alla stola, alla pianeta
ed al pallio, niun vilipendio fu lo-
ro usato, perchè appunto erano sa-
gre insegne; ma quando si venne
alla ferula pontificale , eh' era si-
guani regiminis et correctionis, cioè
segno di giurisdizione temporale ,
e che pochi giórni prima Benedet-
to V l'aveva ricevuta, questa si de-
rise , si spezzò , e si mostrò al po-
polo per dispregio: iniqua irrive-
renza che 1' antipapa con quegli
scismatici , i quali affettavano zelo
per l'onore di Dio e della sua Chie-
sa, né ardita , né tollerata in ve-
rini conto avrebbero, se la ferula
fosse stata un sagro pontificale or-
namento. Negli atti del pur men-
tovato Pasquale II si legge, che ri-
cevuta la ferula nel suo possesso
andava girando con essa per tutto
il patriarchio: » Locatus in utris-
>■> (pie curulibus , data sibi ferula
» in maini, per celerà palati i loca
» solis Bomanis Pontificibus desti-
» nata, jam dominus, vel sedens ,
« vel transieus, electiouis nioduiu
FES
>•> implevit". Onde che dovendosi
a Benedetto V togliere il possesso
del medesimo patriarchio, fu fatto
comparire colla ferula in mano,
colla quale vi aveva pochi giorni
urina esercitata padronanza , per
torgliela poi e spezzargliela con sua
maggior vergogna. Anche i princi-
pi e signori laici , nel dare i pos-
sessi delle cose, e le investiture,
anche delle chiese e benefizi ec-
clesiastici , solevano darle per vìr-
gam, ovvero per baculum. Lo stes-
so facevano i romani Pontefici, sen-
za che tale istrumento da loro usa-
to possa dirsi un sagro pastorale ,
come non lo era presso i laici. Be-
nedetto Vili del io 12, dopo di a-
ver aggiudicato all'abbate di Farfa
il castello di Bucciniauo, sul quale
erasi agitata lunga lite contro Cre-
scenzio , lo investi del medesimo
per virgam. Leggesi anche di Sil-
vestro li, che nel iooi investì s.
Bernardo vescovo d'Hildesheim del-
l'abbazia gaudesemense, con dargli
in mano apostolicatn ferulatn, cioè
Ja solita ferula o verga dell'inve-
stiture. Sulla ferula consegnata al
Papa nel possesso, erudite notizie
riunì il Cancellieri nella Storia dei
possessi , nonché il Novaes nel to-
mo II delle sue Disseriazioni a
pag. 129 e seg. , ed il Sarnelli nel-
le sue Lettere ecclesiastiche.
FESCH Giuseppe, Cardinale. Giu-
seppe Fesch, nacque in Aiaccio ai
3 gennaio 1 763, da nobile genitore
svizzero di Basilea chiamato Rodolfo,
nome comune nella famiglia Fesch,
ed ebbe per sorella uterina Leti-
zia Ramolini, che sposatasi al corso
Girolamo Bonaparte, fu madre di
Napoleone Bonaparte, poi imperato-
re de' francesi, per cui conferì alla
madre il titolo di madama. £ qui
noteremo che madama Letizia, fu
FES 2o3
pur madre di numerosa figliuolan-
za, che il fratello Napoleone pose
su tanti troni reali, cioè di Napoli,
di Spagna, di Milano, di Westfa-
lia e di Olanda, facendo gran du-
chessa di Toscana compreso Lucca
la propria sorella Lisa, maritando
l'altra Paolina al principe Borghe-
se governatore del dipartimento al
di qua delle Alpi. Giuseppe dopo
aver fatto nella sua patria gli studi
elementari, fu mandato dai suoi
parenti al seminario di Elix in Pro-
venza per compierli. Sortito di là
ripatriò, ed accaduta in allora la
morte dello zio arcidiacono della
cattedrale di Aiaccio, venne a lui
conferita questa dignità. Sollecitato
dal genio di conoscere la capitale
del mondo cattolico, si recò nel
continente, e percorse tutta la To-
scana, quindi pertossi a Roma, ove
si trattenne vari mesi, solendo cele-
brare la messa nella chiesa di s.
Luigi de' Francesi. Scoppiata la ri-
voluzione in Francia (Fedi), e ve-
dendo egli la Corsica (Fedi) di-
laniata dai due parliti francese ed
inglese, stimò prudente di ripatria-
re. A misura pertanto che ingi-
gantiva la rivoluzione iu Francia
ingigantivano del pari in Corsica
le persecuzioni fra i due partiti.
In questo stato di cose tutta la
famiglia Fesch, in un a Giuseppe,
fu costretta ad emigrare dirigendo-
si a Parigi, ove Girolamo Bonapar-
te, marito di Letizia sua sorella, si
trovava come membro dell' assem-
blea generale deputato dalla Cor-
sica. I funesti periodi della rivolu-
zione giunti al suo colmo e ridot-
te le oneste persone a tremare, e
più di tutti gli ecclesiastici di ogni
ceto, il nostro Giuseppe profittan-
do della circostanza che il suo ni-
pote Napoleone fu dichiarato dal
ao4 FES
direttorio di Parigi generale in ca-
po dell'armala d'Italia, lo seguì
sempre nella retroguardia ov' era
posto lo stato maggiore. Disciolto
il direttorio, e riordinate le cose
alla meglio, tra le quali il ripristi-
namento del culto cattolico, passa-
rono delle trattative colla santa Se-
de per mandarlo a compimento.
In quest'epoca da Pio VII fu fatto
arcivescovo di Lione nel concistoro
de' 4 agosto 1802, dignità che mai
volle rinunziare quando i Borboni
ritornarono sul trono di Francia ,
per cui la santa Sede vi nominò
un amministratore apostolico per
governare l'arcidiocesi, non volen-
do il governo reale riconoscerlo co-
me arcivescovo. Il medesimo Pio
VII nel concistoro dei 17 giugno
i8o3 lo creò cardinale dell'ordine
de' preti, rimettendogli in Parigi
la notizia col berrettino cardinali-
zio, per mezzo della guardia no-
bile pontifìcia d. Lorenzo de' prin-
cipi Giustiniani, il quale in pari
tempo fece altrettanto in Parigi
cogli altri novelli cardinali, Belloy
arcivescovo della città, e Boisgelin
arcivescovo di Tours. Inoltre il
Papa gli trasmise la berretta car-
dinalizia per monsignor Giorgio Do-
na, poi anch'egli cardinale, il qua-
le la portò eziandio ai due nomi-
nati cardinali non che al cardinal
Cambacères arcivescovo di Roucu.
Jl cardinale Fesch poi ebbe in ti-
tolo la chiesa di s. Maria della
Vittoria^ che ritenne sino alla mor-
te in commenda, la qua) chiesa di-
venne per lui tale, quando dive-
nuto il più antico cardinale prete
che fosse in Roma, e facendone le
funzioni, fu da Pio VII nominato
titolare della chiesa di s. Lorenzo
in Lucina, siccome titolo che si suo-
le conferire al cardinal primo prete.
FES
Dopo non molto tempo il car-
dinal Fesch fu inviato a Roma
con la rappresentanza di ministro
plenipotenziario della Francia pres-
so la santa Sede. In questa quali-
fica precedette Pio VII nel "viag-
gio, quando nel 1 8o4 Sl portò a
Parigi per coronare l' imperatore
Napoleone; e quando il Papa ri-
tornò in Roma, il medesimo car-
dinale in nome dell'imperatore ni-
pote, fu incaricato presentargli quei
donativi di cui parlammo al voi.
XVII, pag. 227 del Dizionario.
Mentre disimpegnava la sua diplo-
matica missione in Roma, avendo
la sua corte stabilito di rappresen-
tare a Pio VII esigenze politiche
e religiose, non credette opportuno
che le trattasse un cardinale, e il
richiamò a Parigi. Accaduta in se-
guito, nel luglio del 1809, la de-
portazione di Pio VII per cornan-
do di Napoleone, che ne avea fatti
occupare ingiustamente e con pre-
potenza gli stati , ognuno conosce
le vicende che l'accompagnarono,
tra le quali è da rimarcarsi la
convocazione di un concilio di ve-
scovi a Parigi , celebrato a Ver-
sailles, per decidere sopra le ma-
terie ecclesiastiche, e sugli affari
che vertevano con Pio VII. Divisi
i padri del concilio ne' loro dibat-
timenti, alcuni tennero per la su-
premazia del Papa , tra' quali il
nostro cardinale, altri per la li-
bertà della chiesa e clero gallica-
no. I primi non avendo incontra-
to l'approvazione del governo, sciol-
to che fu, invece di andare a Pa-
rigi se ne tornarono alle loro sedi.
Ecclissala la fortuna di Napoleone
Bona parte, fu deposto dall' impero
nel 1 8 1 4, e mandato all'isola del-
l'Elba, che gli fu concessa in so-
vranità, per cui i fratelli e la so-
FES
rella vennero espulsi dai troni che
occupavano, ne' quali \i ritornaro-
no i legittimi principi, come Pio
VII a Roma, e Luigi XVIII a Pa-
rigi. Però il cardinale seguì Napo-
leone nell'isola dell'Elba in Tosca-
na, ed ivi dimorò fino all' epoca
de' cento giorni, cioè alla compar-
sa di Napoleone in Francia , ove
ancora regnò per tale spazio di
tempo. In questa circostanza il car-
dinale accompagnando madama Le-
tizia a Parigi, ivi restò nella detta
epoca, finché vinto Napoleone dal-
le potenze alleate, nella famosa
battaglia di Waterloo, il cardinale
con passaporto de' sovrani alleati
tornò in Roma, e Napoleone fu re-
legato all' isola di s. Elena in A-
frica, dove morì a' 5 ma^erio 1821.
Se vogliamo osservare la con-
dotta del cardinale all'epoca che
il nipote, e fortunato conquistato-
re, era nel massimo di sua formi-
dabile potenza e splendida gran-
dezza, il suo contegno fu lodevole
e veramente ecclesiastico. Profittò
del contatto coli' imperatore, e del-
la stima e benevolenza che avea
per lui, in promovere e protegge-
re il ristabilimento in Francia del
culto cattolico, contrariato ad ogni
passo dal ministero^ che dovette
affrontare con gravi amarezze per
riuscire nell'intento. Amava tene-
ramente l'imperatore, null'ostante
gli si opponeva a visiera calata
quando scorgeva compromessi i di-
ritti inconcussi del Papa. La sua
fermezza nel concilio sunnominato
ne forma una solenne prova. Per
contribuire poi al bene del nipote,
tanto fisico che religioso, da Roma
spedì a sue spese a Sant' Elena il
professore chirurgo Antonmarchi, e
i due sacerdoti Vignoli e Bonavi-
ta, tutti e tre corsi. Dimorando il
FES ao^
cardinale in Roma , si regolò con
saggia prudenza; fece parte delle
congregazioni cardinalizie della con-
cistoriale, de' vescovi e regolari, del
concilio, di propaganda fide, e del-
la cerimoniale, e fu protettore del-
le arciconfraternite di s. Maria del-
l'orazione, della morte, e della ss.
Assunta in s. Maria de' Miracoli ,
non che del collegio Ghislieri, del-
le congregazioni basiliane del ss.
Salvatore, e s. Giovanni in Soairo
de' greci melchiti, delle monache
passioniste di Corneto, della ven.
compagnia di s. Lorenzo in Lucina,
e del monastero di Fognano nella
diocesi di Faenza, per la fabbrica
del quale donò seimila scudi. Fu
pure direttore perpetuo dell' arci-
confraternita degli Amanti di Gesù
e Maria detta la Via Crucis nel
Colosseo presso il foro romano. In-
tervenne ai conclavi per le elezio-
ni di Leone XII , di Pio Vili , e
di Gregorio XVI. Finalmente do-
po lunga e penosa malattia , con
settantasei anni di età e trentasei
di cardinalato, morì a' [3 maggio
1839. Le sue esequie furono deco-
rosamente celebrate nella chiesa di
s. Lorenzo in Lucina suo titolo
cardinalizio, e poscia il suo cada-
vere, come dicemmo al citalo vo-
lume del Dizionario, a pag. i55,
e giusta la sua disposizione , fu
trasportato nella chiesa delle mo-
nache passioniste di Corneto, pres-
so quello della sorella madama Le-
tizia, luogo per ambidue di tem-
poranea sepoltura.
Finalmente a voler far menzio-
ne delle principali disposizioni te-
stamentarie del cardinale, va pri-
ma fatto cenno della celebratasi ma
galleria di quadri di cui era pos-
sessore. All'epoca repubblicana l'im-
periose circostanze della tremenda
206 FES
rivoluzione avendo costretto all'e-
migrazione un' immensa quantità
«li nobili famiglie, si trovarono nel-
la necessità di vendere ciò die a-
vevano, massime le cose mobili,
non esclusi gli articoli di belle ar-
ti, di modo che a que' tempi Pa-
rigi rigurgitava di siffatti oggetti ,
e di gran pregio. Cessato il terro-
rismo, ogni giorno si vendevano
quadri alla pubblica auzione, e fu
allora che il cardinale potè acqui-
stare i capo-lavori fiamminghi, che
tanto distinsero la sua collezione.
Dipoi in Italia acquistò i Raffaeli,
i Giuli Romani, gli Albani, i Do-
menichini, i Tiziani, i Guidi, i Cor-
reggi , i beati Angelici da Fieso-
le, ec. ec. Si om mette la menzione
di altri interessanti dipinti sì della
scuola francese che dell'antica ita-
liana, come Massaccio ed altri, per
evitare una lunga ed inutile no-
menclatura di autori. Avendo isti-
tuito per suo erede universale il
suo nipote Giuseppe Bonaparte con-
te di Survillers, il primo de' super-
stiti fratelli di Napoleone, gravan-
dolo però di molti e forti legati ,
ordinò in pari tempo per testa-
mento la vendita della collezione
di quadri, coli' obbligo di divider-
sene il prodotto in cinque parti e-
guali, riservando la prima per l'a-
dempimento de' pii legati all'este-
ro. La seconda parte prescrisse che
si dividesse in quattro porzioni e-
guali a' superstiti nipoti , cioè al
nominato Giuseppe già re di Spa-
gna, d'altronde erede universale di
tutti gli effetti liberi, a Luciano
principe di Canino, vale a dire ai
suoi figli essendo già morto, a Lui-
gi già re di Olanda, ora conte di
s. Leu, ed a Girolamo già re di
Westfàlia, al presente principe di
Monlbrt. In quanto alle altre tre
FES
parti, il cardinale ne ordinò un in-
vestimento da servire per l'istru-
zione e dotazione dei discendenti
d'ambo i sessi delle linee Bona-
parte. Sopra la prima porzione dal
medesimo cardinale riserbatasi, de-
ve contarsi il trattamento del gran-
de stabilimento degli studi da esso
già fabbricato in vita nella città
di Aiaccio in vantaggio di quegli
abitanti; questo fabbricato per la
sua mole e bellezza sarebbe degno
di qualunque capitale. Eziandio gra-
vò la prima parte di franchi cen-
tomila, riservali a fine di costrui-
re un piccolo tempio , il quale è
già in costruzione, a contatto dello
stabilimento degli studi, e per ser-
vire di sepolcro a lui, a' suoi, ed
altresì per l'uffiziatura degli eccle-
siastici dello stabilimento. Alle mo-
nache passioniste di Corneto, ove
come si disse è depositato il pro-
prio cadavere, e quello della so-
rella provvisoriamente, come loro
protettore lasciò in legato scudi
cinquemila, già soddisfatto perchè
a carico dell'erede sui beni indi-
pendenti dalla galleria de' quadri ;
così pure fu soddisfatto altro lega-
to di scudi cinquecento a favore
dell'arciconfralernita degli Amanti
di Gesù, e Maria. In rapporto poi
alla sua famiglia domestica di per-
sonale servigio, beneficò il cardi-
nale sei individui della medesima
con pensione vitalizia, e pei rima-
nenti nove individui che compone-
vano il restante della famiglia di
ruolo, pose a disposizione degli e-
secutori testamentari scudi mille da
dividerli a loro, secondo il tempo
del servigio prestato, non meno di
scudi cinquanta per cadauno, uè
più di scudi duecento.
FESCINO (s.).Fu abbate del ino-
nistero di Fonre, vHlóggio della
FES
contea di Meath, e lo governò san-
tamente. Ivi è ouorato con parti-
colar divozione. Morì nel 664 per
1' orribile pestilenza che devastò
l' Irlanda. Molte chiese e parecchi
villaggi di quel regno portano il suo
nome. La sua festa 61 celebra a' 20
di gennaio.
FESSE. Sede vescovile nella JVu-
midia, nell'Africa occidentale, sot-
to la metropoli di Cirta Julia. Fes-
se, Fessen, chiamasi pure Fesser-
ta, e nelle Notizie di africa si
trova al numero 12. Al presente
è un titolo vescovile in partibns
che conferisce la santa Sede, sotto
la metropoli pure in partibus di
Cirta. Il regnante Pontefice a* 28
di maggio 1839 fece vescovo di
Fesse, e vicario apostolico di E-
gitto e dell'Arabia monsignor Per-
petuo Guasco dell'ordine de' mino-
ri osservanti, del cui zelo parlam-
mo al volume XXI, pag. i38 e seg.
FESTA (Festux). Giorno solen-
ne festivo, nel quale l'uomo si astie-
ne dal lavoro, stabilito dalla Chie-
sa in onore di Dio o di un santo,
durante il quale si deve attendere
ai divini uffizi, e al modo di san-
tificarlo. Ma in origine era voca-
bolo che indicava un giorno di riu-
nione ; mohadiin, feste in ebraico ,
signitica i giorni in cui gli ebrei
riunivansi per lodare Dio; in que-
sto senso le feste sono necessarie
del pari che le adunanze di reli-
gione, ed un popolo non ebbe mai
culto pubblico, senza che le feste
ne abbiano fatto parte. Chiamossi
talvolta festa il giubilo o l'alle-
grezza, il solazzo, il piacere, o il
luogo dove si festeggia, e anche
uno spettacolo e un apparato. Del-
le, più famigerate feste di tal na-
tura, se ne parla in molti articoli
del Dizionario; in questo non trat-
FES
IO'
teremo che delle feste degli ado-
ratori del vero Dio. Tultavolta, ge-
nericamente parlando, l'oggetto ge-
nerale di tutte le feste è stato
quello di riunire gli uomini , di
accostumarli a fraternizzare , di
metterli alla portata d' istruirsi e
di aiutarsi scambievolmente: tutte
le ceremonie del culto divino con-
correvano a questo scopo essenzia-
le. Il popolo ammassato nelle gran-
di città, non sente più questo van-
taggio ; ma esso sussiste ancora
nelle campagne, massime ne' pae-
si di montagna , nelle foreste ec.
Le famiglie disperse in quelle so-
litudini non possono riunirsi, ve-
dersi, frequentarsi se non nei gior-
ni di festa, eh' è quasi il maggior
legame di società che esse pò 11 no
avere: le feste per conseguenza so-
no loro sempre state necessarie.
Così il Bergier, Dizion. enciclop.,
alla parola Festa.
Le feste dell'antica legge furono
ordinate da Dio medesimo: i.° in
memoria dei principali miracoli di
sua misericordia verso il popolo
suo; 2.0 affine che gl'israeliti, in
favore de' quali aveali operati, ne
venissero istruiti più perfettamente;
3.° perchè avendoli essi sempre
davanti alla mente, ne serbassero
perenne memoria di gratitudine e
ringraziamento ; 4-° acciocché ecci-
tassero nei loro cuori le disposizio-
ni necessarie per ritrarne fruiti ab-
bondanti. Le feste della legge di
grazia debbonsi celebrare con tanta
maggior pietà e fervore, quanto i
misteri onorati in questi santi giorni
sorpassano infinitamente quelli della
legge antica, i quali sebbene fossero
sublimi, tuttavolta non vi si scopre
altro che immagini ed ombre dei
nuovi misteri che a quelli sono succe-
duti. i\V giorni consagrati alla loro
2o8 FES FES
rimembranza, tutti i fedeli sparsi nedì quel giorno, e lo santificò, e
per la terra uniscono in corpo ed volle che fosse consagrato al suo
in ispirito le loro preci e sagrifizi culto. Benché la storia sagra non
di adorazione e grazie a' piedi de- ci testifichi espressamente che i pa-
gli altari. Nelle fèste in onore dei Inarchi abbiano lasciato di lavora-
suoi misteri Gesù Cristo "versa so- re il giorno di gabbato, il citato
pia di noi i tesori della sua gra- patto della Genesi basta per farce-
zia, meritataci colla sua morte a lo supporre , come dice il Bergier.
misura della purezza dei nostri cuo- Nell'Esodo capo XX, v. 8, Dio
ri, e delle altre disposizioni che ce minacciò i trasgressori dell' osser-
ne rendono degni; questa è la ra- vanza del sabbato dicendo: Ricor-
sone per cui la Chiesa istituì le dati di santificar il giorno di sab-
Vigilie (Vedi) delle feste principa- baio, mentre quando si tratta di
li dell' anno. Non possiamo fare al- altri punti di legge , egli ce ne
cuna cosa che più. dia gloria al fece un semplice comando, o una
santo nome di Dio, né che a lui semplice proibizione : Voi non ado-
sia maggiormente accetta, del riu- rercte Jalsi Dei; voi non animaz-
ione in ispiri to gli omaggi della no- zere.lv.. Ma in questo comandamen-
stra gratitudine, l' incenso delle no- to egli tiene un linguaggio affatto
stre orazioni, il tributo delle nostre diverso, e non si contenta solo di
limosine, in una parola tutti i senti- comandare o proibire, ma sveglia
menti, e tutte le opere nostre a tutti tutta l'attenzione del suo popolo
quegli onori e tutta quella gloria dicendogli: Sovvengati del mio eo-
che Dio riceve dai fedeli suoi ser- mandamento se hai a cuore la glo-
vi sparsi su tutta la terra, che for- ria del mio nome. Leggesi nel sai-
mano la Chiesa militante, e dagli mo io3, v. 19, che Dio ha crea-
angeli e dai santi, che formano la to la luna per notare i giorni di
sua Chiesa trionfante su in cielo, riunione: ferii Umani in mohad://:,
Questa santa unione è senza dub- d'altronde s'apprende dalla storia
bio perpetua, e sempre ristretta dai profana, che la costumanza di riu-
vincoli dalla carità per cui tutti i n'irsi alle neomenie o nuove lune,
membri vivi di Gesù Cristo, o co- fu comune a quasi tutti i popoli ;
ronati od aspiranti alla gloria, so- così le neomenie stabilite da Mose
no fatti un solo e medesimo cor- non sembrano essere state un isti-
po tra loro e con Gesù Cristo lo- tuzione nuova, come non lo era
10 capo : tuttavia si rafforza e rin- quella del sabbato. Dio per bocca
novasi per certa maniera nei gior- di quel legislatore disse neh' Eso-
ni santi, perciocché in essi riunendosi do XX, 8 e 9 al suo popolo: Ri-
i fedeli, e conversando col cielo, si cordati di santificare il giorno di
fa un paradiso di tutta la terra, e sabbaio. Lavorerai negli altri sei
le due Chiese formano come una giorni, ma io voglio per me il set-
medesima Chiesa. timo. Siccome tutti i tempi e tut-
La prima fèsta da Dio istituita ti i giorni sono di Dio, così tutti
v. il sabbato, il settimo giorno in debbon esser consagrati al suo ser-
eni fu terminata 1' opera della crea- vigio. Il real profèta nel salmo 73,
zione. JNelle sagre carte e nella parlando di Dio, ecco come si e-
Gen. e. Il, v. 3 si legge che Iddio be- sprime: Egli ha fatto il giorno e
FES
la notte, la luce e le tenebre, il
tempo e le stagioni. Egli ancora
comandò nell'antica legge al suo
popolo di offerirgli sagrifizio la mat-
tina e la sera ; ma la speciale be-
nedizione colla quale egli ha di-
stinto in fra gli altri il settimo
giorno, il suo riposo con cui lo ha
consagrato, i fatti gloriosi di cui lo
ha onorato, e il precetto di cui lo
ha accompagnato, lo rendono un
giorno più santo e più glorioso al
suo nome degli altri.
Nella Genesi, cap. 35, Giacobbe
celebra una specie di festa all'occa-
sione di un favore ch'egli aveva
ricevuto da Dio. Riunì tutta la sua
famiglia, ed ordinò a tutti di cam-
biare le loro vesti, di purificarti,
di portargli tutti gì' idoli e tutti i
segni del culto degli dei stranieri, ed
egli li sotterrò sotto il terebinto di
là della città di Sichem, quindi an-
dò a Luza , cognominata Bethel,
nella terra di Canaan, ed ivi edi-
ficò un altare, ed a quel luogo po-
se il nome di Casa di Dio. E sic-
come i sagrifìzi erano sempre se-
guiti da un banchetto comune, il
giorno destinato per un sacrifizio
solenne era per i patriarchi un
giorno di t'osta. Pensò un moderno
autore che le feste, ossiano le adu-
nanze religiose dei primi uomini, fos-
sero consegrate alla tristezza, a pian-
gere i flagelli della natura , e soprat-
tutto il diluvio universale; ma sem-
bra che egli non abbia considerato
che i banchetti, il canto, la danza fe-
cero parte del culto delle divinità
di tutte le nazioni. L'uomo afflitto
vuole esser solo, ama la solitudine
per piangere, non è già la tristez-
za che riunisce gli uomini, ma ben-
sì la gioia ed il gaudio. Presso i
latini i vocaboliytwfrjs, festivus signi-
ficavano ciò eh' è propizio e piace-
voi.. XXIV.
FES 209
vole, infestus ciò che è dannoso e
disgustoso. Mosè parlando delle fe-
ste ebraiche dice agl'israeliti nel
Levitico e nel Deuteronomio : f'oi
farete festa dinnanzi al Signor Dio
vostro. Delle feste Mosè ne parlò
pochissimo, avendo conservato il
cerimoniale de' patriarchi, in quel-
lo da lui prescritto agli ebrei. La
sola delle suddette feste che sia
stata consagrata al dolore ed alla
tristezza fu il giorno dell' espiazio-
ne, di cui parla il Levitico e. i3,
v. 27. Ridette il mentovato Ber-
gieiv, che nello stesso cristianesimo
i più santi personaggi furono d'av-
viso, che il digiuno e le mortifica-
zioni non devono aver luogo nei
giorni di festa; che conviene inve-
ce fare un festino, cioè un ban-
chetto più sontuoso del solito. In-
di soggiugne che le antiche feste
furono consagrate a regolare e san-
tificare i lavori dell' agricoltura, a
ringraziare il creatore de suoi doni.
I patriarchi offrirono de'sagritizi
pei benefizi ricevuti da Dio , non
mai per far palese le loro aftlizioni.
Noè salvato dal diluvio , Abramo
ricolmo delle promesse e delle be-
nedizioni di Dio, Isacco sicuro del-
la medesima protezione, Giacobbe
felicemente ritornato dalla Mesopo-
tamia, e salvato dalla collera del
suo fratello Esaù, innalzarono de-
gli altari e benedirono il Signore,
come si apprende nei libri santi, e
in più luoghi della Genesi.
JVello stabilimento delle feste de-
gli ebrei, Mosè seguì lo spirito dei
patriarchi, che è quello dell'isti-
tuzione divina. Oltre il sabbato e
le neomenie, stabilì egli tre glan-
di teste, che avevano rapporto non
solamente colla agricoltura , ma
eziandio a tre gran benefizi del
Signore di cui bisognava conservar
14
2 1 o F E S
la memoria. La festa di Pasqua
nel mese delle nuove biade in me-
moria della sortita di Egitto, e
della liberazione dei primogeniti de-
gli ebrei; la Pentecoste ossia la
fèsta delle Settimane, per servire
di monumento alla pubblicazione
della legge sul monte Sinai : cele-
bravasi avanti d' incominciare la
raccolta delle messi, e vi si offri-
vano le primizie; la festa dei Ta-
bernacoli dopo la vendemmia, in
memoria della dimora degl'israeliti
nel deserto. Dovevano essi celebrar-
le non solo colla loro famiglia,
ma ammettervi i poveri e gli stra-
nieri. La festa delle Trombe , e
quella delle Espiazioni cadevano
nella luna di settembre, come an-
che quella dei Tabernacoli. La sag-
gezza e l'utilità di quelle feste sono
chiarissime, indipendentemente dal-
le lezioni di morale che davano
esse agli ebrei, erano monumenti
irrefragabili dei fatti sui quali era
fondata la religione ebraica, monu-
menti che ne hanno perpetuata la
memoria e la certezza in tutti i
secoli. GÌ' increduli, per ischivarne
le conseguenze, dicono che una fe-
sta non è sempre la prova certa
della realtà di un avvenimento, e
che troviamo presso i greci e i
romani delle feste stabilite in me-
moria di molti fatti assolutamente
favolosi. Ma le feste dei pagani non
risalivano, come quelle dei giudei,
alla data stessa degli avvenimenti,
non erano state stabilite, né osser-
vate dai testimoni oculari dei fatti
di cui richiamano la memoria.
Nelle solennità giudaiche non vi
erano la licenza e i disordini che
regnavano nelle feste dei pagani,
che invece di contribuire alla pu-
lita de'costumi , sembravano espres-
samente stabilite per corromperli.
FES
Nelle feste del cristianesimo si tro-
va lo stesso spirito, lo stesso ogget-
to, la medesima utilità delle feste
degli ebrei. Di quelle che questi
al presente celebrano, come della
festa del sabbato, della festa delle
calende, della solennità della Pasqua
degli azzimi, della festa delle Set-
timane o Pentecoste, della festa
delle Espiazioni, di quella dei Ta-
bernacoli ovvero delle Capanne, del-
le Encenie, delle Sorti o del Purim,
e di altre feste, ne tratta Paolo
Medici, De" riti e costumi degli ebrei,
e noi in parecchi articoli del Di-
zionario.
Il Bergier all'articolo Feste dei
cristiani, divide 1' argomento in
nove punti: i.° spirito sublime di
esse, e dimostrazioni de' fatti evan-
gelici; 2.0 feste de 'martiri; 3." ob-
biezioni di Beausobre contro di
queste , e risposte ; 4° autorità
della Chiesa per lo stabilimento di
esse, difesa dalle difficoltà de' pro-
testanti ; 5.° feste de' confessori di-
fese dalla calunnia degl' increduli ;
6.° necessità delle feste; 7.0 ragio-
ne dell'aumento di queste; 8.' del-
la loro diminuzione; 9." santifica-
zione delle medesime. Lungi dallo
svolgere tutti i punti, compendio-
samente diremo solo di alcuni, con
qualche altra analoga erudizione.
Non solamente gli apostoli hanno
istituito delle feste, poiché i primi
fedeli ne hanno celebrato ; ma le
resero più auguste delle antiche,
fondandole sopra motivi più su-
blimi. NeHa religion primitiva il
principale oggetto delle feste era
d' inculcare agli uomini l'idea di
un solo Dio creatore e governato-
re del mondo, padre e benefattore
delle sue creature; nella religione
ebraica erano esse destinate a ri-
svegliare la memoria di un solo
FES
Dio legislatore , signore supremo,
protettore speciale del suo popolo;.
nel cristianesimo le feste ci mo-
strano un Dio salvatore e santifì-
catore degli uomini , del quale
tutti i disegni tendono alla nostra
eterna salute. Niente serve meglio
che le feste a indicarci l' oggetto
diretto del culto religioso nelle tre
epoche successive della rivelazione.
Dopo l' estinzione del paganesimo
e dell'idolatria , non fu più neces-
sario di continuare a celebrare il
sabbato ed il riposo del settimo
giorno in memoria della creazione.
La credenza di un solo Dio crea-
tore non poteva più perdersi; ma
fu importantissimo di consagrare con
un monumento eterno la memoria
di un miracolo, che ha fondato
il cristianesimo, della risurrezione
cioè di Gesù Cristo, la cui memo-
ria si celebrò nella domenica che
ne'libri del nuovo Testamento è chia-
mata prima del sabbato, cioè pri-
mo giorno dopo il sabbato, come
osserva i! p. Mamachi nel tomo
I, pag. 3 18 de' Costumi de primitivi
cristiani. Questo grande avveni-
mento è un articolo della nostra
fede, egli è contenuto nel simbolo;
non si può essere cristiano senza
crederlo. Così fino dall'origine del
cristianesimo la domenica fu il gior-
no stabilito in cui si radunavano
i cristiani, e cantavano gì' inni a
Gesù Cristo come Dio, e prende-
vano il cibo eucaristico, perchè la
domenica fu celebrata dagli apo-
stoli, e chiamata il giorno citi Si-
gnore. V. Domenica, e Pasqua. Co-
sì dicasi della festa della Penteco-
ste (Vedi), in memoria della di-
■ scesa dello Spirito Santo sugli apo-
stoli; di quella del Natale (Ve-
lli) , o nascita di Gesù Cristo ;
dell' Epifania (Fedi); dell' Asceti-
¥ L S 211
sione (Vedi) : tutte feste che fu-
rono stabilite subito dopo che ta-
li avvenimenti erano accaduti, al-
la presenza, e colla testimonianza
di migliaia di uomini , citandone
molte il p. Mamachi a pag. 326.
Agli apostoli si attribuisce l'istitu-
zione di alcune feste della beata
Vergine Maria. Il Piazza nel suo
Emerologio di Roma, toni. I, pag.
2, Dell'origine delle feste, dice che
gli apostoli nell'istituire le feste in
onor del Signore e della Madonna,
essendo state abrogate le cerimonie
della legge mosaica, stimarono spe-
diente di non scostarsi molto dagli
ebrei nel celebrare la Pasqua e la
Pentecoste, in modo che ritenendo-
si i loro nomi, non si facesse mol-
ta novità ne' riti della nascente re-
ligione cristiana, e in qualche mo-
do si adombrassero quelli degli
ebrei, come fra gli altri afferma
Tertulliano. Per non convenir poi
coi gentili, che chiamavano i loro
giorni più solenni col nome di Fe-
rie (Vedi), chiamarono con tal no-
me i giorni di lavoro e di secola-
ri faccende, come attestano Orige-
ne e s. Girolamo. JVou ammetten-
do però il digiuno nella domenica,
come tutta dedicata al culto divino,
si chiamò perciò il lunedì feria se-
cunda, e susseguentemente gli altri
ijiorni della settimana ecclesiastica.
Si cominciò pure fin dai primi tem-
pi del cristianesimo a celebrare la
festa dei Martiri (Vedi). Pei pri-
mitivi cristiani la morte di un
martire era per essi una vittoria,
e per la religione un trionfo; il
sangue del testimonio cementava
l'edilìzio della Chiesa, solennizza va-
si il giorno della sua morte, cele*
brando sulla sua tomba i santi mi-
suri, e dove i fedeli riuniti raccen-
devano la loro fede, ed animavano
o. 12 FES
maggiormente il loro coraggio col
suo esempio eroico. In principio
del secondo secolo dell'era cristia-
na, apparisce ciò dagli atti del mar-
tirio di s. Ignazio e di s. Policar-
po, e non è a dubitarsi che non
siasi praticato egualmente a Roma
subito dopo il martirio di s. Pie-
tro e di s. Paolo. La testimonian-
za infatti degli apostoli e de'loro
discepoli , sigillata col loro sangue,
era troppo preziosa per non met-
terla continuamente sotto gli occhi
de'fedeli. Quasi direbbesi che fu
allora preveduto, che coli' andar
dei secoli gì' increduli avrebbero
spinto l' audacia per fino a conte-
starne le conseguenze. Il Macri nel-
la Notizia dei vocab. eccles., alla
parola Feslus, la spiega per gior-
no festivo in onore di qualche san-
to, o altra solennità, detto ancora
Natale o Natalizio, giacché Ter-
tulliano nel lib. 6 De coron. milit.,
ciò spiega perchè in tal giorno i
santi nacquero alla vita immorta-
le ed eterna ; ed aggiunge che
furono senza dubbio le feste intro-
dotte dagli apostoli, come pure at-
testa l'annalista Baronio, e poi ac-
cresciute dagli uomini apostolici;
e che nei primi secoli non si ce-
lebravano, oltre quelle de' misteri
di Gesù Cristo, se non che le fe-
ste dei martiri, e così la prima
fu in onore del protomartire s. Ste-
fano.
Dal fin qui detto adunque ne
consegue, che le feste istituite e ce-
lebrate dalla Chiesa cattolica si di-
vidono in due grandi classi perfet-
tamente distinte: i.° quelle che han-
no rapporto alla dottrina religiosa
medesima, e al dogma, celebrando-
ne i misteri che ne fanno parte;
a.0 quelle che hanno per oggetto
di onorare i martiri , i confessori
FES
ed i santi , delle quali parleremo
in seguito.
Il Marangoni, Delle, cose genti-
lesche e profane trasportate ad uso
e ad ornamento delle chiese , al
cap. XXIX discorre se nella cele-
brazione delle feste de' nostri santi
sia alcuna cosa derivata dal genti-
lesimo. Convenendo che l' origine
delle feste in generale proviene dal-
la divina legge data da Dio a Mosè
sul monte Sinai, non si trova però
l'istituzione di alcun giorno di fe-
sta , per celebrare in esso la me-
moria di alcuno di que' santi pa-
triarchi e profeti , e neppur dello
stesso Mosè, che fu così caro a Dio;
la cagione di ciò, al dire de' santi
padri, fu perchè essendo il popolo
ebreo inclinatissimo all'idolatria,
lo avrebbero adorato come loro
Dio, ed offertegli vittime e sagrifi-
zi. Ma essendo venuto il tempo di
grazia , col lume della fede recato
al mondo dal Figliuolo di Dio , e
con esso dissipate le tenebre del-
l' ignoranza, conveniva alia maestà
e grandezza divina , che dagli uo-
mini ancora si onorassero i suoi
servi fedeli con un culto assai in-
feriore a quello che a Dio è do-
vuto, e specialmente di coloro che
per suo amore diedero la loro vita,
e che per la sua gloria inaffiarono
col loro sangue la di hù santa fe-
de, e la propagarono con tante fati-
che e sudori, e che si offrissero uni-
camente a Dio sagri fizi , non ad
essi, ma in memoria di essi, ad in-
tercessione dei quali egli concede
le grazie alla Chiesa ed a' suoi fi-
gliuoli. Questo rito però di solen-
nizzare coi giorni festivi la memo-
ria di uomini morti, molto prima
della legge di grazia, inventato fu
ed introdotto nel gentilesimo dal
demonio. Dappoiché non contento
FES
di aver favoleggiati alcuni dei ce-
lesti, prosegui a persuadere gli uo-
mini di collocare fra gli dei alcu-
ni uomini morti, credendo che fos-
se ai loro sepolcri unita una virtù
divina e celeste. Fra il numero di
questi i greci riposero Bacco , Er-
cole, Esculapio, A polli ne; gli egizi
Oro, Iside, Osiride, ed altri. Quali
deità, quasi infinite per tutto il
mondoj furono anche ricevute e a-
dorate dai romani, i quali inoltre
inventarono un altro rito di collo-
care fra gli dei i più scellerati loro
principi ed imperatori. Oltre a que-
sta gran turha di deità, istituì il
gentilesimo solennissime feste , sta-
bilite in giorni speciali , e le cele-
bravano con pompa di lumi , di
ohblazioni , di sagrifizi e di giuo-
chi , con lautezza di conviti e di
mangiamenti , dispensando anche
alla plebe diversi donativi; dimo-
doché cosa più splendida non po-
teva desiderarsi , e per l' allegrezza,
e per gli spettacoli, e per la dis-
solutezza. Celebra vansi nel mese di
dicembre le feste saturnali in ono-
re di Saturno, che duravano sette
giorni con banchetti e donativi ;
due volte l'anno la festa di Palla-
de o Minerva ; e di quella che
chiama nui Quincjitateria , perchè
durava cinque giorni , ne fa me-
moria Ovidio nel 5 e 6 lib. de Fa-
sti. Cosa però più licenziosa delle
feste in onore di Bacco dette bac-
canali, desiderare non potevasi dal-
la cieca gentilità; ed i lupercali,
feste introdotte in onore di Pane,
non potevano esser più lascive, an-
dando i sacerdoti di quest' idolo
nudi per Roma, con atteggiamenti
contrari all' onestà verso le matro-
ne e donne gravide. Infinite per-
tanto furono le feste istituite dal de-
monio, e chi bramasse conoscerle per
FES ai3
maggiormente detestarle, basta dare
un' occhiata agli antichi calendari
de' romani; e quanto alle tante in-
ventate dai greci, agli autori che
diffusamente ne hanno trattato ,
cioè il Fasoldo , il Castellano, e il
Meursio nel tomo VII delle Anti-
chità greche.
Essendo pertanto tutte queste
tenebre del gentilesimo manifestate
colla comparsa del Sole di giusti-
zia Gesù Cristo, e dissipate colla
luce del santo evangelo , si com-
piacque Iddio d' introdurre nella
Chiesa una sorte di feste molto più
oneste e convenevoli di quelle del
gentilesimo, e veramente sante, che
sono quelle degli amici e servi
suoi , quali furono ne' principii
quelle de' santi martiri, le cui fe-
ste furono istituite per oscurare le
profane de' gentili, e per abbatter-
le co' riti opposti e contrari alle
medesime, co' quali più si manife-
stasse la profanità ed oscenità di
esse. Fu però in certa maniera ne-
cessario, che i prelati della prima
Chiesa co'novelli convertiti dal gen-
tilesimo alla cristiana fede, in al-
cune cose, le quali per nulla ripu-
gnavano alla santità delle feste, fos-
sero alquanto indulgenti, affine di
allettare maggiormente i gentili stes-
si ad abbracciarla. Erano questi av-
vezzi alla pompa delle loro feste ,
alle allegrezze e tripudii , co' quali
si celebravano, e ciò appunto era
loro un ostacolo ad abbracciare la
religione cristiana , non essendo e-
gliuo capaci d' innalzare la mente
ed il pensiero alle cose spirituali e
celesti. Onde i vescovi permisero
che nel celebrarsi le feste de' mar-
tiri , avessero i nuovi convertiti
qualche divertimento e diletto , e
spezialmente cou i con vili pubblici
e popolari , ed un onesto tratteni-
214 frÈS l'Es
mento, lo che s. Gregorio Nisseno giuochi equestri, non in onore di
commendò come hen praticato da Augusto, ma bensì perchè in tal
s. Gregorio Taumaturgo. E questa giorno era stato consagrato a Mar-
permissione a' novelli neofiti era te il di lui tempio; ma dissipato
conforme alla regola dell'apostolo che fu il gentilesimo, le allegrezze
s. Paolo data a' Corinti , I, e. 3. profane di quel giorno furono tras-
La stessa pratica prescrisse s. Gre- ferite in onor delle catene di s. Pie-
gorio I a s. Agostino, acciò la pra- tro, poiché in esso fu consagrata
ticasse nella conversione dell' InghiU la chiesa col titolo de' medesimi
terra, permettendo a' nuovi conver- Vincoli sull'Esquilino. Ebbero i gcn-
titi di celebrare con allegrezza e tili il costume di far i loro merca-
coi conviti le feste de' santi mar- ti e le fiere in occasione de' pub-
tiri , e che nella dedicazione delle blici concorsi di popoli forestieri a
chiese, o nel natale de' martiri, qualche solennità; perciò gli anti-
de' quali vi si ponevano le reliquie, chi cristiani lasciarono correre i
si facessero attorno le medesime mercati e le fiere per utile del
chiese tabernacoli di rami di albe- commercio , il che è cosa antica ,
ri, e con religiosi conviti celebrassero -attestandolo i ss. Basilio Magno, e
la solennità. Dall' adornarsi i tem- Gregorio di Tours , ed altri. Fin
pli de' gentili con festive froncli , qui il dotto Marangoni. V . Mar-
fiori , chiome d' alberi , e pampini tiri.
delle viti, ne passò 1' uso alle chie- Gli stessi motivi che hanno fat-
se de' cristiani , come osserva Sar- to stabilire le feste dei martiri ,
nelli. Dagli antichi fu chiamata portarono i popoli , nel prosegui-
feslum epularum la festa della cat- mento de' secoli, ad onorare la me-
tedra di s. Pietro, nel qual giorno moria de' Confessori (Fedi), cioè
i cristiani, massime dell'Africa, so- dei Santi (Vedi), che senza aver
levano fare in chiesa solennissimi sofferto il martirio, hanno edificata
banchetti, de' quali ragiona s. Ago- la Chiesa colle loro virtù. Riflette
stino nel lib. 6, cap. 2 Confess. , il Bergier, che il loro esempio non
costume introdotto tra i cristiani è in favore del cristianesimo vina
dalla gentilità, perciocché in tal prova così forte come il testimo-
giorno solevano collocare i cibi sul- nio de' martiri ; ma dimostra alme-
le sepolture de' morti, come narra no che la morale del vangelo non
il Macri. V. Agape, Conviti. Il è impraticabile, poiché coli' aiuto
citato Baronio tratta eruditamente della grazia i santi l' hanno segui-
questa materia all'anno 4^, num. ta ed osservata esattamente. E co-
87 e seg., ed in vari altri luoghi, sa naturale che il popolo abbia
mostrando di più. con ragioni, che onorato con preferenza i santi che
quando anche i primi fedeli alcun hanno vissuto nel luogo dov' esso
rito o cerimonia avessero ricevuto dimora, le cui azioni gli sono più
da' gentili , ninna deformità può note, le cui ceneri vede cogli oc-
esserne seguita dal convertirsi in o- chi propri , il cui sepolcro può fà-
nore de'santi martiri, come prova cilmente visitare. S. Martino è il
s. Girolamo contro Vigilanzio. So- primo confessore di cui si abbia
levano i gentili nelle calende del fatto la festa nella Chiesa occideu-
mese di agosto celebrare alcuni tale, tutte le Gallie risuonarono dello
FES
splendore delle di lui virtù e mi-
racoli. A solennizzare le feste dei
confessori , dice il cardinal Bellar-
mino, Controv. lib. I, Cap. 5, che
si die principio nel concilio di Ma-
gonza 1' anno 8 1 3 , in cui s. Leo-
ne III, con pubblica solennità, e
con l' assistenza di Carlo Masno
imperatore, e di molti cardinali e
vescovi canonizzò con gran celebri-
tà e concorso di popolo infinito
s. Suiberto; ma qual santo propria-
mente sia stato il primo canonizza-
to, lo si dice all'articolo Caxo.-sizza-
zio.-ve, ove pur dicesi della festa che
il Pontefice stabilisce al canonizza-
to, e il rito. Le feste che in origi-
ne erano locali , a poco a poco si
sono in progresso dilatate, e sono
divenute generali. La distinzione
che passa tra il beato e il santo
è notata agli articoli Beato e Bea-
tificazioxe (Fedi). La voce del
popolo, la sua divozione canonizza-
rono ne' primi tempi i personaggi
le cui virtù ammirava ; ma perchè
la Chiesa non ha tempo di poter
solennizzare la festività di ciascun
santo , ordinò il Papa s. Bonifacio
IV che si celebrasse in Roma nel
primo giorno di novembre la festa
in onore di tutti i santi martiri ,
nel qual giorno la Chiesa soleva
digiunare^ come nota Isidoro; poi
s. Gregorio IV la propagò per tut-
to l'occidente, come lasciò scritto
Sigeberto nella sua cronaca l'anno
835. Dai greci si festeggia la solen-
nità di tutti i santi nella prima
domenica dopo Pentecoste, nel qual
giorno i latini celebrano la festa
della ss. Trinità. La festa di tutti
i santi ebbe origine dalla dedica-
zione che fece s. Bonifacio IV del
Pantheon, già sagro a tutti gli dei
de' pagani, alla Beata Vergine e a
tutti i santi martiri, che poi s. Gre-
FES
a.-;
gorio IV dedicò a tutti i santi. Al-
tri dicono che s. Gregorio III nel
73 1 consagrò una cappella nella
chiesa di s. Pietro a tutti i santi ,
e che da quel tempo se ne celebrò
la festa in Roma; e che prima
della dedicazione del Pantheon si
celebrava nel primo di maggio la
festa di tutti gli apostoli. In quan-
to ai martiri , vedendo il pio im-
peratore Teodosio li con quanta
venerazione ne' primi secoli della
Chiesa si osservavano ovunque dai
fedeli le feste de' martiri, per tut-
to l' impero ordinò che tali giorni
non fossero profanati con giuochi
o spettacoli pubblici di gladiatori ,
di giuochi circensi ec. , sotto gravi
pene. Il Rinaldi all'anno 4^9 na'*-
ra come l' imperatore Leone il gio-
vane vietasse gli spettacoli nelle
feste.
In generale le feste sono neces-
sarie, per quanto si è detto, e per
ciò che scrive il Bergier : essendo
necessario che il popolo abbia una
religione , dunque sono necessarie
le festività. In quanto al potere
della Chiesa nella istituzione delle
feste, essa lo ha come lo aveva la
sinagoga , che istituì diverse feste
dopo la pubblicazione della legge,
come la festa delle Sorti o Purim,
quella della morte di Oloferne ,
quella della dedicazione del tempio
dei Maccabei , che osservò anche
Gesù Cristo. D'altronde, come si è
detto, essendo certo che la Chiesa
ha stabilito delle feste in onore de-
gli apostoli e dei martiri fino dai
primi tempi , essa ha il medesimo
potere in oggi, come allora. Sareb-
be una cosa singolare, che la Chie-
sa cristiana non avesse la stessa auto-
rità che la chiesa giudaica per re-
golare il suo Culto {Vedi) e la sua
Disciplina (Vedi). Per non dire di
ai6 FES
altri esempi, qui noteremo, che In-
nocenzo X col breve Cum nuper,
de' 6 ottobre i(»53, Bull. Rom.,
tom. VI, par. Ili, pag. 260, an-
nullò il decreto col quale il senato
di Milano comandava nel ducato
di osservarsi di precetto la festa di
s. Domenico, dicendo il Papa che
soltanto alla giurisdizione ecclesia-
stica appartiene il comandare , e
l'abolire i giorni festivi, come pure
dimostrano i canonisti, Fagiano in
cap. Conqueslus, num. 58, De fé-
riisj Anacleto, ad titul. decretai.
De feriis, tit. 2, § r, num. 3; To-
massini, De festis, lib. 1, cap. 17,
num. 1 7, e molti altri. Per la stes-
sa ragione Innocenzo XII con bre-
ve del primo settembre 1693, Ro-
manus Ponti/ex, loco citato, t. IX,
pag. 365, annullò ancora il decre-
to del governatore di Cremona, che
prescriveva la slessa festa di s. Do-
menico fra quelle di precetto. II
concilio di Trento non fece altro
che confermare l'uso antico, qualo-
ra decise, che le feste comandate
da un vescovo nella sua diocesi de-
vono essere osservate da tutti, an-
che da quelli che non sono suoi
sudditi. Sess. 25, e. 12. Però per
il decreto emanato dalla congrega-
zione de' riti agli 8 aprile 1628,
i vescovi, ancorché abbiano la fa-
coltà De jur e communi, in e. I, dist. 3,
De consecr., non possono più ag-
giungere feste de' santi al Calen-
dario (Vedi)) senza licenza della
Sede apostolica. Anzi non possono
più. ordinare feste di precetto, ec-
cetto una per ciascuna città o ca-
stello del santo protettore, ed un'al-
tra per tutto il regno o provincia,
come decretò Urbano Vili nel 1642
colla bolla che incomincia Univer-
sa per oròem , colla quale ordinò
ai prelati, che non concedino fa-
FES
cilmente licenza di lavorare nei
giorni di festa ; ed essendo neces-
sità concedino tale licenza gratis,
senza alcun pagamento , come de-
cretarono le congregazioni dell' im-
munità a' 20 settembre 1639, e
quella del concilio il primo mag-
gio 1 635. Nel 1 3 1 7 Giovanni XXII
esortò il re di Francia Filippo V
di astenersi dal conversare nel tem-
po che assisteva ai divini uffizi, e
a non permettere che i tribunali
fossero aperti ne' giorni di festa, e
che in questa non lavorassero nep-
pure i barbieri. Si può dispensare
dalla osservanza delle feste ezian-
dio dal vicario foraneo, e non dal-
l'arciprete o parroco, se non che
in assenza del vescovo , come de-
cretò la congregazione de' vescovi
il 2 agosto i594j s'intende posta
una legittima e ragionevole causa.
Questa congregazione a' 1 8 marzo
i58i avea già decretato, che non
si deve celebrare una festa in un
medesimo giorno in due chiese vi-
cine; ma la più inferiore dovrà
stabilire un altro giorno.
Non è vero che i vescovi abbia-
no a bella posta ordinato e mol-
tiplicate le feste; se ne aumentò il
numero non solo per la pietà lo-
cale dei popoli, ma anco pel biso-
gno di riposo. Ne' tempi infelici
della servitù feudale, il popolo non
lavorava per sé , ma pe' suoi pa-
droni, onde procurò di moltiplica-
re i giorni di riposo. Questi era-
no tanti momenti sottratti alla cru-
deltà ed all'estorsione dei nobili,
alle devastazioni di una guerra in-
testina e continua: le ostilità erano
sospese nei giorni di festa ; e per
questa stessa ragione si stabilì la
così detta tregua di Dio o del Si-
gnore, della quale qui ci permette-
remo un cenno.
FES
IVel secolo XI quando i grandi
non cessavano di farsi la guerra
tra di loro , né conoscevano altra
■via che le armi per vendicare le
loro ingiurie reali od immaginarie,
i vescovi cercarono un mezzo di
fermare questo assassinio che ren-
deva i popoli infelici. Fu ordinato
in molti concili sotto pena di sco-
munica a tutti i signori e cavalie-
ri, che cessassero tutte le ostilità
dal mercoledì sera della settimana
santa sino al lunedi seguente, e
in tempo dell' avvento, e della qua-
resima. In tal guisa si ottenne pei
popoli qualche tempo di riposo e
sicurezza, che fu chiamato Tregua
di Dio o del Signore. Oltre tanti
concili , i più zelanti predicatori
della Tregua di Dio , furono san
Oddone abbate di Cluny , é il p.
Riccardo abbate di Vannes, cui si
unirono i più. santi personaggi che
allora vivevano, tanto nel clero,
che tra i laici; e l'applicazione con
cui molti virtuosi sovrani si affati-
carono in questa buona opera con-
tribuì assai a far loro decretare
un culto dopo la loro morte. A
riserva poi delle feste dei nostri
misteri, che sono le più antiche, e
in poco numero, tutte le altre pri-
ma furono celebrate dal popolo,
senza che fosse eccitato dal clero :
elleno si propagarono di paese in
paese, da un luogo all'altro; quan-
do furono stabilite dall'uso, i Pon-
tefici ed i vescovi formarono delle
leggi per regolarne la santificazione,
e bandire gli abusi. Non si può
mettere in pratica il progetto di
rendere uniformi in ogni luogo il
numero e la solennità delle feste.
E chiaro che non tutte le fèste
de' cristiani possono avere una me-
desima antichità: essendo questa
istituzione un aliare di disciplina
FES 217
esterna, la quale in diverse manie-
re interessa il cristianesimo , v' ha
d' uopo di legittima autorità per
introdurle. La Chiesa diretta dal
pubblico bene della cristiana socie-
tà, maturamente consulta ed esa-
mina, massime a mezzo della Con-
gregazione de' Riti ( Fedì) , le ra-
gioni d'introdurre nuove festività,
il concedere ai regni, provincie ,
città e luoghi un santo per protet-
tore, e la celebrazione del rito. Il
p. ab. Biagi nelle giunte al Bergier
ricorda quante feste non ha voluto
permettere la Chiesa romana, per-
chè dopo un ponderato esame non
le giudicò opportune allo spirito
della cristianità.
Nel pontificato di Urbano Vili
erano accresciute le feste di pre-
cetto e di divozione per le dioce-
si a tal segno, a cagione delle fre-
quenti domande delle popolazioni ,
che pochi giorni liberi restavano
a' poveri per guadagnarsi il vitto
colle loro fatiche. A. lui ricorsero
molti vescovi perchè desse su ciò
opportuna provvidenza , ed egli col-
la bolla Universa per orbem , dei
1 3 settembre 1 642 , che si legge
nel Bull. Rorn. tom. VI, par. Il,
pag. 34i , avendo prima sentito il
parere della congregazione de' riti,
tolse ed abolì molte feste, in mol-
te delle quali alcuni più nei pas-
satempi che negli atti di religione
si occupavano, e quindi stabilì per
giorni festivi di precetto in tutte
la Chiesa, le domeniche, la Nativi-
tà di Cristo, la Circoncisione, l'E-
pifania, la Pasqua con due giorni
seguenti , la Pentecoste con due
giorni appresso, l'Ascensione, il
Corpo di Cristo, l'Invenzione del-
la s. Croce, la Purificazione, l'An-
nunziazionc, l'Assunzione, la Nati-
vità di Maria Vergine, la Dedica-
a 18 FES
zione di s. Michele , la Natività di
s. Giovanni Battista, i giorni de' ss.
Pietro e Pàolo, di s. Andrea, di s.
Giovanni evangelista, di s. Tommaso,
de' ss. Filippo e Giacomo, di s. Bar-
tolomeo, di Sé Matteo, de' ss. Simo-
ne e Giuda, di s. Mattia, de' ss. In-
nocenti, di s. Lorenzo, di s. Silve-
stro, di s. Giuseppe, di s. Anna, di
tutti i santi, e di uno solamente
de' ss. protettori principali de' re-
gni, provincie, città e castelli , alle
quali feste aggiunse di poi Clemen-
te XI, la festa della Concezione di
Maria , colla costituzione Cominis-
si nobis de' 6 dicembre 1708 ,
Bull. Rom. tom. X, par. I, pag. 3 06.
Pubblicata che fu la bolla di Ur-
bano Vili , molti vescovi doman-
darono alla santa Sede, se le uni-
versità e comunità delle città e de-
gli altri luoghi fossero tenute, non
ostante tale costituzione, ad osser-
vare di precetto quelle feste , che
dalle medesime si erano per voto
particolare introdotte. Rispose la
congregazione de' riti con decreto
de' ig aprile i643, che per dispo-
sizione della mentovata bolla, era-
no solamente obbligate all'osservan-
za di queste feste le persone che
ne avevano fatto il voto. Urbano
Vili lodò ed approvò questa riso-
luzione, e dichiarò ch'egli con quel-
la legge, aveva avuto intenzione di
abolire le feste di voto, in quauto
alla forza di precetto, e di ridurle
alla maniera delle feste di divozio-
ne, riserbando l'obbligo a ragione
del contratto personale, per vigore
del voto proveniente soltanto alle
persone che lo fecero, come abbia-
mo dal Lambertini , De serv. Dei
beatif. lib. IV, par. Il, cap. i5,
num. 14.
Divenuto Pontefice il Lamberti-
ili col nome di Benedetto XIV, per
FES
lungo tempo si occupò sulla con-
troversia già eccitata della diminu-
zione di queste feste di precetto ,
da Urbano Vili prescritte. Avea
egli composta e pubblicata una
Dissertazione, che si legge nella
citata opera De canon, lib. IV ,
par. II, cap. 16 della seconda e
seguente edizione , nella quale si
esaminava alcuni modi di estingue-
re diverse di queste feste, le quali
colla loro moltiplicità non ispira-
vano ai cristiani, raen fervorosi de-
gli antichi, tutta quella attenzione
che dovrebbero avere per santifi-
carle degnamente, e nello stesso
tempo toglievano il mezzo a' pove-
ri, che col loro sudore provvedono
alla propria sussistenza, come i pa-
dri del concilio di Tarragona ave-
vano scritto ai 12 dicembre 1727
a Benedetto XIIF, implorando da
lui rimedio a questi inconvenienti.
La lettera dei padri, come la ri-
sposta di Benedetto XIII , sono ri-
portate nella citata dissertazione.
Per silFatta diminuzione gli veniva-
no ancor dirette molte istanze dal
re delle due Sicilie, che personal-
mente gliele rinnovò neh' abboc-
camento avuto con esso in Roma
nel 1744 5 dagli arcivescovi di Na-
poli e di Taranto , dal vescovo di
Bamberga, e dal re di Spagna Fi-
lippo V, insieme con molti vescovi
del suo regno. Con queste suppli-
che Benedetto XIV non si rispar-
miò alla fatica , e però dopo aver
pubblicato la mentovata Disserta'
zione, e dopo aver tollerato per un
tempo, a motivo di prudente con-
dotta, alla fine coi principi i della
medesima, per sì grave questione
domandò in iscritto il parere di
quaranta uomini dotti , de' quali
trentalre affermavano utile e ne-
cessaria la diminuzione delle feste
FES
di precetto , aggiungendo quindici
di essi , che sua Santità lo dovea
fare rem una Imlla generale per
tutta la Chiesa, mentre dieciotto
erano di sentimento che Benedetto
XIV dovesse aspettare le suppliche
de' vescovi per le rispettive diocesi,
e in vigore di queste risolvere se-
condo la necessità e le ragioni dei
supplicanti.
A quest'ultimo parere si appog-
giò Benedetto XIV, e perciò ad
istanza de' vescovi accordava egli
l'indulto, che nelle loro diocesi si
potesse lavorare in alcuni giorni
testivi, nominando quelli che nella
concessione non erano inclusi, do-
po che avrebbero assistito alla
messa, dalla quale non li dispen-
sava. Quindi è che dall'anno i"742
al 1748 avea Benedetto XIV con-
cesso quest'indulto, ne' regni del-
la Spagna per le città e diocesi di
Ceula, Siviglia, Mondonedo, Mala-
ga , Vagliadolid , Salamanca, Jaca,
Calahorra , Olivares, Compostella,
Placencia, Joy, Guadix , Huesca ,
Tervel, Balbastro, Tarragona, Sara-
gozza, Pamplona, Albarazan, Ovie-
do, Jodella, Fitero, Cadice e Ba-
dajoz. In Fiandra la città e dioce-
si d' Ypri. In Sardegna la città e
diocesi di Cagliari. In Polonia le
città e diocesi di Cracovia, Vilna,
Posnania e Vladiskma. In Germa-
nia le città e diocesi di Liegi e Basi-
lea. In Sicilia le città e diocesi di
Siracusa, Patti, Girgenti e Cefalo.
Nello stato ecclesiastico le città e
diocesi di Fermo, Ascoli, Moutal-
to, Bipatransone, Ferentino, Sezze,
Terrari na e Piperno. In Toscana
le città e diocesi di Pienza, Massa
di Siena, Montalciuo, Chiusi, Gros-
seto e Soana. Nel contado di Niz-
za la cittì» e diocesi di Nizza. Frat-
tanto non senza scandalo di alcu-
FES 219
ni, si era accesa una veemente
contesa tra il celebre Muratori,
che avea pubblicato a Lucca un
libro nel quale sosteneva la dimi-
nuzione delle feste, ed il cardinal
Quirini, che con altra sua scrittu-
ra vi si opponeva, intitolala : La
moltiplicità de' giorni festivi, che
oggidì si osservano di precetto,
autorizzata da tutti i sommi Pon-
tefici da duecentoventicinque anni
in qua, cioè da Clemente Vili,
a Benedetto XIV, o con decreti da
loro pubblicati, 0 con le pratiche
in esecuzione de' medesimi mante-
nute, o finalmente con gì' indulti
concessi in questi ultimi tempi ,
Brescia, e Venezia 17+8. Rorna-
norum Ponlificum Urbani Vili
successorum concors senlentia de non.
imminuendo festorum dierum nu-
mero, quem idem Urbanus Vili
praehabitis sujfragiis cardinalium,
et theologorum perpetuo valitura
constitutione praescripsit , Brixiae
1748. Onde Benedetto XIV colla
costituzione Non multis, de' 14 no-
vembre 1748, presso il Bull. Bened.
XIV, tom. II, pag. 5ii, vietò sot-
to pena di scomunica riserbata al
sommo Pontefice, lo stampare per
l'avvenire qualunque scrittura, o
favorevole o contraria alla ridu-
zione delle feste di precetto, già
da Urbano Vili prescritte, ed in
tal guisa cessò la letteraria conte-
sa fra i mentovati famosi scrittori.
Abbiamo la Raccolta di scritture
sulla diminuzione delle feste, Luc-
ca 1752.
Sulla diminuzione delle feste il
p. Tomassino nel suo Trattato del-
le feste, e il p. Biccardo nella sua
Analisi dei concili citarono su tal
proposito i concili provinciali di
Sens del 1324, di Bourges del
i520, di Bordeaux del 168 3.
220 FES
Dopo le provvidenze di Benedetto
XIV, nel 1772 Clemente XIV
emanò una bolla per la riduzione
delle feste negli stati della Baviera,
ed un'altra per quelli della repub-
blica di Venezia. Nello stesso anno
il vescovo di Posnania nella Polo-
nia volle fare questa riforma nella
sua diocesi, ma i popoli si solle-
varono, e s'impegnarono a cele-
brare le feste con maggiore pom-
pa e splendore. Nel pontificato
di Pio VI dal vescovo di Pistoia
Kicci, e dai suoi teologi, fu de-
cretato nel conciliabolo tenuto in
quella città: « Che 1' istituzione
>■> delle nuove feste fu una con-
« seguenza della inosservanza delle
» antiche, e della falsa idea della
•• natura e degli oggetti delle me-
>y desiine". Ma contro sì false ri-
forme, Pio VI nella bolla Aitato-
rem fulei, al num. LXXIII carat-
terizzò siffatte proposizioni, come
ben si meritavano, per false, teme-
rarie, scandalose, ingiuriose alla
Chiesa, favorevoli alle maldicenze
degli eretici contro i giorni festivi
che si celebrano nella Chiesa. Il
medesimo Pio VI, a cagione delle
vicende de' tempi, soppresse l'ob-
bligo del precetto della messa, e
la festività nei giorni sagri ai san-
ti dieci apostoli, restando la solen-
nità dei principi di essi, nelle se-
conde e terze feste di Pasqua e
di Pentecoste, nel dì dell'Invenzione
della croce, di s. Anna, di s. Lo-
renzo arcidiacono, di s. Stefano
protomartire, dei ss. Innocenti, di
s. Silvestro I Papa, di s. Miche-
le e di s. Giuseppe: queste due ul-
time furono poi rimesse dal suc-
cessore Pio VII. In quanto alla
santificazione delle feste, oltre quan-
to si è detto, si deve primieramen-
te rammentare i motivi per cui
FES
Dio le ha istituite: però va notato
che nei primi secoli alcune chiese
contavano il principio della dome-
nica e delle feste dalla sera ante-
cedente , altre dai primi vesperi ;
alcune ne ponevano il fine alla
sera , altre le osservavano sino al
mattino del lunedì. Il concilio di
Compiègne, tenuto sotto s. Grego-
rio IV nell'833, dichiara: » Che
» tutte le domeniche saranno os-
» servate nel modo più religioso
« dalla sera precedente, sino alla
» sera del giorno istesso, e che ogui
»* opera servile sarà sospesa in
»» tutto questo tratto di tempo ".
Papa Alessandro III in un canone
sulle feste, ordinò che si osservas-
sero su tal punto le usanze dei
luoghi. In conseguenza di questo
decreto, come osserva Gonzales, in
cap. O/nnes, littera De ferìis, le
domeniche e le feste in tutta l'Eu-
ropa già da lungo tempo comin-
ciano e finiscono a mezza notte,
e la slessa regola è tenuta pei gior-
ni di digiuno. Avanti lo stabili-
mento del cristianesimo i romani
cominciavano e finivano le loro
ferie, e giorni di festa alla mezza
notte, usanza che fu ritenuta nel-
l'impero greco. I francesi stende-
vano il giorno del Signore da una
sera all'altra, come fu ordinalo
sotto Carlo Magno. Gli ebrei con-
tavano la loro festa dell'espiazione,
i loro sabbati, e gli altri giorni fe-
stivi dall'una sera all'altra, e chia-
mavano sera quell'ora in cui co-
minciavano a farsi vedere le stelle.
Ad imitazione degli ebrei, in mol-
ti luoghi si cominciarono le feste
coi primi vesperi, e si finivano
dopo i secondi F esperi [Fedi).
Le opere poi dalle quali fa d'uo-
po astenersi per santificare la do-
menica e le altre feste, sono le ope-
FES
re servili. Diconsi pure servili quelle
che si esercitano dai servi, dagli
artigiani e dai mercenari, sia che
si esercitano gratis, o per salario,
o per ricreazione : tali sono le arti
meccaniche, come lavorare, potar
le vigne o fare altri lavori di a-
gricoltura, cucire ec. ec. , di che
ampiamente se ne parla dai trat-
tatisti di questo argomento, tra i
quali il p. Albano Butler, Delle fe-
ste mobili pag. 36, cap. IV, Della
maniera di osservare le feste. Per
santificare le feste tutti i fedeli che
hanno 1' uso della ragione sono ob-
bligati, sotto pena di peccato mor-
tale, di ascoltare la messa ne' gior-
ni di festa e di domenica: questo
obbligo è fondato sopra un grande
numero di concili, sull'uso univer-
sale, ec. Devesi assistere al sermo-
ne ed ai vesperi, ma questo obbli-
go non è si stretto come quello
della messa, perchè i concili non
lo ordinarono egualmente : quello
d'Aix del i583 non si serve che
della parola convenit , quando ne
parla. Devonsi i fedeli esercitare nei
giorni festivi in opere di pietà, co-
me sono la lettura di libri divoti,
le preci , le opere di misericordia ,
le limosine ec. ec. Parlando il p.
Butler dell'osservanza e santificazio-
ne delle feste, dice che questi gior-
ni ci danno tutta l'opportunità di
poter attendere agli esercizi della
vita interna, alla pratica delle virtù
cristiane, e ci porgono tutti i mezzi
per assicurare la nostra salute e-
terna; perciocché oltre alle grazie
e ai beni spirituali, che noi venia-
mo a trarre dai santi uffizi , pos-
siamo anche impiegare la maggior
parte di questo santo tempo che
ci rimane a raccoglierci nella soli-
tudine, a rientrare nel fóndo del
nostro cuore, a disaminare le no-
FES ili
stre interne disposizioni, a contem-
plare le opere dell' infinita carità
di Dio che ci ha redenti, e a riem-
pirci delle sante verità che ci ha
rivelato, i quali esercizi tutti sono
i più adatti a riformare i nostri
cuori, ed a purificare i nostri af-
fetti, e sono insiememente accom-
pagnati da tale diletto, che avanza
di lunga mano quello dei sensi. In
Roma ed altrove , perchè alcuni
bottegai, cui è permesso spacciare
le loro merci, e lavorare, per be-
nigna tolleranza della Chiesa, pos-
sino santificare le feste coll'assi^te-
re ai divini uffici, alcune ore del
mattino ed altre del giorno deb-
bono le botteghe chiudersi , colla
distinzione che debbono restarvi
chiuse più lungo tempo nelle so-
lennità maggiori.
Le principali feste della Chiesa,
sono: i.° quelle che sono diretta-
mente istituite in onore di Dio, e
di Gesù Cristo, come la Trinità,
la Natività di Nostro Signore, Pa-
squa ec. , a." quelle che sono isti-
tuite in onore della Beata Vergine;
3.° quelle che sono istituite in o-
nore degli apostoli, dei martiri ec.
Le quattro feste solenni sono Pa-
squa, Pentecoste, tutti i santi, ed
il Natale. Festa doppia è una fe-
sta più solenne di un' altra, nelle
quali raddoppiaci le antifone. V.
Doppio. Feste semi-doppie sono quel-
le dove non si raddoppiano le an-
tifone. V. A.\TiFO\E. In alcuni bre-
viari sonovi delle fèste triple, nelle
quali si dice tre volte l'antifona
del Magnificat. Questo uso di rad-
doppiare o triplicare le antifone
può dirsi quasi perduto a' nostri
giorni. Festa mobile è una festa
che non cade sempre nel medesi-
mo giorno del mese, come la fe-
sta di Pasqua , e le altre che ne
222 FES FES
dipendono notate nei calendari. Del- fetta glorificazione de' santi, quan-
le feste mobili si parla al volume to all'anima ed al corpo; laonde
VI, pag. ì.5i del Dizionario, solo nelle feste del Signore la Chiesa
qui aggiungeremo che nel calenda- non suole celebrare l'ottavo gior-
no si distinguono alcune feste ino- no, poiché nell'ottava della Nativi-
bili, che non cadono sempre nello tà si celebra la Circoncisione, in
stesso giorno del mese, come sono quella dell'Epifania si fa del Bat-
la Pasqua, l'Ascensione, la Pente- tesimo; la Pasqua e la Penteco-
coste, la Trinità, la fèsta del Cor- sle terminano nel sabbaio; l'Ascen-
pus Domini. Il giorno in cui cele- sione solamente ha l'ottava per-
itasi la festa di Pasqua, dà rego- fetta, perchè in essa si manifesta la
la a tutte le altre feste. Le feste gloria ultimata dall'umanità di Ge-
lino mobili ritornano sempre nello su Cristo. La Chiesa greca oggidì
stesso giorno del mese; così la Cir- non celebra ottave, sebbene anli-
concisione cade sempre il primo di camenle lo faceva, da cui avendo
gennaio, l'Epifania li 6, la Puri ricevuto il suo rito l'ambrogiana
ficazione a' 2 febbraio ec. Vi sono celebra solamente quella dell' Epi-
delle feste ordinate dalla Chiesa, fania, di Pasqua, di Pentecoste, e
ed altre le quali non sono se non del Corpus Domini. Benedetto XIV
di semplice divozione del popolo, per accrescere maggiormente in Ro-
secoudo i luoghi. Così vi sono del- ma il culto dei principi degli apu-
le semi-feste o mezze feste, nelle stoli i ss. Pietro e Paolo, ordinò
quali è permesso di lavorare dopo che la loro festa ivi si celebrasse
avere ascoltato la s. messa. Cina- solennemente per otto giorni e in
inansi finalmente feste di precetto altrettante chiese con solenne pon-
tutle quelle in cui avvi l'obbligo di tifìcale, al modo che dicemmo nel
astenersi dalle opere servili, di a- volume IX, pag. i49 e seg. del
scollare la s. messa , e di santifi- Dizionario. Il regnante Pontefice
carie; e feste levale o di divozio- Gregorio XVI dal i84> ha inco-
ile quelle soppresse da Pio VI, e minciato ad intervenire nel secon-
da altri Pontefici, nelle quali però do giorno di detta ottava, al pon-
Ia Chiesa continua a celebrarne l'uf- tificale che si celebra nella basili-
fiziatura come prima della loro ca di s. Paolo, assistendovi in tro-
soppressione. 11 Garampi nelle sue no, vestito di mozzetta e stola.
Memorie ecclesiastiche, tratta a pag. Le feste ad libitum poi, quando
206 delle feste di IX lezioni, le vengono impedite da un giorno di do-
quali se cadevano in tempo di qual- menica, o da qualche giorno delle
che digiuno regolare, esentavano i feste mobili non si debbono trasfe-
monaci dal digiuno, siccome anche rire, avendo così decretato la con-
i penitenti. Chiamasi poi ottava grega/.ione de' riti a' 20 dicembre
la propagazione dell' istessa solen- 1673, ma ommettere affatto, co-
nità per otto giorni : ebbe origine me prescrisse anche Clemente X.
dalla legge mosaica, com' è scritto E siccome alcuni sostenevano che
nel Levilico, e praticò Salomone si possono trasferire se cadono nel-
nella dedicazione del tempio. Nella le festività de' santi, così la con-
l.hiesa incominciò l'uso per tradì- gregazione mentovata, confermali -
zione apostolica, e significa la per- dolo pure Innocenzo XI , a' 24
FES
giugno 1682 estese il decreto e-
ziaudio alle ottave e giorni nata-
lizi de' santi, clie de praecepto si
debbono celebrare per indulto apo-
stolico in qualche religione o dio-
cesi : cosicché le feste ad libitum,
che occorrono fra qualche otta-
va , o in qualche festa univer-
sale o particolare di qualche dio-
cesi ed ordine, non si possono ce-
lebrare in quel giorno, ne trasfe-
rire, eccettuate quelle che godono
di un qualche speciale privilegio,
ma si debbono om mettere. ÌN'el qual
decreto si aggiunge ancora, che se
le dette feste cadono in quel gior-
no, nel quale si dovrebbe riporre
qualche festa trasferita, allora sa-
rebbe libero di recitare gli uffizi
ad libitum, e trasferire in un gior-
no non impedito l'uffizio traslato.
Così- ancora, om messo l'uffizio con-
cesso una Tolta alla settimana, ed
al mese, si potrà recitare quello
ad libitum, che occorre. E al con-
trario, occorrendo 1' uffizio proprio
semidoppio dell'ordine in uno stes-
so giorno coli' uffizio doppio ad li-
bitum, non è permesso di trasferire
quello dell'ordine per quello che è
doppio ad libitum, siccome prescris-
se la congregazione de' riti a' 2
dicembre 1 684. Si deve poi nota-
re che talvolta vi sono speciali di-
chiarazioni, e rispettive concessioni
fatte particolarmente dalla santa
Sede di recitare tali uffizi ad libi-
tum, e in allora i detti uffizi non
si comprendono tra gli altri pure
ad libitum , che non si debbono
trasferire. Altre erudizioni sulle fe-
ste si possono leggere neh' annali-
sta Rinaldi, e nel Supplemento del
giornale ecclesiastico di Roma, al-
l'anno 1791, pag. 12 e seg., ed
all'anno 1796, pag. 14.1, ove si
tratta delle chiese e dei santi tito-
FES 223
lari, e delle feste. Gli antichi cri-
stiani, ed anche molti degli odier-
ni, s' imposero i nomi delle stesse
feste, Epiphanius ab Epiphania ;
Nalalis a Natale ; Paschasius a Pa-
schate; Sanctes a festo omnium
Sanctorum. V. il Vettori Diss. piti*
lologica. Le feste che con tanta
maestà, decoro e magnificenza ec-
clesiastica si celebrano dal sommo
Pontefice, sono descritte all' artico-
lo Cappelle pontificie. Si possono
consultare gli articoli Cerimonie ,
Riti, ed altri a questo relativi.
E noto come i cristiani in alcu-
ni luoghi, massime in Francia, ce-
lebrarono feste con cerimonie as-
surde ed indecenti in molte chie-
se ne' secoli d' ignoranza , le quali
erano profanazioni anziché atti di
religione; in origine introdotte cou
semplicità , e poi con addizioni ri-
dicole e scandalose, ne provocaro-
no la proibizione. Tali furono le
feste dei re di cui parlammo al vo-
lume XXI, pag. 3o2 del Diziona-
rio , in cui eleggevasi un re della,
fava, in occasione della festa del-
l'Epifania. La festa degli asini o
giumenti, cerimonia che sembrando
formata di giudei e di gentili si
faceva altre volte a Rouen nella
cattedrale il giorno di Natale : essa
consisteva in una processione di ec-
clesiastici che facevasi dopo il canto
di terza, i quali rappresentavano i
profeti dell' antico Testamento che
avevano predetto la nascita del
Messia. Ciascuno di essi recitava
una profezia che riguardava il Mes-
sia ; e perchè fra di loro compari-
va Balaam, montato su di un'asi-
na , davasi a questa cerimonia il
nome di festa degli asini. Questa
si celebrava anche in diversi villag-
gi delle Fiandre; ed a Beauvais
a' 1 \ gennaio. Ivi si sceglieva una
2*4 fes
delle più belle giovani per rappre-
sentar la 13. Vergine , e questa si
faceva salire sopra un asino ricca-
mente bardato , e le si faceva te-
nere tra Je braccia i\n bellissimo
bambino. In questo stato la fan-
ciulla seguita dal vescovo e dal
clero recavasi in processione dalla
chiesa cattedrale di Beauvais alla
parrocchia di s. Stefano. Entrava
col suo asino nel santuario, ed ivi
collocavasi a lato del vangelo. Co-
minciava quindi la messa, e tutto
quello che il coro cantava , termi-
nava con una imitazione studiata
della voce dell'asino. La prosa che
si cantava era metà latina, metà
francese, e tutta versava su le lodi
delle buone qualità dell' asino. La
medesima festa con altrettanta pom-
pa, e con maggior indecenza si ce-
lebrava nella chiesa di Anturi. V . il
])u Cange nel suo Glossario latino,
ed il Bergier, ove ali articolo Festa
de giumenti il suo annotatore ce ne
dà la descrizione.
La festa dei pazzi , di cui abbia-
mo parlato in altri luoghi del Di-
zionario, in Francia si chiamò al-
tresì la festa dei sottodiaconi. Essa
era una dimostrazione di gioia pie-
na di empietà, di bullonerie, d' in-
decenze e di sacrilegi), che i chie-
rici, i suddiaconi, e i medesimi sa-
cerdoti facevano in qualche chiesa
durante il divino ufficio, in un gior-
no tra il santo Natale e la festa
dell'Epifania, e particolarmente nel
primo giorno dell' anno, per cui si
chiamò pure la festa delle, calta-
de. Fra le stravaganze usitate in
tale festa, è la più rimarchevole
quella di eleggere un abbate, o vesco-
vo de'pazzi, con molte curiose par-
colarità sacro-profane registrate nel
cerimoniale ms. della chiesa di Vi-
\icrs del i365. Terminava la fe-
FES
sta con mangiare, bere, e bagordi
di grida e gioia licenziosa. Anche
di questa si legge in Bergier la de-
scrizione , come ancora nel citato
l)u Cauge, in Thiers nel suo Trat-
tato de' giuochi , nel tomo 1 della
Storia di Bretagna a pag. 586, e
per non dire di altri in Tillot, che
nel passato secolo scrisse un erudito
opuscolo sulla festa dei pazzi, che
in Italia era poco conosciuta, ben-
ché alcune leste somiglianti si cele-
brassero, non però dagli ecclesiasti-
ci, ne'giorni di Carnevale (Vedi).
Un ramo della festa de'pazzi sem-
bra che sia stata quella che cele-
bravasi nel dì degli Innocenti, un a-
vanzo della quale se ne ravvisò in
Francia, ove in alcune cattedrali si
soleva fare officiare in quel giorno
i fanciulli del coro. Celebravasi la
festa degli Innocenti eziandio in
qualche monastero della Provenza,
presso a poco come le dette feste
de'pazzi delle cattedrali e delle
collegiate. Ne hanno trattato il
Nandè in una lettera a Gassendi, e
il nominato Thiers. Fu appellata
ancora festa delle colende, festa
dei fuochi, e festa de' suddiaconi.
Questa pure non si potè estingue-
re che con grandi sforzi dei Papi,
dei vescovi, e de' concili.
Non si devono giustificare né scu-
sare questi riprovevoli abusi , ma
giova rintracciarne l'origine, che
risale alle gravezze cui soggiaceva-
no i popoli sotto il feudalismo, i
quali cercando sollievo ne' giorni
festivi, pe' motivi che accennam-
mo , e non avendo altro sollie-
vo e distrazione che nelle adu-
nanze cristiane , fu loro permes-
so mischiarvi un poco di allegrez-
za, e sospendere per qualche mo-
mento il sentimento della loro mi-
seria, di che eziandio se ne parla
FES
agli articoli Famigliare, e Feudi
(Fedi). Gli ecclesiastici in poco nu-
mero, senza prevederne le conse-
guenze, vi acconsentirono per condi-
scendenza e per commiserazione,
ma ne nacquero indecenze ed abu-
si. La stessa ragione fece immagi-
nare la rappresentazione de'misteri,
miscuglio materiale di pietà e di
ridicolo, che poi come le feste si
dovette bandire. Altri dicono che
la causa che avea fatto istituire le
feste de' pagani in tempi ignorantis-
simi, fece suggerire al popolo quel-
le che si introdussero nel cristiane-
simo. Alcuni ignorando l'epoca cer-
ta in cui cominciarono sì fatte fe-
ste, che si risolvettero in una spe-
cie di rappresentazione scenica , le
riguardarono forse come uno dei
primi principii della drammatica.
Più erano tali feste ridicole, più
ancora si studiava di renderle pom-
pose e magnifiche, per imporre al
volgo che le rispettava. I vescovi
impiegarono lungo tempo le pene
ecclesiastiche, per togliere queste
sacrileghe commedie; ma alla fine
fu necessario ad un pieno effetto
d'invocare 1' autorità del Papa, dei
principi, e in Francia del parla-
mento, e così ebbero fine queste
scandalose invenzioni. Di alcuni
profani spettacoli, che in occasione
di qualche festività ebhero luogo
nelle chiese, ne dammo un cenno
nel volume XIV, pag. 289 del Di-
zionario, e in altri luoghi del me-
desimo. All'articolo Fiori (Fedi),
si parla di quelli che si gettavano
dall' alto in alcune chiese in qual-
che festività, anche con uccelletti.
Degli uccelli, tortore, colombe che
otfrivansi al Papa per oblazione al-
la solenne canonizzazione di qual-
che santo, abbandonandosi al volo
nella chiesa in cui celebravasi, se
voi. xxiv.
FES 225
ne parla all'articolo Canonizzazio-
ne [Vedi), § VI, principalmente al-
le pag. 3o6 e 3o7 del VII volu-
me del Dizionario. Né deve tacersi
che anticamente quando il Papa
nella mattina di Natale entrava nel
presbiterio della basilica Liberiana
per celebrare solennemente la mes-
sa, gli veniva presentata una can-
na con cerino acceso, con cui ac-
cendeva della stoppa , eh' era sui
capitelli delle colonne, per rappre-
sentare la fine del mondo, che sa-
rà cagionata da una pioggia di fuo-
co. Per ultimo passiamo ora a far
parola delle feste di famiglia.
E un'antica e rispettabile isti-
tuzione quella delle feste di fami-
glia, perchè coltiva e ravviva le
affezioni domestiche, e talvolta dà
occasione di riconciliazione alle fa-
migliari dissensioni. Oltre il primo
giorno dell'anno, e delle principali
solennità, festa comune a tutte le
famiglie è il principio d'anno co-
me stagione, in cui tutti si felici-
tano reciprocamente di poter con-
tinuare insieme il viaggio della vi-
ta. Ciascuna famiglia ha le sue fe-
ste particolari da celebrare, come
sono gli anniversari della nascita,
del matrimonio, e del nome dei
membri che la compongono. Nel
primo rango delle feste domestiche
e famigliari alcuni collocano quel-
le del giorno onomastico di ciascun
capo e di ciascun membro della
famiglia. Non è questo soltanto
uno de' segni più possenti contro
l'invasione de' freddi argomenti, de-
gli aridi precetti dell' incredulità,
ma è altresì un legame di più
fra parenti e parenti, e talvolta
altresì una specie di eredità tras-
messa dall'avo al padre, dal padre
al figlio, dal figlio ai pronipoti ec.
Si legge analogamente nel Dizio-
226 FES
nano delle orìgini, che uso antico
era in Italia, almeno ne'secoli XV
e XVI, di augurarsi reciprocamen-
te le buone feste nella vigilia del-
le grandi solennità, o nel giorno
onomastico di alcun grande. Que-
sto uso passò dall'Italia in Francia,
e si nota nel Dizionario francese
delle origini, che ancora mantene-
vasi quell'usanza a'tempi di Luigi
XIV, come tuttora molti costumano
di visitare gli amici loro, o i loro
protettori la vigilia o anche il gior-
no della festa del santo, di cui
quelli portano il nome. Si prati-
cava anche questa specie di ceri-
moniale o di complimento avanti
le feste del Natale, e quindi la ce-
lebre madama di Sevigné scrive-
va a sua figlia: io vi auguro le
buone feste j e si soggiunge nel ci-
tato Dizionario , che questo uso
si è mantenuto nella Provenza, se
pure non è comune ancora in tut-
ta la Francia, come lo è in Italia,
massime nello stato pontificio, e
principalmente in Roma. V. Anno,
Anniversario, Nome, e il citato ar-
ticolo Famigliare, ove si parla del-
le strenne, delle buone feste, del
buon ferragosto ec. Si legge poi
nel Rinaldi all'anno 263, num.
i4, che non solo i primitivi fede-
li ovunque si trovassero celebra-
vano le feste dei martiri; ma che
introdussero la lodevole consuetu-
dine di salutarsi reciprocamente,
pregandosi da Dio prosperevoli le
feste, il che non solo «/presenti
facevano, ma eziandio cogli assen-
ti per lettere, che festive chia-
mavano, molte delle quali si tro-
vano in Teodoreto, e scritte in di-
verse sagre feste. Ai citati autori
si può aggiugnere che il dottissimo
prelato Angelo Mai, ora amplissi-
mo cardinale, tra i Discorsi eli ar-
FEU
gomenlo religioso che pubblicò coi
tipi del collegio Urbano nel 1 83 5,
il IV è l' Apologia delle feste, ove
tratta della loro convenienza , del-
le feste ebraiche , egizie , fenicie ,
persiane, greche, romane, maomet-
tane, indiane; non che delle feste
de' cristiani greci, ed orientali, di
quelle delle sette acattoliche, e del-
le feste dei cattolici, conchiudendo
che se l'empietà stoltamente deride
le feste, la religione saviamente le
comanda ed osserva.
FEUDO. Sorta di diritto che
soleva in altri tempi concedersi ad
alcuno per benevolenza sopra al-
cuna possessione immobile, o qual-
che equivalente, sotto molte riser-
ve e condizioni, dal principe padro-
ne diretto , con -ritenersi il sovra-
no dominio ed obbligare il feuda-
tario alla fedeltà ed al servigio
nobile, ovvero di un censo con al-
tre riserve di pesi e pene. Il feu-
do entra nella categoria di quei
contratti che riferisconsi ad alie-
nazioni, e quando si forma un feu-
do che riferisca a Chiesa vengono
diminuiti i beni della medesima ,
ed è perciò che nel diritto cano-
nico se ne tiene proposito. La voce
feudo Isidoro la fa derivare da foe-
dere, cioè trattato od alleanza fatta
col sovrano ; Cujacio dalla fedeltà
o sia fede, e quelli che riconoscono
dal padrone una cosa con diritto
feudale chiamansi feudi; altri da
voci germaniche o sassoni: avvi
taluno che ha creduto che dal ver-
bo infeduciare, che si legge nelle
più antiche carte d'Italia, sia pro-
venuto quello d' infeudare; ma il
Muratori dimostrò che infiduciare
presso gli antichi altro non signi-
ficò se non impegnare o sia dare
in pegno.
Si definisce altresì il feudo un
FEU
gius di godere ed usufruttuare li-
no stabile, o un diritto a tempo,
o in perpetuo coli' obbligo e giu-
ramento di fedeltà, e di qualche
servizio a favore del concedente:
l'oggetto e l'origine principale del-
l'istituzione del feudo si fu di a-
ver persone, che prestassero assi-
stenza al sovrano, e difesa allo sta-
to. Il Borghini crede che la voce
di feudo sia derivata da fio, che
importa pagamento o censo, che è
forse quello appunto che i legisti
, chiamarono feudo. I più autore-
voli giureconsulti fanno derivare
questa voce dalla parola fruendo,
cioè roba immobile che da talu-
no si dà a godere (fruendo) ad
un altro, acciò questi presti a quel-
lo fedeltà ed ossequio. V . Dua-
ren, Commentar, in consuetud. feud.
cap. I, n. i. E siccome l'origine
dei feudi è oscurissima ed assai
incerta, quindi pose in grande im-
barazzo la giurisprudenza feudale
nello stabilire delle regole generali,
com' è difficile il volerne dare
un' idea giusta , ed in pari tempo
succinta. Dicesi feudale ciò che ap-
partiene a feudo : un signore feu-
dale, mancandogli di fede e di o-
maggio il suo vassallo , faceva suoi
i frutti durante il tempo del se-
questro feudale. Chiamandosi feuda-
tario, vassallo colui che teneva a ti-
tolo di fedeltà ed omaggio una signo-
ria, un diritto in feudo dipendente
da un signore dominante : feudista
chiamasi quel giureconsulto , che
tratta de' feudi. V. Vassallo.
Differisce il feudo dalla locazio-
ne e dall' enfiteusi, nei quali si
concede l'uso della cosa dietro una
pensione ed annuo canone : nel
feudo ne l'ima né l' altro si paga,
ma soltanto si presta ossequio e ser-
vigio personale : che se nel feudo
FEU 227
si pagasse qualche cosa in riguar-
do al diretto dominio inclinerebbe
in parte all' enfiteusi, e manchereb-
be da quella del feudo. Il feudo
una volta dovea farsi sulle cose im-
mobili, in seguito anco sulle mo-
bili , come fenda camerae , feudo,
cavenae , che sono costituiti con
moneta sopra l'erario del sovrano:
e sotto nome di cosa non solo si
comprende il feudo su tutto quello
che può ad esso essere coerente, co-
me le fabbriche, le vigne, gli al-
beri che si considerano come im-
mobili, e parte del feudo stesso,
ed anche servitù. Il feudo si distin-
gue dall' usufrutto semplice, che è
una servitù per la quale si trasfe-
risce l'utile dominio, ed è un di-
ritto personale, che si estingue col-
la persona dell'usufruttuario; men-
trechè nel feudo passa agli eredi
maschi ed anche alle femmine, se
queste nominatamente sono consi-
derate nell'investitura: nel feudo
si trasferisce il dominio utile, e co-
si è vietato alienare la cosa, e dar-
la in nuovo feudo. Il feudo si fa
coli' onere di fedeltà, e facendosi
questo, ovvero appoggiato al giu-
ramento, non sarebbe propriamen-
te feudo, ancorché non sia di so-
stanza nel feudo , perchè questo
onere può rimettersi. Differisce an-
cora dall'enfiteusi, ed il vassallo o
feudatario non può senza il con-
senso del feudante impegnare il
feudo, mentre l' enfiteuta ciò può
fare del fondo enfiteutico , sia con
cessione sia con altro patto , senza
lesione del padrone a cui la cosa
enfiteutica è obbligata. La donna
nel feudo è esclusa, meno che sia
espressamente menzionata, perchè
la donna non è egualmente all'uo-
mo atta a prestare il personale ser-
vigio ed ossequio neh' enfiteusi : il
2^8 FEU
feudatario non è tenuto a prestare
ossequio e servigio al padrone se
non richiesto; l'enfiteuta è tenuto
allo stabilito tempo di pagare il
censo o canone in contemplazione
del diretto dominio; il feudatario
può abdicare il feudo , non còni
l'enfiteuta. Quello poi che ha libe-
ra l'amministrazione delle cose sue,
non esclusa la femmina, può dare
in feudo.
E proibito all'ecclesiastico dare
in feudo i beni di Chiesa ; e facen-
dolo occorre il beneplacito aposto-
lico, altrimenti è nullo, perchè il
dare in feudo equivale ad alienare,
e Pio IV scomunicò tutti i persua-
sori e mediatori che infeudavano i
beni ecclesiastici, e neppure ai ve-
scovi è permesso dare in feudo il
diritto delle decime; però questa
prescrizione ha eccezione ne' seguen-
ti casi. Se Ih cosa della Chiesa è
solita darsi in feudo, seguita la mor-
te del feudatario, o in altro modo
ritornato il feudo alla Chiesa, quan-
do vi sia l' utilità della medesima
può darsi, e non è di obice il giu-
ramento prestato di non infeuda-
re inconsulto il romano Pontefice,
mentre un tal giuramento s'inten-
de riferibile a quelle cose, che mai
non sono state solite infeudarsi. Se
illecitamente il vassallo avesse alie-
nato il fondo, subito è ipso j'ure
decaduto , laonde può il prelato
dare il fondo ad altro , anche al
figlio e consanguineo del medesimo
feudatario decaduto. 11 feudo della
Chiesa così alienato, se non potes-
se facilmente ricuperarsi, può ad un
laico piò potente e risoluto conce-
dersi, acciò lo ricuperi per la Chie-
sa, e da questa sia riconosciuto per
feudatario. Il chierico può senza
dubbio infeudare i propri beni, e
quelli che può avere acquistati ad
FEU
intuito della Chiesa, per i quali il
chierico è considerato come il lai-
co. 11 vassallo rimane privo del
feudo se commettesse un'azione di
fellonia, cioè contraria agli obbli-
ghi assunti. Ciò però si verifica nei
feudi veri e retti, cioè concessi col-
la condizione di militare e difendere
il padrone, e di fedeltà; non ne-
gli impropri, cioè in quelli assog-
gettati ad un semplice pagamento, e
che vengono regolati come gli altri
beni liberi ed allodiali. Per lo sta-
to pontificio il Papa Pio VII ordi-
nò alcune disposizioni sulle giuris-
dizioni feudali e baronali col moto-
proprio de' 6 luglio 1816, tit. I,
art. 19 e seg., concedendo facoltà
ai baroni di rinunziare ai diritti
feudali , riservando i titoli appog-
giati ai fondi che sf possedevano.
Pel primo ne diede buon esempio
il contestabile d. Filippo Colonna,
il quale rinunziò alle giurisdizioni
che la sua famiglia avea sopra ven-
tisette feudi nello stato ecclesiasti-
co ; altrettanto in pari tempo fece
il marchese Andosilla pel feudo di
Borghetto.
Mentre Pio VII accordava diver-
se attribuzioni, prerogative ed ono-
rificenze a quelli che conservarono
i diritti baronali , venne loro pre-
scritto di doversi assoggettare alle
spese inerenti , cioè l' emolumento
al governatore, al cancelliere, e agli
altri membri componenti la giudi-
catura de' luoghi baronali, i primi
de' quali devono essere approvati
dal superiore governo. Quindi aven-
do ricorso al Papa alcuni ministri
de' feudi perchè gli si tardava o
negava il pagamento dell'onorario,
e sapendo che alcuni cancellieri e-
sercitavano l' uffizio senza di esso,
con discapito de' sudditi, a 16 no-
vembre 18 17 emanò un editto col
FEO FEU 229
quale prescrisse, che ogni barone buita l'invenzione ai longobardi, di-
depositasse nella cassa del pubblico cendo che nell'anno 584 il loro re
erario, non più tardi del giorno a5 Antarico confermò i duchi nei du-
di ciascun mese^ la somma ai loro cati, col pagamento della metà di
impiegati dovuta, mentre il gover- loro rendite, e del peso del servi-
no obbligavasi soddisfarli. Si ebbe gio, detto poi feudale. Altri hanno
pure riguardo alla forza armata, e cercato un'idea degli obblighi di
si giudicò il maggiore o minore nu- un vassallo rispetto al suo signore
mero di soldati da inviarsi ne' feu- nell'unione che passava tra il pro-
di per la pubblica tranquillità, ob- tettore ed il suo cliente; e molti
bligando i baroni a versar nel pon- per rinvenirne il cominciamento
tilicio erario anticipatamente le som- 1' hanno cercato sino nelle antichi-
me da erogarsi a tale uso. Ecco tà romane, pretendendo di scuo-
i nove feudi che al presente sono prire un' immagine dei feudi nel-
nello stato ponlificio con esercizio la distribuzione che facevano gl'ioi-
di giurisdizione. Manziana, e Mon- peratori di alcune terre a com-
te Romano dell'arcispedale di s. Spi- pagnie veteraue di soldati , con
rito , di cui è barone il prelato coudizione di prendere le armi in
commendatore prò tempore: Soria- difesa dei confini dell'impero. In
no della famiglia Albani; Braccia- fatti, secondo tutte le apparenze,
no della famiglia Torlonia; Gallica- altro non erano i feudi nella loro
no della famiglia Rospigliosi ; Cori, prima origine; ma in progresso di
Magliano, \ itorchiano e Barbera- tempo però cangiarono natura, e
no del senato e popolo romano. Nel vi furono annessi dei diritti, che
voi. Ili della Raccolta delle leggi prima non v'erano. Veramente al-
del i834, a p. 63, è riportata l'ap- cuni pensano che quelle distribu-
plicazione delle regole di procedura zioni di terre erano benefizi e non
criminale ai giudizi dei detti quat- feudi, e che tra gli uni e gli altri
tro feudi del popolo romano in- eravi differenza, giacché il benefi-
nanzi al suo rispettivo magistrato, zio non aveva annessa la fedeltà e
L'ultimo esempio dell'esecuzione l'omaggio, o verun altro diritto
della sentenza capitale eseguita in feudale, ma neppure era esso ere-
un feudo dello stato pontificio è ditario; né va taciuto che alla fi-
dei 1772 nel pontificato di Clemen- ne molli benefizi furono eretti in
te XIV. Nel numero 8344 del Dia- feudi , e dare in beneficiutn signi-
rio di Roma di quell'anno si legge, fico propriamente l' infeudare. Nel-
che fu dal Papa permesso al duca la storia di Francia la parola feu-
Sforza Cesarini di poter fare ese- do si trova sotto Ugo Capeto , e
guire nel suo feudo di Genzano Carlo il Semplice che regnava nel
la sentenza di morte ad un reo secolo X ; quindi è probabile che
colpevole di più delitti capitali. i benefizi cominciassero allora in
Francia a chiamarsi feudi , come
Origine dei feudi, ed erudizioni quelli che già erano divenuti ere-
che li riguardano. ditari , mentre coloro che li pos-
sedevano esigevano dai loro infe-
Quanto all'origine e prima istitu- riori fedeltà ed omaggio. Tuttavol-
zione de'feudi, alcuni ne hanuo attri- ta uon si può precisare il tempo
23o FEU
in cui accaddero queste mutazioni .
Passarono i feudi prima ai soli fi-
gli maschi, poscia ai collaterali, in
appresso alle figliuole; e insensibil-
mente i principi permisero ai loro
vassalli di vendere anche i beni
infeudati, mediante un certo dirit-
to che ad essi doveva pagarsi affi-
ne di ottenere il loro consenso. Nel-
la medesima Francia i gran signo-
ri, dopo avere usurpato la proprie-
tà dei loro benefizi sotto gli ulti-
mi re della seconda stirpe, s' impa-
dronirono anche della giurisdizione,
e si fecero dei sudditi, in maniera
che ciascuno nell'estensione del pro-
prio terreno si sollevò quasi all'es-
sere di sovrano. La donazione poi
dei fèudi alla nobiltà, per ricom-
pensa di servigi prestati, incominciò
ivi sotto Carlo Martello , e perve-
nuto al trono Ugo Capeto non osò
di opporsi a quelle usurpazioni , e
le tollerò. V. Francia.
I signori e feudatari ai quali i re
fatte avevano concessioni di beni e
signorie, ne fecero di simili ad al-
cuni gentiluomini inferiori ; questi
ne fecero a vicenda ad altri subal-
terni, e di là nacquero i feudi me-
diati o i feudi secondari, che i fran-
cesi nominarono arriere-fiefs. Que-
ste concessioni però facevansi sem-
pre coll'obbligo imposto del servi-
gio militare, e per questo si osser-
va, che quando ne' secoli antichi i
signori o i primi feudatari guerreg-
giavano a vicenda gli uni cogli al-
tri, i loro vassalli erano tenuti a
seguirli , ed a condurre seco loro
que' vassalli secondari o i loro su-
balterni. Dopo l'incremento straor-
dinario de' feudi ed il compiuto
loro stabilimento, coloro che li pos-
sedevano, ottennero che i feudi stes-
si non sarebbero accordati se non
che a persone nobili, cosicché il
F E U
possedimento di un feudo diventò
una prova di nobiltà; ma la ne-
cessità a cui trovaronsi ridotti i
gentiluomini a' tempi delle crocia-
te, di vendere i feudi loro per fa-
re il viaggio di Terra Santa , fu
un'occasione felice per coloro che
non erano nobili, e di questa ap-
profittarono per procurarsi il pos-
sedimento delle terre feudali. Fi-
lippo III l'Ardito re di Francia, nel
1275 permise a qualunque classe
di persone di possedere feudi, col-
la condizione però che all'erario
pubblico pagherebbero una data
somma; e nel 1579 il re Enrico 111
vedendo l'abuso ch'erosi introdotto
nell'assegnamento de' feudi, dichia-
rò, che questi in avvenire più non
avrebbero fatta prova di nobiltà ,
né accordata questa qualità ad al-
cuno. Inoltre in Francia chiama-
vansi feudi episcopali , o presbite-
riali, i beni ecclesiastici che i signo-
ri laici avevano occupato al tem-
po degli ultimi re della seconda
stirpe; cosi erano detti feudi di
divozione o di pielà gli stati me-
desimi posseduti da' sovrani, per-
chè conceduti loro da Dio , e pre-
stavano quindi il loro omaggio col
pagare un tributo di cera o simili
alle chiese; poteva il vescovo con-
cedere ad altri i feudi restituiti al-
la Chiesa, ma non poteva stabilir-
ne de' nuovi, dare cioè a titolo di
feudo altri fondi del vescovato.
L'origine de'feudi in Inghilterra
si riferisce ad Alessandro Severo,
come quello che fece alzare una
muraglia dov'è al presente Cumber-
land, per impedire le scorrerie dei
pitti; ma qualche tempo dopo a-
vendo trascurate quelle fortificazio-
ni donò le terre conquistate sopra
i nemici ai suoi capitani e soldati,
che Lampridio chiama Limitata
VÌA'
diucs et milites, cou condizione che
servissero anche i loro eredi, e che
le tene non passassero in persone
private. Dipoi in Inghilterra si
chiamavano thanes , che significa
ufficiale o graduato, tutti coloro
che dipendevano da alcuno per le
terre che possedevano ; e quelli che
dipendevano immediatamente dalla
corona erano thanes del re. Davasi
il titolo di grandi thanes ai duchi,
agli aldermani , e generalmente a
tutti quelli che tenevano a feudo
delle terre, dei castelli, e delle si-
gnorie, per le quali dovevano al
re l' omaggio ed il servizio milita-
re o civile; in tempo di guerra
erano obbligati di condurre o di
far condurre all' armata del prin-
cipe un certo numero di uomini
ti' arme per ciascun feudo , lo che
appellavasi Knights fee, da Knight,
cavaliere, e fee, stipendio, merce-
de. I thanes della messa erano
quelli che dipendevano dalla Chie-
sa ; per thanes mezzani s'intende-
vano coloro che ricevevano dal re
qualche piccolo feudo, oppure che
ricevevano dai gran thanes una
parte de' loro feudi reali. I nor-
manni diedero loro il nome di
vassalli secondari , ed alle loro
terre quello di feudi secondari j
quelli che possedevano alcune ter-
re di questi ultimi chiamavansi
piccoli tìianes, e non erano ripu-
tati gentiluomo Ogni thane aveva
diritto di disporre delle sue terre,
le quali alla sua morte passavano
per successione al di lui erede, ma
sempre col l'obbligo di rendere l'o-
maggio ed il servigio; queste ter-
re appellavansi blokland o blocland,
cioè libera tenuta o potere.
In Italia sembra che la voce
feudo non si trovasse prima del mil-
le, giacché il nome propriamente
FEU 23 1
di feudo s' incominciò adoperare
quattro secoli dopo che essi già esi-
stevano. Alcuni fanno risalire l'o-
rigine de' feudi in Italia nell'inter-
regno tra la morte di Clefi e l'as-
sunzione al trono di Autari, cioè
in tempo del governo dei trenta
Duchi {Vedi), che divisero l'Italia
in grandi feudi nei dieci anni del
loro reggimento aristocratico; laon-
de all'esaltazione di Autari ritenne-
ro l'amministrazione de' loro posse-
dimenti, cosi cominciando il sistema
feudale. Tuttavolta il Cassio nella
Vita di s. Silvia, a pag. o,3, dice
che l'uso dei feudi secondo la più.
corauue opinione , fu introdotto
dai longobardi , e probabilmente
dal re Rotario che regnò dall'an-
no 638 al 654, ° da Luitprando
dal 712 sino al 744» i quali pro-
mulgarono molte leggi; ed aggiun-
ge che solamente verso 1' anno
1 1 1 5 le costituzioni feudali furono
raccolte, scritte, e pubblicate dal-
l'approvato Uberto da Orto con-
sole di Milano , e dal suo collega
Gerardo JVegro Catapisto, le qua-
li costituzioni successivamente fu-
rono introdotte in Roma. A pag.
io3 narra il Cassio i motivi pei
quali di molti feudi goduti dai
monaci di Subiaco , o per fatto
loro proprio, o per altrui cagione,
ne dispose la santa Sede, ora do-
nandoli agli ordini religiosi più
bisognosi, ora infeudandoli per be-
nemerenza a nobili cavalieri, come
dopo l'introduzione delle feudali
costituzioni si prendevano la liber-
tà di fare abusivamente gli stessi
monaci, essendo diritto della mae-
stà del sovrano la concessione dei
feudi, perchè come dicemmo esige-
va giuramento di fedeltà, e rico-
gnizione in diretto signore dai feu-
datari, I trattatisti dell' agro ro-
232 FEU
mano rilevano che il feudalismo
cominciò a migliorare in parte la
condizione de'suoi vasti campi; dap-
poiché i baroni stretti ne'loro ca-
stelli, posti in luoghi alti e difesi,
diedero origine al rinnovellamento
dell'agricoltura anche delle monta-
gne; dipoi la pianura restò abban-
donata, e spesso deserta ancora
dalle feroci guerre, nelle quali si
laceravano fra loro. Monsignor Ste-
fano Borgia nella sua Breve storia
discorre a pag. i5 dell'uso della
parola feudo, posteriore al secolo
IX, ma non perciò la cosa per es-
sa significata ha avuto origine nel
secolo X, giacché fa osservare che
dapprima la voce latina benejìciiini
era adattala a spiegare la medesi-
ma cosa, e di questa voce hanno
anche dopo usato i buoni scritto-
ri a denotar feudo , come l'altra
benefìciarus a significare il vassal-
lo. Esistevano pertanto i feudi ,
continua il Borgia, prima che si
desse loro un tal nome, e se la
voce feudo è posteriore, res tamen
ispa ante nomen erat, come delle
parrocchie diceva s. Agostino, Traet.
in Johati. Le memorie dei feudi in
Italia del secolo XI sono parecchie;
né solamente si diedero poderi in
feudo, ma s' introdusse ancora l'uso
in Italia di concedere con questo ti-
tolo le castella, le marche, e i du-
cati. Il Borgia nella sua Breve i-
storia del dominio temporale del-
la Sede apostolica , tratta come
il regno delle due Sicilie è un ve-
ro feudo di essa. Pei feudi della
santa Sede, V. Stati tributari della
Sede apostolica. Cos'i all'esempio
dei re, anche i duchi, marchesi,
conti, vescovi, abbati si procaccia-
vano dei vassalli col dare ad essi
in feudo terre e castella : Homo
e miles alicttjus, significava lo stes-
FEU
so che vassallus, o come taluno
dice feudatario.
In Italia si divisero i feudi in
nobili, e non nobili, in dominanti^
e serventi, in gentili, borsali ec.
Era vi altresì il feudo di cavalle-
ria, il quale consisteva in una si-
gnoria o superiore giustizia, che
impegnava il possessore a seguita-
re il suo signore feudale all' eser-
cito in equipaggio di cavaliere ar-
mato di tutto punto II Muratori
nelle Dissertazioni sopra le anti-
chità italiane, dissert. XI, trattan-
do de' beni allodiali, de'vassi, vas-
salli, benefizi, feudi, ec. discorre se
il feudo è lo stesso che benefizio,
indi ecco quanto dice sulle di-
verse sorta di feudi. Anticamente i
gran signori tanto ecclesiastici che
secolari, avevano sotto di sé vas-
salli nohili, che pel servigio mi-
litare godevano qualche castello,
corte o villa; ma siccome tutti gli
uffizi della loro corte solevano go-
dere con titolo di feudo qualche
podere, o qualche determinata ren-
dita assegnata a quell'uffizio, per-
ciò i fornai, i fabbri, i porti nari, i
marescalchi, i cuochi, i cantinieri,
i sartori e gli altri della famiglia
degli arcivescovi di Milano, prin-
cipi una volta ricchissimi, tutti a
proporzione del grado loro usu-
fruttuavano qualche feudo, come
consta da una memoria del mede-
simo Muratori pubblicata colle stam-
pe. Che un egual costume si os-
servasse nella corte della rinoma-
ta contessa Matilde, si può appren-
dere dal suo testamento riferito
dal p. Bacchiai nella Storia del
monistero di Poltrone. Ma sopra
gli altri in questa magnificenza si
distinsero una volta i patriarchi di
Aquileia, siccome prelati e princi-
pi che dopo il romano Pontefice
FEO
ebbero maggior potenza in Italia.
Da un opuscolo pubblicato dal Mu-
ratori compariscono tre sorta di
feudi da loro conferiti, cioè Beiti
o Legali, dì Abitanza, e Ministe-
riali: fra gli ultimi, tutti spettan-
ti alla famiglia di esso patriarca,
si contano i fornai, gli scudellari,
i facchini , i corrieri, i sartori , i
muratori, i lettighieri, i condutto-
ri de bagagli, i falegnami, i man-
ganatori ec. Eranvi ancora i mi-
nisteriali nobili, come gonfalonieri,
camerieri, coppieri, scalchi ec: ta-
li erano i costumi de'vecchi tempi.
I diritti, i privilegi e gli obbli-
ghi feudali variarono secondo i
paesi e le diverse epoche; quindi
gli statuti e le costumanze conten-
gono delle disposizioni ben diffe-
renti, e talvolta anche' opposte le
une alle altre. Degli abusi del
feudalismo, e delle prepotenze u-
sate dai feudatari co' loro soggetti
se ne parla in diversi articoli del
Dizionario j mentre a quello delle
Investiture (Pedi), si dice delle in-
vestiture dei feudi. Gerardo Lodo-
vico Boemero trattò del diritto di
tener la campana nei feudi, nel
suo Programma de feudo cam-
panario, Gottingae 1755, et in ejus
Observat. jur. feud. n. 7. Anti-
camente i palazzi dei nobili ave-
vano delle torri, cui poi vennero
sostituite le loggie e i porticati.
Altro segno dei baroni, massime
in Francia ed in Germania, erano
le forche patibolari, che ordinaria-
mente esistevano in tutte le terre
de'signori feudatari. Inoltre vi era
pure nell' ingresso de' palazzi baro-
nali, e di altri titolati, o sul mu-
ro, o sopra un piedritto incastrata
una grossa catena, con una colla-
na di ferro, con la quale mette-
vansi, come alla berlina, i ladri,
FEO" a33
i truffatori, ed altri rei, che cade-
vano in delitti nella giurisdizione
di questi magnati.
11 citato Borgia nella sua ope-
ra intitolata : Difesa del dominio
temporale della santa Sede , parla
dei feudi nati dalla consuetudine, e
non da legge scritta ; di qual na-
tura fossero i feudi nei tempi, nei
quali non avevano ricevuto la for-
ma dagli imperatori germanici ;
consuetudine de'feudi de'longobar-
di ; leggi di Federico I circa i feu-
di ; de'feudi oblati; che dalla de-
posizione nas^e la devoluzione an-
che nei regni, che hanno nesso
feudale; la qualità di feudo è
campalibile con il sommo e re-
gio impero; può talvolta il padro-
ne del feudo concedere la seconda
investitura in pregiudizio della pri-
ma; il padrone del feudo è il giu-
dice privativo delle controversie
sul feudo; come il padrone per-
da il dominio, per non aver di-
feso il feudo; falso che il padrone
e il vassallo sieno di egual rango,
possano farsi guerra , e decadere
scambievolmente dai rispettivi di-
ritti sul fendo ec. ec. Fra gli scrit-
tori poi che trattarono dei feudi
noteremo i seguenti. Hotmanni ,
De feudis eommentalio, Coloniae
1 574- Monacho, Tractat. de Tecla
feudorum interpretatione. Rossentall,
Tract. et synopsis totius furi» feu-
dali'!. De Iseroia, Super uubus
feudorum. Struvii , Obseri-ationes
feudales , Francofurti 1681. De
Gregorio, Tract. de concessione
feudi, Mogli ti tiae 1600. Chokier,
De advocatiis feudalibus, Coloniae
1 624. Feltman, Tractatus de feudi sy
Groningae 16-1. ltterius, De feu-
dis imperii commentatio mei/iodi-
ca, Fiatici «furti 168 5. Struvii, Ju-
rispnidentia feudalis, Jenae 1727-
234 FEV
Jo. Andreac Georgii, Repetitiones
fondale» consil. Schilteri, Institu-
tiones furi* feudalis cura Heinecii
animad., Berolini 1 742- Osserva-
zioni e dissertazioni varie sopra
il diritto feudale, concernenti l'i-
storia e le opinioni di Antonio
da Pratoveechio celebre giurecon-
sulto del secolo XV e riformatore
de feudi, Livorno 1769. Belli, De
feudi* commentarius , Romae 1792'
FEVRE (le) Jacopo, cognomi-
nato Stapulensis dal villaggio d'E-
taples, luogo della sua nascita, ch'è
un piccolo borgo di Picardia, fu
uno de'primi a far rivivere nell'u-
niversità di Parigi il buon gusto
de' veri studi, e fu autore d' un
gran numero di opere teologiche
e filosofiche. Morì a Nerae nel
i53G, ove la regina Margherita di
]Va varrà aveagli dato asilo contro i
suoi nemici, i quali lo ritenevano
fautore delle novità di Lutero. Ma-
crin suo amico pubblicò la sua
biografia dopo morto, ove Io di-
pinge come un uomo che aveva
reso omaggio alla religione catto-
lica, morendo coli' invocazione del
nome di Gesù Cristo, e tranquilla-
mente. Hubert, autore forse chime-
rico, ci descrive Fèvre come un
protestante. Quando la Sorbona lo
accusò in qualche maniera dopo
morto, non registrò però le sue o-
pere fra quelle degli eretici, ma
solamente fra quelle di certi teo-
logi cattolici che essa credeva aver
errato in molti punti, e che per
questo erano giustamente sospetti.
Francesco I lo diede a precettore
del suo terzogenito Carlo, morto
duca d'Orleans. Le principali sue
opere sono: 1 .0 un Salterio a cinque
colonne; 2.0 una versione francese
della Bibbia ; 3.o alcuni Commen-
tari latini sui salmi , sui vangeli ,
FEV
sull'epistole di s. Paolo, e sull'epi-
stole canoniche ; 4-° una Disserta-
zione sopra le tre Maddalene, in
cui si pose a dimostrare che Ma-
ria Maddalena, di cui si parla nel
capitolo ottavo di s. Luca , e la
femmina peccatrice ricordata nel
capo settimo dello stesso evangeli-
sta, e Maria sorella di Lazzaro so-
no tre differenti donne. Prima per
altro della sua morte ritrattò tale
opinione col suo opuscoletto De
duplici et unica Maddalena.
FEVRE (le) Jacopo, nato a
Coutances in Normandia, andò a
studiare nella Sorbona, dove fece
splendida mostra della sua dottri-
na e dell'ingegno. Subito ch'egli
ebbe ricevuta la laurea dottorale,
l' arcivescovo di Bourges l' elesse
per suo vicario maggiore, ove spic-
cò a meraviglia il suo zelo , pru-
denza e dottrina. Mori in grande
estimazione di uomo dotto e pio
a Parigi nel 17 16. Abbiamo di
lui : 1.0 Nuova conferenza con un
ministro circa le cause della sepa-
razione dei protestanti j 2.0 Raccol-
ta di quanto fu fatto prò e con-
tra i protestanti in Francia j 3.o
Istruzione per confermare i nuovi
convertiti nella fede della Chiesa;
4-° Storia critica contro le disser-
tazioni sulla storia ecclesiastica del
padre Alessandro; 5.° una con-
fa (azione del giornale storico della
assemblea di Sorbona , intitolata
Anli giornale delle assemblee di Sor-
bonaj 6.0 Accordo delle apparenti
contraddizioni della sagra Scrittu-
ra; 7.0 Intrattenimenti a" Eudosso
e d' Eucaristo suW arianesimo, e
sulla storia degH iconoclasti j 8.0
Motivi invincibili per convincere
quelli della religione pretesa rifor-
mata j 9.0 alcuni scritti a favore
de' Molivi invincibili contro Amai-
F I A
do , il quale s'era opposto a molti
passi di quelli, ec ec
FIACR10 (s.). Irlandese d'illu-
stre famiglia, il quale sprezzando i
beni di questa terra, lasciò la pa-
tria e passò in Francia per vivere
nella solitudine. Arrivato a Meaux
andò a visitare il santo vescovo
Farone, il quale indicogli un luo-
go solitario a Breuil nella Brie. Ivi
si fabbricò una cella con un ora-
torio in onore della Madre di Dio,
e coltivando un orticello traeva vita
austeri «ima e contemplativa. Fece
edificare a qualche distanza dalia
sua cella una specie di spedale per
ricovrarvi i forestieri ed i poveri
cui serviva egli stesso, dividendo il
frutto delle sue fatiche, e renden-
do loro talvolta la sanità coll'ein-
cacia delle sue orazioni. Osservava
rigorosamente la regola di s. Co-
lombano, non permettendo alle don-
ne l'ingresso nel suo romitaggio;
anche oggidì per rispetto alla sua
memoria le donne non entrano
nel luogo in cui dimorava, né nel-
la cappella in cui fu seppellito, e
Anna d'Austria regina di Francia,
essendovi andata in pellegrinaggio,
con te n tossi di fare la sua preghie-
ra alla porta del di lui oratorio.
Questa santo anacoreta passò al-
l'eterna gloria a' 3o di agosto Ter-
so il 670, e in tal giorno è fe-
steggiato da santa Chiesa. Fu sep-
pellito nel suo oratorio , e la sua
tomba divenne celebre per mira-
coli e per affluenza di <Lvoti. 2Vel
1 568 furono trasportate a Meaui
parte delie sue reliquie. Egli è il
patrono della Brie, ed è assai ono-
rato in Francia, dove vi sono mol-
le chiese a lui dedicate.
FIANDRA (Flandria). Antica e
grande provincia prima dei Paesi-
Bassi, ora del regno Belgico o
FI A
i33
parte meridionale de' Paesi-Bassi, la
quale potrebbesi dividere, secondo
le lingue che ivi si parlano, in
Fiandra Fiamminga, ed in Fian-
dra Valona, perchè si favella in
un idioma, che è un dialetto del-
la lingua francese. Questo ricco e
celebre paese ha avuto differente
estensione in diversi secoli. Antica-
mente chiamatasi Fiandra il terri-
torio, di Bruges, perchè s. Audeno,
il quale nella vita di s. Edwige
pel primo ha fatto menzione nel
settimo secolo di questo paese di
Fiandra, lo distingue dai territori!
di Gand e di Courtray , rimar-
candovi un municipio, ch'egli no-
mina Flandrense. In seguito que-
sto luogo della Fiandra fu appel-
lato Bruzzia ovvero Bruges, a ca-
gione delle paludi in cui è situato.
Fu la Fiandria di confini ristretta
anche sotto il regno di Carlo il
Calvo nell'anno 862 o 863, e da lui
istituita ed eretta in contea, col ti-
tolo di conte in favore di Baldo-
vino detto Braccio di ferro, il qua-
le aveva per moglie Giuditta fi-
glia di tal re di Francia, e vedo-
va del re d'Inghilterra Etelvulfo.
Qui va notato , che dopo molte
rivoluzioni che la fecero indipen-
dente, e soggetta alla corona di
Francia, fu riunita al ducato di
Borgogna nel 1 363, e passò poscia,
come andiamo a dire, sotto il do-
minio della Spagna. La serie dei
conti di Fiandra continuò fino a
Filippo IV il Bello che succedette
a sua madre Ilaria essendo anco-
ra in tenera età. Divenuto mag-
giore sposò nel 1496 Giovanna
figlia ed erede di Ferdinando V
il Cattolico re d'Aragona, e d'Isa-
bella regina di Castiglia : nel 1 J04
salì sul trono di Castiglia, e mori
nel i5o6. Ebbe successore nel g'>-
236 FI A
verno della Fiandra e dei Paesi-
Bassi, ii suo figlio primogenito
Cario, che fu in seguito re di Spa-
gna ed imperatore col nome di
Carlo V. Da questa epoca la Fian-
dra coi Paesi Bassi fece parte del-
la monarchia spagnuola fino alla
pace di Utrecht nel 1 7 1 3, quin-
di passò sotto il dominio del ramo
austriaco di Germania, eccettuata
Ja Olanda, o le selle provi ncie li-
nde, che nel i5j<) si governarono
in repuhblica.
Ecco la serie de' conti di Fiandra.
FIA
Filippo .
Carlo V.
l482
i5o6
Baldovino I
Baldovino li
Arnoldo I e Baldovino III.
Baldovino IV
Baldovino V
Baldovino VI
Arnoldo IN
Boberto I
Roberto li
Baldovino VII
Carlo I
Guglielmo Clilon
Tierrico
Filippo
Margherita e Baldovino
Vili
Baldovino IX
Giovanna, Ferrando e Tom-
maso
Margherita II
Guido
Roberto IH
Luigi 1
Luigi li
Margherita, Filippo.
Giovanni Senza-paura .
Filippo il Buono.
Carlo
Maria
862
879
9.8
q«9
o36
067
070
07 1
093
1 1 1
"9
1 27
128
168
•91
•94
206
244
280
3o5
322
346
38;
4o5
4'9
467
477
La Fiandra verso il princi-
pio del secolo XV III era divi-
sa in tre parti, cioè in Fian-
dra francese, in Fiandra austriaca
od imperiale, e in Fiandra olan-
dese: la prima formò nel 1790 il
dipartimento del Nord, e le due
altre conquistate pochi anni dopo
dai francesi , furono ripartite nel
179T, fra i dipartimenti della Lys
e della Schelda , che formarono
essi medesimi alla pace del 1 8 1 4-
la provincia della Fiandra occi-
dentale, della orientale, ed. una
parte di quella di Zelanda , nel
nuovo regno dei Paesi-Bassi. Il re-
gnante re del Belgio Leopoldo I,
ha conferito il titolo di conte di
Fiandra al suo figlio secondogeni-
to Filippo, nato nel 1837. Final-
mente dopo il settembre i83o la
Fiandra fa parte della monarchia
del Belgio (Vedi), separandosi dal
regno dei Paesi- Bassi, e dell'Olan-
da (Predi').
La Fiandra si divide in Fian-
dra orientale, e in Fiandra occi-
dentale. La provincia della Fian-
dra orientale dividesi ne' quattro
distretti di Gand , Dendermonda,
Oudenarde, ed Ecloo: Gand (Ve-
di), città vescovile n'è la capitale;
Dendermonda è città fortificata ,
al confluente del Dender ; Oude-
narde o Audenarde sulla Schelda,
è celebre pel combattimento ivi
avvenuto nel 1708 tra i francesi
comandati dal duca di Borgogna, e
l' armala confederata sotto gli or-
dini del principe Eugenio, che ri-
portò una vittoria completa ; Ecloo
è una piccola città. Avvi anche
Alost, antichissima città, che in
principio ebbe i conti suoi parli-
FI A
colali signori, e nel fine del seco-
lo XII passò nel dominio di quei
di Fiandra, e fu poi capitale del-
l' austriaca provincia fiamminga :
giace sulle sponde del Dender. La
provincia della Fiandra occidenta-
le, confinante colla Fiandra orien-
tale, e con quella meridionale che
appartiene alla Francia ( cioè la
Fiandra francese che comprende
i vari conquisti fatti dalla Fran-
cia nel secolo XVII sui Paesi -Bas-
si austriaci, e precisamente sull'am-
pio territorio fiammingo, su quel-
lo dell'Hainault, non che il duca-
to di Cambresis , racchiusi nel di-
partimento del Nord), avente Bru-
ges \J'ct!i), città vescovile, per ca-
pitale; Ostenda forte, città sul mar
germanico, rinomata pe'suoi anti-
chi propugnacoli; Ypres, città sul
fiume Ypeile , e Courtray antica
e ragguardevole città, famosa pei
suoi merletti : sotto le sue mura
nel i3o2 fu combattuta la celebre
battaglia degli speroni, perchè i
fiamminghi comandanti da Gio-
vanni conte di Namur, e da Gu-
glielmo di Juliers, avendo rotta
1' armata francese, trovarono nel
campo circa quattro mila speroni
d'oro. La Fiandra francese poi di-
■videsi nei sette distretti di Lilla
prefettura , Avesnes , Cambra y ,
Douay, Hazebrouck, Duokerque, e
A ali nciennes, ed in essa pur sono
Chaleau-Canibrcsis, Condè , s. A-
inand, Cassel , e Gravelines. Lilla
considerevole città, ha la cittadel-
la di s. Salvatore, opera classica
di Vauban; rinomato è il terribile
bombardamento che nel 1 793 ne
fecero gli austriaci, i quali però
furono costretti ad abbandonarne
l'assedio. Avesnes piccola ed antica
città , i cui conti, già signori di
Olanda, Zelanda, e dell'Hainault
FI A a37
ne accrebbero il patrio lustro col-
le loro gesta. Cambray ( f t*fr\ cit-
tà illustre, già capitale del Cam-
bresis, metropolitana , poi -
vescovile, e da ultimo dal regnan-
te Pontefice Gregorio XVI resti-
tuita alla dignità metropolitana,
adornandogli per suffragane* la
chiesa vescovile d'Arras : e nel con-
cistoro de'24 gennaio 1842 vi di-
chiarò arcivescovo monsignor Pie-
tro Girami di Clermont. Douay
granile e forte città in riva alla
Scarpa; il suo collegio o univer-
sità si acquistò molta celebrità.
Hazebrouck città leggiadramente
costruita in riva al fiume Borra.
Dunkerque città marittima , con
una rada che è forse la più bella
ili Europa, sul!' oceano germanico,
ed un magnifico porto assai fre-
quentato. Valenciennes città forte
già capitale dell' Hainault francese,
e da qui principia la navigazione
dello Schelda , che vi scorre nel
mezzo.
Si vuole che s. Vittorio, e s.
Fusciano sieno stati i primi che
abbiano predicato il vangelo nella
Fiandra occidentale nel tu
colo; altri dicono che mentre s.
Pietro abitava presso la chiesi .li
s. Pudeaziana in Roma, inviò \-
ristobolo nella Fiandra a ha oda-
vi la fede. Ma ricaduto il popolo
nell'idolatria s. Antimondo vescovo
di Terovanne ristabilì la fède
cattolica verso l'anno 5oi), appro-
fittandosi della vittoria che Clodo-
veo, primo re cristiano di Plan-
cia, riportò sopra Regnacario pi iti-
ci pe o governatore del paese ha
la Somma, l' Escaut, e l'Oceano.
Anche s. Medardo di nazione fran-
cese* vescovo di Noyon e di Tour-
Bay, spinto dallo stesso zelo, con-
tinuò a farvi dc'gran progressi nel
238 FI A
55o gettando a terra tutti gl'ido-
li, ed i templi de'falsi dei, e fab-
bricandovi molte chiese. Tutto il
popolo però non era ancora con-
vertito cento anni dopo, avendovi
s. Eulogio, vescovo di Noyon, bat-
tezzati molti pagani verso 1' anno
646. Fermossi pure per qualche
tempo nel luogo dov'è al presente
Dunkerque, che ritrovò popolato
da un numero grande di pescato-
ri, ed altra povera gente, per u-
so de' quali edificar fece una pic-
cola cappella che dedicò a s. Pie-
tro. Tuttavolta si legge nel Piaz-
za nel suo Eusevologio romano,
tratt. II, cap. II, dello spedale di
s. Giuliano de* fiamminghi ai Ce-
sarini, che la Fiandra fu di nuo-
vo convertita sotto il Papa s. Gre-
gorio li, che nel y 1 3 vi mandò
s. Bonifacio che la ricondusse tut-
ta alle verità della fede, per cui
s. Gregorio II volle battezzare nel-
la basilica vaticana que' fiammin-
ghi convertiti che portavansi in
Roma. Dopo quel tempo la Fian-
dra fu sempre cattolica fino al
XVI secolo, in cui le perniciose
eresie di Calvino e di Lutero
disgraziatamente vi s'intrusero col
commercio de'forastieri , non ostan-
te gli editti rigorosi di Carlo V,
e del suo figlio Filippo II. Quan-
to allo spirituale dipendeva questa
provincia dal vescovo di Terovan-
ne, ma essendo stata- questa città
distrutta nel i553 per ordine di
Carlo V, e non potendosi più rie-
dificare in forza del trattato del
castello Cambresis, nel i55g il
suo vescovato fu diviso in quello
di Boulogne, di Saint-Omer, e di
Ypres, avendovi in seguito qualche
parte anche il vescovo di Tour-
nay. Il Cardella nelle Memorie i-
storiche de'cardinali tom. IX, pag.
FIA
T 7, dice che la Fiandra die sei
cardinali al senato apostolico, uno
de' quali il cardinal Adriano Flo-
renzi nel \5ii divenne Papa col
nome di Adriano VI ; gli altri cin-
que cardinali sono Guido nel 1 3 1 1
che ricusò a Clemente V la digni-
tà, Guglielmo Echenvoer, Tomma-
so Filippo di Alsazia, Gio. Goes-
sen, e Gio. Gualtiero Slusio.
Nel rione Vili s. Eustachio è
in Roma la chiesa di s. Giuliano
de' fiamminghi , detto de' Cesarini
dal vicino palazzo. Si vuole dal
citato Piazza che fosse eretta nel
pontificato di s. Gregorio II dalla
nazione fiamminga che la dedicò a
s. Giuliano detto il povero; e
quindi vi aggiunse pei connaziona-
li un contiguo ospedale ed ospi-
zio, ch'era governato da un sodalizio;
alloggiando anche i pellegrini del-
le altre limitrofe provincie; però
le donne le ospitava in una casa
casa vicina a Camposanto presso
la basilica vaticana. L'alloggio che
si dava ai pellegrini era per tre
giorni, e se malati venivano cura-
ti. Sotto il pontificato di Urbano
II, nel 1094, passando per Roma
il conte di Fiandra Roberto, che
recavasi co'suoi alla crociata di Pa-
lestina, restaurò, e dotò di rendi-
te il pio luogo. In progresso di
tempo avendo la chiesa grande-
mente sofferto, nel 1675 la na-
zione la ridusse a sue spese nello
stato in cui trovasi. Ma pel tenue
numero de' pellegrini ed infermi
che vi si ricevevano, riuscendo gra-
voso al pio luogo di tenere l'oc-
corrente pronto, l'ospizio e l'ospe-
dale fu chiuso, ed in vece ten-
gono due letti all' ospedale de'be-
nefratelli , e danno una limosina
ai pellegrini nazionali. Al presente
la chiesa è posseduta dai belgi,
FID
ed è adornata di mediocri pitture.
Vi si vede un bel deposito della
contessa di Celles, scolpito da Mat-
teo Resseles di Maestrich, il qua-
le mori in Roma nel 1 834- La fe-
sta del santo vi si celebra a' 27
febbraio: ed il Panciroli nei Te-
sori nascosti di Roma , parla a
pag. 384 dei diversi s. Giuliani.
FICO. Sede vescovile della Mau-
ritiana di Sititi , nell' Africa occi-
dentale, sotto la metropoli di Si-
tifi; si riconoscono due suoi ve-
scovi : Felice che intervenne nel
4i 1 alla conferenza di Cartagine,
ed Abo del 4^4 sotto il re Cn-
n eri co.
FIDANZA Bonaventura, Cardi-
nale. V. Bonaventura (s.).
FIDANZIO, Cardinale. Fidanzio
ebbe nel 1192 o nel 1 ic)3 da Ce-
lestino HI la dignità cardinalizia ,
con il titolo presbiterale di s. Mar-
cello, e si esercitò per qualche tem-
po nella legazione della Gallia Ci-
salpina. Celebrò, nel iiq3, i di-
vini misteri nella chiesa di Verona,
e in quella occasione recitò un'ele-
gante orazione. Morì nel 1 1 97, o
come altri vogliono nel iiq8.
F1DECOMMESSO, o FIDE-
COMMISSO ( Fideieommissum ) .
Chiamasi tuttociò che è affidato
all'altrui fede. Il fìdecommesso è li-
na donazione obliqua ed indiretta,
colla quale un testatore lascia tut-
ta od una parte di una succes-
sione o di un legato ad una per-
sona, sotto condizione ch'essa re-
stituirà quella successione o quel
legato ad un'altra determinata per-
sona, giusta 1' intenzione del testa-
tore. I fìdecommessi, che sono mol-
to in uso nel diritto romano, era-
no odiosi nel diritto francese, e
Io divennero in molte nazioni. I
medesimi francesi li soppressero nei
FID 239
luoghi da loro conquistati, e per-
ciò anche nello stato pontificio .
Ma ritornato in questo Papa Pio
VII ripristinò i fìdecommessi col mo-
to-proprio del 6 luglio 1816, pre-
scrivendo alcune regole per la nuo-
va creazione de'medesimi, come si
legge nel paragrafo i35 e seg.
del titolo IV, Disposizioni legisla-
tive.
IVel regolamento legislativo e
giudiziario per gli affari civili, e-
manato con moto-proprio del re-
gnante Papa Gregorio XVI , dei
io novembre 1 834 > '' titolo V
tratta delle leggi concernenti i fì-
decommessi nei dominii della santa
Sede, e prescrive : che chiunque
abbia la libera facoltà di disporre
delle sue sostanze, potrà creare
fìdecommessi, primogeniture, mag-
giorati, ed altre sostituzioni fide-
commessarie, dividile o individue,
tanto per atto fra vivi, quanto
ancora per testamento, od altro
atto di ultima volontà. Non po-
tranno gravarsi dell'onere del fì-
decommesso, maggiorato, primoge-
nitura, od altra sostituzione, che i
beni immobili della qualità e na-
tura di quelli sui quali è lecito
di contrarre ed inscrivere la ipo-
teca, sia che esistano in patrimo-
nio, sia che debbano acquistarsi
per tale effetto , anche dopo la
morte dell'istitutore, quando esso
lo abbia ordinato, salva però la
disposizione seguente. E permesso
di sottoporre al peso della restitu-
zione, in aggiunta, e come appen-
dici ai beni immobili costituenti
la eredità fìdecommessaria o pri-
mogeniale: 1.0 le raccolte di statue,
di pitture, di monumenti antichi,
di stromenti o macchine di fìsica,
d'astronomia, d'anatomia, i gabi-
netti di storia naturale, le biblio-
a4<) FID
teche, e generalmente le collezioni
d' oggetti che riguardano scienze,
o arti liberali j 2.0 un capitale di
gioie, gemme, oro o argento la-
vorato, o di altri oggetti preziosi,
i quali oggetti, argento, oro e gem-
me non potranno assoggettarsi al
peso della restituzione se non ab-
biano un valore che superi i tre
mila scudi. Le altre anologhe leg-
gi sono riportate nello stesso re-
golamento, e nella Raccolta del-
le leggi dello stato pontificio, co-
me dell'abolizione dei fidecommissi
nelle provincie di seconda ricupe-
ra , e dichiarazione della somma
occorrente onde siano riammessi
nelle provincie di prima ricupera;
delle regole sull' iscrizione e can-
cellamento dei vincoli fidecoinmis-
sari, e loro pubblicità; la dispo-
sizione sull' ipoteca ed iscrizione dei
fidecommissi; le regole sulla varia-
zione de'loro vincoli; il moto-pro-
prio di Leone XII che dà facol- •>
tà di comprendere nel vincolo fi-
decommissario le gioie^ gli ori, gli
argenti lavorati, ed altri oggetti
preziosi ec. ec.
FIDENE (Fidenae), o Castel
Giubileo. Città vescovile del Lazio
già esistente sopra i colli dirupati
a destra della via Salaria, circa
cinque miglia fuori della porta o-
dierna, passato il casale di Villa
Spada, sopra il colle isolato di Ca-
stel Giubileo, in guisa che la via
Salaria la traversava. In origine
Fidena forse fu un avamposto de-
gli etruschi-veienti, il quale coloniz-
zato poi da Latino Silvio re di
Alba, fu risguardato qual colonia
albana. La sua situazione sul Te-
vere, e la fertilità delle terre adia-
centi ne fecero presto una città
cospicua, grande, e popolata fino
dui tempi di Romolo. Questo re
FID
se n'insignorì e vi pose un presi-
dio romano , riunendo parte del
suo territorio a quello di Roma.
Sotto Tulio Ostilio, nel movimento
de'veienti, si rivoltò ancora questa
città, ma vinta di nuovo, ne venne-
ro puniti gli autori, ritornando
colonia romana. Inquieti sempre i
fidenati, tentarono porsi in libertà
nel regno di Anco Marzio, il qua-
le se ne impadronì, scavando un
cunicolo dentro le rupi di lufa,
sulle quali era fondala; egli la die
in preda al saccheggio, punì i ri-
belli, e vi pose forte presidio. Suc-
cessivamente tornarono a ribellarsi,
e sotto Tarquinio Prisco la città
fu occupata dagli etruschi, i quali
vi fecero una specie di piazza d'ar-
mi. Vinti questi, severamente ven-
nero castigati i fidenati, che poi
sedotti da Sesto Tarquinio prese-
ro le armi insieme a tutti i sabi-
ni in favore della famiglia reale, e
fecero di Fidene il centro della
guerra contro la novella repub-
blica romana. La città fu presa,
limitandosi i romani a punire i rei
della ribellione, dividendo a'soldati
le terre confiscate. Mediante gli
aiuti della lega latina i fuorusciti
cacciarono il romano presidio, indi
non tardarono a soggiacere al do-
minio de' romani. Nell'anno 3i5di
Roma i fidenati strinsero lega co-
gli etruschi ad insinuazione di Lar-
te re de'veienti, passando ardita-
mente l'Aniene colf esercito colle-
gato; ma il console Lucio Sergio
avendolo posto in rotta, ebbe l'o-
nore di essere cognominato il Fi-
denale ; indi nell'anno 3 17 i ro-
mani penetrarono nella città per
mezzo di un cunicolo della rocca,
e poscia vi ristabilirono la colonia
romana. Nel 327 i fidenati, alleati
perpetui de'veienti, di nuovo fecero
FES
guerra a Roma, che vi spedì a
combatterli il dittatore Mamerco
Emilio, il quale rotto e debellato
il nemico , abbandonò al saccheg-
gio la città , la distrusse, e i cit-
tadini superstiti furono venduti al-
l'incanto ; cosi finì la primitiva
Fidene.
Rimasta la città deserta, a ca-
gione dell'opportunità del sito sem-
pre vi si mantenne un piccolo nu-
mero di abitanti, e Strabone la
enumera fra le antiche città dei
contorni di Roma, che sussisteva-
no a'suoi giorni. Quindi circa lo
stesso tempo cominciò a ripopolar-
si, come avvenne di Veio, di Ga-
bioj di Labico ec. ; ed infatti sotto
Tiberio l'anno 780 di Roma vi
fu data una festa che riuscì fata-
le a coloro che v'intervennero. Un
certo Attilio vi volle dare giuochi
gladiatori! venali, ed a tal uopo
costrusse un anfiteatro di legno, se-
condo l' uso di que' tempi, come
lo avevano Capua, Pola, ed altre
città. Ma essendo stato costrutto
per mancanza di mezzi con poca
solidità, nel più bello dello spetta-
colo crollò tutto intiero, colla
morte, o mutilazione di circa cin-
quantamila persone di ogni età,
sesso e condizione, secondo Tacito,
e ventimila al dire di Svetonio. A
quell' epoca pertanto sembra che
incominciasse ad essere di nuovo
una specie di città, con senato,
con dittatore ec. Come città la
ricorda Anastasio Bibliotecario nel-
la vita di Silvestro I, dicendo che
1 imperatore Costantino donò alla
chiesa di s. Agnese tutte le terre
circa civitatem Fidrnas. Anzi nei
primi secoli del cristianesimo fu di
tale importanza ch'ebbe sede vesco-
vile, e dall'Lghelli nel tomo X, p.
97 dell' Italia sacra, si ricorda il
VOL. XXIV.
FES 241
vescovo di Fidene Geronzio, che
assistè al concilio romano l' anno
5o2 nel pontificato di s. Simmaco ;
ed il vescovo Giustino sedeva sul-
la cattedra di Fidene neh' anno
680, in cui intervenne al concilio
romano celebrato dal Pontefice s.
Agatone. Commanviìle dice che il
vescovato di Fidene, nel vicariato
romano, fu eretto nel quiuto se-
colo. V. Sperandio, Sabina sagra e
profana, pag. 41 e ^o*
Dopo quell' epoca non si fa più.
menzione di Fidene, forse abban-
donata per le scorrerie de' longo-
bardi, che afflissero e devastarono
interamente i contorni di Roma.
Indi nel secolo XIII sul suo anti-
co sito surse un castello chiamato
Monte s. Angelo, il quale apparte-
neva al monistero di s. Ciriaco, del
quale parlammo all'articolo Chiesa
di s. Maria in via Lata (Vedi). Si
disse che per essersi acquistato nel
i3oo il castello dal capitolo di s.
Pietro , col danaro raccolto nel
giubileo, ripristinato da Bonifacio
Vili fosse denominato Castel Giu-
bileo ; ma da un documento del
secolo XIV, esistente neh' archivio
del capitolo, si rileva che essendo
venuto il tenimento in potere del-
la romana famiglia Giubileo ne
trasse il nome, indi ne passò la
proprietà sotto Nicolò V ai frati
di s. Paolo primo eremita di s. Ste-
fano a Monte Celio, dai quali nel
1 458 per tremila ducati d'oro l'ac-
quistò di nuovo lo stesso capitolo
di s. Pietro in Valicano, che oggi
ancora lo possiede. Nel pontificato
d' Innocenzo VII si risvegliarono in
Roma le fazioni de'ghibellini e dei
guelfi, capi de' primi essendo i Co-
lonuesi ed i Savelli, de'secondi Pao-
lo Orsini, per cui si sollevò la cit-
tà, ed il Papa rifugiossi iu Viter-
16
^\i F1D
bo. A' 4 mao8'° '4°^ l'Orsini coi
romani del suo partito si portò a
bombardare castel Giubileo, occu-
pato dalle bande mercenarie, e
trasportò poi in Roma come tro-
feo le campane del castello , che
portò nel palazzo papale, ed una
fu data alla chiesa d'Araceli, che
poi si ruppe. Quando Pio li nel
i4^4 s'imbarcò a Ponte Molle sul
Tevere, per recarsi in Ancona alla
testa della crociata , passò la pri -
ma notte in castel Giubileo. E
siccome questo sotto Sisto IV era
affittato alla contessa Riario mo-
glie di Girolamo suo nipote , nella
guerra che il Papa avea col re di
Napoli, il castello nel 1482 fu pre-
so e saccheggiato ; sacco che rin-
novò il popolo nel 1484 alla mor-
te del Pontefice. V. A. Nibby, Ana-
lisi della carta de' dintorni di Ro-
ma, pag. 5i e seg.
FIDOLAMA o FIDOLMA. Se-
de vescovile della Mauritiana Ce-
sariana, nell'Africa occidentale, sot-
to la metropoli di Giulia Cesarea.
FIDOLO (s.). Nacque a Cler-
mont, da una delle distinte case
l'Alvernia, sul principio del secolo
VI. Fu in sua gioventù fatto pri-
gioniero di guerra e condotto in
Sciampagna, ove fu riscattato da
sant' Aventino, il quale conduce-
va vita solitaria nei contorni di
Troyes. Ammesso nel numero dei
discepoli di questo santo, fece ra-
pidi progressi nella perfezione, per-
chè prendeva ad esempio i più
fervorosi della comunità. Le sue
austerità arrivarono a tanto, che
passava la quaresima senza quasi
mai prender cibo. Eletto da san-
t' Aventino prima priore e poi ab-
bate del suo monistero , egli lo
governò con dolcezza e rigore ad
un tempo, incoraggiando i deboli e
FTE
reprimendo gli abusi. Trionfò colla
sua bontà e co'suoi benefìzi di al-
cune persone maligne che tenta-
rono di nuocergli. Fini di vivere
verso il principio del regno dei
quattro figli di Clotario I, o un
poco più tardi, e la sua morte è
notata ai 16 di maggio nei mar-
tirologi che portano il nome di s.
Girolamo. Il suo corpo fu traspor-
tato nell'abbazia di Moutier-le-Cel-
le, vicina a Troyes, ove pretende-
si che l'abbiano sempre conservato
fino al presente.
FIERE (Nundinae). Luoghi pub-
blici dove i mercanti si riuniscono
per vendere le loro merci. Questo
vocabolo fiera ha origine da fo-
rum, piazza pubblica, ed è sinoni-
mo di Mercato (Vedi), come tut-
tora per alcuni rapporti fiera e
mercato è lo stesso. Altri aggiun-
gono che il vocabolo fiera deriva
dal latino forensis o forum, che ap-
punto significa mercato, ovvero se-
condo il Du Cange, dal latino fe-
ria, che significa festa, cessazione
dal lavoro. Il Dizionario delle ori-
gini definisce la fiera il mercato
libero, come voce derivante da Fe-
ria [Vedi), giacché ne'giorni feria-
li precisamente soleva tenersi quel-
la specie di mercato; dice ancora
che alcuni nostri antichi scrittori
definiscono la fiera , concorso di
molti, da molte bande in alcun luo-
go, per vendere o comperare con
franchigia ed esenzione di gabella
che dura alquanti giorni, essendo
differente dal mercato pel maggior
numero di venditori e compratori
e per 1' esenzioni daziarie di cui
godono le fiere. Il cav. Gioacchino
Monti, nel suo opuscolo delle Noti-
zie istoriche sull'origine delle fiere
dello stato ecclesiastico, Roma 1828,
parlando a pag. 24 dell'origine
FIE
delle fiere, dice che la prossimità
di certe feste, la scadenza di uso
ne' pagani enti, ogni sorta di solenni-
tà periodiche hanno fissato sempre
l'epoche della loro celebrazione; e
che sebbene la fiera è sinonimo di
mercato, essa per altro presenta l'i-
dea di un concorso più numeroso
e più solenne, e per conseguenza
più raro.
Il dotto Marangoni , Delle cose
gentilesche, pag. i io, parlando del-
le fiere e mercati permessi nelle
solennità di alcuni santi, narra che
l'antichissima origine l'abbiamo da-
gli ebrei, e se ne fa menzione nel-
la sagra Scrittura. Ezechiele al cap.
46, v. 11, nel descrivere vari sa-
grifizi da farsi in alcuni templi,
ecco come si esprime : et in ?wn-
dinis, et in wlemnitatìbus erit sa-
crìficìum Ephi per vitulum, et Ephi
per arietem. Da quanto però fece
Gesù Cristo, come abbiamo dal
vangelo di s. Matteo, e. 21, e di
s. Luca, e. 11, si raccoglie che gli
ebrei non contenti di fare tali
mercati fuori del tempio, gli ave-
vano anco in esso introdotti, pro-
fanandolo empiamente; perciò il
Signore, a fine di vendicare il dis-
pregio del tempio, come ne scrive s.
Giovanni, e. 2, v. i5: Cumfecisset
quarti flagellimi de funicellis omnes
ejecit de tempio, oves quoque, et
boves , et nummulariorum effudit
«ter, et mensas subvertit. Quindi il
Marangoni racconta come pure i
gentili ebbero il costume di fare
i loro mercati e le fiere in occa-
sione di pubblici concorsi di po-
poli forastieri a qualche solennità;
perciò osserva che gli antichi cri-
stiani, siccome non abbonirono, in
occasione delle feste natalizie dei
martiri, di fare i conviti al popo-
lo che vi concorreva, cos'i lascia-
F1E 2+3
rono correre i mercati e le fiere
per utilità del commercio, attestan-
dolo molti santi padri come cosa
antica. Tuttavolta il concilio di Car-
tagine celebrato l'anno 398, col ca-
none XLVIII vuole che si privino
del loro ufficio i chierici che vanno
alle fiere senza bisogno. Abbiamo
da Cassiodoro, 1. 8, Var. ep. iv'/.,
che Atalarico re de' goti punì alcuni
contadini, che avevano rubate le
merci ad alcuni negozianti che
andavano alla fiera, che soleva far-
si nel natale di s. Cipriano nella
Calabria, cioè presso Diano o Te-
giano. Queste fiere pertanto come
cose civili, e molto utili al pubbli-
co commercio, furono lasciate cor-
rere dai superiori in occasione di
qualche solennità che celebrasi in
alcun luogo, prolungandole per tut-
ta l'ottava, e talvolta per quindi-
ci giorni e più o meno; e perchè
il giorno stesso in cui cade la fie-
ra non si piofanasse, ma si santi-
ficasse colla divozione, fu stabilito
che in esso o altra festa occorren-
te, non si espongano pubblicamen-
te le merci, come costumavasi pri-
ma di fare nella fiera dell'Ascen-
sione in Venezia, e di s. Antonio
in Padova, ed altrove , ove dura-
no quindici giorni dopo le feste.
Fu talvolta dato il nome di
messa alle fiere , perchè tenevano
ne' giorni festivi , dove il popolo
accorrerà in folla per ascollare la
santa messa; per cui alcuni cre-
dettero da ciò una probabile ori-
gine alle fiere. Quando eranvi le
reliquie di un santo in un dato
luogo , il popolo vi accorreva per
onorarle nel giorno di sua festa;
e siccome il concorso era grande,
cosi vi andavano anche moltissime
persone, le quali portavano seco
tuttociò che è necessario per vi-
244 FIE
vere, e l'esponevano in vendita vi-
cino alle chiese. Ne venne quindi
il nome di feria o di festa, e
quello di messa che fu talvolta da-
to alle fiere, perchè non tenevansi
che in occasione della festa, e per-
chè si ascoltava la santa messa,
che n' era la principale e la più
solenne azione. Gli ahusi che s'in-
trodussero ben tosto in quelle fe-
ste obbligarono le autorità eccle-
siastiche e secolari , o a sopprime-
re le feste medesime, o a proibire
che vi si tenessero in tale occa-
sione fiere o mercati. Benedetto
XIV colla costituzione Ab eo tem-
pore, data a' 5 novembre 174^,
Bull.. Maga. toni. XVI, p. 220,
diretta a' vescovi dello stato eccle-
siastico, dopo avere eruditamente
trattato delle fiere, cioè di quelle
che si fanno di rado, e di merci
ricche, e dei mercati che si fanno
ogni settimana colle cose minute
per le necessità giornaliere, e del-
la divozione similmente con cui
si devono celebrare i giorni festi-
vi, la diminuzione de' quali, come
abbiamo detto all' articolo Festa
{Vedi), Urbano VII! riserbò alla
Sede apostolica, esortò con grande
impegno detti prelati a levare le
fiere nei giorni festivi, od almeno
di prescrivere la chiusura delle
botteghe prima di pranzo e qual-
che tempo dopo, nelle ore cioè
in cui celebratisi i divini uffici.
11 Muratori parla delle fiere ch'e-
rano in uso ancora nei secoli bar-
barici , nella XXX delle Disser-
tazioni sopra le antichità italia-
ne. Discorrendo dunque de' mercati
e della mercatura de'secoli rozzi,
dice rapporto alle Nundine o Fiere
o mercati più. solenni stabiliti da-
gli antichi in uno o più giorni
fissi dell'anno, che seguitò tal nome
PIE
presso i cristiani, perchè anch'essi
cominciarono a tenere queste pub-
bliche adunanze pel traffico nei
giorni feriali di qualche santo, e
sino nelle domeniche; costume per
altro poco lodevole, che non si è
mai potuto sminuire, non che
sradicare in Italia. Oltre ad alcu-
ni concili, anche Carlo Magno nel-
la legge i4o fra le longobardiche,
affinchè non si pregiudicasse alla
venerazione della domenica, ordinò,
ut mercala et piacila a comitibus
ilio die prohìberentur. Cos'i Lodo-
vico II imperatore nella giunta II
alle leggi longobardiche, comandò,
ut omnis homo nullas audeat opc-
raliones , mercationesque peragerc,
praeter in cibalibus rebus prò itine-
rantibus. Quindi il medesimo Mu-
ratori riporta vari esempi della ce-
lebrazione delle fiere, con altre ana-
loghe ed erudite notizie. La più an-
tica fiera in Francia è quella detta
Laudi, la quale secondo le crona-
che del IX secolo fu stabilita in
Aquisgrana da Carlo Magno, e tra-
sferita da Carlo il Calvo a s. Dio-
nigio. Delle principali fiere di Eu-
ropa e di America, il Monti ne
fa menzione a pag. 1 1 e seg. E-
gli ci fa osservare che le provvide
leggi e misure de' cardinali camer-
lenghi di s. Chiesa, e lo zelo ed
intelligenza de' prelati tesorieri in
secondarle, non lasciarono di pen-
sare, che il pubblico ed il com-
mercio avessero un facile esito delle
industrie nazionali, e stabilirono
perciò nello stato pontifìcio de'luo-
ghi centrali, dove in diversi tem-
pi dell'anno colla celebrazione di
una fiera potessero avere un pron-
to e sicuro smercio, somministran-
do cosi il comodo a quelle popo-
lazioni, che lontane dalla capitale
e pur talvolta dalle città provin-
FIE
ciali dello stato, non possono con
alcuno commerciare direttamente,
e che si affaticano nell' anno alla
coltura de'campi, alle piccole bas-
se manifatture, per venderle e con-
cambiarle con altri generi, anche
di estera provenienza, di loro uso
e bisogno, ciò che non avrebbero
potuto ottenere senza grave loro
dispendio ed incomodo , se perso-
nalmente, o per mezzo de' loro a-
genti avessero dovuto vendere od
acquistare. /''.Dogane pontificie.
Tali viste ebbero quasi tutti i
sovrani d'Italia e d'Europa, che
ammisero e protessero nei loro
slati le fiere ed i giornalieri mer-
cati per facilitare le vendite delle
manifatture nazionali, per cambiar-
le colle estere, per provvedere con
facili mezzi al pubblico bisogno.
Conobbero, che rilasciando alquan-
to di rigore de' loro diritti, veniva-
no più compensati dall'accrescimen-
to del commercio, del consumo, e
che avrebbero veduto in breve
tempo molte loro città arricchite,
ingrandite ed abbellite colla con-
cessione delle fiere e mercati pri-
vilegiati. I mercati che in gran nu-
mero sotto nome di fiera sono nel-
l'anno fissati, nelle circostanze me-
morate, in moltissime città e luo-
ghi dello stato ecclesiastico, della
brevissima durata di un giorno o
due, nei quali il maggior commer-
cio è di bestiami, colla riunione
di pochi mereiai vaganti, non go-
dono che la sola esenzione dei da-
zi comunitativi, e non presentano
alcun soggetto di special menzio-
ne. Interessanti notizie però ci
porgono le altre, che franche, o
col privilegio dell' assegna si cele-
brano in Ascoli, in Cesena, in
Faenza, in Fermo, in Lugo, in Ra-
venna, in Viterbo, e quella cele-
FIE *45
bralissima di Senigallia o Sinigaglia,
delle quali tutte eruditamente ne trat-
ta il lodato Monti, che fu per molti
anni direttore generale delle fiere
dello stato pontificio, nel citato o-
puscolo ove discorre della utilità
delle medesime, dei privilegi ad
esse individualmente accordati dai
sommi Pontefici, del giorno e du-
rata della loro celebrazione ec. Ne
va taciuto che due altre fiere an-
cora di qualche considerazione in
addietro si facevano a Recanati,
e a Farfa; ma nella prima, per-
chè cadendo in gennaio, tempo as-
sai rigido in quel luogo, spesso ri-
coperto di neve, a poco a poco
venne a cessare il concorso de'coro-
pratori e venditori ; l'altra per es-
sere quasi distrutto il locale dove
si celebrava, si sono abbandonate
da molto tempo. Le principali fie-
re delle città e luoghi dello sta-
to ecclesiastico sono indicate a'ri-
spettivi luoghi, dal eh. Castellano
nel suo Specchio geografico, o sia
lo stato pontificio, e dal eh. Calin-
dri, nel Saggio statistico storico del
pontificio stato. Delle leggi poi ge-
nerali e parziali , regolamenti e
provvidenze sulle fiere de'dominii
della santa Sede, massime della
fiera di Sinigaglia {Vedi)s se ne
ha una raccolta in quella delle
Leggi e disposizioni di pubblica
amministrazione , riportandosi al
voi. II, pag. 61 del i834, la
riattivazione, trasferimenti , limita-
zioni e nuove concessioni di fiere
nei diversi comuni dello stato pa-
pale, concesse dal cardinal camer-
lengo, coli 'approvazione del Ponte-
fice. Monsignor Paolo Vergani com-
pilò il libro intitolato: Della im-
portanza, e dei pregi del nuovo
sistema di finanza dello stalo pon-
tificio, Roma i8i4; ed ileav. Gioac-
246 F I E
chino Mouli, Manuale di legge
organica ossia istruzione ad uso
degli impiegali delle dogane dello
stato ecclesiastico, Roma i832. Nel-
le annuali Notizie di Roma, per
ordine alfabetico sono riportate le
fiere principali dello stato ponti-
ficio.
FIESCHI. Famiglia nobilissima
ed antichissima , una delle quattri»
principali di Genova. Essa discende
secondo alcuni dalla casa ducale di
Borgogna , la quale ebbe per ceppo
la reale di Francia. Altri con Paolo
Panza, che scrisse la vita d'Inno-
cenzo IV, vogliono che tre principi
della sovrana casa di Baviera passa-
ti fossero in Italia nel cominciamen-
to del secolo XI, e che avendo avu-
ta l'incombenza di conservare il fi-
sco imperiale, furono denominati del
Fisco, Fiesco, poscia Fieschi. Uno di
essi chiamato Urea passò in Ispagna,
il secondo die 1' origine alla nobile
famiglia degli Obizi, ed il terzo no-
mato Roboaldo rimase in Italia, vi
si stabilì, e comprò dai genovesi la
contea di Lavagna negli Apennini,
ricca di miniere di lavagna nera,
donde ne trasse il nome. Roboaldo
inoltre acquistò altri stati in nume-
ro di centoquindici fra terre e ca-
stella, e con molto coraggio e va-
lore servi nel 1 060 i genovesi contro
i pisani, e nel 1068 comandando an-
cora le loro truppe in qualità di ge-
nerale, ebbe da essi particolari privi-
legi, ad altri giammai per l'addietro
concessi. Per molti secoli i signori dei
Fieschi furono non meno conti sovra-
ni di Lavagna, che signori di molti
altri feudi in Italia, mentre nel 1276
Nicolò Fieschi vendè alla repubbli-
ca di Genova cinquantuno tra ter-
re e castella. Già sino dal 1 198 i
Fieschi, che quarant'anni prima e-
rano stati investiti dall' imperatore
i i E
Federico I della contea di Lavagna,
avevano ceduto la medesima, ritenen-
done il titolo, ed ebbero in ricompen-
sa annuo pecuniario censo, franchi-
gia perpetua , ed altri privilegi e
prerogative. I Fieschi furono inol-
tre vicari perpetui dell'imperio, per
concessione di Guglielmo di Bavie-
ra conte di Olanda e re de' roma-
ni nel 1249, insieme al privilegio
di battere moneta : il Vettori nel
suo Fiorino d'oro illustralo, a pag.
261 e 263 riporta le notizie del-
le monete intagliate di Lodovico e
Luca Fieschi , conti di Lavagna ,
coli' incisioni di due monete, ove
da un lato si veggono i loro ri-
tratti col nome in giro, e nel ro-
vescio s. Leone martire sedente e
colla palma in mano, e l'aquila
parte dello stemma de' Fieschi.
Parlando il Federici nel Trat-
tato della famiglia Fiesca, a pag.
1 7 e seg., dell'arme, cognome e ci-
miero della famiglia Fiesca, dice
che ammettendosi l' origine stabile
de' cognomi ed arme gentilizie dal-
l' imperatore Federico I, secondo
il parere di alcuni, quel principe
per conoscere meglio e segnalare i
propri seguaci e fautori, dagli al-
tri a lui contrari, concesse le im-
prese gentilizie ereditarie, restando
loro ereditario anche il cognome ac-
cidentale che per lo più era per-
sonale, o preso dalle terre che si
possedevano, ec. L' imperatore a-
vendo conceduto gli stemmi con va-
ri colori o corpi d'animali, secon-
do le divise e beneplacito che cre-
deva accordare. In tal modo quelli
che non seguivano la parte impe-
riale furono in certo modo obbli-
gati ad adottare insegne stabili e
colori diversi per farsi conoscere
per guelfi seguaci del Papa, usan-
do l'aquila rossa principalmente,
FIE
mentre gì' imperiali o ghibellini
usavano per istemma l'aquila ne-
ra : questa distinzione la si ebbe
pure per le sbarre o liste, insegna
riputata dagli scrittori araldici e
dei blasoni, per la più antica, come
più semplice d'ogni altra ; la di-
stinzione consisteva, che gl'impe-
riali o ghibellini ponevano nelle
loro targhe le sbarre o liste dritte
e perpendicolari, i papalini o guel-
fi le ponevano a traverso. La fa-
miglia Fieschi usando appunto del-
l' aquila imperiale con due teste,
porta nel campo tre sbarre a tra-
verso, che in tal modo rivolse per
la ribellione dell' imperatore Fede-
rico II, contro Innocenzo IV di
loro famiglia, essendo le tre sbar-
re concesse da Federico I azzurre
in argento, come colori a lui assai
grati. Fu in questa circostanza che
il Federici opina che la famiglia
Fiesca da ghibellini si fecero capi
dei guelfi, e fa notare che i Fie-
schi ad onta dei loro nobilissimi
parentati con case sovrane , mai
variarono l'antico stemma, i colori
azzurro e bianco, ed il cimiero,
perchè questo anticamente non era
concesso usarsi per istemma che da
poche primarie famiglie. Il ramo
Fieschi de' signori di Savignone
usò sempre il gatto , ed il ramo
dei Torriglia il dragone, ambedue
animali significanti parte guelfa ,
perchè i gatti quasi cati sono sim-
bolo della casa di Baviera che in
Germania si tiene che fosse il ca-
po della fazione guelfa, e forse l'o-
rigine del nome guelfo, ed il dra-
gone fu preso particolarmente dai
Pontefici pei loro seguaci, a diffe-
renza dell'aquila imperiale. Si os-
serva inoltre dal Federici , che in
occasione di vittorie o acclamazio-
ni popolari pei Fieschi, si diceva
FJ li 247
viva il gatto, alludendo al cimiero
loro, nel quale si legge il motto :
sedens ago, simbolo della sapienza
operatrice più con l'intelletto, che
con le azioni. Sovrasta inoltre allo
stemma dei Fieschi l' insegna an-
tichissima della Chiesa romana ,
consistente nel padiglione fra due
chiavi incrociate.
Goderono i Fieschi il marescialla-
to di Francia', datogli dal res. Luigi
IX, il generalato de'milanesij illuogo-
tenentato supremo della repubblica
di Genova, il vice-regnato di Na-
poli pel re Renato d' Angiò , e la
preminenza di sedere il maggior na-
to sopra gli anziani di Genova ap-
presso il doge, per decreto di quel
senato emanato nel i438. Antonio
Fiesco figlio di Benedetto ebbe dal-
l' imperatore Carlo IV, insieme ai
suoi fratelli, il privilegio di creare
conti palatini, e di battere mone-
te, venne dichiarato consigliere per-
petuo dell'imperatore, e con fran-
chigia perpetua delle sue terre nel
1 369, concessioni che confermò poi
l' imperatore Sigismondo. Lodovico
Fiesco figlio del magnifico Antonio
fu investito dei nobilissimi feudi di
Masserano e di Crevacour, ed a-
nalogamente a quanto fu praticato
dai suoi maggiori, e confermato da
diversi imperatori, fece battere mo-
nete d'oro e d'argento e altro me-
tallo, con la di lui effigie ed iscri-
zione.
Questa illustre e celebre fami-
glia s' imparentò con molte case so-
vrane di primo rango, come colle
famiglie di Savoia, di Este, di Mon-
ferrato, Visconti, Gonzaga, Corsini,
ed altre: un ramo di questa fami-
glia è quella dei Ravaschieri. Eb-
be due Pontefici romani, molti car-
dinali di santa Chiesa, più di quat-
trocentosei tra arcivescovi, vescovi
248 FIE
e protonotari apostolici che concor-
sero al lustro di Roma e della
santa Sede; non che diversi gene-
rali e valorosi guerrieri, letterati, ed
altri di cui molti scrittori parlano
con elogio. I due Papi sono Innocen-
zo IV, e Adriano V. Sinibaldo Fie-
schi, figlio di Ugone Fiesco prefet-
to del fisco imperiale, fu da Gre-
gorio IX fatto cardinale nelP anno
1227, quindi col nome d'Inno-
cenzo IV nell'anno 1^43 fu creato
Pontefice: dotato delle più belle
virtù, fu dottissimo nella giurispru-
denza , e però chiamato padre del
diritto, e monarca delle divine ed
umane leggi. V. Innocenzo IV. Be-
nevolo coi parenti , ad ornamento
del sagro collegio vi ammise due
nipoti: nel 1244 Guglielmo Fie-
schi ( Vedi) , diacono cardinale di
s. Eustachio; e nel 1253 Ottobono
Fieschi, figlio di Tedisio, diacono
cardinale di s. Adriano, protetto-
re dell'ordine de' servi di Maria,
ed arciprete della basilica Liberia-
na; il quale per mezzo delle ar-
mi dei genovesi e dei guelfi restituì
alla libertà Tommaso Amadeo , e
Lodovico figliuoli del principe Tom-
maso Fieschi ingiustamente impri-
gionati. Dopo la legazione d'Inghil-
terra Urbano IV lo incaricò della
prefettura di Perugia, e delle circo-
stanti terre, dove pubblicò la cro-
ciata contro Manfredi , ed altri ne-
mici della Chiesa. Clemente IV lo
rispedì in Inghilterra per legato ,
colla qual dignità celebrò i concili
di Vestminster e di Nortampton ,
contro il conte di Lyncester e suoi
fautori, scomunicando Gilberto con-
te di Glocester , uno de' principali
ribelli d' Inghilterra. Sottopose la
città di Londra e i luoghi vicini
all' interdetto j ed eccitò gl'inglesi a
prendere le armi contro i saraceni,
FIE
e dopo essere stato a visitare il san-
tuario di Compostella, convocò in
Londra un copioso concilio di ve-
scovi di Scozia e d'Irlanda, ed ivi
die la croce a Odoardo ed Edmon-
do figli del re Enrico III per la
spedizione di Terra Santa, in favo-
re della quale stabilì la pace tra il
re di Sicilia Carlo I d'Angiò, e la
repubblica di Genova. Sul colle
Esquilino di Roma, e presso la ba-
silica Liberiana di s. Maria Mag-
giore, fondò un monistero di sagre
vergini dell'ordine di s. Damiano,
che dedicò all'apostolo sant'Andrea,
e dopo essere intervenuto ai sagri
comizi per Alessandro IV, Urbano
IV, Clemente IV, Gregorio X , ed
Innocenzo V, nel 1276 fu subli-
mato al pontificato, e prese il no-
me di Adriano V, in memoria del
santo cui era dedicata la sua dia-
conia. V. Adriano V.
Gli altri cardinali sono : Luca
Fieschi (Fedi), nipote di Adriano
V, da Bonifacio Vili nel 1298 crea-
to diacono cardinale di s. Maria io
Via Lata. Giovanni Fieschi (Vedi),
fatto cardinale da Gregorio XI nel
1375. Lodovico Fieschi (Vedi), dia-
cono cardinale di s. Adriano, fatto
da Urbano VI nel 1 38 1 . Giorgio
Fieschi (Vedi), promosso da Euge-
nio IV nel i439 a cardinale prete
di s. Anastasia. Nicolò Fieschi (Ve-
di), fratello di s. Caterina Fieschi
Adorno detta anche Caterinetta ,
creato prete cardinale di s. Prisca
da Alessandro VI nell'anno i5o3.
Lorenzo Fieschi (Vedi), arcivescovo
di Genova sua patria, da Clemen-
te XI nel 1706 fatto cardinale pre-
te di s. Maria della Pace. Il regnan-
te Pontefice Gregorio XVI, dopo
aver meritevolmente promosso mon-
signor Adriano Fieschi, nato in Ge-
nova de* conti di Lavagna e s. Va-
F1E
lentino, già delegato apostolico di
varie provincie pontificie, a suo
maestro di camera , e quindi alla
cospicua carica di suo maggiordo-
mo prefetto dei sagri palazzi apo-
stolici, nel concistoro dei 23 giu-
gno lo creò cardinale, e poi in
quello de' 14 settembre 1 838 Io
pubblicò, conferendogli per diaco-
nia la chiesa di santa Maria in
Portico, donde poi passò a quella
di s. Maria ad Martyres. Qui pe-
rò noteremo cbe il Federici a pag.
44 narra , che Ottobono Fieseo,
figlio di Gio. Luigi il Grande, ve-
scovo di Mondovi e prelato di gran
splendore, meritò di essere eletto
cardinale da Giulio II, per cui ri-
cevè questi i ringraziamenti dagli
ambasciatori della repubblica di
Genova; ma la morte impedì ad
Ottobono fruire della dignità car-
dinalizia. Quindi a pag. 67 parla
d'un Nicolò Fieseo detto cardinale,
conte di Lavagna, ambasciatore al
re d'Aragona nel 1827, indi al
re di Cipro, ed al re Roberto per
la pace che si conchiuse coi ghi-
bellini nel 1 33 1 . Ma cresce la gloria
di questa famiglia, coll'aver prodot-
to il beato Bonifacio Fieschi dell'or-
dine de' predicatori, morto nel 1 294,
e s. Caterina di Genova (Fedi), fi-
glia di Giacomo Fieschi già viceré
di Napoli , e di Franceschetta fi-
gliuola di Sigismondo di Negro, e
moglie di Giuliano Adorno ; non
che la beata Tommasa Fieschi, imi-
tatrice di s. Caterina , monaca do-
menicana nel monistero di s. Sil-
vestro di Genova dopo la morte
del marito, che terminò santamente
i suoi giorni nel i534- S.Caterina
lasciò due libri di Dialoghi che di-
mostrano il suo ardente amore ver-
so Dio.
In progresso di tempo i potenti
FI E *49
Fieschi unitamente ai Grimaldi, al-
tra famiglia nobilissima ed una del-
le quattro primarie di Genova, co-
me la Doria e la Spinola, si uniro-
no al partito guelfo, mentre i Do-
ria e' gli Spinola tennero le parti
de' ghibellini. La loro rivalità susci-
tò frequenti guerre nella repubblica
di Genova dall' XI secolo fino al
anno 1 54?» in cui riuscita a male
la congiura di Gio. Luigi Fieschi
conte di Lavagna (nel littorale di
Luni vi è un lungo tratto di paese
detto Fieschi , appunto perchè da
lungo tempo appartiene ai conti Fie-
schi di Lavagna) contro i Doria, fu
obbligato il ramo maggiore di essa
famiglia di abbandonare Genova e
passare in Francia, rimanendo in pa-
tria il ramo cadetto; la congiura di
Gio. Luigi tendeva a disfarsi del
celebre ammiraglio Andrea Doria, e
del suo nipote Giannettino coman-
dante le galere della flotta genove-
se, e al dire di alcuni, farsi sovra-
no di Genova, con l'espulsione o l'e-
sterminio della nobiltà, ciò che me-
glio diremo in appresso. Il Fie-
schi si co 11 ego con Pier Luigi Far-
nese duca di Parma, ed in un a
certo Gio. Battista Verrina, ed ai
suoi fratelli Ottobono e Girolamo
Fieschi, la notte del 1 gennaio i547
tentò di effettuare il suo disegno con
molti congiurati. In principio la tra-
ma ebbe buon successo, Giannetti-
no Doria fu trucidato, mentre An-
drea scampò colla fuga, entrò quin-
di il Fieschi per sorpresa nel por-
to, ma montando egli per un pon-
te angusto sul suo vascello , cadde
in mare; le armi pesanti, delle qua-
li era coperto, andare il fecero im-
mediatamente a fondo, senza che i
compagni se ne avvedessero, e restò
morto. Mancando i congiurati di
direzione e di guida, si raffredda-
%5q F1E
rono, restarono perplessi, e nel far-
si giorno si ritirarono a Montobbio
per trattare col senato, il quale in-
vece li imprigionò, e molti fece mo-
rire con differenti supplizi. Il palaz-
zo del Fi eschi fu spianato, e la sua
famiglia bandita da Genova sino al-
la quinta generazione, onde spoglia-
la de' beni si rifugiò nel detto re-
gno di Francia. Dopo cento qua-
rant'anni di esilio, ad istanza del
re Luigi XIV, nel i685 i Fieschi
ritornarono in Genova, e furono
reintegrali nelle loro possidenze già
interamente confiscate. La storia
della congiura di Fieschi è stata
scritta in italiano da Agostino Ma-
scardi, e stampata in Anversa nel
1629: il Fontenay la tradusse in
francese, e cosi fu pubblicata a Pa-
rigi nel 1639.
Il Mascardi che ha scritto la sto-
ria della Congiura de' Fieschi nel
1629, e che si mostra avverso e
sospetto al conte Gio. Luigi de'
Fieschi ( o Fiesco ) , non lascia di
riferire in onore della verità che
il Giannettino Doria era orgoglio-
so, e che nella sua naturale alte-
rezza erasi insuperbito per la glo-
ria dello zio, ne curava di acqui-
starsi colla cortesia gli animi, ne
per la ostentazione delle sue forze
la benevolenza della sua patria,
ed era perciò in odio della fazio-
ne popolare, nonché della gioven-
tù, nobile, che lo seguiva mossa
dalle illusioni di un utile che po-
teva dalla sua potenza sperare, ma
non lo amava sinceramente per le
sue maniere fastose. Ben anche col
conte Gio. Luigi usava termini con-
tumaci e alteri, da' quali questi irri-
tato volle far credere non aver bi-
sogno di lui colla compra che fece
di quattro galere dal duca di Pia-
cenza, e Culla riunione di altre forze.
FI E
Acceso sempre di ardore guelfo,
e intrepido sostenitore dell'onore e
degli interessi della Sede apostoli-
ca, mal solfriva che Andrea Doria
fosse entrato in odiose gare anche
personali col Pontefice Paolo HI,
e che in fine per vendicare le
ingiurie sue proprie si fosse teme-
rariamente impadronito delle ga-
lere del Papa, e le avesse tra-
dotte prigioniere in Genova, e seb-
bene dopo pochi giorni restituite,
non si crede che fosse sopito an-
cora l'ardore suo vendicativo, ma
vi fosse spinto da sagace intendi-
mento per non accendere una fiam-
ma che non si sarebbe per avven-
tura estinta senza lo spargimento
di gran sangue. Questi avvenimen-
ti sommariamente enunciati furono
la vera cagione della famosa con-
giura del conte Gio. Luigi de' Fie-
schi, attesoché la potenza del Do-
ria , e di suo nipote Giannettino
(poi figlio adottivo), di natura fe-
roce, faceva presagire al conte, e
ai molti suoi aderenti nobili e po-
polari un assoluto potere a danno
della patria. Rifletteva nella eleva-
tezza delle sue idee , e colla forza
dell'animo suo ardito e intrapren-
dente, che nelle città libere arreca
sovente un incredibil danno alle
cose pubbliche la maggioranza di
alcuni cittadini eminenti, quantun-
que virtuosi e discreti. Non sem-
bra dunque, al dire dello stesso
Mascardi, che il conte di Lavagna
volesse farsi sovrano di Genova col-
la espulsione o l' esterminio della
nobiltà, anzi desideroso di restitui-
re alla repubblica l'antica libertà
e l'usata dolcezza del suo governo,
esclamava nel cimento: o capitano
o soldato che mi vogliale per la
mia parte vi seguo se mi precor-
rete, seguitemi se vi precorro.
^ F1E
Prima di questo tempo i due fratelli
Ibleto e Giovanni Fieschi ebbero nel
secolo XV molta parte nelle guerre
civili tra gli Adorni ed i Fregosi, mas-
sime sotto Paolo Fregoso arcivescovo
e doge di Genova, in pareccbie ripre-
se dal 1462 al 1468, il quale es-
sendo stato creato cardinale da Si-
sto IV, lo costrinsero poscia di ri-
nunziare al potere, e di ritirarsi in
Roma. Va pure qui notato che ai
24 novembre 1 658 la famiglia Fie-
schi donò alla santa Sede il prin-
cipato di Masserano, ed il marche-
sato di Crevacour, ciò che ricevette
Alessandro VII col disposto della
costituzione Cum sicut, che si legge
nel Bull. Rom. tom. VI, par. Y, p. 1.
Abbiamo un Flavio Fieschi nato
in Cosenza, della famiglia oriunda
da Genova, che fiori circa il X\ li
secolo, il quale scrisse diverse opere
riportate in buona parte da Miche-
le Giustiniani negli Scrittori liguri.
Federico Federici ci ha dato la Ge-
nealogia o Trattalo della famiglia
Fiesca, stampato in Genova per
Giovanni Malia Faroni. Pompi-
lio Totti, nel Ritratto di Roma mo-
derna, p. 228, dice che il palaz-
zo del duca di Sora nipote di
Gregorio XIII, che diede il nome
alla piazza presso di quella a s. Ma-
ria in Vallicella, era dei Fieschi con-
ti di Lavagna, del quale scrisse l'Al-
bertino: » Et domus cum Turri de
» Flisco, apud Puteum Album ,
« quam Urbanus Lavaniae comes
» fundavit, postremo vero a >ico-
« lao Lavaniae coruite card, de Fli-
» sco ampliata est, ac variis pictu-
» vis decorata". 11 citato Federici
dà per fondatore di questo gran
palazzo, il celebre cardinal Nicolò
Fiesco, che morendo nel i524 Io
lasciò alla sua famiglia vincolato
per fidecomoiesso perpetuo.
FIE a5i
FIESCHI Sinibìldo, Cardinale.
F. Iwocenzo IV, Papa.
FIESCHI Guglielmo, Cardinale.
Guglielmo Fieschi , genovese dei
conti di Lavagna, nipote di Inno-
cenzo IV, dal quale a' 28 maggio
1244 fa creato in Roma cardina-
le dell'ordine de' diaconi, ed ebbe
la diaconia di s. Eustachio. Sos-
tenne la legazione della provin-
cia del Patrimonio, di Bologna, e
anche del regno di Sicilia per af-
frontare il tiranno ^Manfredi, che
volea usurparsi il possesso. In que-
sto iucontro ebbe ordine di pas-
sare nella Puglia seguito da una
forte armata, e di prendere a no-
me della Chiesa , se la necessità
lo domandasse , alcune somme a
titolo di prestito; cosi pure di pre-
valersi delle rendite di quelle chie-
se che fossero vacanti, ovvero i cui
rettori si fossero rifiutati dal pre-
stargli omaggio ; di togliere i bene-
fizi a quegli ecclesiastici, e i fondi
delle chiese posseduti in enfiteusi
a quei laici, che avessero favorite
le azioni del Manfredi. Ma il tiran-
no sbaragliato l'esercito pontificio
e occupata Foggia, costrinse il car-
dinale a ritirarsi precipitosamente
in Napoli. Uno scrittore anonimo,
che fa menzione delle di lui lega-
zioni, dice che il cardinale se ne
abusasse della sua autorità ; ma sif-
fatta testimonianza è verosimilmen-
te riguardata falsa. Fu il Fieschi
protettore de' servi di Maria , dei
romitani di s. Agostino, i quali ri-
chiamò anche ad una regola mi-
gliore di vita. Accompagnò il Pon-
tefice nel viaggio di Francia, e vi-
sitò in di lui compagnia s. Chiara
ormai prossima alla morte. Fon-
dò in Lavagna un monistero pel-
le monache, ed uno pei frati di s.
Francesco . Morì in Roma nel
252 FIE
,1256., e fu sepolto nella patriarca-
le basilica di s. Lorenzo fuoi«i delle
mura, in un monumento antichissi-
mo al manco lato della porta mag-
giore.
FIESCHI Ottobono, Cardinale.
V. Adriano V, Papa.
FIESCHI Luca, Cardinale. Lu-
ca Fieschi, genovese , de' conti di
Lavagna, nipote di Adriano V, nel
dicembre 1 2g5 fu creato cardinal
diacono di s. Maria in Via Lata da
Bonifacio Vili. Fu il solo de' por-
porati che nella prigionia di quel
Pontefice , eccitasse il popolo di A-
nagni alle armi per liberarlo dal
francese Nogaret, e da' Colonnesi.
Ebbe da Clemente V la commissio-
ne di recarsi presso l'imperatore En-
rico VII, col carattere di legato a
latere, assieme con altri quattro
cardinali : assisti in Roma alla di lui
coronazione, e lo segui nel suo viag-
gio d'Italia per mantenere quei sen-
timenti di pace che avea concepiti
pel Pontefice. Sostenne ancora con
merito illustre parecchie altre lega-
zioni, e specialmente presso i re di
Francia e d'Inghilterra, come anche
in Iscozia ed Irlanda per tranquilla-
re la ribellione insorta per causa
di Roberto Brusio, che scosso il gio-
go di Odoardo I, avea invaso quei
regni. Ritornato in Italia s'impiegò
a ristabilire la pace tra l'Inghilter-
ra e la Sicilia. Die in prestito alle
repubblica di Genova una conside-
rabile somma di danaro, e ne ri-
cevè per cauzione un catino d' me-
sti mabil prezzo, che fu poi ricupe-
rato, pagando la repubblica i frutti
del danaro al cardinale. Nel suo
testamento lasciò sue eredi le pie
istituzioni, parte però in Genova, e
parte nella sua contea di Lavagna.
Lasciò anche una somma per la
fondazione di una chiesa in onore
FIE
di Maria Vergine, con una colle-
giata di dodici canonici, un decano,
otto cappellani, e quattro cherici,
pei quali tutti vi stabilì una pin-
que rendita. Benedetto XII gli con-
ferì l' arcidiaconato della chiesa di
Costanza. Morì in Avignone nel
i336. Le sue spoglie mortali fu-
rono portate a Genova, e deposte
nella chiesa di s. Lorenzo con un
magnifico mausoleo.
FIESCHI Giovanni, Cardinale.
Giovanni Fieschi, patrizio genovese,
uomo di singolare ingegno e di ge-
nio marziale , ottenne nel 1 348 il
vescovato di Vercelli ; ma quel di
Milano colle sue milizie volendo
invadere i diritti della sua chiesa,
egli marciò contro di essi alla te-
sta di numerose armate, e ripor-
tò replicate vittorie. Urbano VI,
circa il 1 379, lo creò prete car-
dinale della S. R. C. Ebbe però
nel suo vescovato molte inimicizie
per parte de' principi da lui qual-
che volta eziandio molestati, e
quindi va notato che già Urbano
V gli avea proibito di guerreg-
giare contro il marchese di Monfer-
rato. Proteggeva ancora Barnabò
Visconti, e perciò prima di tal Pon-
tefice il predecessore Innocenzo VI
vietò assolutamente a' di lui dioce-
sani di aiutare quel principe, il qua-
le assediava alcuni castelli della san-
ta Sede. Della sua potenza, quan-
do ancora era vescovo, abbiamo
un monumento di Gregorio XI,
il quale gli scrisse una lettera in
cui lo invitava a prestar l'opera
sua ad un ragguardevol soggetto,
da lui spedito in quei luoghi pe-
gl' interessi della Chiesa, e insieme
lo commendava per tutte le sue
imprese e specialmente per la vit-
toria riportata sopra i nemici del-
la chiesa presso s. Germano. Gl'in-
F1E
timava però, sotto pena di scomu-
nica, di sciogliere qualunque con-
federazione che avesse contro il se-
nato di Genova. Fu carcerato da
quei di Vercelli per un anno cir-
ca, e posto in libertà soltanto per
le istanze del sommo Pontefice.
Compì la sua carriera mortale nel
i384.
F1ESCHI Lodovico , Cardinale.
Lodovico Fieschi , della principesca
famiglia di Genova, uditore di ro-
ta, nel i384 ebbe da Urbano \I
il vescovato di Vercelli , e poco
dopo nel mese di dicembre la sa-
gra porpora cardinalizia colla dia-
conia di s. Adriano , ritenendo
l'amministrazione del vescovato a
beneplacito apostolico. Liberò quel
Pontefice dall' assedio di Nocera
de' Pagani, e col mezzo di Jacopo
Fieschi, arcivescovo di Genova, lo
fece trasportare in quella città, ac-
compagnato da dieci galere. Fu di-
chiarato da Bonifacio IX presi-
dente della provincia di Marittima
e Campagna , e in questa occasione
tolse Anagni ai scismatici. Fu pro-
mosso da Giovanni XXUI all' arci-
vescovado di Carpentrasso , e im-
piegato nella legazioni di Ravenna,
Bologna e Ferrara. Ci duole poi
il dover ricordare , che un uomo
tanto benemerito della santa Se-
de , mentre era legato in Genova
abbia per un tempo aderito co'suoi
concittadini all' antipapa Benedetto
XIII per le insinuazioni degli am-
basciatori francesi. Però nel conci-
lio di Pisa ebbe luogo tra i le-
gittimi cardinali, quantunque In-
nocenzo VII lo avesse prima spo-
gliato di quella dignità. Si tro-
vò presente anche al concilio di Co-
stanza, e fu anzi nel novero degli
elettori di Martino V. Fu incarica-
to da questo Papa della legazione
FIE 2j3
a Carlo VI re di Francia, di quel-
la di Napoli e di Sicilia, con amplis-
sime facoltà per restituire il buon
ordine. Nel 1421 si fece oblato di
s. Benedetto, e non molto dopo eb-
be la legazione alla repubblica di
Genova. Accadde la di lui morte in
Boma l'anno i4"23, e fu sepolto
nella metropolitana di Genova.
FIESCHI Giorgio, Cardinale.
Giorgio Fieschi, genovese, nel 1 433
era vescovo di Mariana nella Cor-
sica. Tre anni dopo fu traslatato
alla chiesa di Genova, e ad istan-
za di Tommaso Fregoso , doge di
quella repubblica, a' 18 dicembre
1439 fu da Eugenio IV creato prete
cardinale di s. Anastasia, e legato
nella Liguria. Nel 1 4-53 senza es-
sere decano del sagro collegio eb-
be il vescovato di Ostia e Velie-
tri , e qualche anno prima le chie-
se di Noli e di Albenga, ma soltan-
to come commenda. Mancò a' vi-
vi in Boma agli 1 1 ottobre nel
1 4-6 1 , e fu trasportato il suo ca-
davere e seppellito nella cattedra-
le di Genova, nella sua cappella di
s\ Giorgio, con magnifico mausoleo.
Va notato, che il Federici nel Trat-
tato della famiglia Fiesca, lo dice
decano del sagro collegio, ma fu
corretto da Cardella nel tom. Ili,
pag. 7 5 delle Memorie istoriche dei
cardinali.
FIESCHI Nicolò, Cardinale. Ni-
colò Fieschi, di Genova, fratello di
s. Caterina Fieschi, uomo d' insi-
gne pietà e di profondo sapere, fu
spedito dalla sua repubblica amba-
sciatore al re di Francia. Nel i49°
avea già ricevuta la chiesa di Agde;
ma nel 1496 venne trasferito al
vescovado di Frejus, per istanza
di quel principe , il quale avea
conceputa per lui un' altissima sti-
ma, e gli ottenne ancora nel i5o3
254 l^1^
a'3o maggio da Alessandro VI, di
essere dichiarato cardinale dell'or-
dine de'preti, con il titolo cardi-
nalizio di santa Prisca. Alessandro
VI accordandogli questa eminente
dignità , lo stabilì eziandio legato
presso di Francesco I e della re-
pubblica di Genova. Non deve ta-
cersi che il Federici dichiara che
questo cardinale ebbe il titolo di
s. Nicolò tra le Immagini. Ebbe
in seguito da Giulio II l' abbazia
di Grandemont coli' arcivescova-
do di Ambrun ; e nell'anno i5i6,
da Leone X, il governo della chie-
sa di Umbriatico, nel regno di Na-
poli; ma dopo averla ritenuta per
pochi giorni , la rinunziò con re-
gresso giusta l' abuso di quei tem-
pi. Allora fu eletto arcivescovo di
Ravenna, dove accrebbe il numero
de' canonici , che furono poi sop-
pressi dal cardinal Pietro Aldobran-
dini ; e due anni dopo venne tra-
sferito alla chiesa di Tolone. Trat-
tandosi della canonizzazione di s.
Francesco di Paola, il cardinal Nico-
lò fu uno dei delegati ad istituirne
la causa ed esaminarne il processo;
e in quest' occasione per difendere
i diritti della Chiesa, non dubitò
d' incorrere la disapprovazione ed
anche lo sdegno d' alcuni personag-
gi d' alta importanza. Pochi mesi
prima della sua morte , dimise il
primo titolo cardinalizio, e assun-
se il governo delle chiese di Ostia
e Vellelri; nel i524, a' i4 di giu-
gno , lasciò questo misero esilio, pian-
to da ciascuno de' suoi. Era egli d'in-
tegerrimo carattere , e narrasi che
nel conclave di Leone X, consiglia-
to a guadagnarsi col danaro i pocbi
voti che gli mancavano per essere
sommo Pontefice, rigettasse da sé
con fiera indignazione coloro, che
tentavano il suo candore. Parlava
FIE
sempre il linguaggio della verità ,
anche alla presenza de' grandi, sen-
za timore di sorta ; e dove si trat-
tava di difendere qualche innocen-
te oppresso, egli non da vasi quiete
fino che la causa giusta non avesse
appagati i suoi diritti . Sì dice an-
cora, che si opponesse alla elezione
di Giulio II, perchè lo vedea trop-
po inclinato alla guerra. Spiegò poi
molto zelo ancora nel regime spi-
rituale delle sue chiese, ed anzi in
Frejus avea celebrato un sinodo per
la riforma dell'ecclesiastica discipli-
na. Le di lui spoglie mortali fu-
ron deposte in Roma nella chiesa
di s. Maria del Popolo.
FIESCHI Lorenzo , Cardinale.
Lorenzo Fieschi, della nobilissima
famiglia di Genova , ebbe i natali
nel 1642. Chiamato a Roma dal
cardinal Franzoni suo congiunto,
venne impiegato nella vicelegazione
di Urbino , e per lo spazio di circa
vent'anni, nei governi delle prin-
cipali città dello stato ecclesiasti-
co. Ebbe anche la carica di se-
gretario della congregazione de'riti,
e nel 1690 fu assunto in un alla
vicelegazione ed all' arcivescovato
di Avignone, dove fondò provvi-
damente il seminario. Clemente XI
poi nel 1704 lo inviò nunzio stra-
ordinario presso del re cristianissi-
mo Luigi XIV, per conciliare la
pace tra i sovrani di Europa nella
guerra della successione di Spagna,
e l'anno dopo lo trasferì alla chie-
sa di Genova, e nel concistoro dei
17 maggio 1706 lo creò prete car-
dinale di s. Maria della Pace. Go-
vernò la sua diocesi santamente pel
corso di quattro lustri, ed ivi pure
nell'età di ottantaquattro anni com-
pì il corso dei giorni suoi nel primo
maggio 1726. Ebbe sepolcro in
quella metropolitana , nella cappella
FI E
di s. Giorgio, nella tomba della sua
famiglia.
FIESOLE (Fesulan). Città ve-
scovile nel gran ducato di Tosca-
na, tre miglia circa distante da Fi-
renze, la qual metropoli , secondo
la più probabile opinione, avva-
lorata assai da quei versi di Dan-
te nel e. XV dell'Inferno : « Ma quel-
l'ingrato popolo maligno ", nacque
da Fiesole, e certamente Firenze si
ingrandì dopo la distruzione di Fie-
sole, ora appena borgo con seggio
episcopale. Fiesole, città antichissi-
ma, chiamata Fesulae o Fesula ed
anche Feslolae, come è scritto in
un diploma di Carlo Riagno che
sembra dell'anno 774, e nel libro
Comnientariornm Cyriaci Anconi-
tani nova fragtnenta, Pisauri 1763,
fu una delle dodici città principali
degli etruschi. È certo che Fiesole
fu una nobilissima città etnisca ,
ma non è egualmente certo che
fosse una delle dodici città etni-
sche, cioè principali o capitali; e
se Io afferma l'Ammirato, Biondo,
Flavio, il Demstero ed altri, lo ne-
ga il Cellurio sulla fede de' più an-
tichi autori, ed il Cluverio, ed al-
tri. Si sa essere stata già notata la
differenza di città etnisca, da città
delle dodici etrusche. Le sue mu-
ra, come si può rilevare da pochi
resti, furono costruite senza cemen-
to , di macigni cioè sovrapposti l'un
l'altro, come le etrusche costruzio-
• ni dette ciclopediche. E situata in
luogo elevato, che domina tutta
Firenze, ed il corso del fiume Ar-
no; facendo testimonianza degli an-
tichi suoi pregi le camere sotter-
ranee credute avanzi delle terme,
o dell'anfiteatro, l'Ipogeo, o cimi-
tero, l'avanzo di un acquedotto, e
le medaglie o monete consolari ro-
mane da ultimo rinvenute. Nella
F I E 1 *) T
sua piazza è il seminario, e Tesi-
si ente cattedrale si riconosce opera
de' bassi tempi ; ma laddove tra-
ghettasi su di un bel ponte d'una
sola arcata il torrente Mugnone ,
vedesi la badia, che fu il duomo
primitivo, posseduto poscia dai ca-
nonici lateranensi, avendovi il vec-
chio Cosimo nel i4^6 fatto erige-
re la grandiosa chiesa ceduta sotto
il granduca Leopoldo all' arcivesco-
vo di Fùenze, mentre co' suoi co-
dici e preziosi manoscritti venne
arricchita la biblioteca Mediceo-
Laurenziana. Vi è tuttora la chie-
sa, ed il soppresso convento di s.
Domenico, ricco di pregevoli affre-
schi, e gli avanzi della rocca fieso-
lana sono abitati dai minori rifor-
mati.
Ma di questa celebre abbazia ,
ci permetteremo un più dettaglia-
to cenno, come quella che primeg-
gia per la sua magnificenza in Fie-
sole, come pei grandi uomini che
l'abitarono, fra' quali Gio. Pico del-
la Mirandola. L' edifìcio maestosa-
mente s'innalza sulla volta di una
collina, che sovrasta a Firenze, oc-
cupando il luogo dell'antica catte-
drale della città, la quale nel 1028
il vescovo Jacopo Bavaro di là tras-
portò sulla cima del monte, e ad
essa sostituì i monaci benedettini,
cambiando la denominazione de'ss.
Pietro e Romolo, in quella dei ss.
Romolo e Bartolomeo. I più no-
bili cittadini di Firenze contribui-
rono al ben essere del monistero.
Di poi essendosi ne' monaci intie-
pidito l'antico spirito religioso, ven-
nero nel 1 4^9 l'inaossi da Euge-
nio IV, che nell'anno seguente vi
sostituì i canonici regolari latera-
nensi. Allora fu che Cosimo de' Me-
dici il Vecchio per l'amore che por-
lava a don Timoteo da Verona, ca-
2)6
FIE
• ionico (li tal congregazione ed ec-
cellente predicatore , rifabbricò la
chiesa e il monistcro coli' opera del
celebre Brtinellesco, cotanto lodata
dal Vasari, il quale asserisce che
Cosimo vi spendesse centomila scu-
di. Indi il pio signore donò al mo-
nistero molte possessioni, e lo ar-
ricchì di scelta biblioteca di cento-
novantasei codici. Jn progresso di
tempo il monistero decadde, e nel
1778 fu disciolta l'abbazia, e data
per uso di villa agli arcivescovi di
Firenze, trasportandosi i manoscrit-
ti alla nominala Laurenziana di
Firenze. Ma nel 18 io gli invasori
francesi la spogliarono d'ogni mo-
bile; se non che nel 18 15 mi-
gliorò condizione per disposizioni
governative; fu arricchita delle ac-
que di cui penuriava, e fu ornata
di deliziosi giardini; mentre il cav.
Inghirami, chiaro per le sue opere,
per istampare le sue produzioni
vi aggiunse una tipografìa e cal-
cografia da lui diretta, e tanto me-
ritamente conosciuta sotto il nome
di Poligrafia Fiesolana.
Oggi però Fiesole può dirsi ap-
pena un villaggio, uè vi è che un
podestà minore suburbano, un gon-
faloniere, e la cancelleria commu-
tativa: sempre però è ragguarde-
vole per l'amenità de* ridenti din-
torni che vi abbelliscono la colli-
na ov' è posta. Fra le molte ville
si rimarcano il Poggio Gherardo ,
come il recesso ove il Boccaccio
trasse a novelleggiare; l'antica villa
reale di Careggi o Campo Regio,
oggi villa Orsi, tomba di Lorenzo
il Magnifico, e culla dell'antica ac-
cademia Platonica fondata da Mar-
silio Ficino, e trasportata poi nella
villa Mozzi, ove si doveva eseguire
il primo tentativo della congiura
de' Pazzi : ambedue costruite con
FIE
architettura di Michelozzo, cioè la
prima per ordine di Cosimo I Pa-
dre della patria, la seconda pel fi-
glio di questi Giovanni de' Medi-
ci . IVatolino regia villa eretta dal
granduca Francesco I, era singolare
pei magnifici giuochi idraulici, al-
trove dopo tale esempio imitati : al
presente è quasi abbandonata, ed
il palazzo, disegno del Buontalenti,
fu da molto tempo demolito: no-
teremo però che Pralolino sebbe-
ne da molti odierni geografi è po-
sto nelle adiacenze di Fiesole, in
fatto non sussiste. La villa de' Me-
dici conserva la memoria di quelle
di Pico, di Poliziano, e di tanti altri
letterati attirativi dalla sovrana mu-
nificenza. Va rammentata la bella
chiesa e la bella villa di s. Ansa-
no, giù per il monte di Fiesole, a
destra di chi vi sale venendo da
Firenze. Quell'oratorio e quella vil-
la furono elegantemente ripristina-
te dal celebre canonico Angelo M.
Mandi ni fìesolano. L'amenità del si-
to, l'adiacente giardino, le elegan-
tissime iscrizioni greche e latine, e
più tante opere di Luca della Rob-
bia, e di altri sommi artisti in pla-
stica, in scoltura, in pittura, e in
disegno che ivi si trovano per spe-
sa, opera e diligenza del sullodato
canonico, richiedono che sia visi-
tato dai dotti e dai dilettanti quel
luogo, che ora per disposizione del
medesimo Bandini è abitazione e
prebenda d' un canonico della fie-
solana cattedrale. V. Moisii Tra-
montani, Descriptio ecclesiae et vil-
la e s. Ansani prope Fesulas, Ve-
netiis, 1798. Dopo il ponte alla
Badia, degli avanzi di un antico for-
te si è formato il gran palazzo Sal-
viati poi Borghese, e non lungi è
il villaggio di Lastra, ove Dante ,
ed altri due mila esuli bianchi
FIE
mossero con aguato nel i3o4 per
sorprendere la capitale. E nella
contrada di s. Donato in Polvero-
sa, nel i 187 tuonò la voce di Ghe-
rardo arcivescovo di Ravennaj le-
gato del Pontefice Clemente III ,
che eccitò i toscani ad arrollarsi
alla seconda crociata di Palestina.
Fiesole dicesi edificata dai lidii
condotti da Tirreno verso l' anno
2o5o avanti Gesù. Cristo. Quindi
divenne il centro della dottrina au-
gurale degli etruschi, il perchè Ro-
ma v' inviava gli alunni ad appren-
dere i misteriosi riti. Il sedizioso
Catilina quando vide le sue con-
giure scoperte e sventate, elesse
questo luogo per suo ritiro , né
mancò di darvi sino agli estremi
le prove del più disperato corag-
gio. Ben più gloriosa però è la ri-
membranza della vittoria compiuta,
che Stilicone supremo comandante
degli eserciti dell' imperatore Ono-
rio, opportunamente secondato dai
fìesolani, in ottobre dell'anno 4o5,
seppe ottenere col rinchiudere fra
le gole di quei monti un esercito
di cento mila goti, dove vennero
sconfitti , ed il loro capo Radaga-
sio ucciso. Fiesole aveva un tempo
devastata la città di Firenze; ma i
fiorentini alla loro volta atterraro-
no la città di Fiesole nel 11 io,
traendo i fìesolani ad abitar Firen-
ze, ed incorporandoli cosi alla loro
repubblica. Altri registrano la presa
e distruzione di Fiesole operata dai
fiorentini all'anno 1 1 25, e d'allo-
ra in poi i suoi abitatori, quasi in-
teramente nella nuova città domi-
natrice trasferitisi, con quei citta-
dini si confusero.
Che Fiesole aveva un tempo de-
vastato Firenze, si asserisce pure da
Bartolomeo Cerretani nella sua sto-
ria fiorentina mss., tultavolta sem-
VOL. xxiv.
FIE 257
bra più certo il dirsi che Fiesole
un tempo molestasse e inquietasse
Firenze. E impossibile poi il de-
terminare quando furono vinti i
fìesolani, e trasportati in Firenze.
I critici dicono essere una follia
l'asserzione del Malaspina , mentre
che risulta da Giovanni Villani nel-
la sua cronaca lib. IV, e da cento
altri, che ripeterono le sue paro-
le, cioè che nel 6 luglio del 410
i fiorentini entrarono in Fiesole per
sorpresa col pretesto di andarvi alla
festa di s. Romolo , e che ne di-
strussero la città, senza però poter-
ne prendere la rocca. Si ha inoltre
che nel 1028, come si rileva da car-
ta di Jacopo Bavaro vescovo e signo-
re di Fiesole, riportata dall' UghelJi,
Fiesole era tuttavia in essere ed in
fiore. Uopo è pertanto credere al
Lami che nell'VlII delle sue lezio-
ni, Dell'antichità toscane, e prima
in una sua lettera al dottor Pietro
Foggini, inserita nelle sue Novelle
letterarie tom. VIII, dimostra che
quantunque vi fossero da lungo
tempo nimicizie tra Firenze e Fie-
sole , e fosse anche dai fiorentini
assalita Fiesole nel 11 25, e sman-
tellate le mura e la fortezza, e ro-
vinata qualche casa, pure i fìesola-
ni rimasero allora nella loro città
come prima, cosicché non mai fu-
rono trasportati in Firenze i fìeso-
lani , ma incominciarono da quel-
l'epoca i più ricchi a scendere volon-
tariamente in Firenze, e così a poco a
poco abbandonata Fiesole nel secolo
XIV, dopo la ritirata del vescovo
stesso, si vede quella città distrutta
e desolata, quasi com' è in oggi.
Nella storia degli ordini religiosi
è nota la congregazione di Fiesole,
eh era un corpo di frati mendi-
canti ed eremiti di s. Girolamo, per-
ciò detta de' gerolamiti o Giro-
'7
a 78 F I e
lamini (Fedi), ed istituita dal bea*
to Carlo dei conti Guidi di Monte
Granelli di Bagno, nella Romagna
toscana, che ritirassi in una solitudi-
ne nel mezzo de'monli fiesolani verso
l'anno i386 con alcune altre per-
sone divote, che cominciarono sotto
Ja sua direzione quest'ordine, per
cui in seguito questo monistero fu
dichiarato capo dell'ordine e resi-
denza del generale , finché restò
soppresso nel 1668 da Clemente IX.
Le reliquie del corpo del fondatore,
morto in Venezia nel i4'7> furo-
no trasferite nel convento di Fie-
sole, ma dopo la soppressione del-
l'ordine Tennero trasportate a Fi-
renze, e riposano venerate nella ce-
lebre compagnia detta la Buca di
s. Girolamo. Il monistero di Fie-
sole servi poi coi beni per fondare
un' abbazia che soleva conferirsi ad
un prelato toscano. Questa abbazia
o piuttosto commenda abbaziale si
estinse coli' ultimo commendatario
conte abbate Pietro Bardi; e dai
suoi eredi fu venduto il luogo al
cav. priore Leopoldo Ricasoli che
lo possiede tuttora avendolo restau-
rato insieme colla chiesa, della qua-
le egli ha accresciuto le varie pit-
ture che l'adornano col quadro di
s. Girolamo, opera bellissima del
celebre professore Sabatelli. Il cav.
Angelo Maria Bandini nelle sue Let-
tere stampate in Firenze nel 1776,
nella XII ricerca ed illustra l' an-
tica e moderna situazione della cit-
tà di Fiesole e suoi contorni. 11
regnante granduca con moto-pro-
prio de' 3o novembre 1 838 reinte-
grò Fiesole nelle sue antiche pre-
rogative di città nobile; quindi è
che si concede il sovrano diploma
di nobiltà.
La fede fu predicata in Fiesole
da s. Romolo che vi fu spedito dal
FI E
principe dt^gli apostoli s. Pietro di
cui era discepolo, per cui ne di-
venne il primo vescovo e il pro-
tettore della città. Che s. Romolo
sia stato vescovo di Fiesole non
vi ha chi lo neghi, ma ch'ei fosse
discepolo di s. Pietro, e da lui in-
viato a predicare ai fiesolani, quan-
tunque sia asserito dal Villani, ed
anche da s. Antouino, e nel mar-
tirologio romano, è però asseveran-
temente impugnato dai dotti con-
tinuatori degli atti de' santi del
Bollando, dal p. Matnachi, dal Fog-
gini, dal Biancucci, dal Lami. Ed
è da notarsi che nella diocesi ili
Fiesole soltanto si leggono le lezio-
ni e l'orazione propria di s. Ro-
molo, mentre in tutte le altre dio-
cesi , anche in quella di Firenze,
della quale si vuole pure da alcu-
ni che fosse vescovo lo stesso san
Romolo, tutto l'uffizio è del comu-
ne. Cosicché né può asserirsi che
Fiesole abbracciasse la fede fin dal
primo secolo della Chiesa, né che
s. Romolo ne fosse il suo primo
vescovo. Onde sembra più plausi-
bile il parere di quelli, che al ter-
zo o al quinto secolo attribuiscono
1' origine della sede vescovile di Fie-
sole, tanto più perchè non si rin-
vengono sino al sesto secolo i suoi
vescovi. Infatti solo dopo s. Romo-
lo si trova nominato nell'anno 536
Rustico, che fu legato del Pontefi-
ce s. Agapito I al concilio di Co-
stantinopoli , contro il patriarca
Anastasio che negava due nature
in Gesù Cristo. San Lato fu vesco-
vo l'anno 570; poi è nominato san
Alessandro, che ottenne da Autari
re de' longobardi grandi privilegi
per la sua chiesa. San Romano go-
vernò questa chiesa dal 582 al 590;
Teobaldo fu vescovo nel 7 1 5 , il
quale fu eletto arbitro, e compar-
FJE
ve almeno come testimonio in una
causa vertente tra i vescovi sanese
ed aretino; Donato scozzese di na-
scita, fu vescovo nell' 816, cui suc-
cessero prelati, molti dei quali per
pietà e dottrina distinti , registrati
dall' Ughelli, Italia sacra tom. Ili,
pag. 2 i o e seg.
Non tale però fu quel Regem-
baldo, delle cui sregolatezze ci par-
la s. Pier Damiano nell'opuscolo,
Gratissimus, c/i8, scritto nel io5i,
e neppure il vescovo Rinieri dila-
pidatore della sua chiesa, e de'suoi
Leni, terre e feudi che abbando-
nò in mano de' laici, onde Onorio
III nel 12 18 vi prese severa prov-
videnza, ed alla morte dell' inde-
gno pastore, gli die invece l'otti-
mo Ildebrando da Lucca, il quale
dovette lottare coi polenti usur-
patori dei beni, come protetti dal
comune di Firenze. Mentre n'era
vescovo Ildebrando da Lucca , il
Pontefice Gregorio IX nel 1228
concesse ai vescovi di Fiesole la
chiesa di s. Maria in Campo in
Firenze; nel qual recinto dipoi
Urbano VIII permise ad essi di
esercitarvi ogni atto giurisdiziona-
le , come si fossero nella propria
diocesi. Il gesuita p. Richa nelle
Notìzie ìstoriehe delle chiese fio-
rentine, nel tomo VII, pag. 171
e 177 tratta della chiesa di s.
Maria in Campo, che vuoisi fab-
bricata circa l'anno mille; ed ag-
giunge che Gregorio IX obbligò
il comune di Firenze di fabbri-
care accanto a s. Maria in Campo
il palazzo per l'abitazione de'vescovi
di Fiesole, i quali poi nel 1259
ebbero da Alessandro IV il pri-
vilegio di tenere ivi la curia e
il tribunale per le cose di loro
diocesi ; che fu già parrocchia con
rcttoie. e prebenda di un canonicato
F I E 2 59
che Giulio li die in commenda al car-
dinal Arcimboldo amministratore di
Fiesole. Descrivendo poi la chiesa dice
che ha cinque cappelle compreso
l'altare maggiore, ov' è il quadro
dell'Assunzione di Maria Vergine.
Nella cappella dedicata alla sua
Natività si venera il corpo di san
Giulio senatore romano, rinvenuto
nel cimiterio di Calepodio, e da
Urbano VIII donato al vescovo Lo-
renzo della Robbia suo affine. Fi-
nalmente il padre Richa riporta le
iscrizioni de' monumenti sepolcrali,
che sono nella chiesa, e le pon-
tificie bolle riguardanti la mede-
sima e i vescovi di Fiesole.
Innocenzo VI nel i352, o come
altri dicono Clemente VI nel 1 349
fece vescovo di Fiesole sani' An-
drea Corsini carmelitano , morto
a' 6 gennaio 1 3 7 4'- il suo corpo
fu trasportato nell' anno seguente
dalla cattedrale di Fiesole , alla
chiesa del suo ordine in Firenze,
ove nel i683 fu trovato incor-
rotto . Gli successe nel vescovato
il di lui fratello Neri Corsini, che
per le sue virtù meri tossi il titolo
di beato, morendo santamente nel
1377 a' i4 novembre. Nel 1389
divenne vescovo di Fiesole fr. Gia-
como Altoviti domenicano, insigne
teologo. Indi lo fu il bealo Luca
Mansoli vicario generale degli umi-
liati, creato cardinale nel 1408 da
Gregorio XI I, morto a' ^settem-
bre 1 4 1 1 • Alessandro V vi pre-
pose ad amministratore il cardinal
Antonio Gaetani patriarca d'Aqui-
leia. Sotto il suo successore Lindo
de Guidotli, Martino V romano
Pontefice eresse Firenze in metro-
poli, e tra i vescovati suffragane!
vi dichiarò questo di Fiesole, ch'era
allora immediatamente soggetto alla
cauta Sede, e tuttora e sulfracaneo
260 FIE
di Firenze. Dopo la morte del
vescovo fi*. Guglielmo Becchio, ge-
nerale dottissimo degli agostiniani,
nel 1480 fu fatto amministratore
il cardinal Giovanni Arcimboldi
arcivescovo di Milano, che rinun-
ziò nell'anno seguente in favore
di Roberto Folcili, il quale nella
cattedrale eresse una cappella in
onore del Corpo di Cristo, e nel
i5o4 ebbe a successore il nipote
Guglielmo Folchi. A fr. Angelo de
Cattanei da Diacceto, nel 1570 gli
successe il nipote Francesco, che
pose le venerande ossa di s. Ales-
sandro vescovo in urna marmorea,
e quelle di s. Romolo in più. de-
cente ed ornalo luogo , ed in s.
Maria in Campo restaurò la cap-
pella di s. Giacomo ; fece di nuovo
il monastero delle monache, e l'o-
spedale pei poveri infermi. Barto-
lomeo Lanfredini fu fatto vescovo
nel i6o5, ed essendo assai caro
alla casa Medici congiunse in ma-
trimonio Cosimo II con Madda-
lena d'Austria, e nel 16 14 fu
sepolto in s. Maria in Campo ,
nella qual chiesa fu pure nel i633
tumulato il vescovo Tommaso Xi-
menes originario di Lisbona. Ur-
bano Vili nel 1634 trasportò dalla
sede di Cortona a questa di Fie-
sole il suo parente Lorenzo Rob-
bia, che morì nel i645 e fu se-
polto in s. Maria in Campo ; sotto
questo vescovo Urbano Vili ac-
cordò al vescovo di Fiesole, nella
sua residenza di Firenze e pei pro-
pri diocesani, la licenza di ordinare,
ed il libero esercizio di sua giurisdi-
zione, colla celebrazione dei divini
uffizi ; concessione che fece in perpe-
tuo, comprendendovi la sua parroc-
chia. Dopo di lui Innocenzo X vi
prepose al seggio vescovile Roberto
Strozzi, il quale ebbe per succes-
FIE
sori quei vescovi che nota il ci-
tato Ughelli, e quelli che si leg-
gono nelle annuali Notizie di Roma.
Solo però noteremo che essendo
nel 1684 arcivescovo di Firenze
Antonio Morigia , ed il vescovo
di Fiesole Filippo Neri degli Al-
toviti, e dispiacendo al primo le
tante pubbliche funzioni episcopali
che solennemente esercitavansi dai
vescovi di Fiesole, non solo nella
chiesa di s. Maria in Campo, ma
per le vie della parrocchia me-
desima , principiarono le formali
giuridiche inibizioni della curia ar-
civescovile, in maniera che por-
tata la lite alla decisione della
santa Sede, venne abolita la cura
parrocchiale di s. Maria in Campo,
che restò aggregata a quella del
duomo , e sospese le processioni
solite, eccettuate quelle dei sinodi
in caso che si avessero a cele-
brare in detta chiesa, il cui giro
dovrebbe farsi nel recinto della
piazzetta della chiesa . Nel conci-
storo de' 3o gennaio 1 843 il re-
gnante Papa Gregorio XVI dichiarò
vescovo di Fiesole monsignor Vin-
cenzo Menchi di Firenze, trasla-
tandolo dalla chiesa vescovile di
Pescia.
La cattedrale di Fiesole è de-
dicata a Dio in onore del primo
vescovo e patrono s. Romolo mar-
tire, venerandosi quivi il suo cor-
po. Questo tempio è di disegno
gotico, mentre quello di s. Ales-
sandro vescovo, di magnifica strut-
tura, ha sedici colonne di cipollino
di Egitto con variati capitelli, che
sono probabilmente avanzi di qual-
che antico tempio etrusco. 11 ca-
pitolo si compone della dignità del
prevosto, di dieci canonici colle
due prebende di teologo e peni-
tenziere, e di altri preti e chic-
FIG
rici per la divina ufficiatura. Qui
noteremo col Garampi nelle Memo-
rie ecclesiastiche, pag. 266 , che
s. Zenobio stabi Ti nella chiesa di
Fiesole un certo numero di ca-
nonici, che nell'anno 966 provvide
di congruo sostentamento affinchè
Domino serviant sedulas orationes
cum studiosis offìciis diebus ac noeti'
bus nelle chiese di s. Romolo e di s.
Alessandro ; donando loro la chiesa
di s. Maria della medesima città, aftin-
ché ivi i detti canonici , unusquisque
veniant et iti ipsa mansione de-
scendant, et cibuin sumere valeant,
et cum refecti fuerint, laudes Deo
reftrant. La cura delle anime del-
la parrocchia spetta al capitolo che
la fa disimpeguare da un curato
amovibile; non ha fonte battesi-
male, ma vi è nella prossima chiesa
di s. Alessandro. Due sono gli epi-
scopii del vescovo di Fiesole, uno
presso la cattedrale, l'altro con
sua chiesa annessa, come si disse,
è in Firenze per privilegio apo-
stolico. In Fiesole vi sono solo i
religiosi summentovati di s. France-
sco. La mensa vescovile ad osni
nuovo vescovo paga di tasse alla
cancelleria apostolica fiorini duecen-
tonove.
FIGLIE DELLA CARITÀ', Fi-
glie di Dio, Figlie del Calvario.
Religiose per lo più ospitaliere, co-
ni'erano quelle di Font-Evrauld
( T'edi), e come sono quelle di s.
Vincenzo de Paolis di cui parlam-
mo al volume X, p. 35 del Dizio-
nario, mentre delle Figlie del Cal-
vario se ne tratta al volume VI,
pag. 272.
FIGLIO, FIGLIA, FIGLIAZIO-
NE. Figlio, filius od anche pucr,
Fanciullo [Vedi). La sagra Scrit-
tura dà spesse volte il nome di
figli ai discepoli di Gesù Cristo. I
FIG 261
figli del demonio sono coloifo che
seguono le di lui massime, e quel-
le del mondo. Dassi pure il nome
di figli ai discendenti di un uomo;
egualmente dicesi figli delle noz-
ze, o del matrimonio, i frutti d/
un legittimo matrimonio; e quelli
che sono nati illegittimamente, fuori
cioè del matrimonio, diconsi figli na-
turali o bastardi, e figli adulterini
sono quelli di cui il padre o la
madre erano già maritati altrove e
non insieme. Figli postumi sono i
nati dopo la morte del padre ; e
figliastri chiamansi i figliuoli del
marito, avuti d'altra moglie, o del-
la moglie d'altro marito. Figli di
famiglia sono quelli che vivono
ancora sotto la paterna potestà. Fi-
gli emancipati sono quelli che più
non sono sotto la paterna pote-
stà ; figli adottivi quelli che ven-
gono adottati ; e figliazione dicesi
la discendenza di padre in figlio, e
i diversi gradi di una genealogia.
Figli esposti sono i bastardi, spu-
ri, orfani, o trovatelli : figlioccio o
figlioccia, nome tratto da Jìliolus e
Jiliola, colui o colei eh' è stata te-
nuta al fonte battesimale, od alla
cresima, rapporto al padrino, o alla
madrina da cui è stata tenuta. V.
Comparatico. Tanto gli ebrei quanto
i greci ed i latini davano ai loro
servitori ed ai loro schiavi il no-
me di pueri. V. Uomo, Doxjta, e
Vergile, Padre, e Madre. 11 p.
Menochio nelle eruditissime sue
Stuore, in molti capitoli tratta dei
figli con vari argomenti. I romani
Pontefici più volte adottarono i
principi per figli, come pure della
romana Chiesa, come si può ve-
dere agli articoli Difensore della
Chiesa, e Patrizio.
L' imperatore Costantino Pogo-
nato per la venerazione che por-
afo FIG
Ijivà a s. benedetto II gli mandò
nell'anno 684 'e chiome de' capel-
Ji de' suoi figli Giustiniano II ed
Eraclio; ciò che in quel tempo si-
gnificava consegnarglili per figliuo-
li, e chi li riceveva tenersi per pa-
dre. V. il Raronio anno 684, n- 7,
e Paolo diacono, De geslis longo-
bardorum lib. VI, cap. 53. Delle
adozioni praticate dai Pontefici, co-
me fecero di Pipino Stefano III, e
di Carlo Magno Adriano I, per
non dire di altri principi, ne parla
Niccola Alemanni, De lateranensi-
bus parietìnis , come si può appren-
dere dalle voci dell' Indice : Ado-
plandi filium Ecclesiae Romanae
formula j Adoplandi ritus in bapli-
smo ; Adoplandi ritti» per capillos ;
Adoptari a Ponlificibus Romanis
qui solebanlj Adoplado fìliovwn per
armaj Carolus Magnus filius Ec-
clesiae Romanae air dicilur; dir
filius adoplivusj Pipinus filium a-
doplat Paulus I; Pipinus filius a-
doptivus Stephani III, ec. Dei prin-
cipi franchi adottati dai sommi Pon-
tefici per figli, se ne parla pure
all'articolo Francia [Vedi). Ecco il
cerimoniale e il rito che si usava
dai Papi nell'adottate per figli lo-
ro, e della romana Chiesa gì' im-
peratori, i re franchi, ed altri prin-
cipi, di Cencio Camerlingo presso il
medesimo Alemanni a pag. i55.
Nel crearsi tali principi patrizi ro-
mani e difensoi'i della Chiesa, che
loro portava l'obbligo di sostenere
e difendere i diritti della santa
Sede e della città di Roma, pre-
stavano analogo giuramento, e quin-
di pur venivano dal Papa adotta-
ti per loro figli e della Sede apo-
stolica. » In vestihulo enim tem-
» pli Vaticani antequam ad inau-
» gurationis celebritatem Caesar in-
* grcdialur : Quacrit ab co Do-
FIG
• mnus Papa ter, si vidi habere
» pacem cur/i Ecclesia, eoi/ue ter
« res ponderile Volo, Domnus Pa-
» pa dicit, et ego do libi pacem si-
» cut Chrislus dedit discipulis suis;
» osculaturque frontem ej'us ac men-
» funi ( rasus enim esse debet ) et
» ambas genas, postremo os. Tunc
« surgens Domnus Papa ter quae-
» rit ab eo si vult esse FILIUS
» ECCLESI/E, quo ter rispondente,
« Volo, Domnus Papa dicit, et ego
« te recipio, ut FILIUM ECCLE-
» SI/E, et mittit eum sub manto,
» et ille osculalur peetm Papae ".
Altri esempi di eguali filiazioni so-
no i due seguenti. I! Pontefice Gio-
vanni Vili nell'anno 878 venendo
ricondotto a Roma dal conte Roso-
ne, fratello dell'imperatrice Richil-
de moglie di Carlo II il Calvo,
poi re d'Arles e di Provenza, fu
perciò da lui adottato per figlio
e per difensore del suo stato. Nel-
l'anno 891 Papa Stefano V det-
to VI coronò imperatore Guido
duca di Spoleto, suo figlio adotti-
vo. Scrivendo il Papa s. Felice II
detto III del /±83 all'imperatore
d'oriente Zenone, fu il primo Pon-
tefice a chiamar l'imperatore col
titolo di Figliuolo. E noto che i
sovrani cattolici si sottoscrivono nel-
le lettere che indirizzano al Papa ,
«hbidientissimo o affezionatissimo
figlio. Del titolo poi di figlio pri-
mogenito della Chiesa, dato dai Pon-
tefici ai re di Francia, se ne trat-
ta all'articolo Cristianissimo [Vedi)
ed altrove. Nelle biografie de'Pon-
tefici si riportano le adozioni per
nipoti, ed all'articolo Pamphily quella
che fece Innocenzo X di monsignor
Astalli, per sola affezione, dandogli
il cognome, la propria arma, la qua-
lifica, le prerogative e le rendite di
cardinal nipote.
F1G
Dice il Bergier che nello stile
della Scrittura sagra, come nel lin-
guaggio ordinario, si distinguono
facilmente molte specie di filiazio-
ne, quella cioè di sangue, quella
di alleanza o di adozione stabilita
colle leggi, e quella di affezione,
secondo la natura del soggetto di
cui si parla, quindi ne dà le spie-
gazioni come le difese. Dicesi fi-
liazione, anche figuratamente delle
chiese, le quali dipendono in alcu-
ni luoghi le une dalle altre per di-
ritto di patronato o di fondazione,
come per aggregazione alla parte-
cipazione de' privilegi , grazie ed
indulgenze : per cui dicesi chiesa
figliti, o chiesa filiale per fonda-
zione o per aggregazione di figliuo-
lanza. Com pure de' monisteri, dei
conventi, delle abbazie, degli ordi-
ni e congregazioni religiose, anche
di famiglie laiche, o solo di alcun
individuo di esse. Figlie quindi o
filiali erano e sono dette tali chie-
se, od abbazie ec, ed i religiosi di
certi ordini sono anch'essi chiama-
ti figli dei monisteri, delle provi ri-
de' da cui dipendono, o delle case
religiose ove fecero professione di
loro vocazione. Sulle aggregazioni
delle Arciconfraternite è a vedersi
quell'articolo, non che Confrater-
nite.
FIGLIUOLO DI DIO. Il Verbo
di Dio, la seconda persona della
ss. Trinità, Gesù Cristo redentore
nostro. Figli di Dio significano gli
angeli, in un senso meno proprio,
e più esteso, perchè sono essi sem-
pre in cielo vicino a Dio, non al-
trimenti che i fanciulli presso il
loro padre. Figli di Dio si dicono
anche gli eletti ed i beati, perchè
essi sono considerati, amati, e trat-
tati da Dio come suoi propri figli.
Per figli di Dio pure s'intendono i
F 1 L 263
fedeli che sono m grembo della
religione cattolica : si dà questo
nome agli uomini dabbene per di-
stinzione dei cattivi. Figli di Dio si
dicono inoltre i grandi, i potenti, i
giudici della terra, così denominati
perchè sono i luogotenenti di Dio,
e i depositari della sua autorità
in terra. Figli di Dio furono an-
che detti gli israeliti per opposizio-
ne ai gentili. iVel nuovo Testamen-
to i detti fedeli o cristiani sono co-
munemente chiamati figliuoli di
Dio, in virtù della loro adozione.
Figlio dell' Uomo o Figliuolo
dell' Uomo significa specialmente
Gesù Cristo, non perchè s'intenda
di dire ch'egli ha un uomo per
padre, giacché egli nacque per o-
pera dello Spirito Santo; ma è
soltanto per testificare, eh' egli è
pure veramente uomo , del pari
che se fosse nato alla maniex^a de-
gli altri uomini. Perciò i padri
della Chiesa si sono serviti di que-
sta espressione per provare agli
eretici che il Figliuolo di Dio, fa-
cendosi uomo , aveva preso una
carne reale e non una carne im-
maginaria ed apparente, che egli
era veramente nato, morto e ri-
suscitato, e che aveva egli soffer-
to non solamente iu apparenza, ma
anche in realtà. Inoltre figlio del-
l'uomo significa molte volte l'uo-
mo semplicemente; e cosi nel plu-
rale figli degli uomini sono i me-
desimi uomini. Talvolta però sot-
to questa denominazione s'intendo-
no gli empi ed i peccatori, e ciò
in opposizione a coloro che nella
sagra Scrittura chiamansi figli di
Dio.
FILACE. Sede vescovile della
Bizacena, nell'Africa occidentale, sot-
to la metropoli d'Adraraito.
FILADELFIA , o ALLAH-
264 FIL
SHEHR o Città di Dio. Città ar-
civescovile dell'Asia nella Natòlia,
sul declivio di tre o quattro colli-
ne a piede del monte Tmolus, ove
si gode una bellissima veduta per
Ju pianura più bassa. È città con-
siderabile della Lidia, anzi antica-
mente era la seconda di questa pro-
vincia, ed è tuttora considerabile
fra quelle dell'Asia minore, per es-
sere molto commerciante: le mu-
ra rovinose die la circondano at-
testano la sua passata importanza.
Fiorì anche sotto l'impero de'gre-
ci, e più d'ogni altra città dell'A-
sia minore resistette ai turchi, ai
quali poi si sottomise a vantaggio-
se condizioni, e senza meritarlo
gli diedero il nome di bella città.
Abbiamo dal Rinaldi all'anno 1 353,
num. 20, che i filadelfi vedendosi
stretti dai turchi, mandarono due
ambasciatori in Avignone al Papa
Innocenzo VI , ed offrirono alla
santa Sede il loro principato. In-
nocenzo VI li ricevè in concistoro,
e disse loro che quanto prima la
Sede apostolica gli avrebbe soccor-
si, ma che pensassero prima a ri-
nunziare allo scisma de* greci, e
ritornare nel grembo della Chiesa
cattolica.
Filadelfia è una delle sette cit-
tà di cui parla s. Giovanni evan-
gelista nell'Apocalisse, e che gli a-
postoli illuminarono colla fede di
Gesù Cristo. Nel primo secolo vi
fu eretta la sede vescovile nell'e-
sarcato d' Asia, sotto la metropoli
di Sardi (Fedi). Quindi venne e-
levata in metropoli, con ventotto
vescovi per suffragane!, nel secolo
XIII, come si legge in Comnian-
ville. Sembra però da una lettera
di Niceforo patriarca di Costanti-
nopoli, diretta al Pontefice s. Leo-
ne III, che godesse di quella di-
FIL
gnità sino dal nono secolo. Essa
ottenne anche tutti i diritti me-
tropolitani della chiesa di Sardi,
dopo la distruzione di questa città
fatta da Tamerlano re dei tartari
nel secolo XV. Il metropolitano di
Filadelfia aveva la sua residenza
in Venezia, sul finire del seco-
lo XV, e nel XVII, ma dipoi
stabilì la sua sede in Costanti-
nopoli. Tuttavolta i greci vi han-
no un vescovo ed alcune chiese,
essendo la principale quella dedi-
cata alla Beata Vergine. Il primo
vescovo di Filadelfia fu Lucio or-
dinato da s. Paolo, il quale ne fa
menzione neh" epistola ai romani
cap. 16, v. ai; tra i successori
di Lucio vanno rammentati: Miche-
le, che fu metropolitano di Fila-
delfia, e che viveva al tempo di s.
Niceforo patriarca di Costantinopo-
li ; Macario soprannominato Cri-
socefalo, che fiorì sotto l'imperatore
Manuele Paleologo, e Leone Allazio
ne parla come di un prelato assai
dotto; Gabriele Severo, che tenne
la sua residenza nel 1578, e nel
i6i4: si distinse in pietà e scien-
za, scrisse contro gli errori dei
calvinisti in greco ed in latino
opere che furono nel 167 1 pub-
blicate in Parigi da Riccardo Si-
mon, ma la sua principale opera
è quella sui sagramenti, che il ce-
lebre Crisanto patriarca di Geru-
salemme fece stampare alla fine
del suo volume De Ecclesiae offi-
ciis} in Tergovrisck nella Valachia.
L'arcivescovo Macario III, nel 1721
sedeva in Costantinopoli. V. il p.
Le Quien, Oriens Christ. tom. I,
pag. 868. Al presente Filadelfia,
Philadelpia, è un titolo vescovile
in partibus sotto la metropoli pu-
re in partibus di Bostra. Da ultimo
il regnante Papa Gregorio XVI,
FIL
a' 6 marzo i838, fece coadiutore
del vicario apostolico di Madras
nell'Indie orientali monsignor Giu-
seppe Carew, quindi gli conferì que-
sto titolo di Filadelfia, e col me-
desimo a' 16 novembre 1840 lo
Inalato al vicariato apostolico di
Calcutta.
FILADELFIA. Sede episcopale
dell'Asia, nella provincia d' Isauria,
nella diocesi d' Antiochia , sotto la
metropoli di Seleucia , la cui ere-
zione risale al quinto secolo. Tolo-
meo la pone nell' interno della Ci-
licia aspera ossia montuosa, fra Do-
miziopoli e Seleucia aspera sul Ca-
lycadnns, a poca distanza all'ovest
da Olla. Il Terzi nella Siria sa-
gra dice che Filadelfia fu pur chia-
mata Giotape, diversa da Gio-
tapata di Palestina , ed è po-
sta quasi in riva al mare, presso
il fiume Piramo. L' Oriens Christ.
nel tom, II , pag. 1022 registra
quattro vescovi che vi ebbero sede,
cioè Ipsisto, Megalio, Atanasio e
Stefano. Il Terzi nomina un Am-
miano, che si sottoscrisse all'episto-
le sinodiche dirette all'imperatore
Leone, facendo il simile Atanasio.
FILADELFIA. Città vescovile
dell' Asia, della seconda provincia
di Arabia , nella diocesi di Geru-
salemme, sotto la metropoli di Bo-
stra, la cui fondazione secondo Com-
manville deve riportarsi al quin-
to secolo. Plinio e Tolomeo la met-
tono nella Siria, nelle montagne di
Galaad, verso la sorgente dell' Ar-
non: il suo nome orientale a' tem-
pi di s. Girolamo era Rabatanama
di Arabia, o Rabbat-Ammon. Fu
la celebre capitale degli ammoniti,
che Davidde assediò e prese; quin-
di Tolomeo Filadelfo re di Egitto
gli diede il nome di Filadelfia. Og
re degli ammoniti vi fece residenza,
FIL a65
e quando nella Palestina v' ebbe
una divisione sotto il nome di De-
capo, o le dieci città, Filadelfia vi
fu compresa. Il Terzi nella Siria
sagra, pag. 109, aggiunge che fu
pur chiamata Astarle., e che venne
ritenuta per la seconda città della
Siria, ed un tempo era assai mu-
nita. Nell'anno 242 vi fu tenuto
un concilio contro gli errori di
Berillo vescovo di Bostra , come
abbiamo dal Labbé , e dall' Ar-
duino nel tom. I. Si conoscono
quattro vescovi che vi ebbero sede:
Cirione, che intervenne al concilio
Kiceno; Eulogio, il quale si trovò
a quello di Calcedonia, ed ivi fu
qualificato come vescovo della me-
tropoli di Filadelfia, lo che prova
che questa chiesa godeva in allo-
ra la dignità metropolitica; il ter-
zo fu Giovanni, cui il Papa s. Mar-
tino I ordinò di rappresentarlo in
tutte le funzioni ecclesiastiche del-
l'oriente, e di provvedere di ve-
scovi, di sacerdoti, di diaconi ec.}
tutte le chiese soggette alla sede
d'Antiochia e di Gerusalemme. Fu
Giovanni incaricato di tal commis-
sione a motivo de' sempre crescen-
ti progressi che allora faceva in
quelle contrade l'eresia de' mono-
teliti. Fozio è il nome del quarto
vescovo di Filadelfia. Oriens Christ.
tom. II, pag. 862. Attualmente
Filadelfia d'Arabia, Philadelphien,
è un titolo arcivescovile in partibus
infìdelium, che conferiscono i ro-
mani Pontefici, ed ha per suffra-
ganeo l'altro titolo in partibus di
Mennith.
FILADELFIA ( Philadelphien ).
Ciltà con residenza vescovile negli
Stati-Uniti di America, già capitale
per lungo tempo dello slato di
Pensilvania, ed ora capoluogo del-
la contea del suo nome, cioè dopo
2G6 FIL
la costruzione di Harrisburgo. Que-
sta bellissima città ebbe nome Fi-
ladelfia, che significa amicizia fra-
terna, dal famoso Guglielmo Penn,
il fondatore della repubblica Pen-
silvana, che la costruì nel i683
su quell' area istessa , nella quale
egli sotto un antico albero di ro-
vere radunò i selvaggi indiani
per trattar con essi dell' acquisto,
ossia divisione delle terre; memo-
rando avvenimento che il cele-
bre West rappresentò in un bel
quadro, pubblicato in fronte del-
l' Atlante americano - settentrionale
di Lerouge nel 1778. Elevasi dessa
sopra vasta, elevata e deliziosa pia-
nura lungo la destra riva del De-
laware, nella parte più. stretta del-
la penisola formata da quel fiume
e dallo Schuylkill, non lungi dal lo-
ro confluente; laonde quando la
città sarà del tutto compita, si esten-
derà dall'uno all'altro de' due fiu-
mi. La sua lunghezza è di quasi
una lega, ed in poca minore lar-
gura sono tracciate dieciotto vie pa-
rallele, die uè intersecano altre se-
dici ad angoli retti. Tutte sono am-
pie, ben lastricate , e munite di
marciapiedi ; ma la maggiore, che
giustamente dicesi via larga, si esten-
de dall'uno all'altro lato per due-
cento piedi. Sorprendente è l'aspet-
to delle case e palazzi, costruite le
une con mattoni in regolare dise-
gno, e sufficiente elevatezza, inve-
stiti questi di marmo bianco che
con facilità si estrae dalle cave vi-
cine, con ornati portoni, ed ameni
viali di acacie , platani e pioppi ,
non senza spessi vaghissimi giardi-
ni, ed un foltissimo e lungo bosco,
che costeggia le sponde del Dela-
ware per tutta la sua lunghezza.
Fra le frequenti piazze primeggia
(lucila ov' è la statua equestre del
FIL
famoso Washington. Meravigliosa è
la macchina idraulica chiamata wa-
terworks, colla quale dallo Schuyl-
kill si trae l'acqua occorrente agli
usi di questa popolosa città: da
una gran vasca presso il fiume, le
acque passano per mezzo di una
tromba in ampio acquedotto late-
rizio, che percorre un miglio, e le
guida al più elevato punto centra-
le, giacché agisce la macchina col-
la forza di quaranta cavalli. Una
vasca di sessanta piedi raccoglie le
acque nella sommità, e dal bel
mezzo d' essa sorge una torre ro-
tonda, alta sessanta piedi, dalla ci-
ma della quale con altra tromba
l'acqua si dirama in adatti canali
di legno, che circolano per tutti i
quartieri, e colla modica spesa di
sei dollari al giorno, se ne distri-
buiscono più di quattro milioni di
boccali.
Sono pure ragguardevoli edifizi
il palazzo dello slato, ove sedette
il congresso americano, che ai 4
luglio 1776 dichiarò la indipen-
denza degli Stati-Uniti, e quindi vi
proseguì le sue adunanze sino alla
sua traslazione nel 1800 alla città
federale di Washington, tranne una
parte degli anni 1777 e 1778 in
che fu occupata dalle truppe in-
glesi ; il palazzo municipale, la cut
magistratura ha copiosissime rendi-
te, e vince in ricchezza forse tutte
le altre dell'Unione, dappoiché l'o-
pulente banchiere Stefano Gerard
lasciò alla medesima il pingue le-
gato di sedici milioni di dollari.
Ivi si ammira una ricca collezione
di storia naturale americana ; la
banca degli Stati-Uniti, che si re-
puta la miglior mole che nell' A-
merica siasi costruita, di fini mar-
mi bianchi, sul modello del cele-
bre Partenone di Atene; la banca
FIL
di Gerard, la banca di Pensilvania,
il mercato, Y ateneo, la zecca, uni-
co stabilimento di tal genere negli
Stati-Uniti, eretto nell'anno 1793,
ed ora in più maestosa e splendi-
da foggia ricostruito; la loggia, ov'è
annessa una ricca sala per le pub-
bliche feste; l'università, l'accade-
mia delle belle arti , la biblioteca
comunale , il palazzo della società
filosofica, ed il teatro posto nella
strada di Chesunt. Fra i numerosi
stabilimenti di carità, meritano di-
stinta menzione la casa penitenzia-
ria, che serve di prigione, e 1' o-
spedale di marina. Ridonda di sta-
bilimenti scientifico-letterari, e di
pubblica istruzione. Oltre la men-
tovata società filosofica, vi esistono
le società di medicina, di agricol-
tura, di scienze naturali, d' inco-
raggicuento per le invenzioni mec-
caniche, e la Linneana. L' univer-
sità è celebrata, e primeggia nella
facoltà medica. Di un gran colle-
gio pensilvano ordinò la costruzio-
ne morendo Gerard , designando-
vi per legato due milioni di dollari ;
ed oltre l'accademia di belle arti
avvi altresì una raccolta di quadri
e statue, l'ateneo menzionato, tre
pubbliche biblioteche, la maggiore
delle quali conta più di trenta mi-
la volumi, il museo di PeeI, ove
tra gli altri peregrini monumenti
ve uno scheletro intero di Mam-
moli th del peso di mille libre, l'os-
servatorio ed il giardino botanico
di Bai-tram.
Arcuato, vasto e comodissimo allo
sbarco delle merci lungo la riva
praticabile è il porto di Filadelfia,
ove sorge un grandioso arsenale,
nel quale malgrado la poca pro-
fondità del Dela Avare venne costrui-
to il maggior vascello anglo-ameri-
cano la Pensilvania, armato di
FIL a67
centoquaranta pezzi di canone. Il
bel ponte in legno sullo Schuylkill
a pie della strada del mercato si
fonda su tre archi, e quel di mez-
zo ha un' apertura di 1 90 piedi
inglesi, e di i5o i laterali, onde
percorre 49° piedi su 42 di lar"
ghezza. Portentoso pure è l' altro
ponte in legno, un miglio al di
sopra, che offre l' arco più ampio
di questa specie, il quale giunge ■
più di 34o piedi. Cospicuo è il
commercio d' esportazione di tutti
i prodotti sì naturali, che industria-
li della Pensilvania : soprattutto però
è vivo il commercio libraio, e for-
se non ha pari, mentre le tipogra-
fie sono più di cinquanta, ^el
1793 comparve in Filadelfia per
la prima Tolta la terribile malat-
tia contagiosa, eh' ebbe nome di
febbre gialla. Razze miste di an-
glo-americani, d' inglesi, di france-
si, di tedeschi, di scozzesi, d' irlan-
desi, di svizzeri, di spagnuoli, d' i-
taliani, di creoli delle vicine re-
gioni, e di negri o mulatti com-
pongono la popolazione, che ora
ascende a circa cento settanta mila
persone, mentre la sua marina
mercantile sorpassa le centomila
tonnellate. Si possono citare fra i
dotti nati od abitanti a Filadelfia
YV. Seuil per la geografia, B. West
nella pittura. J. Bertrand nella bo-
tanica, Francesco Hopkinson nella
musica , Rittenhouse nella astro-
nomia, il celebre Franklin, sebbe-
' ne nato a Boston , il capitano Da-
vies vero inventore del quadrante,
Horris e Filzimmann, che porta-
rono al più alto grado di perfe-
zione le conoscenze commerciali.
Non solo in Filadelfia vi risiede
un vescovo cattolico, di cui andia-
mo a parlare, ma vi dimoia an-
che un vescovo protestante.
268 FIL
La sede vescovile di Filadelfia
fu eretta nel 1808 dal sommo
Pontefice Pio VII, e fatta suffra-
ganea della metropolitana di Bal-
timora. Sino all'anno corrente la
diocesi comprendeva i due stati di
Pcnsilvania e di Delaware, colla
parte occidentale del New-Jersey.
Il regnante Pontefice Gregorio XVI
annuendo alla supplica del quin-
to concilio provinciale di Baltimo-
ra, tenuto in maggio dell' anno
i843, ed approvando il consiglio
della sagra congregazione di pro-
paganda fide ha eretto una nuova
sede vescovile nella città di Pittis-
burg [/'celi), nella Pensilvania oc-
cidentale, dismembrando sì vasta
provincia dalla diocesi di Filadel-
fia che comprendeva finora total-
mente il memorato estesissimo sta-
to; quindi nominò a primo vesco-
vo di Pittisburg monsignor Miche-
le O'Connor irlandese, già alunno
del collegio Urbano , nella qual
chiesa ricevette l'episcopale consa-
grazione, non che presidente del
seminario di Filadelfia. Lo stato
della diocesi di Filadelfia avanti
la detta dismembrazione era il se-
guente. 11 vescovo era ed è monsignor
Francesco Patrizio Renrick di Du-
blino, che per coadjutoria lo di-
venne nel 184*2, avendo lasciato il
titolo vescovile di Arata in parti-
bus. La chiesa cattedrale di Fila-
delfia è dedicata a Dio, in onore
della Beata Vergine Maria, e le
altre principali della città sono
sotto il titolo di s. Giuseppe de'ge-
suiti, s. Agostino degli agostiniani,
la ss. Trinità pei tedeschi , s. Gio-
vanni evangelista, e s. Michele; in
tutta la diocesi, comprese le nomi-
nale, le chiese e le cappelle ascen-
devano a novanlatre, con sessanta
sacerdoti. I cattolici in tutta la
FIL
diocesi ascendono a cento mila
circa.
Ecco gli stabilimenti ecclesiastici,
e di educazione. Seminario diocesa-
no di s. Carlo Borromeo, diretto da
preti della congregazione della mis-
sione, con trentatre seminaristi : que-
sto seminario ebbe un'esistenza legale
nel 1 838. Scuole pei giovanetti due,
cioè collegio di s. Maria in Wil-
mington, e scuola di s. Giuseppe
in Filadelfia tenuta dai gesuiti.
Ordini religiosi e congregazioni in
Filadelfia : agostiniani in s. Agosti-
no, e preti della congregazione
della missione al seminario. Mo-
nasteri o case religiose : le sorelle
della Carità ne hanno sei, orfano-
trofio di s. Giuseppe in Filadelfia,
con sei sorelle, cento orfanelle, e
due scuole esterne ; orfanotrofio di
s. Giovanni in Filadelfia, otto so-
relle, sessanta orfani, cento fanciul-
le nelle scuole esterne, più una
scuola due volte la settimana per
le giovanette che stanno al servi-
gio ; scuola gratuita di s. Maria in
Filadelfia, tre sorelle^ cento ragaz-
ze , una scuola per le serve ; edu-
candato, e scuola esterna di s. Pie-
tro in Wilmington : evvi annesso
un orfanotrofio con scuola gratui-
ta ; orfanotrofio e scuola di s. Pao-
lo in Pittisburg, quattro sorelle, ven-
ti orfanelle, centoventicinque ester-
ne; scuola gratuita in Pottsville,
con tre sorelle. Le religiose del
sagro cuore hanno un educandato,
ed il noviziato di Conwago. Asso-
ciazioni di carità per vari oggetti,
dieci. Società della temperanza in
Filadelfia, ed in varie parti della
diocesi. Sei librerie in Filadelfia
per la circolazione de' buoni libri,
che si danno ad imprestito ; altre
in Pittisburg, Pottsville , ec. Le
chiese hanno i fabbricieri ; il ve-
FIG
scovo e il clero -vivono delle obla-
zioni de'fedeli, e degli assegnamenti
che loro destinano i fabbricieri.
FILARGI o FILARGO Pietro,
Cardinale. V. Alessandro V Papa.
FI LA STERI O ovvero FI L ASTRO
Guglielmo, Cardinale. Guglielmo Fi-
lasterio _,di mediocre ed onesta fami-
glia, nacque nel i34^ nella diocesi
di Mans, nelle Gallie. Fornito di ec-
cellenti doti di spirito, riuscì a me-
raviglia nello studio delle leggi ,
delle matematiche, e specialmente
della lingua greca. Fu dapprima
decano nel collegio di s. Sinforia-
no, quindi canonico di quella chie-
sa, e poscia decano nella metropo-
litana di Reims, dove accrebbe la
biblioteca di rari codici, fondò una
cattedra di teologia , e vi compar-
ti non pochi altri benefizii. Nel
1409 venne trascelto a vicario del-
l' arcivescovo Simone di Cramaud,
che reggea quella chiesa ; e molto
in tale impiego si accrebbe la fa-
ma di lui. Però nell'assemblea del
clero tenuta in Parigi, oscurò non
poco il suo nome, aderendo al par-
tito di Benedetto XI II, e mostran-
dosi poco favorevole al re ed alle
prerogative della chiesa di Fran-
cia. Nondimeno fu assunto all'ar-
civescovato di Aix nella Proven-
za , e, secondo che pensa il Ber-
nini, ebbe anche in seguito la ca-
rica di uditore di rota. Giovanni
XX111 a' 6 giugno i4»i lo creò
cardinale diacono di s. Maria Nuova,
dalla quale diaconia scrivono alcuni
che passasse di poi all'ordine de'pre-
ti, e perciò al titolo di s. Marco. Inter-
venne al concilio di Costanza, e nella
decima sessione fu destinato, in com-
pagnia del cardinale Giordano Or-
sini, commissario presso Giovanni
XXJII. Nella sessione trigesimaquar-
ta fece un sermone a' padri ; e fu
FIG 269
poi uno degli elettori di Martino
V. Questo Pontefice lo spedì in
Francia per mantenere quel regno
in unione colla Chiesa romana ; ed
egli così fortemente inveì contro la
libertà della chiesa gallicana, che
il re Carlo VI sdegnatosi , lo co-
strinse a fuggire dal regno. Ricu-
però poi la grazia di questo prin-
cipe, e restituitosi a Roma, fu de-
corato dell'arcipretura della basili-
ca lateranense. Morì in quella cit-
tà nel 14^8, nell'età d'anni ottan-
ta, coli' elogio di sublime inge-
gno , e fornito di rara lettera-
tura ; ed ebbe sepolcro nella chie-
sa di s. Grisogono, di cui era am-
ministratore, e presso della quale
aveva fabbricato un palazzo, che
poi fu vittima delle fiamme.
FILASTRIO (s.). Alcuni lodi-
cono spagnuolo, altri italiano, ma
non si conosce né il luogo, né il
tempo della sua nascita. Dedicatosi
allo stato, ecclesiastico, scorse quasi
tutte le provincie dell'impero per
comhattere gli ebrei , i pagani , gli
eretici, e principalmente gli ariani.
Egli prese cura della chiesa di Mi-
lano prima che s. Ambrogio ne fos-
se eletto a vescovo, e sostenne vi-
gorosamente le parti degli ortodossi
contro l'ariano Aussenzio, che si as-
sumeva il titolo di vescovo di quella
città. Quindi passò a Brescia, ove
trovò gente che quantunque rozza,
mostrava tuttavia sommo desiderio
di essere istrutta; di che egli sep-
pe approfittare, ed ebbe la conso-
lazione di vedere i suoi travagli
coronali del più felice successo. Fat-
to vescovo di Brescia, egli superò
sé stesso nell'esercizio del suo mi-
nistero, e questa sua dignità ag-
giunse maggior forza ed autorità
agii sforzi del suo zelo. La sua
profonda umiltà faceva vieppiù ri-
■j.'jo FIL
splendere Je sue virtù, e la dol-
cezza, era in lui sì nativa, che non
rispondea alle ingiurie che coi be-
nefizi, né mai die a conoscere il
minimo moto di collera. La sua
carità e la sua pazienza gli gua-
dagnarono tutti i cuori. La gloria
di Dio era l' unico obbietto a cui
mirava ogni sua azione, nò ad al-
tri beni agognava che a quelli del
cielo. Niente accordava egli alle in-
clinazioni della natura, tanto stac-
cato era da sé stesso. Tutte le sue
reudite erano spese a sollievo dei
poveri, né assisteva soltanto quelli
che trovavansi ridotti ad estrema
indigenza., ma soccorreva eziandio
quelli che aveano sofferto ne' loro
affari sconci rovinosi. S. Filastrio tro-
vossi al concilio di Aquileia nell'anno
38 1 , e morì, credesi, nel 388. La-
sciò un Catalogo delle eresie, che
fu più volte stampato, e che tro-
vasi in tutte le biblioteche dei pa-
dri, da lui composto per premunire
il suo gregge da ogni pericolo in
materia di lede, ed alcuni hanno
preteso che egli avesse composto il
simbolo che dicesi di s. Atanasio.
S. Gaudenzio che fu suo discepolo
gli successe nella sede di Brescia,
e celebrò ogni anno la festa del suo
santo maestro, assegnata ai 18 di
luglio, recitandone il panegirico.
FILATTERIE, o FILATELIE.
Termine derivante dal greco , che
significa guardie o preservativi, cu-
stodire o preservare. Queste sono
fascie di pergamena su cui gli e-
brei scrivevano certi versetti della
Scrittura sagra, principalmente ca-
vati dal decalogo, eh' essi portava-
no sulla fronte, sul petto, e sulle
braccia, alfine di eccitarsi a custo-
dire attentamente la legge di Dio,
e guardarsi dal trasgredirla : ciò
facevano i più devoti e fervorosi
FIL
ebrei per meglio osservarla, e per
evitare il pericolo d' infrangerla.
La maggior parte degli ebrei mo-
derni portano ancora di queste fi-
latterie, ch'essi chiamano Zizis, ed
abusando malamente del significa-
to del vocabolo, si persuadono che
sieno amuleti , o preservativi con-
tro qualunque pericolo , particolar-
mente contro il maligno spirito.
Questa superstizione degli ebrei non
di rado fu rinnovata da alcuni cri-
stiani, i quali hanno immaginato, che
certe parole scritte sulla pergamena,
incise sulle medaglie, ovvero sopra un
pezzo di metallo qualunque, pos-
sano essere un preservativo od un
rimedio contro le malattie, o l'al-
trui malignità. I padri della Chiesa
ed i vescovi nei concili, hanno più
volte condannato questo abuso. Tal-
volta la parola iilatteria significò
un reliquiario, come trovasi in Gio-
vanni diacono: Phylacteria tenui
argento fabricala, vilique panno de
collo suspensa. Dei {datteri ne par-
lammo pure nel volume XVIII,
pag. 249 del Dizionario, ove pur
dicemmo, che fìlatterio si chiamò
anche la croce pettorale de' vescovi,
che con reliquie portano appesa al
collo. San Girolamo chiama Pietà-
ciola certe tavolette, sulle quali ve-
nivano registrate le cose notabili,
forse a somiglianza delle tavolette
orientali, che solevano impiastrare
di gesso , e poscia scrivervi sopra ,
e cancellarne anche^ quando voglio-
no, le lettere rimastevi, costuman-
do pure d' insegnare sulle medesi-
me l'alfabeto ai fanciulli.
FILE o FILA. Sede vescovile
della seconda Tebaide, nel patriar-
cato alessandrino , sotto la metro-
poli di Tolemaide, la cui erezione
risale al quarto secolo. Uno de' suoi
Acscovi chiamato Marco assistette
FIL
al concilio che s. Atanasio tenne in
Alessandria, dopo la morte dell' im-
peratore Costanzo nell'anno 362,
come si legge nell' Oriens Christ.
toni. Il, pag. 6i4>
FILE A e FILOROMO (ss.). Fi-
lea nacque a Thmuis in Egitto, di
nobile e ricca famiglia , e divenne
ragguardevole pel suo sapere e per
la sua eloquenza. Entrato nella re-
ligione di Cristo, fu eletto vescovo
di Thmuis; ma la persecuzione dei
successori di Diocleziano , strappò
questo buon pastore dal suo greg-
ge, e fu condotto nelle prigioni di
Alessandria. Da colà indirizzò una
lettera a quei del suo vescovato, con
la quale li confortava e li esortava
alla perseveranza, narrando gli spie-
tati tormenti che ivi facevansi soffrire
a quegli invitti confessori della fede
di Gesù Cristo, alcuui de' quali spi-
ravano fra le mani di que' crudeli
carnefici. Il governatore Culciano ,
preso d'ammirazione pel santo ve-
scovo, cercava in ogni maniera di
salvarlo, e per intenerirlo gli mo-
strava lo stato compassionevole di
sua moglie e de' suoi parenti, che
erano spettatori di quella scena ;
ma né il dolore de' suoi, né le sol-
lecitazioni del governatore, dei giu-
dici, degli altri ministri della giu-
stizia , e dello stesso luogotenente
dell' imperatore, i quali assieme coi
parenti di Filea si prostrarono per-
fino a' suoi piedi, scongiurandolo
aver pietà della sua desolata fami-
glia , valsero a smuovere l' eroica
fermezza di lui. Eravi tra i circo-
stanti un certo Filoromo, tesoriere
dell' imperatore in Alessandria , e
che giudicava in quella città i pio-
cessi de' più ragguardevoli per-
sonaggi. Questi maravigliato del-
la costanza di Filea, e pieno d'in-
dignazione contro i di lui persecu-
FIL 2-1
tori, li rimproverò aspramente che
tentassero renderlo infedele al suo
Dio per una compiacenza vigliacca.
Le parole di Filoromo provocaro-
no l' ira del consesso , per cui fu
condannato anch'egli a perdere la
testa insieme con Filea; e condot-
ti entrambi al luogo del supplizio,
furono decapitati. Ciò avvenne tra
gli anni 3o6 e 3 12. 11 nome di
questi due santi trovasi negli anti-
chi martirologi , e la loro memo-
ria è celebrata a' 4 febbraio.
FILEMONE (s.). Ricco borghe-
se di Colossi in Frigia, che fu con-
vertito da s. Paolo o da Epafra di
lui discepolo. Egli si avanzò pre-
stamente nelle cristiane virtù, e la
sua casa, in cui sembra si tenesse
l'assemblea dei fedeli , divenne co-
me una chiesa perla pietà di quelli
che la componevano, e per gli eser-
cizi di religione che vi si pratica-
vano. Onesimo, schiavo di Filemo-
ne, non si valse dei buoni esempi
che avea sotto gli occhi, e giunse
persino a derubare il suo padro-
ne, e fuggirsene a Roma. Quivi tro-
vò s. Paolo, che vi era prigionie-
ro la prima volta, il quale lo ac-
colse amorevolmente, lo convertì e
lo battezzò. Egli avrebbe deside-
rato di ritenerlo presso di sé, che
molto lo avrebbe giovato nella cir-
costanza in cui si trovava; ma pen-
sò di non doverlo fare senza il
consenso di quello cui apparteneva.
Perciò rimandò Onesimo a File-
mone con una lettera ad esso di-
retta. L'apostolo in questa lettera
loda la fede, la carità, la liberali-
tà di Filemone verso tutti i fede-
li ; gli protesta il suo affetto, gli
dà il titolo di fratello, e gli dice
die è stato il consolatore e bene-
fattore di tutti i santi che si son
trovati nell'afflizione; chiama pure
273 FIL
Appia, moglie di Filemone, sua
cara sorella, a cagione della sua
fede e della sua virtù. Finalmen-
te lo prega con tenere ed eloquen-
ti parole di perdonare ad Onest-
ino, raddolcisce colle sue espressio-
ni il delitto di lui, e fa valere i
servigi che questi gli aveva ren-
duto. Filemone accordò la libertà
ad Onesimo, perdonogli il suo fal-
lo, e lo rimandò a Roma a servi-
re s. Paolo, che fece di lui un de-
gno cooperatore del vangelo. Le
costituzioni apostoliche fanno s. Fi-
lemone vescovo di Colossi ; ma i
calendari greci dicono ch'egli fu
apostolo e primo vescovo di Gaza
in Palestina. Di là ritornò a Co-
lossi dove soffri il martirio. Il suo
nome è marcato ne' martirologi, in
un a quello di s. Appia, a' 22 di
novembre.
FILEMONE (s.), martire. V.
Apollonio (s.).
FILIBERTO (•.). Nacque nel ter-
ritorio di Eause in Guascogna , è
fu allevato sotto la sorveglianza di
Filibaldo suo padre, il quale rice-
vuti gli ordini sacri, era divenu-
to vescovo di Aire. Di vent' anni
abbandonò la corte di Clotario II,
dove era stato mandato, e fecesi
monaco nell'abbazia di Rebais, fon-
data da s. Audoeno, per gli esem-
pi ed i consigli del quale s' era
staccato dal mondo. Successo poi
a s. Agilo nel governo di quel mo-
nistero, lo lasciò per l'indocilità di
alcuni monaci. Ritiratosi in Nor-
mandia, nel 654, fondò un moni-
stero in un luogo donatogli dal re
Clodoveo li e dalla regina Batilde
nella foresta di Jumiège; vi stabi-
le la più esatta regolarità , ed eb-
be la consolazione di vedere rac-
colti nella sua novella comunità fi-
no a novecento religiosi, che gover-
FIL
nò con esito felicissimo. Fece edi-
ficare a Pavilly un altro monistero
per le zitelle. Nel 674 fu costretto
di recarsi alla corte, ed ebbe il co-
raggio di rimproverare ad Ebroi-
no, prefetto del palazzo, le sue in-
giustizie e i suoi delitti. Costui pei*
vendicarsi eccitò contro di lui al-
cuni ecclesiastici della diocesi di
Roano , i quali Jo dipinsero a s.
Audoeno con sì neri colori , che
quel prelato credendo alle loro ac-
cuse lo fece porre in prigione. Po-
co dopo, riconosciuta la sua inno-
cenza, fu posto in libertà, ed egli
ritirossi nella diocesi di Poitiers ,
dove fondò il monistero di Noir-
moutier e il priorato di Quincey.
Per le preghiere di s. Audoeno, che
gli restituì l'antica amicizia, ritornò
a Jumiège nel 681, ove avrebbe
potuto terminare in pace i suoi gior-
ni; ma amò meglio ritirarsi a Noir-
moutier, la cui solitudine favoriva
maggiormente la sua tendenza alla
contemplazione, ed ivi mori ai 20
d'agosto del 684- La sua festa si
celebra il giorno della sua morte.
FILIPPA DI MARERIA (beata).
Nata da nobili ed opulenti genito-
ri , ebbe la fortuna di conoscere
nella sua giovinezza e di udire s.
Francesco , il quale gì' inspirò sì
grande disprezzo del mondo e delle
sue vanità , che risolse di separar-
sene interamente. Superate le diffi-
coltà che la sua famiglia opponeva
alla di lei vocazione, ritirossi sopra il
monte di Marena, presso alla sua
città natia, nella diocesi di Rieti ,
per vivervi con alcune compagne
nella pratica della penitenza. Edi-
ficatagli da suo fratello una casa
in vicinanza alla chiesa del luogo,
Filippa vi pose la regola di s. Chia-
ra , e ne fu badessa. L'infelice sta-
lo dei peccatori la commoveva as-
FIL
sai vivamente, e per ricondurli a
Dio non risparmiava né orazioni,
uè austerità, né esortazioni. La sua
morte, di cui aveva predetto il
momento , avvenne a' 1 3 febbraio
1^36, ed ai 16 dello stesso me-
se si celebra la sua festa nell'ordine
di s. Francesco, essendo stato ap-
provato il culto di questa beata
dal Papa Pio VII.
FILIPPI. Città arcivescovile della
seconda Macedonia nell' esarcato
del suo nome , secondo le notizie
ecclesiastiche. Filippi, Philippi , o
Filibah, città della Macedonia , od
almeno in quella parte conquistata
all' oriente della Tracia, a poca di-
stanza dal monte Pangaeus, in vici-
nanza del mare Egeo, nella parte
orientale della pianura del suo no-
me, presso al golfo della Contessa.
Il suo primo nome fu Crenides ,
cioè a dire la ciltà delle fontane ,
a cagione delle vene d' acqua che
sortivano alla base della collina su
cui era situata. Fu poscia chiama-
to Datus, e secondo altri Thasus,
dai thasi che l'avevano fabbrica-
ta. Presa dal re Filippo, padre di
Alessandro Magno, l'abbellì, la for-:
tifico, e gli diede il proprio nome,
pei- cui divenne più grande, e flo-
ridissima. In seguito venne con-
quistata dai romani, che vi de-
dussero una colonia; indi diven-
ne celebre per la battaglia e vitto-
ria riportatavi nei dintorni da Ot-
taviano Augusto e da Marc' Anto-
nio contro Bruto e Cassio uccisori
di Giulio Celare, quarantadue an-
ni avanti Gesù Cristo ; avvenimen-
to che ebbe per conseguenza il
termine definitivo della repubblica
romana, e 1' istituzione poscia del-
l' impero. Di questa città più non
rimane che un miserabile villaggio,
vedeudovisi però ancora gli avanzi
VOL. XXIV.
FIL 2-3
di antichi monumenti, e di un an-
fiteatro. In oggi la città di Filippi
è dominata dai turchi, che la chia-
mano Filibah. La città acquistò
pure ne' fasti della Chiesa rinoman-
za, per avervi l'apostolo delle genti
s. Paolo predicata la fede, e stabi-
litovi il seggio vescovile, al modo
che racconta il Rodotà, Dell' origi-
ne del rito greco in Italia, toni.
Ili, pag. 4j trattovi per celeste vi-
sione, in compagnia di Timoteo,
di Sila, e di s. Luca. Insegnarono
al popolo gli articoli principali della
cristiana credenza, e i punti più
sostanziali della disciplina e morale
evangelica. San Paolo vi costituì
primo vescovo Epafrodito , e coi
suoi compagni partì per Amfìpoli ,
per Apollonia , e per Tessalonica.
Con qual fermezza e costanza abbia-
no poi perseverato nella fede i filip-
pensi ed i macedoni , e quale af-
fetto ed amore serbarono verso s.
Paolo, chiaramente si raccoglie dal-
le sue lettere, la prima volta che
fu posto in prigione verso l'anno 62.
L' apostolo testifica a questi fedeli
la più tenera riconoscenza, perchè
lo provvidero due volte del biso-
gnevole quando soggiornava in Tes-
saglia, ed i macedoni gli avevano
mandato denaro in Corinto; testi-
fica ancora il più ardente zelo per
la loro salute ; si consola del loro
coraggio a patire per Gesù Cristo,
e delle loro buone opere, gli eccita
alla confidenza ed al gaudio. Que-
sta lettera s. Paolo la mandò ai
filippensi per Epafrodito loro ve-
scovo ; quindi i filippensi scrissero
una lettera a s. Policarpo per pre-
garlo di voler comunicar loro le
lettere che aveva ricevuto da s. I-
guazio, e tutte le altre del mede-
simo santo che potesse egli avere.
Veggasi il Rinaldi all' anno 5g,
18
274 FIL
mim. 8, ove parla della legazione
di Epafrodito, che s. Paolo chiamò
apostolo dei filippensi, ed all'an-
no fio, num. i , ove riporta gli
avvertimenti di s. Paolo ai filippen-
si acciò si guardino dagli eretici
nemici della croce di Cristo, che
insegnavano non essere stato vera-
remente crocefisso. All' anno poi
5 r , num. 67, racconta quanto in
Filippi patissero s. Paolo e Sila ,
flagellati e malmenati dai magistra-
ti che non volevano altri riti ed
osservanza di leggi che le romane,
cui la città era tenuta seguire co-
me colonia; ed al num. 72 rac-
conta la miracolosa liberazione di
s. Paolo e di Sila , nel terremoto
che aprì la porta del carcere , e
della caduta delle loro catene, co-
me della conversione del carceriere
e sua famiglia.
Nei primi tempi la chiesa di
Filippi fu suffragarla di Tessaloni-
ca, ma poscia nel IX secolo fu
eretta in metropoli della seconda
Macedonia, coi seguenti vescova-
ti per suffraganei. Drama, che nel
secolo XIII divenne arcivescovato,
e nel secolo XV si uni a Filippi ;
Napoli o Cristopoli che nel XIII
secolo fu unita a Drama ; Serra
che nel IX secolo divenne arcive-
scovato; Zichne che nel secolo XIII
fu eretta in chiesa arcivescovile ;
Lemno che nel IX secolo fu eleva-
ta ad egual grado ; Metenico che
salì a simile onore nel XIII seco-
lo ; Alectriopoli, Theoria, Cesaro-
poli, Polistilio, Belicea, e Smolena.
Essendosi i latini impadroniti di
Filippi nei primi anni del secolo
XIII, vi stabilirono un arcivescova-
to latino di loro comunione ; e Gu-
glielmo eletto vescovo di Nazoresca,
■vi fu trasferito nel 1212 da Papa
Innocenzo III, che Io consagrò, ed
FIL
egualmente colle proprie mani gli
impose il pallio: vi sono molte let-
tere di questo Pontefice, indirizzate
al medesimo prelato. V. il p. Le
Quicn, Orietta Christ. tom. Ili,
pag. 1046, il quale ci dà la noti-
zia di diciolto vescovi che occupa-
rono la sede di Filippi. Il primo,
come si disse, fu Epafrodito ordi-
nato da s. Paolo, il secondo Erasto
nominato negli atti degli apostoli,
e nella seconda epistola a Timo-
teo : quanto ai loro successori , di
cui l'ultimo fu Agapio od Agapito
nell'anno 1740, veggasi il medesi-
mo Oriens Christianus tom. II,
pag. 66.
Al presente Filippi, Fhilippen, è
un titolo arcivescovile in parlibns,
che conferiscono i sommi Pontefi-
ci, con tre titoli vescovili pure in
partibus per suffraganei, cioè Ab-
dera, Cesaropoli , e Lorima. Gli
ultimi arcivescovi di Filippi sono,
monsignor Giovanni Musi che Leo-
ne XII nel i8s5 traslatò alla chie-
sa residenziale di Città di Castello;
monsignor Costantino Patrizi, (atto
dal medesimo Papa nel concistoro
de'i5 decembre 1 828, il quale dal
regnante Gregorio XVI fu pubbli-
cato cardinale in quello degli 1 1
luglio i836, ed attualmente vicario
di Roma; e monsignor Francesco
Yillardell, dell'ordine de' minori
osservanti di s. Francesco , dallo
stesso Gregorio XVI dichiarato ar-
civesco di Filippi, e vicario aposto-
lico di Aleppo agli 8 marzo 1839.
FILIPPINE. Isole del mare del-
l'India nell'Oceania occidentale, al
sud-est dell' Asia. Questo ampio
arcipelago è il più boreale della
Malesia, uno de' più vasti e più
considerevoli degli arcipelaghi che si
conoscano, si estende dal 5" 3o ,
sino al 20° io° lat. N., trovando-
FIL
ti fra il io5° ed il n5° lat. E.
<lel meridiano di Roma. Confina
al nord coli' isola chinese di For-
mosa, all'ovest colla costa dell'im-
pero Birmanno, all'est colla Micro-
nesia, ed al sud coll'arcipelago delle
Mollicene. Si disse già arcipelago di
s. Lazzaro, e componesi di moltis-
sime isole di grandezza differente,
e poco fra loro distanti : i .° isola
di Lusson con Manilla (Fedi) sede
arcivescovile , da cui dipendono le
tre sedi vescovili che nomineremo,
due delle quali sono nella stessa
isola di Lusson, Caceres (Fedi),
o Nova-Caceres , e Segovia (Fedi),
o >ova -Segovia : 2.0 gruppo delle
Babuyanes; 3.° gruppo di Bachi;
4-° gruppo di Bissayes, con Zebù^
Cehù, o Nome di Gesù (Fedi), se-
de vescovile; 5° gruppo delle Ca-
lamianes ; 6.° isola di Mindanao :
7.0 gruppo di Solù o Sulù ; 8.° iso-
la di Palawan. Si sono sempre di-
stinte dieci isole più rimarchevoli
per grandezza, ed altre dieci di
qualche importanza ; ma ve ne ha
un numero assai maggiore, che non
meritano menzione, e molte anche
senza nome. Attualmente sono tut-
te sotto la dominazione spagnuo-
la, la quale però in molti luoghi
è debole, e di niuna conseguenza
pei nativi: il loro viceré fa la sua
ordinaria residenza a Manilla. I
frequenti vulcani in attività, le cal-
de sorgenti di acque termali., gli
spessi terremoti, i violenti uragani
testificano delle cause degli squar-
ciamenti che queste terre hanno
sofferto e soffrono tuttora, forman-
dovisi nuove lagune, cospicue fen-
diture, ed ostruzione di canali fra
1' una e l'altra isola. Moltissimi fiu-
mi inaffiano ogni contrada, dal che
nasce la congettura che fossero essi
corsi d'acqua continentali, inter-
FIL 2-5
rotti dal cataclisma. Sebbene gli abi-
tanti godi no tutti i vantaggi del
cerchio tropico, non ne risentono i
grandi calori, e dopo le pioggie
ordinarie da magsrio a settembre
sviluppasi la stagione più fiorente e
deliziosa, vedendosi bella la campa-
gna per la più rigogliosa vegeta-
zione, al pari delle feconde coste
del Coromandel , e del Malabar
sul continente vicino. I fiumi nelle
loro sabbie trascinano pagliuccie di
oro ; le Filippine hanno miniere di
questo metallo, e di ferro. Gli abi-
tanti sono maomettani, o pagani ;
ma negli stabilimenti spagnuoli si
professa la religione cattolica.
Le Filippine furono scoperte da
Ferdinando Magellano portoghese
nel i520, il quale fu trucidato
nell' isola di Matan, dopo aver sot-
tomessa quella di Zebù, e credesi
dalle stesse sue genti, per la sover-
chia asprezza del suo carattere, ma
s'ignora quale fondamento abbia si
ingiurioso sospetto. Un solo vascel-
lo della sua squadra tornò iu Eu-
ropa per il Capo di Buona Spe-
ranza, e fu quella la prima volta
che si venne a compiere il giro
del globo. Gli spagnuoli però vi si
stabilirono soltanto nel 1 564» ed
allora le chiamarono Filippine dal
loro re Filippo II in quel tempo
regnante. Credono alcuni, che fosse-
ro le Barusse indicate da Tolomeo.
Nel 1639 gli abitanti intimoriti dal
numero sempre crescente dei chinesi,
che venivano ad abitare quest'iso-
la, approfittarono del primo pre-
testo offertosi per intimar loro la
guerra , e li uccisero quasi tutti.
L'isola di Manilla fu nel 1762
presa dagli inglesi, e restituita due
anni dopo. Da circa due secoli, al-
cuni pirati di Magindanao e di Su-
lù infestano le coste delle Filippi-
i76 FIL
ne, senza che sia permesso ai na-
turali di respingere i loro attac-
chi, temendo gli spagnuoli di la-
sciar loro le armi in mano. Que-
ste isole Filippine dopo la scoperta
di altre isole presero il nome di
Filippine vecchie.
Le altre isole sono le Filippine
nuove, o isole di Pallos, nel mare
dell' Indie, ove formano un consi-
derabile e bello arcipelago, situato
fra le Molucche, le Filippine anti-
che, e le Marianne, così dagli spa-
gnuoli chiamate, in memoria della
Joro regina Maria Anna. E qui no-
teremo che le isole Marianne dette
pure dei Ladroni, furono così chia-
mate quando le discoperse il Magel-
lano, per significar l' inclinazione di
quelle genti. Nel secolo XVII era
riuscito al p. Serafino Vittores ge-
suita di stabilirvi una missione che
divenne fiorente ; ma fu poi mar-
tirizzato con due compagni , onde
gli altri se ne partirono. Le Fi-
lippine nuove, o isole di Pallos, fu-
rono scoperte nel principio dello
scorso secolo dagli insulari non lon-
tani, imbarcatisi per ripatriare, e
spinti dalla forza del vento alla
punta dell'isola di Samar, una delle
più orientali delle Filippine. Se ne
contano secondo alcuni ottantaset-
te, comprese tra la linea ed il tro-
pico di Cancro, estremamente po-
polate, ma di un difficilissimo ap-
prodo a cagione del violento flus-
so e riflusso che vi diflìculta la na-
vigazione. Altri non ne contano che
trentadue, fra le quali tre sole non
sono popolate. Gli abitanti per l'e-
stremo calore che vi domina van-
no quasi affatto nudi. Ogni isola
ubbidisce al suo capo, eh' è sogget-
to ad un sovrano di tu Ite, che se-
condo alcuni abita nell' isola di Fe-
lli o Fayo, che altri chiamano la
FIL
Miu'rée. I gesuiti delle Filippine
stabilirono una missione in questo
arcipelago. L'isola di Pauloq odi
s. Giovanni è una delle più occi-
dentali delle nuove Filippine, e la
più vicina alle antiche ; fu scoper-
ta nel 17 io. Il Terzi nella Siria
sagra, puhblicata nel 1695, a pag.
3 1 i ci dà notizie civili e religiose
delle Filippine e de' suoi missio-
nari e sedi vescovili, narrando che
il p. Antonino Ventimiglia teatino,
nel secolo XVII vi s'introdusse con
ubertoso frutto.
FILIPPINE, Monache oliate. In
Roma vi è un monistero di reli-
giose chiamate Filippine, perchè vi-
vono sotto il patrocinio di s. Filip-
po Neri fondatore de' preti della
congregazione dell'oratorio, chia-
mati volgarmente Filippini [Fedi),
scelto da esse per loro protettore.
Ebbero origine da un buon cristia-
no nominato Rutilio Brandi guan-
taio, il quale da Siena sua patria
essendosi stabilito in Roma, quivi
ebbe la ventura di porsi sotto la
direzione di s. Filippo, ed imbe-
verato del suo spirito, dopo la beala
morte di lui si applicò a porre sulla
retta via la gioventù traviata, ed a
mantenere in essa que'che la batte-
vano. Insieme al suo amico Antonio
Vela di Vicenza, Rutilio incominciò
ad istruire nella pietà i giovanetti
bisognosi di educazione, che radu-
navano in ogni giorno ad ore de-
terminate. Vedendo il buon Ruti-
lio, che poco era il frutto che rac-
coglieva, se ne afflisse, e caldamen-
te raccomandossi a s. Filippo, che
in una visione gli fece conoscere,
che dovea lasciar la cura dei gio-
vanetti, e in vece intraprender
quella delle fanciulle. Manifestò Ru-
tilio la visione al Vela, e nel 1620
avendo scelto alcune donzelle pò-
FIL
vere di buoni costumi, e figlie di
genitori onorati, le collocarono in
mia casa contigua all' oratorio del-
la confraternita delle cinque pia-
ghe, posto a strada Giulia, nel rio-
ne Regola, sotto la presidenza di
matura e pia donna, per ammae-
strarle nella pietà e nei lavori ma-
nuali propri del sesso. Ottennero
di aprire una finestra corrisponden-
te all'interno della chiesa dell'ora-
torio, per ascoltare la santa mes-
sa senza uscire di casa. Qui però
noteremo che questa chiesa sotto
il pontificato di Paolo V venne
edificata dallo stesso Rutilio Bran-
di, come oratorio per la confrater-
nita delle cinque piaghe del Re-
dentore, delle quali era molto di-
voto, e fu dedicata a s. Trofìmo
avvocato contro la gotta; poscia fu
dedicata a s. Filippo Neri, per cui
ora è sotto il suo nome, ed è l'u-
nica che in Roma è a lui solo sa-
gra. 11 quadro del santo titolare è
una copia di quello di Guido Re-
ni ; il s. Trofìmo lo dipinse Filip-
po Zucchetti in atto di sanare i
podagrosi : ed il ss. Crocefisso in
rilievo è lavoro de' bassi tempi ,
trasportato in questa chiesa dalle
sagre grotte vaticane. Nell'oratorio
il Salvatore impiagato, sostenuto
da un angelo si attribuisce a Fe-
derico Zuccari. Ai 26 maggio vi
si celebra la festa del santo titola-
re Filippo Neri, ed ai 27 gennaio
quella di s. Severo fanciullo mar-
tire, il di cui corpo ivi si venera.
AI presente questa chiesa è in cura
dei medesimi con fra ti del nominato
sodalizio, di cui tratta Cario Bar-
tolomeo Piazza, nelle Opere pie di
Róma a pag. 739 e seg., laonde non
riuscirà discaro qui un breve cenno.
Volendo alcuni pii fiorentini eser-
citarsi in opere virtuose , ed ono-
FIL 277
rare Dio, si radunavano in una
chiesa fuori di porta Angelica, det-
ta di s. Giovanni de'Spinelli. Quin-
di si eressero in compagnia, e si
posero sotto la protezione di s.
Gio. Battista, in ossequio della sua
dimora nel deserto. Nominarono
governatore perpetuo Rutilio Bran-
di, indi si riunirono prima nella
chiesa dei ss. Simone e Giuda, poi
in quella di s. Biagio della Fossa,
finché Rutilio a proprie spese fab-
bricò la detta chiesa ed oratorio, e
vi stabili la congregazione verso l'an-
no 1617; indi Paolo V l'eresse
canonicamente in confraternita, ed
approvò le sue costituzioni e sta-
tuti. Non usano sacco i conflati,
perchè è loro vietato, e senza di
esso possono associare i cadaveri di
quelli che appartengono al soda-
lizio.
Nella detta casa le fanciulle es-
sendo cresciute di numero, furono
trasferite colla direttrice in altra
abitazione chiamata de' Massaini ,
posta sopra la chiavica presso la
chiesa di santa Lucia della chia-
vica, nello stesso rione della Re-
gola. Da qui passarono ad abi-
tare in una casa contigua al pa-
lazzo Incoronati, pure nel medesi-
mo rione, lascialo loro per testa-
mento da Francesco Radice, ed a
cui fu poi dato il nome di con-
servatorio, destinandosi alcune zi-
telle più anziane in aiuto della di-
rettrice per la direzione della casa.
Volendosi assegnare alle regolatri-
ci un abito che le distinguesse, ri-
corse Rutilio con orazioni a s. Fi-
lippo, che gli apparve di nuovo
con una monaca vestita di nero,
con un rocchetto o cotta bianca
sopra la veste nera cinta da un
cordone bianco , ed una croce ne-
ra in petto, luuga uu palmo circa,
278 FIL
con soggolo quadrato, col capo co-
perto da velo bianco, e da velo
nero, al modo con cui ce ne dà la
figura il p. Bonanni nel Catalogo
degli ordini religiosi, parte secon-
da, pag. LXXXII, Delle monache
dette Filippine. Allora con licenza
di monsignor vicegerente furono
così vestite ventiquattro zitelle scel-
te fra quelle del conservatorio , e
fecero nelle mani del confessore le
semplici promesse di perseverare
nella castiià e nella ubbidienza, le
quali poi hanno proseguito a fare
tutte quelle che entrano in questo
istituto. Una delle ventiquattro fu
eletta priora, e cominciarono quin-
di a chiamarsi monache di s. Fi-
lippo, e Filippine. Ma a cagione
della partenza da Roma di Anto-
nio Vela, e della morte di Rutilio,
avvenuta nel febbraio 1 634, Pie"
sero la soprai n tendenza del conser-
vatorio cinque oneste persone, pre-
gate all'effetto da Rutilio prima di
morire, e confermate quindi nel-
l'uffizio dal vicegerente monsignor
Giambattista Altieri, con l'autorità
apostolica di Urbano Vili, che as-
segnò loro la regola di s. Agosti-
no. Il fratello di tal Pontefice, il
cardinal Barberini del titolo di s.
Onofrio, assegnò alle monache un
legato mensile di scudi venticinque
per l'acquisto di lana, stoppa, fi-
lo, ec, acciò sempre fossero appli-
cate ne' lavori femminili.
Ai delti cinque deputati furono
poi aggiunti altri quattro, de' quali
uno fu l'avvocato Onorati, che a-
vendo nel 1647 assunta la prela-
tura, fu dai colleghi dichiarato lo-
ro capo, il perchè d'allora in poi
sempre vi è stato il deputato pre-
lato. Indi nel i0/j9 Innocenzo X
assegnò al conservatorio per primo
protettore il cardinal Cristofaro
FIL
Vidinan oriundo tedesco, ina nato
in Venezia, a cui per sua morte
nel 1660 fu sostituito il cardinal
Giulio Rospigliosi di Pistoia , che
elevato nel 1667 al pontificato col
nome di Clemente IX, cedette la
protettoria al suo nipote cardinal
Giacomo Rospigliosi, il quale trasfe-
rì le monache filippine dal palaz-
zo Incoronati a s. Lucia della chia-
vica, alla chiesa e convento de' ss.
Gio. e Paolo a Monte Celio nel
rione Campitelli. Qui le religiose
dimorarono sino al 1672, epoca in
cui le monache del terzo ordine
di s. Francesco, dimoranti nel mo-
nistero di s. Croce , situato sul
monte Citorio nel rione Colonna,
essendo stale trasferite a quello di
s. Bernardino da Siena alla Subur-
ra, il medesimo cardinal Giacomo
Rospigliosi comprò per le filippine
il monistero di Monte Citorio, in
cui abitarono sino al 1695, nel
quale anno fu questo incorporato
nella fabbrica della curia Innocen-
ziana. Parlando il Piazza nel suo
Eusevologio romano, trattato IV,
capo XII, Delle povere zitelle di s.
Filippo Neri ec, dice che la chie-
sa delle francescane di Monte Ci-
torio era stata eretta nel i3oo,
che desse avendo formato due ca-
se, una intitolata alla Croce, l'altra
alla Concezione, furono da s. Pio
V unite, obbligando le monache
alla professione solenne; ma dive-
nute le filippine proprietarie del
luogo, dedicarono la chiesa a s. Fi-
lippo Neri. Indi racconta lo scopo
del pio istituto, allora numeroso
di cento zitelle, e di venli mona-
che, le quali vi restarono sino alla
detta incorporazione. Ed è perciò
che furono costrette le filippine a
restituirsi all'antica abitazione 3cl
palazzo Incoronati ; ma finalmente
F1L
essendo loro protettore il cardinal
Camillo Cibo, fu dato principio ad
un nuovo inonistero, situato vicino
alla basilica Liberiana di s. Maria
Maggiore, nella via Paolina , nel
rione Monti, ov'era un casino della
famiglia Sforza. L'edilìzio fu inco-
minciato con molta magnificenza,
poi rimasto imperfetto per avere
il cardinal Cibo rinunziato alla
protettoria. Tuttavolta nel 1739 le
religiose si trasferirono alla nuova
fabbrica da esse ridotta ed acco-
modata nel miglior modo, essen-
done allora protettore il cardinale
Marcello Passeri, nel pontificato di
Clemente XII, cbe mentre era car-
dinale Lorenzo Corsini aveva te-
nuto la protettoria delle oblate fi-
lippine, e n'era stato benefattore.
Moltissimi sono stati i sussidi
somministrati dalla pietà de'fedeli a
queste oblate, le quali gravate dalle
spese per la fabbrica del monaste-
ro, non furono in grado di tenere
fanciulle secondo la primitiva isti-
tuzione, se non in iscarso numero.
Non avendo ancor cbiesa pubblica
( bencliè al dire di Ridolfìno Ve-
nuti, Roma moderna toni. I, pag.
99, ne furono gettate le fondamen-
ta), in quella interna dedicata a s.
Filippo Neri recitano ogni giorno
1' uffizio divino, vi ascoltano la s.
messa, e fauno altri divoti esercizi.
Da ultimo, e nella domenica a' 4
settembre 1842, l'odierno protetto-
re di queste oblate, cardinal Giaco-
mo Briguole, assistito da numero-
so clero, consagrò solennemente la
cbiesa con gran consolazione di tut-
te le religiose. Questa chiesa che
rimane sotto il monastero non è
grande, ha però tre altari compre-
so il maggiore, è decente, e tutta
di muro dipinto a stiano. Al pre-
sciite le monache hanno alcune
F1L 2-9
giovinette per educande ; sono di-
rette dal proprio confessore , prete
secolare , e dal cardinal protet-
tore.
Le loro regole e costituzioni non
obbligano a colpa alcuna, né mor-
tale né veniale, sebbene sono esor-
tate ad osservarle: fu Benedetto
XIV che approvò la loro regola. Si
adunano in coro per la recita del-
l' uffizio delle piaghe del Redentore,
e poi delle quattro ore canoniche;
dopo le quali sono tenute alla re-
cita di cinque Pater ed Ave alla di-
vina Provvidenza, all'orazione men-
tale, prendendone i punti dalla vi-
ta di Gesù Cristo ne' giorni comu-
ni, nelle domeuiche dal vangelo cor-
rente, e nelle feste de' santi princi-
pali dalle loro vite. Ad ora debita
debbono dire in coro vespero e
compieta, poscia cinque Pater ed
Ave a s. Filippo Neri colla sua ora-
zione, e ad ora competente recitar
prima di cena in coro il mattutino
e le laudi, ed in fine sette Pater
ed Ave in onore di s. Giuseppe, le
litanie della Madouna, e la Salve
Regina. Di altre orazioni e pie ope-
re sembra superfluo qui farne men-
zione. 11 citato Piazza tratta delle
filippine, anche nelle Opere pie di
Roma a pag. 1 83. Il p. Heliot nel
tom. IV, cap. 46, Storia degli or-
dini religiosi, parla delle Filippine,
monache o zitelle de' sette dolori
della Beata Vergine, e così chiama-
te perchè fondate da s. Filippo Be-
nizzi, uno dei sette fondatori del-
l' ordine de' serviti. Ma delle mo-
nache oblate filippine di cui è
argomento questo articolo, fuori di
Roma non esistono altri monasteri
uniti ad esso, ma oblate filippine
ne sono in vari luoghi, come a Fi-
renze, a Foligno ed altrove.
FILIPPINI, O Co.VGREG AZIONE DEL-
280 FIL
ì! Obatorto ni s. Filippo Neri. Que-
sto gran santo, nato in Firenze da
Francesco Neri, e da Lucrezia Sol-
di, adolescente venne in Roma, do-
po di essere stato due anni in s.
Germano presso il proprio zio, alla
cui pingue eredità rinunziò. In Ro-
ma terminò i suoi studi abitando
la casa di certo Galeotto Caccia
gentiluomo fiorentino, la quale tut-
tora esiste contigua alla chiesa di
s. Eustachio, e nella via della Do-
gana vecchia, come eruditamente
ne scrive il eh. cav. Andrea Belli,
nel numero 43 del Diario di Ro-
ma del i843. Avendo s. Filippo
sortito un'anima tutta dolcezza e
mansuetudine, divulgatasi la fama
di sua rara virtù, presto divenne
l'oggetto della venerazione ed am-
mirazione universale della città. Tut-
to dedito alla visita degli ospedali,
e delle sette chiese, a cui si por-
tava ogni giorno, passava anche
parte della notte in orare sopra i
sepolcri dei santi martiri, che so-
no nel celebre cimiterio o cata-
combe di Calisto, contiguo alla
chiesa di s. Sebastiano fuori le
mura . Neil' anno i548 insieme
con Persiano Rosa suo confessore,
istituì nella chiesa di s. Salvatore
in Campo una compagnia di perso-
ne pie, la quale nel i55o fu dal
santo impiegata nel raccogliere i
pellegrini privi di alloggio, eh' e-
ransi recati in Roma a lucrare
l'indulgenza dell'universale giubi-
leo. Indi nel i558 Paolo IV gli
diede la chiesa di s. Benedetto in
;4 renula, che poi rifabbricata fu de-
dicata alla ss. Trinità de'PelIegrini.
Di questa celebralissima e beneme-
rita arciconfraternita , del suo isti-
tuto di alloggiare i pellegrini, e nel
contiguo ospizio ed ospedale trat-
tarvi i convalescenti, se ne parla in
FIL
alcuni luoghi del Dizionario, come
nel voi. II, a pag. 3o6 e 307, e
nel voi. XXI, a pag. 24 e 7.5. V.
s. Filippo Neri.
Lungamente si esercitò s. Filip-
po da secolare in questi atti di ca-
rità, ma nel i55i, essendo nell'e-
tà di trentasei anni, prese i primi
ordini sagri nella Chiesa di s. Tom-
maso in Parìone {Vedi), tranne
il diaconato, il quale lo ricevè nel-
la basilica lateranense. Fu il ve-
scovo di Sebaste Giovanni Lunelli,
che l'ordinò sacerdote, coll'autori-
tà del vicario di Giulio III, Filip-
po Archinto. Poco tempo dopo, es-
sendo stato ammesso fra i sacerdo-
ti che ufficiavano la chiesa della
arciconfraternita della Carità, che
da s. Girolamo prende il nome,
andò ad abitare nella casa conti-
gua alla medesima, nella quale es-
si dimoravano, ma vivendo ognu-
no da sé. Eranvi allora oltre Per-
siano Rosa suo confessore, altri de-
gnissimi soggetti per santità e dot-
trina, i quali si occupavano inde-
fessamente al giovamento spiritua-
le dei prossimi. Contento s. Fi-
lippo della sola camera , ricusò al-
cun emolumento, che solevano gli
altri ricevere dai deputati della sud-
detta arciconfraternita , e consa-
grandosi tutto anch'egli al servigio
di questa chiesa, si applicò ad a-
scoltare le confessioni, e poscia a-
vendo introdotto l'uso delle con-
ferenze spirituali nella sua camera,
che apriva indifferentemente a tut-
ti, e divenuta essa in poco tempo
angusta pel gran numero delle
persone che v'intervenivano, nel
i558 trasferì le conferenze in un
luogo spazioso che ottenne dai me-
desimi deputati dell' Arciconfrater-
nita di s. Girolamo della Carità
(Vedi), sopra lu siesta chiesa si-
F1L
tuato. Molti uomini per nascita,
per dottrina e per pietà insigni ,
tra'quali il Baronio, frequentavano
questo oratorio, il quale volle il
santo che stasse aperto ogni sera
tanto nell'estate che nell'inverno, e
che oltre le conferenze ed altri
esercizi , vi si facesse mezz' ora
di orazione colla recita in fine
delle litanie della Madonna nelle
domeniche, martedì, giovedì e sab-
bati , e negli altri giorni avesse
luogo la disciplina. Aveva il santo
scelto per suoi compagni , acciò
l'aiutassero, Francesco Maria Ta-
rugi allora secolare , che poi co-
me il Baronio fu creato cardinale,
e Gio. Battista Modio medico rino-
mato, e loro unì dipoi Antonio Succi
ed il Baronio, che si affaticavano con
più calore degli altri insieme con esso
per la salute delle anime nell'ora-
torio, del quale variò dopo qual-
che tempo l'ordine sino allora te-
nuto. Intanto che i compagni si
radunavano, s. Filippo faceva leg-
gere un lihro spirituale; indi quel-
lo che presiedeva interrogava due
o tre degli astanti sopra la lezio-
ne ascoltata, ed in fine ricapitolan-
do il santo le loro risposte, con-
cludeva con analoga riflessione, che
inducesse gli uditori al disprezzo
delle cose del mondo, all' esercizio
delle virtù, ed all'amore di Dio,
di cui ardeva il suo bel cuore.
Si discorreva ancora della storia
ecclesiastica , e si terminava col
cauto di alcune preci a gloria di
Dio, ed inni sagri e divoti. A que-
sti esercizi altri ne aggiunse, come
la visita degli spedali, dividendo
per questo i suoi in tre schiere,
che nel principio furono in picco-
lo numero di venticinque a tren-
ta, mandandole ai tre principali
spedali di Roma, ov' essi assiste vu-
FIL 28 e
no gì' infermi con tanta pietà e
carità, che servivano di generale
edificazione.
In certi giorni dell' anno, mas-
sime nel carnovale, radunava quan-
ta gente poteva per condurla alla
visita delle Sette Chiese (Vedi),
allontanandola così dai pericoli del
mondo; tale divozione, coll'ordine
stabilito dal santo, tuttora si os-
serva nel giovedì del carnovale dai
filippini : sehbene stante le passate
vicende, e la perdita del locale ove
si faceva la refezione alle turbe,
con minor celebrità, e con minor
numero di concorrenti. Non man-
carono maligni che incolparono il
santo come autore di combriccole
pericolose, come novatore ec, le
mormorazioni provocarono il vi-
cario del Papa di chiamarlo, di
rimproverarlo, proibendogli di con-
fessare, come di predicare senza
licenza, minacciandogli il carcere
se avesse continuato a condii r se-
co compagni, e tenere con essi a-
dunanze. Con molta umiltà e som-
missione rispose il santo per giu-
stificarsi, ma inutilmente perchè fu
dal vicario licenziato, e ne fu con-
seguenza che molte persone anche
ecclesiastiche, ritennero s. Filippo
per un ambizioso. Umiliando Dio
i suoi servi per maggiormente e-
saltarli, in breve fece conoscere la
di lui santità, e gli fu permesso di
proseguire i suoi esercizi con mag-
gior gloria e riputazione di pri-
ma. I fiorentini che nel 1488 a-
vevano fatto erigere in Boma u-
na chiesa per la loro nazione, sot-
to il titolo di s. Giovanni Battista,
e della Pietà de'fìorentini, che poi
divenne arciconfraternita, lo pre-
garono di assumere nel i5(>4 il
governo della medesima, e di vo-
ltila ulliziare : e ripugnando a ciò
282 FIL FIL
il santo, fu obbligalo d' obbedire to colla licenza di Papa Gregorio
dal comando di Pio IV, cbe poi XIII, passò nel i5j^. a fare i suoi
assistette in morte, col di lui ni- consueti esercizi, e ad abitare insie-
pote cardinale s. Carlo Borromeo, me con essi presso alla chiesa dei
Andarono pertanto a dimorare nel- fiorentini, dove appositamente fu
la cbiesa dei fiorentini tre disce- eretto uno spazioso oratorio. Cre-
poli di s. Filippo, cioè Baronio, scendo ogni giorno il numero de-
Fedeli , e Bordino, da lui fatti gli individui della congregazione, il
promovere agli ordini sagri, ai santo fondatore e i compagni risol-
quali si unirono Tarugi, e Velli vettero di formarsi una casa di loro
die fu il primo superiore della assoluta proprietà, per potersi eser-
congregazione dell'oratorio dopo s. citare più liberamente nei loro mi-
Filippo. Il Piazza nel suo Meno- nisteri. Furono loro offerte due
logio romano , a pag. 254, raccon- chiese, quella di s. Maria in Mon-
ta che in questo luogo il doltis- ticelli, e quella di s. Maria in Val-
simo Baronio si esercitò ne' mini- licella che per ultimo descriveremo,
steri bassi della cucina, ed altri e questa fu prescelta con consiglio
più vili per segno di umiltà, on- del Papa, perchè quantunque più
de lasciò scritto sopra il camino piccola dell'altra, era più comoda
di tale luogo, per disprezzo di sé per la situazione. Essendo parroc-
stesso, queste parole: Caesar Ba- chia, dessa gli fu ceduta dal parro-
ronius coquus perpeMius. In questo co mediante vitalizia pensione , ed
tempo fu da s. Filippo dato prin- il santo vi mandò ad ufficiarla Ger-
cipio al convitto, e s'introdussero mano Fedeli, e Gio. Antonio Lucci,
alcune costituzioni di comun con- Qualche tempo dopo vi gettarono
senso per cura del santo, alle qua- i fondamenti della chiesa magnig-
li tutti di buongrado si assogget- ca che ammiriamo, ed in cui s'in-
tarono; e poiché s. Filippo segui- cominciarono a celebrare i divini
lo a dimorare in s. Girolamo del- uffizi nel i577, ea* allora fu vera-
la Carità, dopo avere accettata la mente eretta la congregazione dei-
cura della chiesa de' fiorentini, da l'oratorio con apostolica autorità, e
questa i suoi discepoli si portava- si principiarono a porre in pratica
no a trovarlo tre volte al giorno le costituzioni approvate due anni
per essere da lui regolati e diret- prima dal santo per la sua con-
ti in tutto. Dell' arciconfraternita gregazione, le quali costituzioni, co-
e pio istituto di s. Girolamo della me si disse, sino dal principio del
Carità, è a vedersi il volume II, convitto di s. Giovanni de' fìorenti-
pag. 3oi , e il volume IX, pag. ni erano state introdotte, e per
267, 268 e 269 del Dizionario, consuetudine dai padri ricevute e
Della chiesa ed arciconfraternita praticate fin qui. La congregazione
poi di s. Giovanni de' Fiorentini nell'anno medesimo fu approvata
oltie al detto volume II, pag. da Gregorio XIII, che prestò an-
297 del Dizionario, se ne tratta torà il suo consenso di trasferire
eli articolo Firenze [Vedi). 1' oratorio di s. Giovanni de' fio»
Biusccndo incomodo a questi di- reatini a s. Maria dilla Valliceli*,
sccpoli 1' andare sì frequentemente delta volgarmente la chiesa Nuova*
all' oratorio di s. Girolamo, il san- In questa s. Filippo variò l'ordine
F I L
de' suoi primi esercizi, poiché in
vece delie conferenze, volle che vi
si làce^se ogni giorno, meno i sab-
bati, una lezione spirituale, e poi
quattro sermoni, e che in fine si
cantassero alcuni inni e preci pel-
le necessità della Chiesa cattolica.
Nell'istesso anno ^77 s. Filippo,
che ancora dimorava in s. Girola-
mo ove si era conservato la came-
ra, e dove fece ritorno allorché da
s. Giovanni de' fiorentini passarono
i padri in s. Maria in ^ alliccila,
per non essere reputato fondatore,
fu dai suoi eletto superiore della
nuova casa, a cui per obbedire al
Papa che glielo comandò, si trasfe-
rì nel i583, essendo il dì sagro a
s. Cecilia, e poi nel i588 si uniro-
no ivi con lui tutti i preti che for-
mavano la congregazione dell' ora-
torio di Roma. 11 Piazza nell' Fu-
sevologio romano, trattato III, cap.
X, Dell' oratorio Gregoriano ovvero
di s. Filippo Neri a s. Maria in
Vallicella detta la chiesa Nuova,
narra come seguì il trasferimento dei
filippini da s. Girolamo alla Val-
licella , dicendo che il sauto per
mortificazione di se slesso e de'suoi,
fece dai discepoli trasportare come
in processione le masserizie più co-
muni, cioè padelle, palette, pentole
ec. Stabilito così bene l' istituto, si
estese subito in varie città d' Italia,
nelle quali furono fondale diverse
case, laonde nel 1587 il fondatole
fu eletto preposito generale perpe-
tuo di tutta la congregazione. Que-
sta perpetuità però nel governo fu
accordata solamente a s. Filippo
a riguardo de' suoi grandi meriti e
delle sue virtù, poiché era stato
decretato che tali superiori non du-
rassero nell' uffizio che per tre an-
ni, né potessero essere confermati
che per tre altri, sebbene nel 1 ujò
F!L 283
essendo morto già il santo, la con-
gregazione ordinò che il preposito
si potesse confermare nella carica
per tutto quel tempo che fos<e sta-
to giudicato spediente, cioè tornan-
do ad eleggerlo triennio per trien-
nio. Sebbene sul principio furono
unite alla casa di Roma quelle di
Napoli, di s. Severino, e di Lancia-
no, ed allora il preposito di ciascu-
na di esse dicevasi rettore per di-
stinguerlo dal preposito generale;
in seguito si sciolse questa dipen-
denza, e si stette strettamente al
decreto accennato. Inoltre prescris-
se s. Filippo a' suoi discepoli e fi-
gli spirituali un tenore di vita per-
fettamente conforme a quello che
l' apostolo s. Paolo diede ai primi
cristiani; prescrisse poi nelle costi-
tuzioni, che nella congregazione non
si facessero voti di sorte alcuna,
volendo che quelli che vi entrava-
no, fossero legati dai soli vincoli di
carità, in maniera che se alcuno
avesse bramato di uscirne per ab-
bracciare anche lo stato religioso,
ne avesse di ciò piena libertà. Laon-
de i preti dell'oratorio, che in
venerazione del loro istitutore fu-
rono chiamati Filippini, sono pre-
ti e chierici secolari, che vivono iu
comuue, con 1' esercizio dell' orazio-
ne, della parola di Dio, e di altri
pii esercizi, e quindi prese nome di
Congregazione dell' Oratorio : il ci-
tato Piazza enumera e descrive le
belle opere in cui si esercitano i
filippini , massime negli oratoria
ov' è escluso 1' accesso alle donne,
a cui Sisto V, al dire del Panciroli,
ed altri Pontefici, concessero molte
indulgenze. Prescrisse pure il santo
regolamenti intorno all' ordine dei
capitoli da tenersi dalla con.
/ione, da cui ordinò che fossero
espulsi i diaub'>edieuti, e quei che
a84 FU-
CO* loro cattivi esempi fossero occa-
sione agli altri di cadere ; e che la
casa di Roma non dovesse assume-
re il governo di alcun' altra casa;
e perciò formandoti nelle altre città
simili congregazioni, ognuna si re-
golerà da sé, e separatamente, in
guisa di tanti corpi uno separato
dall'altro. Circa l'elezione del su-
periore, che si fa a pluralità di vo-
ti de' deputali, assistenti, ed altri
ministri delle case, si può vedere
quanto si riporta dal Dizionario de-
gli ordini regolari , all' articolo O-
r atomo. Quivi noteremo che della
congregazione de' sacerdoti di s. Gi-
rolamo, se ne parla all'articolo s.
Girolamo [Vedi).
Le frequenti infermità impeden-
do a s. Filippo di comparire in
pubblico, Gregorio XIV gli permi-
se nel i5gi di celebrare la messa
in una cappella privata accanto al-
la sua camera, dov'egli vedendosi
in libertà di sfogare la sua divo-
zione, senza essere di aggravio agli
astanti, si abbandonava alla medi-
tazione anche per due ore di con-
tinuo, che passavano tra il Domi-
ne non suni dignus, e la comunio-
ne, onde chi serviva la messa lo
lasciava per tal tratto di tempo, e
tornava per assisterlo al rimanente,
li medesimo Papa lo dispensò dal
recitare l'uilizio divino, permetten-
dogli di sostituirvi la lecita della
corona, della quale dispensa si ser-
vi nelle sole infermità. Gregorio
XIV voleva crearlo cardinale, ma
il santo costantemente si rifiutò,
benché gli avesse predetto il pon-
tificato. Finalmente desideroso il
santo di menar vita privata per
prepararsi alla morte, di cui gli fu
annunzialo il momento in una ce-
leste visione, rinunziò la prepositu-
ra che fu conlaila al Barouio, il
F1L
il quale ne sostenne il peso per sei
anni , in rapo ai quali fu creato
cardinale da Clemente Vili. Intan-
to s. Filippo sempre più si die al-
la pratica delle virtù, ìinchè a mez-
zanotte venendo il 26 maggio i5q5,
in età di otlantatlue anni circa, vo-
lò la sua anima in paradiso. Infi-
nito fu il popolo accorso a vene-
rare il suo corpo, e pei di lui me-
riti Iddio operò i più stupendi mi-
racoli, sì vivente che dopo morto.
Clemente Vili perciò fece formare
subito i processi, e Paolo V a' 2 3
aprile del i6i5 lo beatificò, per-
mettendo che in suo onore si reci-
tasse V uflizio e la messa. Gregorio
XV a' )2 marzo 1622 solennemen-
te lo canonizzò, pubblicandone il
successore Urbano Vili la corri-
spondente bolla Ralioni congruit ,
die 6 augusti 1623, nel giorno stes-
so che fu creato Pontefice , Bull.
Rom. tom. V, par. V, pag. i23.
Tale canonizzazione fu celebrata
colla coniazione di una medaglia ,
che nella serie dei conii pontificii
sta sotto il numero 181. Clemen-
te IX di poi comandò agli 8 giu-
gno 1669 che in tutta la Chiesa
se ne celebrasse la memoria con
rito doppio, mentre sino allora si
faceva semidoppio. Benedetto \ 1 1 1
essendo stato ad intercessione di
s. Filippo liberato in Benevento ,
quando era arcivescovo, dalla ro-
vina del terremoto del 1688, e in
due altre circostanze, ordinò che
la festa di questo santo fosse in
lioma e suo distretto osservata di
precetto, e col digiuno nella sua
vigilia, e che nella chiesa di s. Ma-
ria in Vallicella, ove decorosamente
venerasi il suo corpo, nel medesimo
giorno della festa si celebrasse cap-
pella papale colf intervento del Pon-
tefice, de' cardinali, e di tutti quel-
FIL
li che hanno luogo in cappella
pontificia. La festa e la cappella
tuttora si celebra, non la vigilia. I
Papi vi si recavano in solenne ca-
valcata, ed ora vi accedono col tre-
no nobile, al modo che descrivem-
mo nel volume Vili, pag. 1 55 del
Dizionario. Abbiamo la Narrazio-
ne de prodigi operati dal glorioso
s. Filippo Neri nella persona del-
l' eminentissimo cardinal Orsini ar-
civescovo di Benevento, in occasio-
ne che rimase sotto le rovine delle
sue stanze nel terremoto che distrus-
se quella città aJ 5 giugno 1 668 ,
Napoli. Icon mentis 3 et cordi s Be-
ned. XIII exhibens narrationem
suae vilae , et miraculorum , eptae
Deus edidit gravihus in pericul'S
versanti^ depreca t ione s. Philippi
Neri opitidatus, Francofurti 1725.
11 benemerito fondatole della
congregazione dell' oratorio, s. Fi-
lippo, fu amicissimo del cardinale
s. Cailo Borromeo arcivescovo di
Milano, e splendore del sagro col-
legio; di s. Ignazio fondatore della
veneranda compagnia di Gesù , e
di s. Felice da Canta lice gloria del-
l'ordine de' cappuccini , e meritò
pel magnanimo suo cuore, tutto
ardente di carila del prossimo, e
per quanto fece alla capitale del
cristianesimo , il glorioso titolo di
apostolo di Roma, la quale nutre
per lui tenerissima divozione. Ben
ciò si addiceva alle sue soavi at-
trattive che gli guadagnarono il
cuore di tutti, ed alle sue belle i-
stituzioni che tuttora fioriscono,
quali sono i pii oratorii , le visite
agli ospedali per l' assistenza degli
infermi ; la visita delle sette chiese
e delle sagre catacombe, che a te-
stimonianza del Severano nei ses-
santa anni che il santo visse in Ro-
ma visitava di giorno e di notte,
FIL 285
come era divotissimo della basilica
di s Pietro; le pie adunanze pres-
so la chiesa di s. Onofrio sul mon-
te Gianicolo ; 1' arciconfraternita e
grande ospizio della ss. Trinità
de' Pellegrini, ove poi perchè i pel-
legrini e i convalescenti fossero nel-
lo spirituale meglio assistiti , nel
1675 vi fu fondata la congregazio-
ne de' sacerdoti, secondo l'idea di
s. Filippo, con regole, direzione e
stabilimento del p. Mariano Socci-
no prete dell' oratorio, della qua-
le trattano il p. Bona-nni nel Ca-
talogo degli ordini religiosi, parte
111, pag. XIII, ed il Piazza nelle
Opere pie di Roma, tarati. X, cap.
XXV , con approvazione d' Inno-
cenzo XII ; e per non dire di al-
tro, dobbiamo a s. Filippo l'utile
e piacevole istituzione dell' oratorio
notturno, in cui si cantano con mu-
sica sagri componimenti. 11 mede-
simo p. Bonanni nella parte I del
nominato Catalogo, pag. XLVI, ci
dà la figura di un filippino che è
vestito, siccome prescrisse il santo
fondatore, come i sacerdoti secola-
ri del suo tempo , cioè mantello ,
sottana, e fascia di lana nera, men-
tre differisce da quello dei sacerdoti
moderni, perchè questi variarono il
vestiario antico. Quindi il medesi-
mo p. Bonanni celebra la congre-
gazione de' filippini , di cui dice
averne scritto Ippolito Maracci ,
A uberto Mireo, il cardinal De Lu-
ca, Antonio Gallonio; ed aggiunge
che ad esempio di s. Filippo,
Pietro di Berulle, poi cardina-
le, fondò un simile istituto in Fran-
cia sotto il regno di Luigi XIII, e
col nome di Oratorio di Gesù o
preti dell' oratorio di Francia {Ve-
di), che fu approvato da Paolo V,
ad istanza di Enrico arcivescovo di
Parigi, e di Maria de' Medici regi-
286 FIL
na di Francia. Noi però noteremo,
che l' istituto del cardinal di Be-
rulle non solo differisce nel nome
dalla congregazione dell' oratorio ,
ina le sue costituzioni sono total-
mente diverse da quella, onde non
deve essere annoverato fra le con-
gregazioni da s. Filippo fondate.
Nel Ceylan vi è una numerosa con-
gregazione dell'oratorio di s. Filip-
po: questi sono filippini portoghe-
si ivi fìssati. Su tutte le congrega-
zioni filippine il padre Marcia-
ni dell'oratorio di Napoli scris-
se un'opera in sei tomi in foglio.
Altre notizie sui filippini si leg-
gono nelle diverse vite del loro
santo fondatore, stampate con va-
rie edizioni ed idiomi dal 1600 in
poi , come quella del p. Antonio
Gallonio filippino, la quale è pu-
re riportata colle note del p. Pa-
pehrochio ne' Bollandisti, Act. ss.
ftlaji, lom. VI, p. 463 a 5?-4) do-
ve un'altra ve n' è del p. Girola-
mo Barnahei, superiore o preposi-
to dell'oratorio di Roma. La scris-
se ancora il p. Pietro Jacopo Bac-
ci di Arezzo, prete anch'esso del-
l'oratorio, di cui se ne hanno mol-
te edizioni, essendo l'ultima quel-
la eseguita in Roma nel 18 1 8, ar-
ricchita di quaranta bei rami rap-
presentanti le gesta del santo. Des-
sa fu accresciuta dal p. Giacomo
Bicci domenicano. Ve ne sono pure
del p. Domenico Pannonio filippi-
no, Vita di s. Filippo Neri apo-
stolo di Roma, "Venezia 1727 , e
di Gabriele M. Valenzuola , Vita
di s. Filippo Neri, Roma 1734.
Dopo la morte di s. Filippo la
sua congregazione continuò a fare
ulteriori progressi, ed a propagarsi
per opera di molti grandi uomini
già compagni del santo , e prose-
gui a farne dappoi per mezzo di
FIL
nitri che in ogni tempo sono in
essa fioriti, anche nelle missioni. E
sebbene in questa esemplare con-
gregazione non si facciano , come
notammo, voti di sorte alcuna, ed
i suoi membri sieno preti secolari
che possono uscirne quando loro
piace, pure vivono in comune, e
praticano nelle loro utilissime e
numerose case quanto si fa dalle
famiglie religiose, con pari esattez-
za e decoro, particolarmente nelle
chiese. Quella de' ss. Nereo ed Achil-
leo, titolo cardinalizio, fu data ai
filippini da Clemente Vili nel 1597,
ni modo che dicemmo all' articolo
Chiesa de' ss. Nereo ed Achilleo
(Vedi); indi Paolo V confermò
questa congregazione nel i6r2 col-
l'autorità della bolla, Clini dilcrti
fdii praeposilus et prcsbyteroi'iinr
congregationis Oralorii s. Maria de
Vallicella de Urbe, ed insieme ap-
provò e confermò le sue regole.
Quando Benedetto XIV nel 17^0
eresse quattro accademie, quella
sulla sacra Scrittura ed erudizione
ecclesiastica, la stabili nella casa nella
chiesa Nuova. Della Biblioteca Valli-
celliana^Fedi) esistente in questa ca-
sa, oltre quanto dicemmo a quell'ar-
ticolo, qui aggiungeremo, che il
Piazza nel suo Eusevologio roma-
no, tratt. XIII, cap. XI, trattando
della biblioteca Vallicelliana , dice
che venne fondata da s. Filippo a
vantaggio di coloro che attendeva-
no alle discipline ecclesiastiche , e
che ne fu primo deputalo Giove-
nale Ancina discepolo del medesi-
mo santo, e poi vescovo di Saluz-
zo per comando di Clemente Vili.
La biblioteca progressivamente si
accrebbe con molti e preziosi libri
dal portoghese Achille Stazio, e da
quegli altri benemeriti che nomina
il Piazza, oltre di quelli che furono
FIL
aggiunti posteriormente, per cui di-
venne famigerata non solo pel nu-
mero e qualità de' libri a stampa,
ma eziandio per quello de' mano-
scritti. In essa si tolse a custodire
anche la privata libreria di s. Fi-
lippo, in separata scansia. I libri
degni di special menzione della bi-
blioteca Vallicelliana , di cui ono-
rata menzione ne fa pure il p. Ma-
billon, sono un antichissimo codi-
ce mss. che contiene gli atti de-
gli apostoli; l'epistole canoniche
coli' Apocalisse in caratteri quadra-
ti ; un codice della Bibbia , dono
del portoghese Stazio, e dedicato
da Alcuino a Carlo Magno; un
codice di Beda del circolo lunare,
e delle sei età del mondo ; un bre-
ve martirologio sottratto all'incen-
dio della biblioteca di Lione; Y Or-
da Romanus del IX secolo, ed al-
tri non pochi codici di somma im-
portanza. Va notato che tutti gli
armadi vennero elegantemente ese-
guiti dal rinomato Taddeo Lnndi-
ni fiorentino, fratello laico de' me-
desimi filippini.
Questa congregazione diede sem-
pre uomini commendevoli per il
loro sapere e per le loro virtù.
Quelli che la compongono si dedi-
cano conforme al loro istituto alla
spirituale educazione della gioven-
tù , e alle laboriose funzioni del
santo ministero, in cui sono utilis-
simi alla Chiesa. Non solo la con-
gregazione diede celebri scrittori, e
soggetti chiari per santità di vita,
ma anche diversi amplissimi cardi-
nali e zelanti vescovi. Clemente
Vili nel i5q6 creò cardinal Fran-
cesco Maria Tarugi di Montepul-
ciano, nipote di Giulio III, e pa-
rente di Marcello II, compagno di
s. Filippo nella fondazione della
congregazione dell'oratorio; negli
FIL 287
ultimi anni di sua vita si ritirò di
nuovo nella congregazione. Inoltre
Clemente Vili nell'anzidetto anno,
e nello stesso concistoro esaltò al
cardinalato Cesare Baronio di So-
ra, che passato in Roma erasi po-
sto sotto la protezione di s. Filippo
nella sua congregazione, in cui per
comando del santo intraprese l'im-
mortale opera degli Alinoli ecclesia-
stici, per la quale si acquistò il titolo
di padre della storia Ecclesiastica.
11 Baronio, dopo aver per trenta
anni predicato indefessamente nella
chiesa di s. Giovanni de' Fiorenti-
ni, di s. Girolamo della Carità, e
della Vallicella, fu creato cardinale
de' ss. Nereo ed Achilleo ad onta
della sua ripugnanza, colla quale ri-
cusò poi il pontificato, a cui trenta-
due cardinali lo volevano esaltare.
Innocenzo X nel 1646 fece cardi-
nale col titolo di s. Onofrio, Ora-
zio Giustiniani genovese, prete del-
l'oratorio, fatto nel i632 custode
della libreria Vaticana, dove com-
pilò la storia del concilio Fioren-
tino, il quale in Carbognano eres-
se la prima chiesa in onore di s.
Filippo Neri. Da Innocenzo XI fu
fatto cardinale Leandro Colloredo,
delia congregazione dell' oratorio
romana, i cui meriti e cariche si
possono vedere in questo Diziona-
rio, come quelli degli altri cardi-
nali filippini, alle rispettive bio-
grafie. Gregorio XVI regnante Pon-
tefice, nel concistoro de' 29 luglio
i833 creò cardinale l'arcivescovo
di Napoli Filippo Giudice Carac-
ciolo napolitano, già della congre-
gazione dell'oratorio di Napoli, e
di recente passato a miglior vita. 11
cardinal Luigi Belluga fondò in
Cordova una casa ai filippini, io
cui si fece ricevere, e per più an-
ni vi fu superiore prima che fosse
288 FIL
fallo vescovo e cardinale da Cle-
mente XI. Oltre ai cardinali la
congregazione dell'oratorio ha da-
to alla Chiesa molti pastori, e in
quella di Roma molti furono i
soggetti ragguardevoli per merito
e dottrina, che vennero elevati dai
sommi Pontefici al grado vescovi-
le, e ciò sino a questi ultimi tempi,
essendo stato arcivescovo di Urbino
Ignazio Ranaldi, il quale da Leone
XI 1, da cui era grandemente stima-
to, fu spedilo in Sardegna visitato-
re apostolico de'regolari , ed era
stato, come si disse, disegnato car-
dinale, al che non pervenne per-
chè la morte troncò i suoi giorni;
e Felice Tiheri vescovo di Sulmo-
na fatto da Pio VII. Fra i filip-
pini poi che si distinsero colla pub-
blicazione di opere dotte, rammen-
teremo Tommaso Bozio ; Odorico
Rinaldi, continuatore e compendia-
tore del Baronio ; Giovanni La-
derchi, altro continuatore del Ba-
ronio ; Giovanni Severano, autore
delle Memorie sagre delle sette
chiese di Roma ; Giuseppe Bian-
chini veronese, eletto da Benedetto
XIV segretario dell'accademia de'Iet-
terati da esso eretta in chiesa Nuo-
va ; i Micheli, ed i Masini ambe-
due scrittori commendevoli' ; gli
Alberici, e i Saccarelli, i quali
hanno dato opere alla luce, che
meritano la cornuti lode , ed altri
molti. Al presente poi gloria e de-
coro di questa congregazione è il
p. Agostino Theiner di Breslavia,
celebre per le sue opere, e desti-
nato dalla congregazione alla con-
tinuazione degli Annali ecclesiasti-
ci del Baronio, in che si occupa
con impegno.
Notizie della chiesa di s. Maria,
e s. Gregorio in V alliccila, det-
FIL
la volgarmente la chiesa Nuova,
e, della contigua
no dei filippini.
e. della contigua casa ed orato-
Nel rione IV Parione, in una
piccola valle presso il monte Gior-
dano, eravi una piccola chiesa de-
dicata alla B. Vergine Maria, ed
a s. Gregorio 1 Papa, con parroc-
chia. Era chiamata comunemente
s. Maria in P ' alliccila dal luogo
basso e piano, ed anche del poz-
zo bianco, per un pozzo con gli or-
li di marmo bianco ch'era innanzi
alla chiesa, la cui bocca poscia fu
trasportata nella vigna de' filippini
a s. Onofrio sul monte Ventoso,
eh' è una parte del Gianicolo. Pre-
se poi il nome di chiesa Nuova
da quella che magnificamente si
fabbricò sul luogo dell'antica, cui
si conservò il titolo di s. Maria e
s. Gregorio I. Presso la chiesa e-
ravi un monastero di monache,
chiamato di s. Elisabetta, che fu
demolito per erigervi nell' area la
casa ed oratorio contiguo. Pudolfi-
no Venuti, nella Roma moderna,
tom. I, par. II, pag. 4$8 e seg.,
dice che l'antica chiesa era stata
eretta dal medesimo s. Gregorio I
il Magno. S. Filippo ottenne la pic-
cola chiesa nel i5y5 da Gregorio
XIII per la sua congregazione,
perchè vedeva crescerne gl'indivi-
dui, come la frequenza de' fedeli
nell'oratorio; indi coi denari som-
ministrali dal cardinal Pier Dona-
to Cesi, e da monsignor Cesi ve-
scovo di Todi suo fratello, fu de-
molita, anche perchè minacciava
rovina, ed ai 17 settembre i5j5 si
die principio alla nuova, sopprimen-
dosi l'annessa cura parrocchiale, che
si divise fra le parrocchie limitro-
fe, come nota il Bovio nella Pietà
trionfante, o basilica di s. Lorenzo
F1L
in Damaso, di cui la chiesa era
filiale, a pag. 160. Il medesimo,
ed il Piazza nel suo flltnologio a
pag. 3oo, dicono che il santo ne
stabilì della nuova la larghezza e la
lunghezza, e che la prima pietra
solennemente la pose ne'fondamen-
ti monsignore Alessandro de'Medici
arcivescovo di Firenze, poscia car-
dinale, e Papa col nome di Leone
XI, secondo le predizioni di s. Fi-
lippo, fattegli sino da quando era
ambasciatore di Toscana a s. Pio
V, che pure aveagli vaticinato che
regnerebbe poco, laonde ebbe soli
ventisei giorni di pontificato. Va
qui notato, che cavandosi le fon-
damenta, dieci palmi sotto terra
si rinvenne un muro antico largo
altrettanti palmi, e lungo più assai
della distrutta chiesa, per cui ac-
corsovi il santo allorché l'architet-
to Giovanni Matteo da Città di
Castello disegnava i fondamenti per
le mura della nuova, per tre vol-
te l'obbligò a tirare più in dietro
il filo, senza ebe niuno conoscesse
poco o molto l'estensione di quel
muro, per lo che sopra di esso
venne* innalzato tutto il lato del
novello tempio dalla parte degli
evangeli. Martino Lunghi il vecchio
eresse l'interno; ma questo che
ha forma di croce latina riuscì o-
scuro, ed anche più oscure riusci-
rono le cappelle sfondate. La fac-
ciala l'innalzò l'architetto Fausto
Piiighesi da Monte Pulciano, se-
guendo il disegno del Lunghi, con
due ordini di architettura di pila-
stri corinti e composti, e con ric-
chezza e grandiosità, somministran-
do delle somme pel compimento
della fabbrica Gregorio XIII.
11 Piazza dice che s' iucominciò
ad uffiziarla nel 1577, nella do-
menica di settuagesima, nel qual
vol. xxiv.
F1L 189
anno vuole che pure ivi s'incomin-
ciassero dai filippini i ragionamen-
ti e sermoni al popolo, secondo il
loro istituto; indi cominciarono i
padri ad abitare nella contigua
casa, ove s. Filippo si portò nel
i583, terminandovi i suoi giorni
nel i5g5. Compito l'edifìzio, il
detto cardinal Alessandro de'Medi-
ci consagrò solennemente la chie-
sa in onore della Natività della B.
Vergine, e di s. Gregorio I, a' 2 3
maggio i5gg. L'interno ornato con
disegno di Francesco Borromini ,
ha tre navate : le pareti di quella
di mezzo furono ancor di più ab-
bellite e nobilitate per l'anno san-
to 1700 dai filippini, i quali vi
fecero eseguire diverse storie del-
l'antico e nuovo Testamento, entro
ovati sostenuti da figure di stucco,
dipinte da Baldi, Ghezzi, Seiter,
Passeri e Parodi. La volta della
nave principale fu dipinta a fresco
da Pietro Berrettini di Cortona, il
quale vi espresse il miracolo di
Maria Vergine, avvenuto nella edi-
ficazione della chiesa al santo fon-
datore, alla cui intercessione la sos-
tenne mentre stava per rovinare ;
il medesimo artista colorì anche la
cupola , i peducci di essa , e la
tribuna dell' aitar maggiore. Le
pitture della cupola rappresentano
Gesù Cristo, il quale per far ve-
dere a Dio Padre quanto ha ope-
rato per noi, gli mostra gì' istro-
menti della sua passione. I lavori
di stucco, come angeli, puttini, ed
ornati sì della volta che della na-
vata grande., nella crociera, e nel-
la tribuna per la maggior parte
messi a oro , furono egregiamente
eseguili da Cosimo Fancelli, e da
Ercole Ferrata. Nella prima cap-
pella a mano destra è un Croce-
fisso colla B. Vergine, s. Giovanni
*9
290 FIL
e la Maddalena a piedi, bell'opera
di Scipione Pulzone di Gaeta. Den-
tro la seguente cappella era la ce-
lebratissima tavola di Michelange-
lo da Caravaggio, rappresentante
un Cristo deposto dalla croce, nel-
l'atto d'esser portato al sepolcro,
che al presente sta nella galleria
Vaticana, ed in sua vece evvi la
copia di Michele Reck. La terza
cappella dedicata all'Ascensione del
Salvatore ha un bellissimo quadro
di Girolamo Muziano; nella quar-
ta Vincenzo Fiammingo dipinse
con grazia la discesa dello Spirito
Santo; nella quinta vi è l'Assunta
d'Aurelio Lomi. Sull'altare della
crociera, passata la porta di fianco,
il cav. d'Arpino vi dipinse la co-
ronazione della B. Vergine; le due
statue de' ss. Giovanni Battista, e
Giovanni evangelista sono scolture
di Flaminio Vacca. La cappella
che segue, posta sotto l' organo, di
proprietà della famiglia Spada, fu
eretta con architettura di Carlo
Rainaldi, e poscia decorata di belli
marmi, e di dieci colonne di gial-
lo brecciato, sui disegni del cav.
Fontana. 11 quadro dell'altare è
pregiata pittura di Carlo Maratta,
che vi effigiò i ss. Carlo Borromeo
ed Ignazio Lojola, che invocano la
Beatissima Vergine : i due quadri
laterali sono dello Scaramuccia e
del Bonatti. In questa cappella nel-
la mattina della festa di s. Filippo
vi si espone decorosamente il ss.
Sagramento , ed il Pontefice nel
recarsi ad assistere alla cappella
papale, in cui all'altare maggiore
pontifica la messa un cardinale
prete, accompagnato dal sagro col-
legio, e dal solito corteggio, vi si
porta in sedia gestatoria co' flabelli
a venerarlo.
L'altare maggiore è maestosis-
FIL
simo, ed adorno di quattro prege-
voli colonne tutte di un pezzo di
giallo antico, e non di porta san-
ta come scrissero alcuni, con capi-
telli e basi dorate sul marmo, non
di bronzo dorato come altri opinaro-
no. Il divoto quadro di mezzo, che
rappresenta molti angeli che adorano
la miracolosa immagine della Ma-
donna ed il Bambino, è lodata o-
pera di Pietro Paolo Rubens : ta-
le immagine della Beata Vergine,
è la copia dell'antica e prodigiosa,
che si venerava nella chiesa vecchia,
di cui il Bovio a pag. 160, e il
Panciroli a pag. 598, narrano che
stava nella prima cappella dalla
parte sinistra, e che percossa in
fronte con un sasso da un bestem-
miatore, gettò qualche goccia di
sangue. Questa medesima immagi-
ne fu veduta da s. Filippo sostene-
re la trave del tetto della chiesa,
che altrimenti sarebbe caduto, co-
me è dipinto da Pietro da Corto-
na nella menzionata volta: il capi-
tolo vaticano coronò con corona d'oro
l'immagine della Madonna, e quella
del divin Figlio, cioè l'immagine
antica che sta sotto a quella co-
piata dal Rubens, la quale si scuo-
pre alla pubblica venerazione sol-
tanto nelle principali solennità. 11
crocefisso di legno che si vede di
sopra, è intaglio di Guglielmo Bar-
tolot francese; il ricco e nobile
ciborio di metallo, dorato fu fatto
con disegno di Ciro Ferri romano,
il cui gettito è come di due ange-
li laterali in adorazione, di bronzo,
del Benincasa da Gubbio: i due
quadri laterali furono condotti dal
medesimo Rubens; quello a dritta
rappresenta i ss. Gregorio I, Mau-
ro e Papia martiri; l'altro a sini-
stra esprime i ss. Nereo ed Achil-
leo. In questo altare Benedetto
FIL
XIII nel 1724, come si legge nel
numero 1082 del Diario di Roma
di quell'anno, coli' assistenza di due
cardinali vescovi, e del sagro col-
legio in cappa e rocchetto vi con-
sacrò in arcivescovo d' Àmbrun
monsignor Pietro Guerin di Tencin,
che il successore Clemente XII creò
cardinale de' ss. Nereo ed Achilleo:
ed il Pontefice Pio VI a cui pia-
ceva molto questo altare, più vol-
te per la festa di s. Filippo vi ce-
lebrò la messa Ietta. Nel medesimo
altare lo stesso Benedetto XIII ten-
ne nel 1728 la prima cappella pa-
pale a' 26 maggio, festa di s. Fi-
lippo Neri. La nobilissima e ricca
cappella di questo santo resta dalla
parte del vangelo dell'altare mag-
giore, sotto l'organo , venerandosi
il di lui corpo sotto l'altare. 11 ce-
lebre Guido Reni con mirabile ar-
te dipinse il quadro del sauto, che
ispira divozione; ma siccome fu
trasportato nelle sale della conti-
gua casa, ebbe surrogata una dili-
gente copia in mosaico. Le istoriet-
te di s. Filippo furono condotte
con garbo dal cav. Cristoforo Ron-
calli detto il Pomarancio: la cap-
pella è incrostala tutta di finissimi
marmi e di pietre preziose^ ed as-
sai frequentata dal popolo, divotis-
simo del santo , come lo è della
chiesa, pel decoro ecclesiastico con
cui è uffiziata dai filippini , con
cappella fissa di musica alla guisa
delle basiliche. Alcuni pontefici nel
di della festa, nella cappella intima
del medesimo santo vi celebrarono
privatamente la santa messa; altri
ve l'ascoltarono dopo di avere as-
sistito a quella pontificata nell'altare
maggiore da un cardinale. Veggasi
Corollarium de sacellis s. Phiitppi
Ncrii, in appendi x ejus vitae 3 in
tom. VI Bolland., pag. 852.
FIL 291
La cappella contigua della cro-
ciera ha per quadro un gentil di-
pinto di Federico Barocci di Urbi-
no, in cui rappresentò la Presen-
tazione al tempio della B. Vergi-
ne: Giovanni Antonio Pai acca di
Valsoldo, scolpì in marmo le due
statue de' ss. Pietro e Paolo. Entro
la cappella seguente, dopo la por-
ta della sagrestia, il Passignani vi
dipinse l'Annunziata. 11 quadro del-
la cappella che viene appresso fa
dipinto dallo stesso Barocci: esso
ci rappresenta la Visitazione di s.
Elisabetta , e si narra che desso
ispirasse tanta divozione a s. Filip-
po, che di continuo orava in que-
sta cappella. I tre compartimenti
della volta sono buone pitture a
olio di Carlo Saraceni veneto. La
quarta cappella ha per quadro la
Natività di Gesù, e passa per la
migliore opera di Durante Alberti :
le tre sante dipinte ad olio sullo
stucco nella volta sono del mento-
vato Pioncalli. Nella, quinta cappel-
la evvi l'adorazione de' Magi, fran-
co lavoro di Cesare Nebbia. L'ul-
tima cappella contiene la Presenta-
zione di Gesù al tempio, opera del
cav. d' Arpino , eh' è pure autore
dei tre santi che sono effigiati sul-
la volta. Tutte le nominate cap-
pelle furono erette da diverse no-
bili famiglie , e sono ragguardevoli
anche pei marmi ed ornamenti che
contengono. La maestosa sagrestia
di questa chiesa fu architettata da
Paolo Marucelli; l'Algardi stupen-
damente scolpì la statua del s. Fi-
lippo con abiti sacerdotali eh' è sul-
l'altare, il medesimo scolpì il busto
di bronzo di Gregorio XV , collo-
cato sopra la porta. Il quadro che
prima stava in alto con Maria Ver-
gine in una gloria d'angeli, era pit-
tura di Gio. Domenico Cerrini pc-
292 FIL
rugino; ed il lodato Berrettini nel-
la volta magistralmente dipinse
un angelo colla croce, con putti
che sorreggono gl'istromenti della
passione di Gesù. Cristo. Dal cor-
ridoio che sta fra la sagrestia e la
chiesa, si passa alla cappellina po-
sta dietro l'altare di s. Filippo, fat-
ta ornare da Giulio Donati avvo-
cato concistoriale. Nella volta della
camera che s'incontra prima di en-
Jtiarvi, in un quadro di Francesco
Tornioli di Siena, è rappresentato il
santo rapito in estasi. Il qua-
dro poi sull'altare della detta cap-
pella ove il santo celebrava, assai
riputato, ed esprimente s. Filippo,
vuoisi che sia del Guercino. Indi
per una scala a chiocciola si ascende
alla stanza abitata già dal santo,
ove sono molte preziose reliquie di
lui, ed oggetti di suo domestico uso,
mobili ec, nella prima camera la
volta è abbellita da un eccellente
affresco del medesimo Berrettini.
Sono uniti alla chiesa l'oratorio e
l'abitazione de' filippini : di queste
due grandiose fabbriche, che in
un alla chiesa formano una gran-
de isola, fu architetto il cav. Fran-
cesco Borromini. Il severo Milizia
chiama stravagante la facciata ester-
na dell' oratorio , ammirando però
il meccanismo delle solidissime sue
volte , e lodando 1' abitazione dei
filippini siccome fabbricata con mol-
to giudizio. Nell'interno dell'ora-
torio nella volta famosa, lunga pal-
mi ottantatre e cinquantatre larga,
è dipinta una gloria di angeli; il
quadro dell'altare con l'Assunta e
s. Cecilia lo dipinse il cav. Vanni ;
e la statua di stucco rappresentan-
te s. Filippo, posta incontro al pul-
pito, è di Michele Maglia borgo-
gnone. In questo luogo i filippini
si radunano ogni sera a fare i pii
FIL
esercizi sopraindicati, co' fratelli se-
colari dell'oratorio, e chiunque al-
tro, essendo pubblico; e nelle sere
di tutte le feste di precetto da
quella d'Ognissanti sino alla dome-
nica delle l'alme inclusive, hanno
luogo i cosi detti oratorii in mu-
sica, che in sostanza sono drammi
di sagro soggetto posti in musica
dai piti rinomati maestri, ed ese-
guiti con orchestra dai migliori
professori di Roma. Mentre ci ri-
serbiamo parlare all'articolo Musi-
ca sacra (Predi') dell'origine degli
Oratorii de filippini e del titolo ed
altro che riguarda gli Oratorii in
musica, non vuoisi però qui tace-
re, che a s. Filippo debbesi l' in-
venzione degli oratorii, cioè di quei
sagri poemi drammatici, che furo-
no poi a perfezione condotti dallo
Stampiglio, da Apostolo Zeno e
più di tutti dall' immortale Mela-
stasio. Essi non furono in princi-
pio che inni e laudi, le quali do-
po i sermoni soliti recitarsi nel-
l'oratorio de' filippini si facevano
con iscelta musica da lui cantare
ad una o più voci, per allettare la
gioventù, ed allontarla da' passa-
tempi mondani. Queste lodi divi-
devansi in due parti, una delle qua-
li precedeva il sermone, l'altra Io
seguiva. Ma non riuscendo esse, di-
ce il Quadri copiatore del Cre-
scimbeni, d'intiera soddisfazione
agli ascoltanti, per essere diverse
fra loro, o non esservi connessio-
ne di una parte coll'altra, fu intro-
dotto l'uso di cantarvi qualche storia
o avvenimento della sagra Scrittu-
ra. Questo sistema essendosi di an-
no in anno migliorato ed accre-
sciuto, diede propriamente l'essere
agli oratorii. Tali cantate furono
dette Oratorii. di s. Filippo, e sic-
come questo santo conosceva il ve-
F1L
ro spirito del cristianesimo, per-
chè ne compieva i doveri, mo-
strò col suo esempio, che la mu-
sica e la poesia anziché essere
dannevoli riescono utilissime, ove
sieno cristianamente adoperate. Seb-
bene egli rinunziasse all'esercizio
della poesia negli anni piìi adulti,
fu nondimeno così lontano dalcon-
dannarne l'uso, che la ripose in-
sieme alla musica tra i primi ca-
pi del suo istituto, praticandola
egli, ed ordinando che fosse dai
suoi seguaci praticata. Il sistema
poi che si pratica e sempre si è
praticato negli oratorii in musica
della chiesa Nuova, è il seguente.
Alle ore 24 comincia l'orazione;
alla mezza si cantano coli' organo
dai musici le litanie lauretaue, col-
la Salve Regina, e vi si aggiungono
alcune preci. Queste finite, ascen-
de sulla cattedra un giovinetto di
tenera età, ed appartenente allo
stesso oratorio, e fa un sermonci-
no analogo al giorno della corren-
te festa, imparato a memoria .
Quindi ha principio la musica
dell'oratorio colla sua sinfonia. Fi-
nita la prima parte ascende sulla
medesima cattedra un padre fi-
lippino, e vi fa un sermone grave,
clic dura circa mezz'ora. Poi se-
gue la seconda parte della musica.
Tutto ha fine colla recita di tre
Pater ed Ave: la funzione suole
terminare circa le ore tre di not-
te, dandosene il segno col suono
della campana.
Tornando al luogo dell'oratorio,
quivi i cardinali attendono il Papa
nel dì della festa di s. Filippo; e
giuntovi assume all' altare i para-
menti sagri, e dopo la funzio-
ne li depone, ammettendo allora,
quando non ascolta la messa letta
all'alt. ire della cappella intima del
FIL 293
santo, al bacio del piede il pre-
posito con tutti i padri della ca-
sa, che come lo ricevono nello
scendere della carrozza, così lo ac-
compagnano quando la risale. Nel-
la gran sala dell'ampia casa si am-
mira una deposizione della croce,
unico dipiuto che abbia operato
il Borromino; e la biblioteca resta
sulla maravigliosa volta. Neil' in-
terno dell' edilìzio vi sono due
giardini, uno de' quali ben grande
con doppi portici, e logge soste-
nute da un solo ordine composto,
ciò che rende più magnifica la
fabbrica con lode del Borromini.
Dalla parte della piazza dei ri-
gattieri si osserva l'altra facciata
della casa, sopra la quale è una
torre con l' immagine della madre
di Dio, e 1' orologio, egualmente
architetture del Borromino, di cui
parla il Cancellieri a pag. 166 del-
le sue Campane , ove a pag. ifo
cita la Memoria fisica sopra il ful-
mine caduto su questa casa a' 26
novembre 1781, di Filippo Luigi
Gilii. Questo orologio in Roma
è rinomato per 1' esattezza con cui
segna le ore. Ivi sono pure celebri
le campane di questa chiesa per il
loro bel suono armonioso, per la
divozione che ha il popolo in sentir-
le suonare nei temporali e nelle
tempeste, e per dare il segno del-
l' ora di notte un quarto prima .
Ciò avviene per dare il segno del
termine dell' oratorio, che quando
non vi è musica termina a tre
quarti di notte, così serve invece
di suonare all' ora, ed anticipa un
quarto. Quando poi vi è la musica,
allora suona al finir di essa, che
per lo più è alle ore tre della not-
te, siccome dicemmo di sopra. Fi-
nalmente noteremo che osmi anno
il magistrato romano fa a questa
20,4 FIL
chiesa l' offerta di un calice con
coppa di argento, per la festa di s.
Filippo ; che avanti la chiesa apri-
rono i filippini col beneplacito di
Urbano Vili la spaziosa via che
conduce a quella degli orefici ; che
un'altra simile ne fecero sotto Cle-
mente X a mano sinistra della
chiesa con disegno del Rainaldi ; e
che nel 1750 ricuoprirono di mar-
mi il pavimento della chiesa, come
pur fecero nel 1 834 di quello del-
la sagrestia, la quale possiede ric-
chi parati, suppellettili, ed arredi
sagri, Abbiamo poi di Francesco
Ijorromini, Opus archi tee tonicutn
ex exemplaribus petkum , orato-
riunì nempe 3 aedesque romanae
RR. PP. Congregationis Oratorii s.
Philippi Ncrii, addili* scenographia ,
geomelricis proportionìbus , ichno-
graphia, prospeclibus integri.?, obli-
quis, interioribus, ac extemìs par-
timi lineamentis. Acceda totius ae-
dificii descriptio, ac ratio ipso Bor-
romino auctore, Romae 1725.
FILIPPO (s.), apostolo. Nacque a
Betsaida in Galilea. Gesù Cristo lo
chiamò presso di sé subito dopo di
s. Pietro e di s. Andrea, ed egli
ch'era istrutto dalla legge e dai
profeti a riconosere in G. C. il
Messia, tuttoché legato in matrimo-
nio, non tardò un istante a seguir-
lo, e divenne uno de'suoi piìi ze-
lanti discepoli. Poco appresso Filip-
po condusse il suo amico Natanae-
le al Salvatore., persuaso che lo ri-
conoscerebbe per figliuolo di Dio,
come avvenne; e trovossi alle nozze
di Cana, ove Gesù era stato invi-
tato co' suoi discepoli. Verso l'an-
no 3 1 dell'era volgare fu designa-
to apostolo, e scorgesi dal vange-
lo ch'ei fu molto caro al suo di-
vino maestro. Volendo Gesù nutri-
re cinquemila persone che lo avea-
FIL
no seguito nel deserto, si rivolse a
Filippo, chiedendogli, per provar la
sua fede, come si sarebbe potuto
provvedere ai bisogni di tanta gen-
te. Poco prima della passione del
Salvatore, desiderando alcuni gen»
ti lì di vederlo, si rivolsero a Filip-
po, il quale insieme con s. Andrea
procurò loro questa soddisfazione.
Gesù Cristo nell'ultima cena pro-
mise agli apostoli di far ad essi
conoscere il suo Padre celeste più
chiaramente, e Filippo mosso dalla
gioia esclamò: » Signore, mostra-
teci vostro Padre, e questo ci ba-
sta ". Ma Gesù per inculcare ai
suoi apostoli la credenza della sua
divinità, gli rispose che vedendo il
Figlio, vedevano anche il Padre.
Dopo la discesa dello Spirito San-
to, partiti gli apostoli dalla Giudea,
si dispersero in varie parti del mon-
do per diffondere la luce del van-
gelo, e s. Filippo andò a predicare
nelle due Frigie. Credesi ch'egli sia
giunto ad un' età molto avanzata,
e che sia morto a Gerapoli, dopo
aver avuto qualche tempo a disce-
polo s. Policarpo, il quale si convertì
circa l'anno 80 di G. C. Gerapoli
esperimento gli effetti della prote-
zione del santo apostolo, pei con-
tinui miracoli che operavansi in
virtù delle di lui reliquie. La vi-
sione nella quale egli con s. Gio-
vanni evangelista, promise a Teo-
dosio il Grande, nel 30,4, la vitto-
ria che riportò sul tiranno Euge-
nio, contribuì molto ad accrescere
il suo culto nell'impero romano.
JVel 56o fu in Roma dedicata una
chiesa ai ss. Filippo e Giacomo,
ove dicesi che vi sia il corpo del
nostro santo, e nel 1204 fu por-
lato a Firenze da Costantinopoli un
braccio di lui. La sua festa è ce-
lebrata il primo di maggio, insieme
FIL
con quella di s. Giacomo apostolo,
e gli orientali lo onorano ai 14 eli
novembre.
FILIPPO (s.). Uno de' primi sette
diacoui o ministri scelti dagli apo-
stoli in loro aiuto, essendosi mol-
to accresciuto il numero dei fedeli.
S. Filippo fu eccellente nella pre-
dicazione del vangelo , per cui ne-
gli atti degli apostoli viene distin-
to col nome di T'angelista. Portò
la luce della fede ai popoli di Sa-
maria, ove confermando con lumi-
nosi miracoli la dotti ina che pre-
dicava, confuse l' impostore Simone
detto il Mago, e fece moltissime
conversioni. Sulla via che da Geru-
salemme conduce a Gaza trovò l'eu-
nuco tesoriere della regina Canda-
ce, e lo convertì alla fede di G. C,
poscia lo istrusse nella religione e
lo battezzò. L'eunuco se ne andò
al suo paese, e propagò la abbrac-
ciata credenza, per cui venne da-
gli abissini riguardato come loro
apostolo. V. Etiopia. S. Filippo poi
annunciò il vangelo in Azoto, e in
tutte le città per le quali passò, fin-
ché giunse a Cesarea. Quivi, nell'an-
no 58, alloggiò in sua casa s. Pao-
lo, e probabilmente morì. La sua
festa è assegnata a' 6 di giugno.
FILIPPO BEMZZI (s). Nacque
in Firenze da nobile famiglia, e
terminati in patria gli studi d'u-
manità si recò a Parigi per istu-
diarvi medicina, affine di prati-
carla per ispirito di carità, e fu
istrutto da Galeno. Richiamalo a
Firenze da' suoi genitori continuò
gli stessi studi, e prese il grado
di dottore. Dopo aver passato qual-
che tempo pregando fervorosa-
mente il Siguore che gli facesse
conoscere lo stato di vita che do-
veva abbracciare per adempiere la
sua divina volontà, entrò qual fra»
FIL 20,5
tello converso nell' ordine dei ser-
vili, e prese l'abito nella cappel-
la dell'Annunziazione, vicina ad u-
na delle porte di Firenze, ove
Bonfilio Monaldi, superiore di quel-
1' ordine, avea fondato un piccolo
convento. Agli 8 settembre 1233
professò i suoi voti, e fu mandato
al convento di Monte Seuario ,
per esservi occupato nei lavori del-
la campagna. Tutto dedito all'o-
razione e al raccoglimento, cerca-
va nascondere il suo sapere ad o-
gnuuo, ma venne riconosciuto; e
i suoi superiori volendo farlo ri-
splendere lo obbligarono di rice-
vere gli ordini sacri, e ne otten-
nero la dispensa dal Papa. Non
guari dopo fu fatto definitore e
assistente del generale, e nel 1267
divenne generale egli stesso. Fatto
consapevole che i cardinali raduna-
ti a Viterbo, dopo la morte di
Clemente IV, disegnavano innal-
zarlo alla sede pontificia , fuggì
sui monti con un religioso del suo
ordine, e vi rimase nascosto fino
all'elezione di Gregorio X. In quel
ritiro raddoppiò le sue austerità,
e diedesi unicamente alla contem-
plazione, vivendo di sole erbe sec-
che e di acqua. Ripieno di santo
zelo, lasciò il suo deserto, e andò
a predicare in molti luoghi d'I-
talia; poi nominato un vicario
che governasse 1' ordine in suo luo-
go, partì con due de'suoi religiosi
coli' idea di una estesa missione.
Predicò con incredibile successo
in Avignone, a Tolosa, a Parigi
e in altre città della Francia, in
Fiandra, in Frisia, in Sassonia,
Dell'alta Alemagua. Nel 1274 ten-
ue a Borgo il capitolo generale
del suo ordine, e recossi al secon-
do concilio generale di Lione, ove
ottenne la confenna del suo or-
296 FIL
dine, del quale n'ebbe il generala-
to per tutta la vita, tuttoché egli
avesse bramato di rinunziarvi. O-
vunque passava facea sentire la
divina parola. In Pistoia, in Forlì
e in altri luogbi, non senza in-
correre gravi pericoli , e soffrire
insulti ed anche percosse, pacificò
le malaugurate fazioni de'guelfi e
de' ghibellini che laceravano allora
l'Italia. Sempre inteso alla santi-
ficazione dei suoi religiosi , e a
mantenere in essi la regolar di-
sciplina , sentendosi ornai vicino
al suo fine, intraprese la visita dei
suoi conventi. Arrivato a Todi, an-
dò a prostrarsi dinanzi all'altare
della "Vergine santa, vi pregò con
grande fervore j e disse: Questo sa-
rà per sempre il luogo del mio
riposo. L'indomani fece un com-
movente discorso sopra la gloria
de'beati. Nel giorno dell'Assunzio-
ne fu preso da una ardentissima
febbre, e in quello dell' ottava di
questa festa morì contemplando
affettuosamente il Crocifisso, ch'egli
chiamava il suo libro. Clemente
X lo canonizzò solennemente nel
J 67 1 ; ma la bolla di sua cano-
nizzazione non fu pubblicata che
nel 1724 da Benedetto XIII, e la
sua festa venne assegnata a' 2,3 di
agosto.
FILIPPO NERI (s.). Nacque a
Firenze nel i5i5 da Francesco
Neri o dei Neri, avvocato, e da
Lucrezia Soldi, ambedue di ricche
famiglie della Toscana. Ancor fan-
ciullo si manifestò in lui tutte quel-
le virtù per le quali eminentemen-
te rifulse. Finito il corso d'umani-
tà fu mandato a suo zio in san
Germano, vicino a Monte Cassino,
il quale, presogli amore, l'ave-
va designato suo erede; ma Fi-
lippo sentendosi chiamato alla per-
FIL
fezione, e nulla curando le ricchez-
ze, lasciò lo zio nell'anno i533, e
recossi a Roma. Ivi attese alla edu-
cazione dei figli di Galeotto Cac-
cia, gentiluomo fiorentino, ed ap-
plicossi in pari tempo alla filosofia
e alle sagre lettere con grande pro-
fitto. Poscia si dedicò allo studio
della Scrittura e dei Padri, ed in bre-
ve ne divenne assai erudito. I più
celebri professori venivano a consul-
tarlo, ed il Baronio confessa d'esse-
re stato da lui giovato di consigli e
d'aiuti nella sua grand' opera degli
annali della Chiesa, la qual testi-
monianza ci può dare un' idea delle
vaste cognizioni di s. Filippo Ne-
ri. Sennonché per l' ardente desi-
derio di stringersi perfettamente a
Gesù Cristo, rinunziò allo studio
delle lettere, e vendè i suoi libri ,
dispensandone il prezzo a' poveri.
Questa carità crebbe tanto in lui,
che Dio lo fece degno che un an-
gelo in forma di povero gli doman-
dasse la limosina ; e mentre una
notte portava ai poveri il pane,
cadde in una fossa, donde egual-
mente da un angelo fu tratto fuo-
ri sano e salvo. Di null'altro oc-
cupato che di Dio, elevossi a Lui
colla più sublime orazione, e tale
era la foga delle dolcezze che pro-
vava in questo esercizio, che for-
se sarebbe morto in qualche ac-
cesso di quella gioia, se Iddio non
gli avesse temperate in tali circo-
stanze le sue consolazioni. Egli ce-
lava per umiltà le grazie straor-
dinarie che riceveva, mortificava-
si con penitenze e macerazioni, ser«
viva e confortava gl'infermi , cer-
cava ogni mezzo di guadagnare a-
nime a Dio, ed ottenne ancor lai-
co la conversione di molti pecca-
tori. Nel 1048, assistito dal suo
confessore Persiano Rosa e da quat-
FIL
lordici altre pie persone, stabilì nel-
la chiesa di s. Salvatore in Cam-
po una confraternita di carità per
ricovrare, servire ed istruire i ma-
lati, i pellegrini, i convalescenti
che non aveauo dove ripare; e coi
suoi discorsi e cogli esercizi s-piri-
luali che vi facea praticare otten-
ne grandissimi frutti. Questa poscia
divenne l'arciconfraternita della san-
tissima Trinità de' pellegrini, con
ospedale ed ospizio. Oltre a ciò pro-
digava le sue cure anche agi' infe-
lici cb' erano sparsi per la città. La
sua grande umiltà lo avrebbe fatto
restar laico tutta la vita, se il suo
confessore non l'avesse costretto ad
entrare nel chiericato, per servire
più utilmente la Chiesa. Nel i55i
fu ordinato sacerdote, in età di
trentasei anni , e ritirassi nella
comunità de' preti che ufficiavano
la chiesa di s. Girolamo della Cari-
tà , ove diminuì alcun poco le
sue austerità, ed attese sempre con
maggior fervore alle sue divozioni.
Nella celebrazione del divin saqri-
fieio era spesso rapito fuori di sé,
e fu veduto alcune volte il suo cor-
po alzarsi da terra, mentre il suo
volto parea tutto raggiato di luce.
Incaricato da' suoi superiori di ascol-
tare le confessioni de' fedeli, pas-
sava sovente le intere giornate nel
confessionale , ed occupa vasi con
tanto zelo in questa parte impor-
tante del santo suo ministero, che
spesso tralasciava a tal uopo qual-
che sua divozione , persuaso che
fosse più. utile l'attendere alla san-
tificazione del prossimo. Cercava
tutte le maniere per convertire a
Dio i peccatori più induriti; ad
essi rivolgeva principalmente le sue
cure, e col fervore delle sue ora-
zioni, colla forza de' suoi discorsi,
colla dolcezza delle sue esortazio-
ni, 297
ni, non solo toglieva le anime dal
peccato, ma le guidava alla perfe-
zione, e le rassodava nella perse-
veranza. La sua ardente carità lo
avrebbe spinto a passare nelle In-
die; ma quelli che consultò in tal
proposito lo persuasero di fermarsi
in Roma, ove Dio gli aveva pre-
parata sì abbondante messe da co-
gliere. Fu allora eh' egli cominciò
ricevere nella sua camera tutti quel-
li che voleano consultarlo, ed ivi
faceva ogni giorno delle istruzioni
famigliari che producevano gran
frutto. Ma l' invidia non potè sof-
frire più a lungo lo splendore delle
sue virtù : si cominciò a schernire
le sue azioni, a denigrare la sua
fama, fu calunniato, incolpato di
superbia, e spacciato per un ipo-
crita che si traeva dietro la gente
per far pompa di sé. Il vicario di
Roma, tratto in inganno, gli proi-
bì di ascoltare le confessioni per
quindici giorni, e di predicare sino
a nuovo ordine, minacciandolo an-
che della prigione se non si cor-
reggeva. San Filippo sostenne con
pazienza e senza mover lamento
tutte queste mortificazioni, offren-
dole a Dio, e rallegrandosi di po-
ter patire per lui. A' suoi superio-
ri modestamente rispose che era
pronto a obbedire; a' sarcasmi dei
suoi nemici oppose la serenità e la
dolcezza, per cui uno di essi ne
restò tanto commosso, che cangia-
to proposito prese a difenderlo, e
menò dappoi vita edificante. Per
la stessa ragione anche il princi-
pale autore de' suoi dispiaceri ven-
ne a chiedergli perdono a' suoi pie-
di; e Filippo lo abbracciò con te-
nerezza, e lo accolse nel numero
de' suoi figliuoli spirituali. Ricono-
sciuta da' suoi superiori la sua in-
nocenza, fu lasciato in libertà di
298 FIL
usare tutti que' mezzi che la di
lui prudenza gli suggeriva per con-
vertire i peccatori , e la sua ca-
mera fu frequentata da' primari
della città. La carità di Filippo non
conobbe allora più. limiti. Aiutalo
da alcuni preti e giovani ecclesia-
stici, zelanti della santiiìcazione del-
le anime, fondò la congregazione
dell'oratorio in Roma. V. Filip-
pini, al quale articolo si riportano
i principali e più interessanti trat-
ti della vita del santo. Nell'anno
1 564 il santo presentò alle ordinazio-
ni sacre i suoi giovani ecelesiastici,fra
quali era il celebre Cesare Baronio,
li riiuù in un corpo, diede loro de-
gli statuti, e volle che vivessero in
comunità , senza però legarsi con
voto. Dovevano adoperarsi a pre-
dicare, ad istruire gì' ignoranti , e
ad insegnare i principii della dot-
trina cristiana. La regola ordinava,
che la prepositura dovesse durare
tre anni; ma Filippo, contro sua
voglia, la esercitò fino al \^^, e
si elesse a successore il Baronio.
Papa Gregorio XIII approvò nel
i5j5 la congregazione di s. Filip-
po ( die poscia fu confermata da
Paolo V iiell' anno 1612), e gli
donò la cliiesa di s. Maria in Valli-
cella, clic fu rifabbricata e perciò
detta chiesa Nuova. Il santo ne
prese possesso nel i583, e prima
di morire ebbe la consolazione di
veder stabilita la sua congregazio-
ne a Firenze, a Napoli, a San Se-
verino, a Palermo, a Lucca, a Fer-
rara, a Thonon ed altrove. Egli,
che per amore della povertà volle
vivere in una totale privazione dei
beni del mondo, fu per le sue esi-
mie virtù stimato ed amato dai
sommi Pontefici Pio IV, s. Pio V,
Gregorio XIII, Gregorio XIV e
Clemente Vili, da s. Carlo Borro-
Fi L
meo e da altri insigni personaggi.
Abborrì gli onori e le ecclesiasli-
ebe dignità, anche primarie, più
volte offertegli dai Pontefici. Col-
to sul termine di sua vita da
una febbre pericolosa, risanò mi-
racolosamente in un'estasi per la
celeste visione di Maria Vergine:
cosa attestata con giuramento dal
Galloni e dai quattro medici ivi
presenti. S. Filippo oltre il dono
dei miracoli , ebbe anche quello
della profezia , e le sue predizioni
furono avverate, come viene testi-
ficato dal Baronio, e da altre per-
sone degne di fede. Più malati pros-
simi a morte restituì alla sanità,
e da morte a vita come fu in Pao-
lo Massimi nel i583. Predisse anche
l'ora della sua morte, la attese con
anzietà, e placidamente rese a Dio
il suo spirito, dopo aver ricevuto
col più vivo fervore i ss. sagramenti,
la notte venendo il 26 di maggio del
1595, in età d'oltre ottant'anni. Se-
zionato il di lui corpo, se gli scoprì la
rottura di due coste , cagionatagli
dalla dilatazione del cuore per le
violenti palpitazioni ch'ebbe a pro-
vare nelle sue estasi. Il cuore e le
viscere furono sepolte nel luogo
che serviva alla sepoltura degli ora-
toriani, e il suo corpo fu posto in
una cassa, e sett'anni dopo ritro-
vato ancora incorrotto. Molti mi-
racoli furono operati sulla sua tom-
ba, e fu canonizzato nel 1622 da
Gregorio XV. La sua congregazio-
ne coli' opera dello scultore Gio.
Battista Maini, nella nave maggio-
re della basilica gli eresse una sta-
tua di marmo, tra i fondatori de-
gli ordini e congregazioni religiose.
FILIPPO (s.). Vescovo di E-
raclea , insigne per le sue virtù,
e per la prudenza colla quale go-
vernò la sua chiesa nei tempi bui-
FIL
rascosi della persecuzione di Dio-
cleziano. Fra i molti discepoli che
egli formò per propagare la reli-
gione, si distinsero il prete Seve-
ro ed il diacono Ermete , i quali
furono compagni nel suo marti-
rio. Filippo ed Ermete, dopo a-
\er con coraggiosa fermezza sofferto
replicati tormenti, furono trascinati
per la città legati pei piedi, poscia
tutti laceri e insanguinati chiusi in
una oscura e malsana prigione. Si
imprigionò pure il prete Severo, il
quale si era da principio nascosto,
ma per una celeste ispirazione era-
si poi presentato agl'idolatri da sé
stesso. I tre martiri soffrirono gli
orrori di quel carcere per sette
mesi , quindi ne furono tratti per
essere condotti ad Adrianopoli , do-
ve li chiusero in una casa, infino
alla venuta del governatore Giusti-
no. Costui tentando indurre Filip-
po a sagrificare agli idoli , lo fece
battere con verghe si crudelmente,
che tutto il suo corpo ne fu lace-
rato , e gli si vedeano perfino le
viscere. Poiché fu rimesso in pri-
gione comparve Ermete, il quale
attestò di esser cristiano fin dall'in-
fanzia. Gli officiali della corte do-
mandarono grazia per lui , per-
chè essi lo conoscevano , e perchè
essendo stato decurione di Eraclea,
avea loro fatto del bene in diver-
se occasioni : ma fu egli pure ri-
condotto in prigione. Dopo tre gior-
ni Giustino li fece comparire di
nuovo al suo tribunale , e non a-
vendo potuto vincere la loro co-
stanza, li condannò ad essere abbru-
ciati , e così consumarono il loro
sagrilìzio, lodando Iddio e ringra-
ziandolo che aveali fatti degni di
patire per la sua gloria. Tre gior-
ni appresso anche il prete Severo
fu condotto al supplizio. Il loro
FIL 299
martirio accadde nell'anno 3o4, e
sono nominati nei martirologi sot-
to il giorno 22 ottobre.
FILIPPO (s.). Vescovo di Gor-
tina in Candia nel secondo secolo,
il quale si distinse pel zelo nel gua-
rentire la sua chiesa dal furore dei
gentili e dalle insidie degli eretici.
Egli scrisse un'opera contra l' ere-
siarca Marcione, la quale, al dir
degli antichi, era eccellente, ma
che non giunse fino a noi. II mar-
tirologio romano moderno fa men-
zione di questo santo vescovo il
giorno 1 1 d'aprile.
FILIPPO, Antipapa. V. Anti-
papa XI, ed il voi. XIII, pag. 73
del Dizionario.
FILIPPO, Cardinale. Filippo è
riportato dal Cardella tra i cardinali
della S. R. C, col titolo presbiterale
di s. Marco. Il di lui nome si trova
fra quelli che assisterono al conci-
lio celebrato da s. Paolo I Papa ,
1' anno 761.
FILIPPO, Cardinale. V. Fi-
lippo Antipapa.
FILIPPOPOLI. Città arcivesco-
vile, già capitale della Tracia, della
Turchia europea, nella Romelia,
eretta sopra due alture, che secon-
do ogni apparenza servivano un
tempo di fortificazioni , cioè sulla
sponda meridionale dell' Ebro. Sen-
za mura è situata sul Maritza che
vi forma un' isola ; ed è mal fab-
bricata , sebbene antica città ed un
tempo considerabile, dappoiché di-
cesi fondata dal re di Macedonia Fi-
lippo, padre di Alessandro il Grande;
ma il Rinaldi coll'autorità di Euse-
bio, dice che 1' imperatore romano
Filippo, nell'anno 249 dell' era cri-
stiana , e quarto del suo impero ,
edificò nella Tracia una città, che
dal suo nome fece chiamare Filip-
popoli. 1 turchi se ne impadronirono
3oo FIL
nel 1 36o. Avanti il terremoto del
18 1 8, che quasi interamente la di-
strusse , era la sede di un arcive-
scovo greco suffragarlo di Costan-
tinopoli, e di un sangiaccato , con-
tando trentamila abitanti , moschee,
bagni e fabbriche ragguardevoli.
Filippopoli, Filiba, divenne sede
vescovile nel primo secolo, metro-
poli nel quinto secolo di tutta la
diocesi di Tracia, prima che que-
sta dignità fosse trasferita ad Era-
clea, divenendo nel secolo decimo-
quinto esarcato di tutta la Tracia,
con quindici sedi vescovili per suf-
fraganee. Nicopoli, che nel nono se-
colo divenne arcivescovato, Beroe,
Lititza, Diocleziauopoli, Sebastopo-
li , Diospoli , Agatonice , Solitari ,
Dramitza, Blepti, Costanza , Gioan-
niza , Leuca , Belicea , e Bucuba.
Gli ariani e gli eusebiani, essendo-
si separali nel concilio di Sardica,
riunironsi in Filippopoli, e scrisse-
ro ai vescovi d'Africa contro s. A-
tanasio, e gli altri vescovi cattoli-
ci, ch'essi avevano già condannati
prima, e che erano stati assoluti
dal concilio di Sardica. Questo fu
un conciliabolo , di cui eccone un
sunto.
Nell'anno 347 Su eusebiani che
occupavano la maggior parte delle
sedi vescovili d'oriente, si unirono
in questa città in conciliabolo per
opporsi al concilio di Sardica, te-
nulo nel medesimo anno dai cat-
tolici. Pretesero di dare ad inten-
dere, che la loro assemblea era il
vero concilio di Sardica. In questo
conciliabolo procurarono di spar-
gere il loro veleno con una lettera
circolare a tutti i vescovi, per dar
così qualche colore al rifiuto di
unirsi agli occidentali, ed infamare
i loro nemici colle più nere calun-
nie. Nella lettera non si parla che
FIL
di pace, e di osservanza delle ec-
clesiastiche leggi, mentre eglino de-
testavano e violavano tutti i cano-
ni. Vi rinnovarono le calunnie con-
tro s. Atanasio tante volte confu-
tate , e quelle contro Marcello di
Ancira, Asclepas di Gaza, e s. Pao-
lo di Costantinopoli ; e vi pronun-
ziarono anatema contro s. Giulio I
Papa, Osio, e s. Massimiano di Tre-
veri. La lettera termina con un
simbolo di fede che sembra vizia-
to per l'omissione della parola con-
sostanziale, ciò che bastava per ri-
gettarla, essendovi il simbolo di Nicea.
Diz. de' concili, e Fabricius. L'O-
rieri* Christ, tom. I , pag. 1 1 56 re-
gistra ventisette vescovi di Filippo-
poli , de' quali Erma fu il primo,
ed è quello cui parla l' apostolo
s. Paolo nella sua epistola ai ro-
mani; gli atti de' santi ne fanno
menzione a' g maggio. Fra i suc-
cessori di Erma, si distinsero Mi-
chele, il quale ricevette a Filippo-
poli Corrado V imperatore di Ger-
mania, quando nel i 1 47 andava in
oriente alla testa di un' armata di
crociati per la santa guerra; Dio-
nigi che fu il primo vescovo di
questa città dopo la presa di Co-
stantinopoli fatta da Maometto 11;
e Neofito che fu a Parigi nel r fa i
per conoscere personalmente Luigi
XIV re di Francia.
FILIPPOPOLI. Sede vescovile
della prima provincia della Frigia
Pacaziana, sotto la metropoli di Lao-
dicea , nella diocesi ed esarcato di
Asia, la cui erezione risale al quin-
to secolo, al dire di Coni man ville.
Non si conoscono che i due vesco-
vi Taziano ed Adrea che la go-
vernassero, secondochè registra V O-
ricns Christ. tom I, pag. 821.
FILIPPOPOLI. Città episcopale
della seconda provincia d' Arabia ,
FIL
prima nella diocesi d'Antiochia, poi
solto il patriarcato di Gerusalem-
me, eretta nel quinto secolo sotto
la metropoli di Bostra. Il Tei zi
nella Siria sagra, pag. i \i, dice
che fu edificata sui confini di Pe-
tra , o sia Chrac metropoli della
provincia, e che negli atti del con-
cilio di Calcedonia vedesi sottoscrit-
to Ormisda vescovo di Filippopo-
li. Si vuole che avendo dato i na-
tali all'imperatore Filippo , questi
la elevò al grado di città, se pure
non sia piuttosto Filippopoli di Tra-
cia, Oriens Christ. t. II, p. 862.
FILIPPUCCI Gabeiello, Cardi-
nale. Gabriello Fiiippucci di Ma-
cerata, nacque nel 1 63 r . La di lui
gioventù riuscì modello di saggez-
za e di cristiana pietà, cosicché fi-
no d'allora si dovettero formare
giudizi di quella virtù, così bella
clie poi coronò la sua vita. Recos-
si a Roma colla protezione de'car-
dinalt Pallotta e Odescalchi per
Studiare la pratica del foro , ma
dovette da dì là volgersi nuova-
mente a Macerata pel contagio che
sterminava le contrade di Roma.
\ ioino alla patria si trattenne più
di quaranta giorni in una villa sub-
urbana, ed ivi scelta di propria
volontà una vecchia stanza, fu in
pericolo di rimanerne ucciso dalle
rovine che all'improvviso di notte
caddero in un colla stanza. Cessa-
to però il contagio, si ricondusse
a Roma, e guidato dal celebre car-
dinale De Luca , allora avvocato, si
occupò nel trattare le cause della
curia romana. Essendo mancato il
di lui fratello maggiore, riuscì va-
no, ogni mezzo impiegato dagli a-
mici e dalla famiglia per indurlo,
ad ammogliarsi , che avea già da
qualche tempo consegrato al Si-
guore il virginale suo giglio. E
FIL 3o i
quando venne eletto Pontefice l'O-
descalchi col nome d' Innocen-
zo XI , ricusò costantemente di
presentarsi a lui per ottenerne un
qualche impiego onorifico, siccome
rifiutò anche sotto Innocenzo XII
un canonicato della vaticana, e il
posto di votante della segnatura.
Innocenzo XII però volle con e-
spresso comando che accettasse la
carica di sotto-datario, nel quale mi-
nistero rifiutò per sé e pei suoi
qualunque beneficio ; e l'obbligò a
ricevere un canonicato nella basi-
lica lateranense, e l'ufficio di suo
uditore, ed anche di consultore del-
la penitenzieria. Fu surrogato an-
cora al posto di segretario de' me-
moriali , quando temporaneamente si
trasferì in Firenze il cardinal Goz-
zadini , ed ebbe amplissima facol-
tà di risolvere e decretare ne' ca-
si a suo arbitrio senza partecipa-
zione del Papa, il quale avea in
lui riposta la sua confidenza , ed
anzi avea stabilito di crearlo car-
dinale ; cosa che poi non ebbe luo-
go a cagione della morte del Pon-
tefice. Ma Clemente XI , appena
cominciò a reggere la Chiesa , lo
elesse votante di segnatura con or-
dine preciso di accettare l' inca-
rico, e quindi nel 1706 lo elevò
alla dignità cardinalizia nel conci-
storo de' 17 maggio. Il Fiiippucci
però avea avuta novella della sua
promozione prima del concistoro,
e fermo ne' suoi principi! di umil-
tà, consegnò nelle mani del cardi-
nal Ma rescotti suo amico, un me-
moriale di rinunzia , affinchè lo
presentasse al Papa neh' atto che
fosse per nominarlo. Lettosi infat-
ti nel concistoro quel memoriale ,
non vi fu chi non rimanesse pro-
fondamente penetrato dai toccan-
ti sentimenti, ch'egli vi esponea sul-
3o2 FIL
la propria indegnità e sulla man-
canza delle richieste virtù. 11 Pa-
pa nondimeno volle consumare la
elezione , ed assegnatogli un tem-
po determinato a deliberare, im-
piegò il p. Casini, predicatore apo-
stolico, e poi cardinale, perchè ri-
movesse la di lui costanza. Ma nul-
la valsero le persuasioni e i con-
sigli ; che anzi temendo egli viep-
più di doverne accettare la dignità
per espresso comando del Papa ,
fu sorpreso cosi di dolore, che in
breve ammalò e fu quasi agli e-
slremi di vita. Allora Clemente XI
dopo aver fatto esaminar le ragio-
ni addotte dal virtuoso Filippucci
da tredici cardinali deputati, cre-
dette di non tentar più. un' umil-
tà per siffatta maniera eroica , e
nel concistoro de' 7 giugno dichiarò
vacante il cappello cardinalizio: in-
di gli assegnò mille scudi d' oro
per aver più comodo a far limo-
sine. E quando si presentarono a
lui gli oratori di Macerata per tri-
butargli gli omaggi di ringrazia-
mento per la promozione del lo-
ro concittadino, rispose che pun-
to non si dolessero di non vederlo
cardinale, perchè forse un giorno lo
avrebbero venerato come santo so-
pra gli altari, e allora fece un ma-
gnifico elogio delle di lui eminenti
■virtù. Ma poco sopravvisse il Filip-
pucci a quest'alto magnanimo, che
nell'anno stesso 1 706 a' 2 1 luglio spi-
rò santamente nel Signore, ed ebbe
sepolcro nella tomba de' canonici del-
la sua basilica, siccome aveva ordi-
nato. Le di lui esequie furono quel-
le di un santo. Veramente egli a-
vea prescritto a' suoi eredi 3 sotto
pena di decadere dalla eredità, di
tumularlo privatamente; ma il Pa-
pa volle che si derogasse a que-
st'ordine; e quindi vestite le spo-
F1L
glie mortali degli abiti suddiacona-
li , secondo il suo ordine, furono
esposte nella chiesa di s. Ignazio ,
dove concorse un popolo innume-
rabile, che non pago di venerare
quel corpo, se ne portò con sé ben
anco parte delle vesti. Si costruì poi
da suo nipote un elegante mauso-
leo nella tribuna della basilica la-
teranese, ed ivi dopo nove anni fu
collocato, rimanendo ancora le car-
ni flessibili e affatto incorrotte. La
vita di questo pio prelato, scritta
dal Crescimbeni, fu pubblicata in
Ptoma nel 1724- Abbiamo pure
l' Oralìo in funere ec, a Josepho
Stanislao Monti, Romae 1706.
FILOGONIO (s.) Fu prima
ammirato nel foro per la sua elo-
quenza , e più ancora per la sua
integrità e santità di vita. Dopo la
morte di s. Vitale, avvenuta nel 3 1 8,
fu eletto vescovo di Antiochia, seb-
bene non avesse passato nel clero
il tempo stabilito dai canoni. Al-
lorché s. Alessandro di Alessandria
condannò l'empietà di Ario, man-
dò la sentenza a s. Filogonio, il
quale prese con calore la difesa
della cattolica fede. Questo santo
vescovo meritò il glorioso titolo di
confessore duranti le persecuzioni
fatte da Massimino e da Licinio ,
e morì nel 323, l'anno quinto del
suo episcopato. Si celebrava la sua
festa ad Antiochia li 20 dicembre
dell'anno 386, giorno in cui s. Gio-
vanni Crisostomo pronunziò il suo
panegirico, lodando il suo zelo e
la saggezza del suo governo per
cui fiorì la chiesa di Antiochia nel
tempo del suo episcopato.
FILOLOGIA. Scienza che com-
prende la cognizione delle lingue,
della storia, della poesia, della elo-
quenza, e di tutta quanta l'archeo-
logia. Filologia sagra è quella par-
FIL
te della critica, che si occupa prin-
cipalmente Dell'esaminare le paro-
le e l'espressioni del testo sagro e
delle versioni, a giudicarne secon-
do le regole della grammatica, del-
la rettorica , della poesia e della
logica. I protestanti si affaticarono
molto su tal genere ; essi se ne
gloriano, ed il Bergier se ne com-
piace. La filologia sacra del Glas-
sio, dotto luterano, passa per una
delle migliori opere di questo ge-
nere. Senza dubbio , soggiunge il
medesimo Bergier, questo modo di
studiare la Scrittura è utile per
molti riguardi , ma è soggetto a
grandi inconvenienti. Il Rolliti pub-
blicò la storia della filologia degli
antichi ; il Vorstio nella sua filolo-
gia sagra spiega tutte le frasi ebrai-
che, che trovansi nel nuovo Testa-
mento; e il Tilladet in una dis-
sertazione trattò diverse materie di
religione e di filologia. Filologo
poi in greco significa amatore del-
la storia e d ogni maniera di Eni'
rudizione (Vedi), dal vocabolo
philos, amatore , e logos , parola ,
trattato.
FILOMARIXI Aldino, Cardina-
le. Ascanio Filomarini sortì alla luce
in Napoli, ovvero nel suo feudo di
Clama, presso Benevento, come vo-
gliono alcuni, l'anno i583. Studiò
Dell'università di quella capitale,
ed avutane la laurea in giurispru-
denza recossi a Roma in compa-
gnia di Ladislao d' Aquino, che fu
poi cardinale, e visse con lui fin-
ché la morte lo rapì da' viventi.
In seguito divenne familiare del
card. Barberini, il quale sendo sta-
to eletto Pontefice col nome di Ur-
bano Vili, lo fece suo cameriere
d' onore, e poi lo destinò maestro
di camera del card. Francesco Bar-
berini di lui nipote, e gli assegnò un
FIL 3o3
canonicato nella basilica Liberiana.
Seguì quel cardinale in tutte le sue
legazioni, e quindi venne ascritto fra
i canonici della ^ aticana, e spedito
colla qualifica di ablegato apostolico
alla corte di Madrid, per recare le
fasce benedette all'infante che allora
aveva sortito i natali. Il re di Spa-
gna in quell' incontro lo nominò
all'arcivescovado di Salerno; ma
egli volle dispensarsene con bel-
lo esempio di vera umiltà. Nar-
rasi di lui, che interrogato da Ur-
bano Vili se pensava di poter
giugnere alla diguità cardinalizia,
rispondesse che se avesse avuto ri-
guardo alla grandezza di Sua San-
tità avrebbe potuto ancora sperar-
lo, ma se mirava la mancanza dei
meriti suoi non se lo avrebbe nep-
pure immaginato. Ma il fatto riu-
scì ben diversamente dalla di lui
aspettazione, poiché il Papa ammi-
rando assai tanta virtù, nel 1641
lo destinò alla chiesa arcivescovile
di Napoli, e insieme nel concistoro
de' io luglio, altri dicono 16 di-
cembre, lo creò cardinale dell'or-
dine de' preti , conferendogli po-
scia in titolo la chiesa di s. Ma-
ria in Araceli. Tale promozione,
quanto fu gradita al sacro collegio,
altrettanto dispiacque all'umile can-
didato, il quale sulle prime credeva
che si volesse piuttosto fur giuoco
di lui. Ma dovendo poi soggettarsi
alla pontificia volontà, si recò na-
scostamente in Napoli per evitare
gli onori che venivano apparecchiati
pel suo ricevimento , e ne assunse
immediatamente lo spirituale gover-
no. Consecrò la cattedrale nel 1644.
e 1' arricchì di sagre suppellettili ,
l'istaurò la chiesa del Carmine e la
fornì di arredi pel prezzo di set-
temila scudi , consecrò e abbellì
quella de' teatini a cui v'aggiunse
?o4 FJL
uuu cappella in onore di M. V.
Annunziata, e rifabbricò quasi dal-
le fondamenta il palazzo episco-
pale. Sotto il di lui regime ac-
caddero alcune sollevazioni in Na-
poli, e in tali occasioni ben si vide
lo zelo del buon arcivescovo sempre
vigilante e premuroso pel bene dei
suoi, anebe a risebio de* propri
giorni ; anzi ben due volte vi sti-
pulò delle capitolazioni tra il vice-
rè ed il popolo, onde le quistioni
furono totalmente sedate. Nel i656
insorse un fiero contagio ebe spar-
se la desolazione per quelle contra-
de, e allora il cardinale , saggio
emulatore dei Borromei, fu veduto
accorrere tra gli appestati, e por-
gere a questi conforto, a quelli sus-
sidio, e tergere le lagrime de' fi-
gliuoli, e provvedere le sconsolate
spose, e farsi tutto di tutti ; cosic-
ché Innocenzo X, consapevole di
tanta virtù, non dubitò di propor-
lo agli altri vescovi , qual vero
esemplare e modello. Cessò di vive-
re nel 1666, e fu sepolto nella sua
cattedrale. Era il Filomarini di un
talento distinto per governare, as-
sai accorto nel maneggiare i più.
difficili affari, non che sollecito nel
rimetterne la spedizione per tempo,
e zelante dell'immunità ecclesiastica
e della causa di Dio. Affabile cogli
inferiori, pietoso dei poveri , com-
passionevole degli afflitti, si era gua-
dagnato T animo di ciascheduno.
FILOIYIELIA. Città vescovile del-
la diocesi d'Asia, nella provincia di
Pisidia, sotto 1' arcivescovato d'An-
tiochia, Antokia. La sua erezione
risale al quinto secolo. Al presente
i turchi la chiamano Jggial-Fela-
nos. V Oriens Christ. nel tom. I,
pag. 10G0, registra i seguenti set-
te vescovi di Filomelia nella Pisi-
dia : Teosebio, Paolo, Marciano, A-
F1L
ristodemo, Marino, Sisinnio , ed
Enti mio.
FILOMELIA. Sede vescovile del-
la seconda Frigia Salutare, nel-
l' esercato d' Asia, sotto la metro-
poli di Amorium, la cui erezione
risale al nono secolo, come abbia-
mo da Commanville. Filomelia ,
Philornelicn, al presente è un tito-
lo vescovile in partibus nella Ma-
gna Frigia, che conferiscono i som-
mi Pontefici, ed è suffraganeo della
metropolitana di Sinna egualmente
in partibus iufideliuni.
FILOMENA (s.). Mancano do-
cumenti per descrivere la vita di
questa santa, il nome della quale
rimase ignorato fino all'anno 1802,
in cui a' 25 di maggio, nella cata-
comba romana in via Salaria, chia-
mata il cimiterio di Priscilla, si sco-
perse una lapide di terra cotta, col-
l' iscrizione impressa a cinabro : lv-
mena pax tecvm fi. Questa lapide cre-
duta a prima vista di un sol pezzo, la
si riconobbe in fatto di tre, e l'artista
che posela in opera, o per l'oscurità
del luogo, o per la sua imperizia
nel leggere, pose per ultimo il pez-
zo che dovea essere il primo, per
cui ne risultò un' iscrizione scon-
nessa ed informe. Ricomposti però
i pezzi com' esser dovevano si lesse :
pax tecvm filvmena. Sopra la stessa
lapide vedeansi disegnati gì' istro-
menti indicanti il martirio della
santa , cioè tre frecce , una specie
di staffile, una palma, ec, non che
una specie di giglio ed un' ancora,
emblemi della sua virginità ed in-
nocenza , e della sua fortezza nel
sollrire il martirio. Dalla semplicità
dell' iscrizione e dalla forma anti-
gotica delle sue lettere si deduce
che la santa spargesse il suo san-
gue per la fede di Gesù Cristo fra
il terzo e il quarto secolo, e prò-
FIL
Inabilmente sotto Diocleziano e Mas-
simiano; e dagl'istromenti del suo
martirio rilevasi che fu flagellata
colle verghe di ferro chiamate scor-
pioni, pesta dagli staffili piombati,
straziata sui triboli , uccisa a colpi
di frecce. Sollevata la lapide appar-
vero le ossa della gloriosa martire,
col di lei cranio, nella mascella su-
periore del quale esistevano anco-
ra i suoi bellissimi denti, e vicino a
questo trovossi un'ampolla ovale di
vetro tinta del suo sangue annerito
dal tempo. I medici chiamati al-
l'esame di quello scheletro conven-
nero che la santa vergine non po-
teva avere più di quattordici anni
quando sostenne il martirio. Questi
preziosi avanzi furono devotamen-
te raccolti, e colle debite cerimo-
nie portati nella sala del tesoro
delle reliquie. Nel i8o5 furono essi
donati a monsignor Bartolomeo de
Cesare eletto vescovo di Potenza,
recatosi in Roma per farsi consa-
grare, il quale li cede al sacerdo-
te don Francesco di Lucia , che
avealo accompagnato per procurar-
si in tale incontro il corpo di un
qualche santo martire perla sua chie-
sa di Nostra Signora delle Grazie di
Mugnano del Cardinale. Quivi tras-
portato il sacro deposito a' io agosto
dello stesso anno , fu con grande
solennità ricevuto, e ben presto
quella città divenne illustre per la
immensa copia di prodigi che Id-
dio operava ad intercessione di que-
sta santa, alla quale dalla pietà dei
fedeli fu eretta una maestosa e ric-
chissima cappella. Leone XII a' 4
agosto 1827 donò a questa cappella
la sopraddetta lapide, che sotto Pio
"VII era stata collocata fra le la-
pidi cristiane del Vaticano.
Il miracolo senza dubbio il più
grande di tutti quelli che il Si-
VOL. XXIV.
FIL 3o5
gnore ha operato in favore della
santa martire Filomena, è la me-
ravigliosa rapidità colla quale si è
propagato il suo culto. Simile alla
luce che in pochi istanti percorre
lo spazio immenso dal cielo alla
terra, il nome di s. Filomena, spe-
cialmente dopo il sudore miracoloso
(e ben comprovato ) che si vide,
nel 1823, sopra una delle sue sta-
tue eretta nella chiesa di Mugna-
no, in pochi anni si è esteso fino
agli ultimi confini della terra. I li-
bri che parlano de' suoi miracoli ,
le immagini che la rappresentano,
sono state portate da zelanti mis-
sionari nella Cina, nel Giappone,
ed in altri stabilimenti cattolici del-
l' Asia e dell' America. Neil' Euro-
pa il suo culto va estendendosi o-
gni giorno maggiormente, non solo
nelle campagne e nelle borgate, ma
ancora nelle città le più illustri e
le più popolate, incominciando da
Roma capitale del cristianesimo. I
vecchi ed i giovani, i pastori insie-
me alle pecorelle loro, si uniscono
per onorarla. Alla loro testa si ve-
dono cardinali, arcivescovi, vesco-
vi, capi d'ordini religiosi, ed eccle-
siastici commendevoli per la loro
dignità, pel loro sapere, e per le
loro virtù. Dall'alto del pulpito
gli oratori i più eloquenti pubbli-
cano la sua gloria, e tutti i fedeli,
che la conoscono, soprattutto nel
regno di Napoli e nei paesi cir-
convicini, le danno ad una voce il
nome di Taumaturga. Un gran
numero di vescovi hanno ordinato
che si rendesse alla santa , nelle
loro diocesi, un culto pubblico ; e
il loro clero con indulto apostolico
del regnante Gregorio XVI, ne di-
ce la messa , e ne recita 1' uffizio.
Molti sono i libri storici e divoti
pubblicati in onore di s. Filome-
20
3o6 FIL
na, perciò mi limiterò solo a citare
quelli che posseggo. Relazione, iste-
rica della traslazione del sagro
corpo di s. Filomena vergine e
martire, da Roma a Mugnano del
Cardinale, scritta dal sacerdote d.
Francesco di Lucia gran divoto e
custode del corpo della santa, quar-
ta edizione del i83i, compendiata
da un divoto della medesima, vo-
lumi tre in sedicesimo , Pesaro
presso Annesio Nobili i83ì-i833-
i834; Elogio sagro in onore di s.
Filomena V. M. del sacerdote Bar-
tolomeo Fortunati, Spoleto 1 834
presso Bossi e Bassoni ; La Tati-
matnrga del XIX secolo, o s. Fi-
lomena V. M., traduzione dal fran-
cese del dottore Gaetano Panini ,
Modena i836 per G. Vincenzi;
Relazione islorica, ec. di d. Fran-
cesco di Lucia coli' aggiunta ec. ,
sesta edizione, tre volumi in dodi-
cesimo , notabilmente corretta ed
accresciuta dallo stesso autore, Na-
poli i836 dai torchi di Saverio
Giordano; Dissertazione sulla la-
pide sepolcrale di s. Filomena ver-
gine e martire con le animadver-
sioni critiche sulle di lei memorie
riferite dal sacerdote d. Francesco
de Lucia, e compilate da monsi-
gnor d. Giuseppe de Poveda, del
sacerdote d. Sebastiano Santucci ro-
mano, Roma 1837 dalla tipogra-
fìa delle belle arti; La guerriera
di Dio contro il secolo decimono-
no, ossia Orazione panegirica con
divote preghiere a s. Filomena, del
sacerdote d. Ferdinando Angelici
rettore abbaziale della parrocchia
di s. Antonio di Matelica, Pesaro
i834 per Annesio Nobili; Cenni
sul martirio e sid culto della ver-
gine s. Filomena con alcune pre-
ghiere, pubblicati in occasione che
veli' abbaziale dì s. Maria della
FIL
Misericordia dì Venezia sì è sta-
bilita tal divozione, dal zelante e
benemerito abbate mitrato monsi-
gnor Pietro Pianton prelato do-
mestico e protonolario apostolico ,
autore del libro, che fu stampato
dal Cordella in Venezia nel i835,
dopo essere stato il prelato di per-
sona a venerare in Mugnano la
santa, ed essersi di tuttociò che la
riguarda pienamente istruito. Inol-
tre il p. Stanislao Gatteschi delle
scuole pie ci ha dato le Memorie
intorno al martirio e culto del-
la vergine santa Filomena , Firen-
ze 1834.
FILONARDI Ennio, Cardinale.
Ennio Filonardi , nato in Bauco,
piccolo castello degli Ernici, nella
diocesi di Veroli nel regno di Napoli,
die principio alla sua carriera col-
l'essere ammesso tra i famigliari di
Innocenzo Vili ; cosa ch'egli si a-
vea ben meritata co'suoi progressi
nelle scienze e nelle virtù. Alessan-
dro VI gli conferì, nel 1503, il
vescovato di Veroli, e Giulio II
l'abbazia di Casamari, indi la vice-
legazione di Bologna e il governo di
Imola , dove si distinse per somma
destrezza e prudenza. Leone X lo
inviò nunzio presso gli svizzeri ,
da lui stretti in lega col Pontefi-
ce per la sicurezza della libertà
della Chiesa, e quindi fu molto
encomiato dal Papa in pubblico
concistoro, ed esaltato qual intre-
pido difensore dell' ecclesiastica li-
bertà. Adriano VI, e Clemente
VII lo confermarono in quella le-
gazione, riconoscendo quanto utile
ciò tornava alla Chiesa. Ivi si a-
d operò a tutto potere per salvare
la maggior parte del corpo elveti-
co dall'infezione dell' eresia, e su-
però con intrepida fermezza tutti
quegli ostacoli che sa in tali in-
FIL
conili suggerire il genio dell'erro-
re. Paolo IH volle ricompensare
tanti meriti di lui, e lo promosse
alla prefettura di Castel sani' An-
gelo, e poscia a' 22 dicembre del
i536 lo creò prete cardinale di
s. Angelo, e nel i538 gli conferì
la chiesa di Montefeltro nella Pio-
magna. In quel torno di tempo eb-
be anche la legazione delle truppe
pontificie contro il duca di Urbino,
nella guerra del ducato di Cumu-
lino, e quindi di quella di Parma
e Piacenza. Nel i546 cangiò il
suo titolo col vescovato di Albano,
e morì circa tre anni dopo in Ro-
ma, nel tempo di sede vacante.
Trasferito a "Veroli, fu sepolto nel-
la chiesa di s. Sebastiano con una
iscrizione assai lunga , postavi dai
suoi nipoti Antonio vescovo di Ve-
roli, e Saturno. La chiesa catte-
drale di Veroli venne ristorata dal
nostro cardinale; vi rinnovò l'ai-
tar maggiore ornandolo di ric-
che colonne; vi eresse ancora dap-
presso un bel portico dal quale si
potessero mostrare le sante reli-
quie in certi giorni dell' anno, e
ridusse ancora a miglior forma il
palazzo episcopale.
F1LONARDI Filippo, Cardinale.
Filippo Filonardi, nacque in Bau-
co nella diocesi di Veroli, l'anno
i582. Ricevuta la laurea di dot-
tore nell'università di Pisa, si re-
cò in Roma, dove Paolo V, nel
1608, gli conferì il vescovato di
Aquino, vacato per morte di suo
2Ì0 Flaminio, e poco dopo il go-
verno della città di Fermo. Nel 16 io
lo stesso Pontefice lo trasferì in Avi-
gnone, essendone arcivescovo lo zio
Paolo Emilio, colla carica di vice-
legato, e l'anno dipoi, nel conci-
storo de' 17 agosto, lo creò cardinale
di s. Maria del Popolo, e fu indi da
FIL 3o7
lui ascritto alle congregazioni de' ve-
scovi e regolari, del buon governo e
della consulta, ritenendo il gover-
no di Avignone. Egli è il solo
cardinale, che col titolo di vice-
legato abbia presieduto alla lega-
zione di Avignone. Scrivono alcu-
ni che monsignor Ennio suo zio,
assessore del santo offizio, stret-
to amico del Papa , come prelato
di gran dottrina e probità di vita,
il quale per 1' avanzata sua età
desiderava di ritirarsi, ottenesse la
porpora cardinalizia pel degno ni-
pote. Era amantissimo della cac-
cia, e volendo pure continuarla an-
che ne più cocenti soli della sta-
te, fu preso da febbre così vio-
lenta, che in breve spirò lasciando
di se la riputazione di rara pruden-
za ed integrità. La sua morte accad-
de in Roma nel 1622, e trasferito
nella patria, ebbe sepolcro nella
tomba della sua famiglia.
FILONE d'Alessandria. Ebreo
di nazione, fiorì nel primo secolo
della Chiesa, sotto l'impero di Clau-
dio Nerone. Era di stirpe sacer-
dotale, e fratello a Lisimaco prin-
cipe della sinagoga d Alessandria.
Compose varie opere, delle quali
solo ci rimane la sua Cosmopoe-
tica, ossia trattato della creazione
del mondo; la Storia, oasieno i
fatti dell' antico Testamento ; il
Corpo legale, cioè i suoi trattati
concernenti la legge. Neil' ultima
edizione poi di queste opere, stam-
pata in Inghilterra nel I742> ri-
trovami due trattati dello stesso
Filone fino allora inediti : uno sul-
la discendenza di Caino, tratto dal-
la biblioteca vaticana, il secondo
sopra i tre ultimi comandamenti
del decalogo, estratto da un ma-
noscritto della biblioteca Bodle-
jana. Sono in generale quest' ope-
3o8 FIL
re ripiene di pensieri morali e dì
continue allegorie sopra le storie
della Bibbia.
FJLOROMO (s.). V. Fiiea (s.).
FILOSOFI, FILOSOFIA. I no-
mi di filosofi e di filosofia derivano
dal greco philos, amico, e sophia,
sapienza. Giusta tale origine di
questo termine, oltre l'amore e
l'amicizia della sapienza, significa
pure il nome filosofìa la scienza
delle cose divine ed umane, e le
cagioni ond'esse derivano. Ebbe la
filosofia da Pitagora un tal nome.
In quattro parti gli an fichi filo-
sofi solevano dividerla , tre delle
quali sono la logica, la metafisica
e l' etica , che abbraccia pure la
politica, le quali propriamente ap-
partengono all'animo; e la quarta
ossia la fisica unitamente alle ma-
tematiche comprende tutte le scien-
ze, che si aggirano intorno la co-
gnizione de'corpi. La coltura e l'a-
more delle scienze in Grecia co-
minciò a fiorire 600 anni avanti
l'era nostra cristiana. Alcuni gran-
di scrittori dividono tutta la sto-
ria della filosofìa in cinque periodi,
i quali corrispondono alle sue prin-
cipali rivoluzioni. Il primo comincia
dall' origine della filosofia sino a
Socrate ; il secondo da Socrate
sino al trasferimento della filoso-
fìa greca in Egitto e in Roma;
il terzo dalla scuola d'Alessandria
si stende sino alla caduta dell'im-
pero d' occidente ; il quarto passa
da tal caduta sino al rinascimento
delle lettere; ed il quinto periodo
finalmente è compreso dal risor-
gimento delle lettere sino alla fine
del secolo XVI II. Uno spettacolo
curioso agli occhi dei dotti forma
la tradizione di tutte quelle an-
tiche dottrine trasmesse dall'alta
Asia alla Persia e all' Egitto, don-
FIL
de esse vennero a rischiarare la
Grecia e l' Occidente, a collegarsi
col cristianesimo, a fiorire con es-
so, poi a perdersi nel medio evo
nei campi aridi della filosofia sco-
lastica , finché lo spirito umano
svegliato per così dire da un lungo
sonno, scosse finalmente il giogo del-
l'autorità , e riaccesse la fiaccola
delle scienze , che probabilmente
più non cesseranno d' illuminare
il mondo; ed ogni nuova scoperta
e perfezionamento delle precedenti,
che si fanno nel secolo corrente,
gli fanno confermare l'epiteto di
secolo meraviglioso. Gli studi e le
fatiche degli antichi vennero mano
mano preparando la età in cui
siamo a tante belle scoperte, come
al perfezionamento di tanti filoso-
fici sistemi. Fanno torto a sé stessi
coloro che spregiano il moderno
per apprezzare l'antico, o sprezza-
no l'antico per apprezzare il mo-
derno. Certo è che in tutte l'età
fu sempre manifesta 1' ineffabile
sapienza e potenza divina, nell' in-
gegno e nelle opere dell' uomo.
Il Bergier all'articolo Filosofo e
Filosofia, dice che gli antichi sos-
tenevano che la filosofia è la scien-
za delle cose divine ed umane, ed
aggiunge che con ciò gli si faceva
troppo onore, dappoiché giammai i
filosofi privi dell'aiuto della rivela-
zione conobbero né la natura di-
vina, né la natura umana ; nessu-
no dei loro sistemi fu senza erro-
re; tutta la loro scienza si è l'i-
dotta a disputare, ed a dubitare.
Miglior filosofia non trovasi di quel-
la che ammirasi nei libri sagri di
Giobbe e della Sapienza ; giacché
non si trovano, sia nelle opere de-
gli antichi che in quelle dei mo-
derni, lezioni più atte ad insegna-
re la vera sapienza a coloro che
FIL
desiderano di metterla in pratica.
11 dottore ed apostolo delle genti
s. Paolo si scaglia in molti luoghi
della sagra Scrittura contro la fi-
losofìa pagana, sempre in opposi-
zione colla sapienza di Gesù Cristo,
e contro la vera religione. Fu più
volte disputato se i filosofi pagani
abbiano attinto alle sagre carte
ciò che trovasi di giusto nei loro
sentimenti ; le autorità dei padri
sono le une per l'affermativa, le
altre per la negativa. Sembra però
che alcuni di quei filosofi non ab-
biano copiato nulla dai libri sacri,
e che quanto si trova di sassrio
nei loro scritti, potendo venir in
mente a qualunque persona di buon
senso, senza aver bisogno di copia-
re le cose medesime dalle opere
altrui, non si può concludere nulla
a favore di coloro, i quali sosten-
gono che gli autori greci hanno
letto ed imitato gli ebrei. Un' al-
tra questione insorge pure sulla
salute o la dannazione di quei fi-
losofi. Essendo però indubitabile
che senza una fede almeno impli-
cita al Salvatore, non si può in al-
cun tempo acquistare l'eterna bea-
titudine, come non si può ottenere
coi cattivi costumi ; cosi sembra,
che non trovandosi nei detti filo-
sofi, né la fede al Redentore, ne
costumi irreprensibili, la loro re-
probazione non possa essere dubbia.
Finalmente è da notarsi, che i sa-
gri scrittori greci chiamarono tal-
volta col nome di filosofìa l' isti-
tuto monastico, e che in alcune
chiese quell' individuo che appella-
tasi filosofo, era investito d'una
dignità canonicale, e forse fu an-
cora sinonimo di Scoliaste o mae-
stro delle scuole. Negli indici ra-
gionati degli annali ecclesiastici del
Rinaldi, sono riunite molte erudite
FIM 3o9
notizie sui filosofi, massime paga-
ni e cristiani.
F1LOTEO (s.). V. Ipparco (s.).
FIMBRI Felice, Cardinale. V.
Felice III detto IV, Papa.
FlMES (Fimae). Città di Fran-
cia in Sciampagna, del dipartimen-
to della Marna, nella diocesi di
Reims : fu anche chiamata Fismes,
e Fines Remo rum, ed è capo-luo-
go di cantone, al ^ confluente della
Vela e dell' Ardre. E patria di Fran-
cesco Vely, e di A. Lecouvreur ce-
lebre attrice. In questa città furono
celebrati due concili nella chiesa
di s. Mauro martire. Questi conci-
li sono conosciuti colla denomina-
zione Fismes o Finibus o ad Fi-
nes a pud sanctam Ma crani.
Il primo vi fu tenuto nell'anno
887, a' 2 aprile, presiedendo Incma-
ro arcivescovo di Reims. Furono
in esso stabiliti otto articoli che
sono riguardati piuttosto esortazioni
che canoni. Nel primo viene riferi-
to il bel passo del Papa s. Gelasio
I, sulla distinzione del potere ec-
clesiastico, e del potere secolare. Il
terzo contiene un avvertimento da-
to al re Luigi III, perchè conservi
l'onore ed i beni delle chiese e
mantenga l'autorità de' vescovi. E
a sapersi che in questo concilio si
presentò un decreto di elezione del
clero e del popolo, a favore del
chierico Odoacre, al vescovato di
Beauvais, e che era protetto dalla
corte. Ma quello fu giudicato in-
degno dal concilio, e furono depu-
tati vescovi a detto re con lettera
contenente la causa del rifiuto, e
che dimandava la libertà dell'ele-
zioni. La corte se ne offese, ma
Incmaro ricevette una lettera dal
re, colla quale si mostrò disposto a
seguire i suoi consigli ; ma lo pre-
gava che di suo consenso potesse
3.o FIN
conferire quel vescovato a Odoncre
suo servo. Si deve inoltre osserva-
re che la libertà delle elezioni era
stata ristabilita sotto Luigi il Man-
sueto. Il quarto ordina che i mo-
nasteri di uomini e di donne sieno
visitati dai vescovi e dai commis-
sari del re, i quali dovranno sten-
dere una memoria sullo stato dei
luoghi.
Il secondo concilio vi fu riunito
l'anno g35 contro gli usurpatori
dei beni della Chiesa, e contro
quelli che devastavano i luoghi
santi. Esso fu riunito dall'arcive-
scovo di Reims Artaldo, e vi assi-
stettero altri sei vescovi. Diziona-
rio de concili j Regia tom. XXV;
Labbé tom. IX; ed Arduino to-
mo VI.
FINBARO (s.), detto da alcuni s.
Arro o s. Barroco. Nacque nella
Gonnacia in Irlanda nel sesto seco-
lo, e fu allevato nel monistero di
Lough-Eirc, ove si recavano tutti
quelli che amavano istruirsi nelle
scienze e nella virtù. Il concorsovi
era tanto grande, che se ne popo-
lò in poco tempo il deserto in cui
era situato; e di là ebbe origine
la città di Cork. Alcuni autori, fi-
dati a un manoscritto della biblio-
teca del re della gran Bretagna a
Londra, attribuiscono a s. Finbaro,
detto anche Lochano, una lettera
che tratta delle cerimonie del bat-
tesimo, che fu stampata tra le o-
pere di Alcuino. Egli fu il pri-
mo vescovo di Cork, ne tenne la
sede diecisett'anni, e mori a Cloy-
ne, quindici miglia lungi da quel-
la città. Il suo corpo fu posto nella
cattedrale; poi fu trasferito, e lun-
go tempo custodito nella chiesa che
porta ancora il nome di lui. Ve-
deasi il suo romitaggio in un mo-
nistero del quale si credea esser
F 1 N
egli stato fondatore, e che era a
ponente di Cork. S. Finbaro è ri-
cordato dalla Chiesa il 25 settem-
bre.
FINCHAL o FINCREY. Città di
Inghilterra nella diocesi di Durham,
lungi centosessanta miglia daCan-
torbery ; Finchala o Fìncenhala.
In questa città si tennero due con-
cili: il primo nell' anno 788 da
Eambaldo od Echembaldo, arcive-
scovo di Yorck, contro le irruzio-
ni dei danesi. Il secondo concilio
celebrassi nel 799, anch' esso pre-
sieduto da Echembaldo di Yorck,
e vi si ordinò lo stabilimento del-
l' anno di disciplina, dell' osservan-
za dei canoni, della celebrazione
della Pasqua. Furono altresì ac-
cettati i cinque concili generali.
Diz. dei concili j Regia tom. XX;
Labbé tomo VIII; ed Arduino
tom. IV.
FINGARO (s.), chiamato in
Bretagna s. Guignero. Figlio di un
re di Irlanda, essendo stato scac-
ciato da suo padre per essersi fat-
to cristiano, s' imbarcò alla volta
dell' Armorica, ove ebbe buona ac-
coglienza. Morto suo padre, pochi
anni appresso, ritornò in patria ;
ma poco vi stette. Imbarcatosi con
alcuni altri cristiani, approdarono
nella Cornovaglia armoricana, e si
fermarono in luoghi solitari, prati-
candovi gli esercizi della vita asce-
tica, conformemente a ciò che ave-
vano udito da s. Patrizio. Secondo
gli atti de' nostri santi, essi furono
trucidati da un principe bretone,
chiamato Teodorico, circa l'anno
455. La festa di s. Fingaro si so-
lennizza a' 14 dicembre nella dio-
cesi di Vannes, ed è onorato ezian-
dia nella diocesi di Leone.
FINI Francesco Antonio, Car-
dinale. Francesco Antonio Fini, di
FIN
oscura famiglia, nacque in Miner-
vino, nel regno di Napoli, nell'an-
no 1669. In età di dieci anni
cominciò a servire il cardinale Orsi-
ni arcivescovo di Benevento, il quale
vedute in lui delle doti eccellenti,,
lo fece suo aiutante di studio, e
poi gli conferì una mansioneria,
quindi un canonicato in Beneven-
to. Lo fece anche primicerio, arci-
prete, visitatore della diocesi, vicario
delle monache e suo maestro di
camera.; e nel 1722 gli ottenne
dal Portefice Innocenzo XIII il
vescovato di Avellino. Divenuto il
cardinal Orsini Papa col nome di
Benedetto XIII, lo volle a suo mae-
stro di camera, quindi lo creò e
riservò in petto cardinale, e nel
1728 lo pubblicò prete cardinale
nel concistoro de' 2 6 gennaio, con-
ferendogli in titolo la chiesa di s.
Maria in Via, dal quale titolo pas-
sò a s. Maria in Trastevere. Fu
anche uditore santissimo , ed anzi
coperse questo posto sino alla morte
di BenedettoXIlI. Allora vennecalun-
niato come reo d'alcuni delitti, e di
avere abusato di quel Pontefice; ma
istituita un'apposita commissione da
Clemente XII per esaminare tal cau-
sa, il Fini fu dichiarato innocente.
Però volle egli rassegnare nelle ma-
ni di Benedetto XIV tutti i bene-
fizi che gli erano stati accordati, e
ritirossi in Napoli, dove menando
una vita esemplare mori l' anno
1743, compianto specialmente dai
poverelli.
FINIANO (s). Nacque nella pro-
vincia di Leinster, e fu uno dei più
illustri vescovi d' Irlanda dopo s.
Patrizio, ai discepoli del quale do-
vette la conoscenza della cristiana
religione. Desideroso di perfezionar-
si nella virtù , passò nel paese di
Galles, dove ebbe la fortuna di vi-
F i X 3 1 1
vere con s. Davidde, s. Gilda e s.
Catmaele. Ritornato trent' anni do-
po nella sua patria, vi ravvivò colla
sua scienza e le sue virtù lo spi-
rito di pietà che andava declinando.
Egli si servi dei mezzi più efficaci
per mantenere il frutto delle sue
fatiche apostoliche, e fondò in di-
versi luoghi scuole e monisteri In
appresso fu consagrato vescovo di
Clonard, ove avea stabilita la sua
scuola principale , da cui usciro-
no molti santi commendabili pel
loro sapere, fra' quali i due Riera-
ni, Colomkillo o Colombo, Colom-
bo figlio di Cremtaino, e i due
Brendani. Il monistero ch'egli avea
fatto edificare a Clonard divenne
celebre, e vi si portava gente da tut-
te le parti per educarvisi nelle
scienze e nella pietà. Egli amava
teneramente la sua greggia, fatica-
va con zelo indefesso per la sal-
vezza delle anime, e non vivea che
di pane, di erbe e di acqua; dor-
miva sulla nuda terra, e una pie-
Ira gli serviva di guanciale. Morì,
secondo gli annali d'innisfallen cita-
ti da Usserio, neli' anno 552, ai
1 2 dicembre, e in tal giorno viene
festeggiato.
FINIANO (s.). Nacque in Irlan-
da sul cominciare del sesto secolo.
Dopo aver fatto diversi viaggi per
cercare i mezzi di perfezionarsi nel-
le vie della salute, ritornò in pa-
tria, e vi fondò il monastero di
Maghbile ; poscia fu innalzato al-
l' episcopato. Celebrasi la sua festa
il io settembre, ed è onorato co-
me patrono principale dell' Ulster
in Irlanda. Di più non dice di que-
sto santo il Butler, di cui ci servia-
mo per ricavare i compendiati e bre-
vi cenni delle biografie dei princi-
pali santi , martiri, beati ec.
FINIANO (s.). Era della fami-
3i2 FIN
glia de' re di Munster, fu discepolo
di s. Brendano, e fiorì verso la
metà del sesto secolo. Sofferse con
eroica pazienza i dolori di una
crudele malattia, da cui gli venne
il soprannome di Leproso. Fondò
i monasteri di Innisfallen, di Ard-
finaan e di Cluainmore Madoc ; e
fu seppellito in quest' ultimo. Col-
gan mette la sua morte ai 2 di
febbraio, ma dice che si faceva la
sua festa ai 16 di marzo nei mo-
nasteri di cui egli era stato il fon-
datore.
F1NOCCHIETTI Raniero, Car-
dinale. Raniero Finocchietti patri-
zio pisano, nacque da nobile fami-
glia in Livorno a' 20 gennaio 17 i5.
Avendo mostrato amore allo stato
ecclesiastico , corrispondenti ne fu-
rono gli studi, terminati i quali si
offri al servigio della santa Sede,
ponendosi in prelatura. A cagione
delle sue cognizioni fu posto go-
vernatore in varie città dello stato
pontificio , e da Clemente XIV fu
fatto della città di Macerata. Pio VI
lo dichiarò chierico di camera, e
gli conferì la prefettura degli ar-
chivi di tutto lo stato ecclesiastico,
quindi lo promosse alla cospicua
carica di uditore generale della re-
verenda camera apostolica. A pre-
miarne i meriti lo creò cardinale
nel concistoro de' 1 6 dicembre 1782,
riserbandolo in petto, e poscia lo
pubblicò in quello de' 17 dicembre
1787 dell'ordine de' diaconi, con-
ferendogli la chiesa di s. Angelo in
Pescaria per diaconia cardinalizia,
la quale a' 3o marzo 1789 dimi-
se, ed andò a quella di s. Agata
alla Suburra . Lo annoverò alle
sagre congregazioni de' vescovi e re-
golari, della consulta, dell'immu-
ta ecclesiastica, e del buon gover-
no, dandolo in protettore all' arci -
FIN
confraternita del ss. Sagramento, in
s. Maria ad Martyres. Dopo una
vita tranquilla, encomiato per bel-
le qualità, ebbe la disgrazia di rup-
persi la rotella del ginoccbio, men-
tre nella cappella pontificia, ascen-
deva gli scalini del trono per ren-
dere la consueta ubbidienza a Pio
VI; cui successe una cronica infer-
mità ed inappetenza che lo con-
dusse al sepolcro, onde munito di
tutti i sagramenti , un colpo apo-
pletico troncò la sua esistenza, e
morì nella notte del giovedì ve-
nendo il venerdì 11 ottobre 1793
d'anni 79. Le sue esequie furono
celebrate nella sua chiesa parro-
chiale di s. Andrea delle Fratte,
cantando la messa il cardinale An-
tici; dipoi fu trasportato alla sua
diaconia, e sepolto in luogo distin-
to avanti la cappella del ss. Sagra-
mento. Nel seguente giorno i mo-
naci di Monte Vergine, che allora
avevano in cura la chiesa di san-
t'Agata, gli fecero un decoroso fu-
nerale. Il p. Giovanni Laurent!
nella Storia della diaconia cardi-
nalizia di s. Agata, a pag. LXX,
riporta l' iscrizione marmorea che
gli eresse il nipote Giacomo, figlio
di Giovanni cav. di s. Stefano; ed
a pag. L XXX IX un cenno bio-
grafico del cardinale.
FINTANO (s.). Viveva in Irlan-
da nel sesto secolo, e fu abbate di
Ednech in Lagenia. Ebbe a disce-
polo s. Congallo, fondatore dell'ab-
bazia di Benchor, e maestro di san
Colombano. La sua festa si celebra
il dì 17 febbraio.
FINTANO (s.), detto Munnu.
Discendente della illustre famiglia
di Neil, abbandonò il mondo nella
sua giovinezza. Voleva consecrarsi
a Dio nel monistero di Hy, sotto
il governo di s. Colombo; ma uon
FIO
gli venne fatto di effettuare il suo
disegno. Morto s. Colombo, ritor-
nò in Irlanda } e fondò un moni-
stero al mezzodì della provincia di
Leinster, che dal suo nome fu chia-
mato Teach-Munnu. Le sue virtù,
i miracoli, ed il numero de' suoi
fervorosi discepoli resero celebre il
suo nome. Gli annali di Tigernake
collocano la sua morte ai 21 di
ottobre del 634 >' e^ m tal giorno
è ricordato dai la Chiesa. Egli è
menzionato nell'antico breviario de-
gli scoti, sotto il nome di s. Mun-
do abbate.
FIORENZA (s.). V. Tiberio (s.).
FIORENZI o FLORENZI Adria-
no, Cardinale. V. Adriano VI, Papa.
FIORENZO (s.). Nacque nelle
Gallie, e lasciò il suo paese per an-
dare a vivere con s. Martino di
Tours, che ordinollo prete circa la
fine del quarto secolo. Dopo aver
predicato il vangelo nel Poitou, si
ritirò sulla montagna di Glonne,
■verso i confini della diocesi di Nan-
tes e di Angers, per menarvi vita
solitaria. La sua santità avendo ivi
attirato molti imitatori, ebbe prin-
cipio il monistero conosciuto col
nome di s. Fiorenzo il vecchio .
Egli è patrono della città di Roye,
ove si venera una parte delle sue
reliquie, ed è onorato ai 22 set-
tembre.
FIORI. Sono le più belle parti
delle piante. I fiori sono vaghe pro-
duzioni della natura, che riunisco-
no il doppio vantaggio di diletta-
re l' occhio, e di lusingare anche
l'odorato. I fiori artificiali e finti
erano in uso in Atene, e nell'anti-
ca Roma. Il Marangoni, Delle co-
se gentilesche e profane trasporta-
te ad uso e adornamento delle
chiese, parlando al capo LXX1I di
alcuni simboli delle piante UMti
FIO 3i3
prima dai gentili , e poi dai cri-
stiani, dice che i fiori erano dedi-
cati alle ninfe, e alla dea Flora.
11 fiore fu pure dato per segno
ad una delle stagioni, che rappre-
senta la primavera; e qui notere-
mo che colle stagioni rappresenta-
te nei sepolcri , i pittori vollero
esprimere la risurrezione, qual sim-
bolo di cui si servirono i santi pa-
dri per una riprova della medesi-
ma. Nel capo XXXI I ove tratta
delle corone gentilesche , osserva
che i festoni sono corone sciolte,
e che i fiori nella sagra Scrittura
sono simbolo delle virtù, ed è per-
ciò che aspersi di essi ne vediamo
que'sagri libri, in cui mirabilmen-
te si ravvisa la grandezza e la
magnificenza divina. Pertanto i pri-
mi cristiani, senza nota di super-
stizione coronavano i loro defunti
e sopra de'cadaveri spargevano fio-
ri. Tuttora si costuma di portare
al sepolcro, e di seppellire i cor-
pi delle donne vergini, specialmen-
te religiose, colle corone di fiori
in capo, e co'fiori d'intorno, e ciò
anche si pratica con quelle perso-
ne che muoiono in concetto di san-
tità, e lo stesso ancora co'fanciulli
che partono da questa vita coll'in-
nocenza battesimale. Se i cadaveri
che si sogliono coronare di fiori,
nel portarsi alla chiesa per la ce-
lebrazione dell'esequie occorre l'ac-
chiuderli nella cassa , la coro-
na di fiori si pone su di essa. E
quanto all' imporre le corone di
fiori ai sepolcri, ne abbiamo chia-
re testimonianze in quelli degli
antichi cimiteri di Roma, ivi fre-
quentemente le troviamo tanto ai
sepolcri dei martiri quanto di mol-
tissimi che non hanno segno al-
cuno di martirio, ora scolpite nei
marmi, ora delineate nella calcina,
3i4 FIO
e spesso in bocca alle colombe, e
talvolta effigiate ne' vetri cimite-
riali. La chiesa chiama i ss. Inno-
centi uccisi da Erode , col titolo
di fiori e rose; ed essa ci rappre-
senta i martiri sepolti sotto l'alta-
re colle palme in mano, e le co-
rone in capo. Prudenzio ci fa ve-
dere , che la fede dopo avere ab-
battuta l'idolatria, corona i suoi
martiri co' fiori , cioè li rimunera
con quella specie di onore, eh' è il
sommo. V. Sepolcri, ove parlasi
ancora de' fiori pei sepolcri dei gen-
tili, delle ghirlande poste nel fere-
tro, dell'erbe odorose, e de' fiori
mescolati colle ceneri, e di quelli spar-
si per onorare i defunti.
Il nobile costume di ornar le chiese,
e decorare i santuari con corone e
fiori non può dirsi derivato in noi
dall'uso gentilesco, ma bensì dalla
divina Scrittura, perchè Dio coman-
dò a Mosè nell'Esodo, cap. i5 e
e. 3g, che adornasse l'arca con di-
Terse aureole, ch'erano piccole co-
rone, e con queste coronate di bis-
so ne decorasse le mitre d'Aronne
e de'suoi figliuoli , e che adornasse
il candelabro con gigli frapposti ad
altri ornamenti. Salomone nel 1. 3
de' Re, cap. 7, fece nel tempio la-
vorare molte corone frapposte a
lioni, bovi e cherubini, e nel lib. 1
de' Maccabei, e. 4> è detto: Orna-
verunt faciem templi coronis au-
reis, et scululis ; ed in quello del-
l'Apocalisse, che i ventiquattro se-
niori portavano corone in capo, e
poscia le deponevano innanzi al
trono dell'Agnello; e finalmente nel
libro della Cantica lo Spirito San-
to figura la Chiesa e l'anima, de-
scrivendo i suoi ornamenti, fra que-
sti i più vaghi sembrano essere i
fiori, volendo che il suo letto sia
lutto sparso di fiori; ed egli stesso
FIO
si paragona a' fiori del campo, ed
al giglio delle con valli. La stessa
Chiesa si fa sentire: Fulcite me
floribus , stipate me malis; flores
apparuerunt in terra nostra; dile-
ctus meus pascitur inter Mia. Nel
cap. 7 descrivesi il diletto, che di-
scende nel giardino, ut pescato r in
hortis, et Mia colligat. Il Buonar-
roti nelle Osservazioni sopra i
vasi antichi di vetro, dice che tal-
volta il fiore col monogramma di
Cristo sui sepolcri , simboleggiò il
medesimo Cristo. La divina Sa-
pienza istessa vuole, che i giu-
sti sieno come la rosa piantata
presso le acque, e che rendano fio-
ri a somiglianza del giglio. Da ciò
è chiaro che la Chiesa dalla divi-
na Scrittura prese l'uso di ornare
i suoi altari, le sagre immagini, i
sepolcri de' martiri ed altri santi,
e de' suoi figli defunti con fama
di giusti e virtuosi, e che veggen-
do fino dal suo principio profana-
to da' gentili l'uso delle corone di
fiori, volle contrapporre a sì gran-
de abuso, col trasportare l' adorna-
mento de' fiori, alla maggior glo-
ria di quello che gli ha creati. V.
Corone e Ghirlande.
Il medesimo Buonarroti a pag.
189 parla de' fiori che solevansi
spargere sopra i sepolcri dagli an-
tichi cristiani, per cui fu assegna-
to pei medesimi un rosaio; e che
talvolta vi seminavano sopra mas-
sime delle malve e degli asfodilli,
e ponevano radiche di fiori : spe-
cialmente spargevano fiori sui se-
polcri de' fanciulli , ed anche delle
erbe odorose. Laonde come si ve-
de in alcune iscrizioni , con affet-
tuoso e poetico trasporto , gli au-
tori di esse desideravano e suppo-
nevano , che i fiori spaisi vi do-
vessero rinascere , e che le ceneri
FIO
istesse si convertissero in fiori per-
chè abbellissero perpetuamente il
sepolcro , e fiorissero ogni anno
nella loro stagione. Anzi talvolta i
sepolcri furono eretti nei giardini
tra i fiori, ed in altri luoghi deli-
ziosi ed ameni, come negli orti ; e
tale doveva essere anco l'uso degli
ebrei. I componimenti necrologici
che si fanno da sensibili persone
in versi ed in prosa per alcun de-
funto distinto, e meritevole di elo-
gi, spesso s'intitolano: Fiori spar-
si sulla tomba che accoglie le cene-
ri del leggiadro e amabile giovi-
netto 2V. N. , nel primo anniversa-
rio di sua morte alla cara sua me-
moria consacrati, come fece il mio
amorevole amico caTalier Luigi Rig-
gi, allorché nel primo anniversario
della morte del mio dilettissimo fi-
glio Gregorio , volle dedicarmi la
copiosa raccolta che di tali compo-
nimenti o fiori (freschi per le mie
lagrime e per quelle dell'amicizia)
pubblicò in Roma con decoroso li-
bro uscito dai nitidi tipi del Sal-
viucci ; morte deplorata in più so-
lenni modi , e in altri luoghi di
questo mio Dizionario, come nel
volume XXII, a pag. 289 e 290.
Inoltre il Marangoni narra che
in Napoli facevasi una processione
in onore della traslazione del cor-
po di s. Gennaro, nominata la pro-
cessione de' preti inghirlandati, per-
chè in essa i sacerdoti portavano
in capo una ghirlanda di fiori. L'o-
rigine di questa antica cerimonia
risale a quella colla quale dai po-
poli si ricevevano i corpi e le re-
liquie dei martiri, cioè con fiori in
mano ; e perchè i sacerdoti tene-
vano impedita la destra tenendo la
fiaccola accesa, portavano i fiori in
capo, cui poscia fu sostituito ador-
nare le croci di fiori. In Salerno
FIO 3i5
si fa una processione, in cui il cle-
ro porta fiori in mano ; mentre il
gettito de' fiori nelle processioni, e
nelle feste vuoisi derivato da quel-
li che i gentili spargevano sui lo-
ro defunti, che i cristiani pratica-
rono in vece coi loro medesimi
martiri, massime nel trasferimento
delle loro reliquie. Tanto pratica-
vasi al tempo di s. Agostino , che
racconta il miracolo operato da
Dio , per aversi una donna cieca
posto sugli occhi i fiori che ave-
vano toccate le reliquie di s. Ste-
fano, per cui ricuperò la vista. Ce-
lebre è l' infiorata che per la pro-
cessione del Corpus Domini, e con
disegni si fa in Gemano (Vedi).
L' annalista Rinaldi all'anno 55 ,
num. 1 1, riporta, come i fiori po-
sti sull'arca delle reliquie de' santi,
per virtù divina operarono mira-
coli. I fiori che sono stati avanti
alle reliquie, o sante immagini, an-
che oggidì dai buoni fedeli sono
ricercati con divozione ; ed all'ai>
ticolo Corfìi (Vedi), dicemmo che
gli ebrei ad ogni nuovo arcivescovo
solennemente portavano in proces-
sione la Bibbia, che ricuoprivano di
fiori, i quali venivano raccolti dal-
le donne ebree, serbandoli in seno
per venerazione. Dello spargimento
de' fiori e rami verdeggianti di al-
bero che facevasi nei primi tempi
dalla pietà de' fedeli ne' sagri luo-
ghi, e intorno alle venerande me*
morie de' martiri , ne parla ezian-
dio il Buonarroti citato, a pag. io3,
dicendo che s. Girolamo riferisce ,
che il santo prete Nepoziano ador-
nava con fiori e rami e pampini
le muraglie della sua basilica; e
s. Gregorio Turonese scrive di s.
Severino prete, che abbelliva pa-
rimenti le mura della sua chiesa
di gigli. E perchè i fiori sono al-
3.6 FIO
tresì considerali come simbolo dei
doni dello Spirito Santo, nella so-
lennità delle Pentecoste se ne span-
dono per le chiese, facendoli get-
tare e cadere dall'alto.
Si trovano memorie assai anti-
che del rito di spargere i fiori dal-
l'alto de' sagri templi. Nell'ordine
XI del canonico Benedetto, scritto
avanti il ii43, e pubblicato dal
Mabillon j nel tom. Il del Museo
Ital. pag. i48j leggesi, che Domi-
nica de Rosa, statto ad s. M. Ro-
tundam, ubi Pontifex debet canta-
re missarn, et in predicalione di-
cere de Advenlus Spiri tus S., quia
de altitudine templi mittuntur rosae,
in figura ej'usdetn Spiritus S. Vuoi-
si che ciò fosse pure in memoria
dei fiori che in tal giorno si di-
spensavano ai canonici in coro. Del-
la benedizione che fa il Pontefice
della Rosa d'oro (Fedi), che tal-
volta secondo l'antico uso porta in
mano, e delle analoghe erudizioni,
se ne discorre a quelf articolo. V. Du
Cange , in D omini ca post Ascen-
sionem, ed in Nebula, ove riporta
che nell' ordinario della chiesa di
Roano si prescrive, che mentre si
canta il Veni Creator, si gettino
dall'alto delle foglie di quercia, e si
facciano cadere delle fiamme di fuo-
co: ed inoltre al Gloria in excel-
sis si lasci libero il volo a buon
numero di uccelletti, con fiorellini
legati con dei nastri leggiadramente
alle loro zampette. In un altro del-
la chiesa di Lisieux del secolo XIII
si ordina che alla processione si ac-
cendano le stoppie, e che al Ky-
rie si spargano de' fiori. Così nel-
la basilica lateranense , in questa
solennità, sparge vansi delle rose per
tutta la chiesa. F. Eleuterio AI-
bergoni, Discorso sopra la Pasqua
rosata 3 Panna 1604. Andrea Lud.
FIO
Koenisgrannus , De antìqw'tate et
usti Bethulae Pentecostalis ,frodium-
que sacrarum universae , Rilon.
1 7 1 7. Samuel Schurzfleischius, De
rifu spargateli flores, Vittembergae
1691. Joh. Nicolai, De Phillobolia
seti florum, et ramorum sparsione
in sacri*, et civilibus rebus usitatis-
sima; accessit Jo. Cunr. Dieterici,
Dissertano de sparsione florum ,
Francofurti 1698. Dei fiori che
dall' alto si gettano nella basilica
Liberiana a' 5 agosto, se ne parla
nel volume IX, pag. i43 del Di-
zionario , e ciò in memoria della
neve, che prodigiosamente cadde,
nel luogo ove sorge quella magni-
fica basilica, a' 5 agosto. La pia
antica notizia che si ha dello spar-
gimento di tali fiori per figurare i
fiocchi della neve caduta, è di No-
vidio Fracco , che pubblicò nel
i547 i suoi Fasti sagri, mentre
si sa che la festa di s. Maria ad
ISives con messa propria si cele-
brava già nel XIV secolo. Il Dona-
ti ne' suoi Dittici, a pag. 174*
nel raccontar le feste che face-
vano gli ateniesi alla nascita di
un figlio, dice che ponevano sopra
la porta delle loro case, per segno
di allegria, ramoscelli di alberi fron-
zuti. Anche i romani ed altri po-
poli costumarono nelle solennità, e
in occasione di prospero avveni-
mento, ornare di fiori, di ghirlan-
de e di verzure le loro case ed i
loro templi. Il mirto, il lauro e la
mortella, siccome piante odorifere
e sempre verdeggianti, sono prefe-
rite alle altre nello spargimento che
se ne fa nelle festività e processio-
ni ne' luoghi ov' esse si celebrano.
Nella domenica delle Palme [Fe-
di), anticamente si benedicevano
anche i fiori, leggendosi negli sta-
tuti di Laufranco, cap. 1, § 4: P°~
FIO
stea accedens abbas, aut sacerdos
benedicat palmas, et flores, elfron-
des j e nel libro degli usi Beccensi:
Ponatur lapetum ante altare, et de-
super eie. flores , et frondest et pal-
mae, quas benedicit sacerdos. Ed
è perciò che quando si discoperse,
essendo la domenica delle l'alme
del i5i3, l'immenso paese eh' è
presso del Messico, gli fu imposto
il nome di Florida. Dei fluii che
in alcuni luoghi si ponevano intor-
no al cereo pasquale, è a vedersi
il Cancellieri a pag. 264 e 270
della Settimana Santa. Questi nel-
la Storia de' possessi de' Pontefici,
parla di quelli sparsi in tal solenni-
tà, massime per Gregorio XI, e
per Gregorio XII. Si possono ador-
nare gli altari con fiori veri, o fìn-
ti secondo la qualità della stagione,
tra i candellieri ec. Nelle chiese
delle monache francescane, non che
dei cappuccini, ed altri religiosi di
ambo i sessi, si sogliono porre nel-
le chiese i vasi colle piante de'fiori,
e colle piante di erbe odorifere.
Per segno di festa è antico il co-
stume di donare ove si celebra rami
o massi di fiori anche fìnti; questi
si dispensano a'cardinali dai con-
frati dell' arciconfraternita del ss.
Crocefisso per la cappella che si
celebra in s. Marcello; mentre a
loro per la festa e cappella cardi-
nalizia di s. Pietro martire, sono
dispensati fiori o rami finti di uli-
vo benedetto, come meglio dicesi
al volume IX, pag. 1 38 e i4-5 del
Dizionario.
FIO 217
FIORIANI o FLORIANI, da al-
cuni detti anche Floriniani. Ereti-
ci del secondo secolo , seguaci di
Fiorino o Fiorino, sacerdote asia-
tico, poscia prete della Chiesa ro-
mana, il quale fu dal Papa s. Eleu-
terio degradato del sacerdozio uni-
tamente ad un certo Blasto, per-
chè sosteneva l'empia asserzione di
Simon Mago e di Carpocrate, che
Dio fosse la causa del male. Dal
qual principio deducendo poi ab-
bominevoli conseguenze , traboccò
nelle sozzure de' gnostici, onde gno-
stici floriani furono anco denomi-
nati i suoi seguaci. S. Ireneo, pas-
sando da Roma, confutò a viva vo-
ce l'eresia di Fiorino, e quindi la
combattè in una lettera che gli in-
dirizzò, intitolata : Della monarchia
0 dell unità di principio; e che
Dìo non è fautore del male. Al-
cuni accusavano anche Fiorino di
aver sostenuto che Maria madre
di Gesù Cristo non era stata ver-
gine nel suo parto, e di aver ne-
gata la risurrezione e il giudizio.
1 suoi seguaci poi caddero nel pa-
ganesimo, nel giudaismo e nelle
più infami dissolutezze. Questi ere-
tici furono condannati in un con-
cilio tenutosi in Roma sotto il Pa-
pa s. Vittore nel 198, in un al-
tro concilio delle Gallie sotto s.
Ireneo, allora vescovo di Lione, e
in uno d'Arabia. Filastro parla di
certi eretici chiamati floriani, ch'e-
gli dice essere un ramo dei carpo-
craziani.
FINE DEL VOLUME VIGES1MOQUARTO
<P
286024
XX
BX 841 .M67 1840
SMCR
Horoni , Gaetano,
1802-1883.
Dizionario di erudizione
storico-ecclesiastica
AFK-9455 (awsk)